Nell’agosto 2009 veniva pubblicata una notizia sensazionale: il ritrovamento negli Archivi Max Frisch di Zurigo di un dattiloscritto inedito dal titolo “Terzo diario”, appuntato dall’autore stesso sulla prima pagina. Il 15 maggio 2011, ad esattamente Continue
Nell’agosto 2009 veniva pubblicata una notizia sensazionale: il ritrovamento negli Archivi Max Frisch di Zurigo di un dattiloscritto inedito dal titolo “Terzo diario”, appuntato dall’autore stesso sulla prima pagina. Il 15 maggio 2011, ad esattamente cento anni della nascita del grande scrittore svizzero (1911) quel diario esce in italiano con un’esauriente postfazione del germanista Peter von Matt. L’indicazione “Terzo diario” ci autorizza da subito a ricondurre l’opera ai celebri “Diario d’antepace (1946-49)” e “Diario della coscienza (1966-71)”. Ancora una volta non si tratta di un vero diario, ma piuttosto di una forma aperta di riflessione, uno zibaldone o blog di pensieri, piccoli quadri narrativi, osservazioni, considerazioni sul proprio tempo, le proprie vicende private e il proprio percorso artistico. Una forma letteraria che Frisch sentiva come particolarmente congeniale e di cui in effetti è considerato un maestro. Quando iniziò a dettare queste pagine, nella primavera del 1982, Max Frisch viveva a New York insieme alla giovane compagna Alice Locke-Carey, nota ai lettori come la “Lynn” del romanzo autobiografico “Montauk”. Si capisce allora che alcuni dei temi trattati siano la società e la cultura americana a cavallo fra anni Settanta e Ottanta (in particolare la critica della sua classe dirigente, presidente Reagan in testa), il femminismo, i concetti di libertà ed emancipazione. Ma questo è anche, per Frisch, il diario della vecchiaia, ormai imminente e con cui deve fare i conti: la perdita degli amici più cari, la propria fragilità fisica, la morte sempre più vicina. Così, se lo stile secco e lapidario di Frisch può a tratti apparire spietato e privo di indulgenza (e soprattutto di autoindulgenza), è solo perché egli ha fatto della scrittura la forma della sua etica laica, e quindi della sua particolare “pietas” verso gli uomini e le cose del mondo.