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Fratelli d'Italia

Di

Editore: Einaudi

3.9
(114)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 663 | Formato: Altri

Isbn-10: 8806251066 | Isbn-13: 9788806251062 | Data di pubblicazione: 

Prefazione: Alberto Arbasino

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 3

    Ce l'ho fatta. C'ho messo dei mesi, tanta fatica e finalmente me lo sono levato dalle scatole. Finalmente si, perchè 1370 pagine francamente le ho trovate un tantino eccessive. Il problema è sempre ...continua

    Ce l'ho fatta. C'ho messo dei mesi, tanta fatica e finalmente me lo sono levato dalle scatole. Finalmente si, perchè 1370 pagine francamente le ho trovate un tantino eccessive. Il problema è sempre quello: Arbasino putrtoppo NON scrive come parla. Quando parla lo si starebbe ad ascoltare per ore. La sua sublime arte oratoria condita da aneddoti divertenti e mai banali lo rende un personaggio unico, senza pari nel panorama della cultura italiana. Quando scrive, invece, molte (troppe) volte si ritrova a sguazzare nel proprio stile, tra autocompiacimento e sterilità narrativa. Ad onor del vero, devo riconoscere che più di qualche risata me la sono fatta leggendo queste interminabili pagine. Quando vuole, Arbasino sa essere un fine umorista e ci regala dei bei momentini, aneddoti, frasi e aforismi degni di nota. Putrtoppo questo libro mi ha regalato anche tanti sbadigli. Mi astengo dal dare giudizi tecnici, anche perchè non ne sarei in grado. Sicuramente, quando uscì, Fratelli d'Italia fu un libro importante, rivoluzionario e dissacrante, che scardinò le strutture e le convenzioni del romanzo tradizionale in Italia. Oggi però, nel 2014, il peso dei suoi 51 anni si fa sentire tutto.

    ha scritto il 

  • 5

    imponente

    "E se si vuol fare una ricerca seria bisogna uscire del tutto dal romanzo, entrare nel laboratorio, tra facce di iniziati orribili... e i collages di parole... e le fotografie delle macchie ...continua

    "E se si vuol fare una ricerca seria bisogna uscire del tutto dal romanzo, entrare nel laboratorio, tra facce di iniziati orribili... e i collages di parole... e le fotografie delle macchie d'umidità sui muri... Vorrei morire..." "Prendi un Cointreau on the rocks".

    Affresco grandioso e franante di uno sregolato Viaggio in Italia anni Sessanta: calderone ribollente di spunti, dalla narrativa al gossip al saggio letterario all'appunto, con vette di acuta ironia. Mai volgare, spesso enciclopedico (per il piacere di chi sa cogliere le citazioni mai sciolte da note); apparentemente snob e allegrissimo, sottilmente invece drammatico come infine esplicita l'ultima riga. Racconto lucidissimo, indimenticabile: in un italiano limpido, che non vuole farsi complicato per esprimere concetti complessi. Capitale.

    ha scritto il 

  • 1

    Ma che palle di libro..

    Probabilmente il libro più noioso ed illeggibile mai stampato. Lo presi non so bene grazie a quale rimbalzo da altra lettura che lo citava in positivo. Insostenibilmente pesante per un ragazzo di ...continua

    Probabilmente il libro più noioso ed illeggibile mai stampato. Lo presi non so bene grazie a quale rimbalzo da altra lettura che lo citava in positivo. Insostenibilmente pesante per un ragazzo di vent'anni che lo affronta nel 2000. Le 100 pagine che sono riuscito a leggere si susseguivano afose tra manierismi linguistici e artificiosi pezzi di bravura. Insopportabile, non lo voglio nemmeno rivedere.

    ha scritto il 

  • 2

    L'insostenibile masturbazione arbasiniana

    Mi sono avvicinato a questo romanzo pieno di buone intenzioni. Ma dopo le prime 250 pagine, laddove ho abbandonato il tomo, ho capito di essere dinanzi a qualcosa di molto diverso da "un romanzo". ...continua

    Mi sono avvicinato a questo romanzo pieno di buone intenzioni. Ma dopo le prime 250 pagine, laddove ho abbandonato il tomo, ho capito di essere dinanzi a qualcosa di molto diverso da "un romanzo". Questo è un libro pensato dal suo autore per essere "il romanzo", e come tale deve risultare eccentrico e ricco oltre misura. Talmente oltre misura che sfonda i limiti di una poetica neo-barocca per fondare quelli di un neo-rococò di dubbia riuscita.

    Sappiamo tutti dell'eleganza del citazionismo arbasiniano, della bellezza di certi suoi elenchi, dei riferimenti concatenati e dei rimandi intra e interletterari presenti in pressoché tutte le sue opere. E sappiamo anche del suo concetto di opera-mondo, di opera mai terminata. "Fratelli d'Italia" è infatti disponibili - fra biblioteche e librerie - nelle sue tre versioni, da 539, 659, e 1371 pagine, ma un autore può permettersi di affidare ai suoi lettori un lavoro di tale mole solo se poi ha la capacità di rapire, di creare una trama e dei personaggi che ti fanno sentire meno solo lungo le tue settimane. Non è il caso di questo pantagruelico "Fratelli d'Italia", da me saggiamente affrontato nella sua edizione del 1976, quella di "sole" 659 pagine, che affastella così tanta erudizione culturale da risultare da un lato del tutto incomprensibile anche a un lettore forte, quale ritengo di essere leggendo un'ottantina di libri l'anno, dall'altro risponde al desiderio di Arbasino di sciorinare quanto sia vasta e senza confini la sua cultura umanistica personale. Come se uno si avvicinasse a un romanzo di 659 pagine (poi di 1371) potendo mai pensare che l'autore sia un cretino. E allora, poiché Arbasino questo dubbio lo deve proprio aver nutrito fra sé e sé, si è detto: mettiamo tutta una serie di puntini sulle i e sulle u, e a fare riferimenti che, o voi lettori stolti, per seguirmi potete solo fermarvi a ogni rigo e cercare su un'enciclopedia o su google.

    Dovrebbe essere il resoconto di un viaggio di formazione di un gruppo di amici, in un'Italia che sa ancora di boom economico e gioia di vivere, fra Napoli, Roma, Spoleto e altri bei posti italiani; un viaggio che diventa dialogo serrato e confronto culturale, su pressoché l'universo-mondo. Ma il gruppo di amici è tremendamente arbasiniano: sono dei giovani uomini che discendono da un'aristocrazia borghese, impaccati di denaro fin dentro le orecchie, che a bordo della ultra costosa "MG nuova celeste-pervinca" comprata da mamma e papà per una laurea che poi non è ancora arrivata, del colore degli occhi del suo insopportabile giovane proprietario, rampollo ed emblema di un tipo d'Italia che di sicuro è esistito ed esiste tutt'ora, ma che non può che suscitare un certo disgusto per la sua completa incapacità di distaccarsi dai cerchi concetrici del proprio ombelico.

    L'idea non è originale - il viaggio di formazione credo che risalga almeno a Stendhal - ma poteva essere declinato in modo interessante da Arbasino. Qui invece abbiamo dei personaggi che sono tanti piccoli, insopportabili arbasinini, omosessuali-ma-non-diciamolo come lui, ricchi di famiglia e non certo per meriti personali, essenzialmente inutili, che pensano di poter osservare una società attorno a loro badando alle assonanze di nomi e figure, ma non si rendono conto di essere loro stessi materiale da laboratorio di sociologo.

    Allego infine una breve citazione del testo, per far capire a chi non ha il testo sottomano di cosa si compongono le 1371 pagine dello scrittore di Voghera, quale sia il *meraviglioso* gioco di citazioni, contro-citazioni e rimandi che costituisce scheletro, muscoli e pelle di questa odissea (sbadiglia):

    "Al caffé della piazzetta, adesso li sentiamo ridere tutti come pazzi. […] Vanno avanti per ore. Il nome “Rosati” di un amico abate molto mitrato, può diventare tutto: Roseide, se schiava di Achille; Rosilde, o Rosunda, come walkiria; Rosette o Roseuse, se ci si butta sul Malrivaux o sul Direttorio; Rosanette, rientrando nel romanticisimo; Rosiane, o magari Rosinoé, risalendo al Grand Siècle; Mrs Rosay o Lady Rosefield, franando nel Pinero; se non addirittura Rosalie (governante), Roslyn (call girl), Roseberry (confettura); o Rosillide, come ninfa degli aliscafi. Anche Rosamunda, naturalmente in occasione d’una magnifica serata; e Rosebud, con tanti auguri di una buona carriera nel cinema." (Fratelli d’Italia, 82-3)

    Mai più senza, no?

    ha scritto il 

  • 0

    Il vero capolavoro europeo degli anni '60 e '70

    Siamo nel pieno del formalismo, quando in Francia nasceva e imperava il Noveau roman e gli altri paesi pullulavano di tentativi cervellotici e lontani dalla realtà. Arbasino si mette in gioco e ...continua

    Siamo nel pieno del formalismo, quando in Francia nasceva e imperava il Noveau roman e gli altri paesi pullulavano di tentativi cervellotici e lontani dalla realtà. Arbasino si mette in gioco e elabora questo lunghissimo romanzo che del formalismo ha tutta la pesantezza e l'ansia di ricerca ma che pure sa di vita. È questa la scommessa di Arbasino, mettere la vita dentro la ricerca stilistica e formale più avanzata. E la vice. Perché in questa opera magmatica, che vive della singola riga senza diventare mai storia, che ti appassiona per i funambolismi e la conoscenza e il livello del contributo al dibattito culturale, pure vive e si muove come un essere animato. Inutile dire che c'è anche tanto Proust alla base di Fratelli d'Italia, soprattutto i doppi sensi sessuali, ma qui Arbasino non può che inchinarsi alla maestria del francese. Forse penalizzato un po' dalla scelta di raccontare il sesso in modo decisamente più esplicito. Comunque a mio avviso Fratelli d'Italia resta l'unico vero romanzo europeo prodotto in Italia forse nell'intero dopoguerra.

    ha scritto il