Fratelli d'Italia

Di

Editore: Adelphi (Biblioteca, 274)

3.9
(129)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1372 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845910008 | Isbn-13: 9788845910005 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura

Ti piace Fratelli d'Italia?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
Un romanzo di avventure intellettuali e picaresche attraverso le follie del boom economico e le metamorfosi della società e del paesaggio, delle illusioni e dei caratteri. Notti senza fine di giovani che discutono dei loro autori e dei loro amori fino all'alba, progettando grandi opere letterarie, teatrali e musicali. Affetti, utopia, irrisioni e rivolte contro un oppressivo establishment culturale e politico. Ma anche la verve della café society, quando Roma era una capitale cosmopolita e "passavano tutti di qui" e le donne erano "molto più belle e più intelligenti e spiritose e anche più alte degli uomini corrispondenti". E che cosa significa aver vent'anni e molti desideri, nell'Italia di Petronio, di D'Annunzio e di sempre...
Ordina per
  • 5

    Che l’arte della conversazione nasca nell’Italia del Rinascimento, come sono convinto e dimostrano plurime fonti scritte, o nella Parigi del Re Sole, come ritiene una studiosa d’eccezionale competenza ...continua

    Che l’arte della conversazione nasca nell’Italia del Rinascimento, come sono convinto e dimostrano plurime fonti scritte, o nella Parigi del Re Sole, come ritiene una studiosa d’eccezionale competenza, ma forse troppo innamorata del Grand Siècle, dopotutto rileva poco o punto davanti al dato di fatto che, pur ignorando bellamente la trattatistica in materia, nelle nostre famiglie di conversazione se n’è fatta sempre a valanghe; o perlomeno se n’è fatta nelle famiglie, felici o no, illustri od oscure, raffinate o pedestri, dove si prende la vita con quel minimo di civiltà e garbo che permette lunghe chiacchiere a tavola, davanti al fuoco, prendendo il fresco in estate la sera, e visite reciproche o soste indugianti al circolo, al caffè, all’osteria, o lunghe passeggiate all’aria fresca dell’autunno, mentre si va a caccia e la rugiada svapora pian piano. Poi si dice che oggi si conversa male, che si preferisce gridare parole d’ordine o scrivere messaggetti smozzicati da lanciare nel vuoto della rete; sia o no vero, perlomeno qualche decennio fa, al momento cioè in cui s’ambientano le vicende di questo libro, si poteva chiacchierare nel modo più sofisticato e sovrabbondante: o, se non altro, riuscivano a fare ciò i personaggi di Arbasino, tanto che molti passi, anche lunghi, sono costituiti da discorsi diretti, un po’ come quelle opere di Ronald Firbank e Ivy Compton-Burnett che risultano intessute di soli dialoghi: puro teatro senza didascalie. In fondo, è teatro anche questo dell’autore vogherese: commedia dei travestimenti, degli straniamenti, delle mises en abîme, fra scambî di battute fluviali (ma i suoi personaggi principali sono giovani: e noi da giovani non passavamo ore ed ore a parlare di tutto?), dove la cultura e lo spirito italiano rivivono per bocca d’italiani o forestieri, in una specie di Grand Tour rovesciato: laddove nei secoli passati scendevano quaggiù i giovin signori d’Oltralpe, ad ammirare le rovine, a pascersi di bellezza e a gettare sguardi curiosi sulla gente che incontravano, per poi riversarle in memoriali saporosi quali noi sulle cose nostre non abbiamo mai saputo scrivere, qua i personaggi risalgono la penisola, e alla fine si affacciano anche fra Baviera, Olanda e Inghilterra, gettando penetranti occhiate che spogliano e immortalano di tutto: libri e bei ragazzi, canzoni e mostri, relitti del tempo e macerie dell’inciviltà, frivolezze e memorie. Fratelli d’Italia è il ritratto più gigantesco e poliedrico della cultura italiana del Novecento: quest’edizione del 1993, la terza ed ultima, è ampia più del triplo rispetto alla seconda, che avevo già letto all’inizio degli anni Novanta; e tutto fa pensare che, se Arbasino avesse voluto, l’avrebbe potuta scrivere ancora più vasta e dedalica: se altri teorizzarono l’opera aperta, egli, si può dire, la seppe realizzare. Più andavo avanti su queste pagine, più mi chiedevo, d’altro canto, per quale ragione misteriosa un libro del genere non sia tra le mani e sulle bocche di tutti gl’italiani di buona cultura: senza inutili ambagi, dico che a mio modesto avviso si tratta di una delle opere capitali della letteratura italiana del Novecento. Come direbbe Totò, “Io un’idea ce l’avrei: c’è a chi piace e a chi non piace”. Anche se siamo eredi degli antichi romani, che amavano la celia e lo spirito fescennino, a noi piace poco che i libri ci facciano ridere, che trasudino ironia, che rivestano di veli vaporosi le realtà pesanti; il libro dev’essere serio, sacrale, l’intellettuale si deve mostrare aggrondato, piovorno, accigliato, deve annunciare verità indiscutibili con voce stentorea o denunziare mali e magagne con accenti addolorati; e quindi avranno un successo estremo il quaresimale, la geremiade, l’invettiva, la catilinaria, l’apostrofe accorata, o al limite il panegirico e il ditirambo: la satira in punta di penna, la facezia, la freddura garbata, l’aneddoto pungente invece sul tipico lettore italiano esercitano l’effetto che a volte hanno le battute graziose sui poveri di spirito: non le amano e non le capiscono, e non per limiti di comprensione, ma perché ne temono il veleno occulto, e sospettano che l’uomo di mondo non intenda ridere con loro, bensì di loro, sicché, tutti preoccupati a cercarvi sensi reconditi, stanno lì come baccalà, adombrati, con la faccia da fessi e l’espressione diffidente, e fanno quindi una pessima figura. Ora, io capisco che per godere della prosa di Arbasino un minimo di cultura sia necessario possederla e che quindi magari qualche lettore in meno di Liala o di Ken Follet lo debba avere; ma rinuncio a credere che, con tutta la gente istruita che c’è nelle nstre contrade, il grande vogherese abbia così pochi estimatori (anche qui su Anobii, a ben vedere): il fatto è che il suo stile sconcerta e quindi rende diffidente il lettore che dal libro vuole solo certezze. Ecco allora tutti i “Ma perché scrive così?” o “Quant’è snob Arbasino!” – laddove al contrario Arbasino è godibilissimo, non solo perché demolisce certi miti culturali con un delizioso brio da discolo delle patrie lettere, non solo perché, con altrettanta levità, viene ad additare non una ma cento strade alternative, ma anche perché, proprio come nella vita reale, sa mischiare con naturalezza l’alto e il basso, e sa descrivere il basso con tanta grazia vaporosa da renderlo soave e divertente insieme. Vorrei trovarlo uno scrittore italiano ma anche forestiero capace di scrivere col suo garbo e la sua comicità di sesso, di battuage o di BDSM senza nemmeno una parolaccia o una gomitata pecoreccia! Come Gadda, il Nostro è uno scrittore divertente: anzi, sa essere divertente anche mentre parla di cose drammatiche; e questo capolavoro non ha proprio niente di pesante, di presuntuoso, di saccente: resta meringa, zucchero a velo e panna montata anche e soprattutto quando si addentra nei meandri della cultura più alta, che così viene non sminuita e svilita, ma raffigurata per ciò che dev’essere, ossia qualcosa che rende il vivere più bello, più lieve, più amabile. Poi magari, è vero, s’incontra l’allusione criptica: e allora è bello giocare, farsi complici dell’autore e svalare l’arcano; chi è che preferisce giocare col catechismo piuttosto che con un giornaletto enigmistico? E allora ci si diverte a riconoscere chi si cela dietro l’allusione: per esempio il Landgravio alla cui mensa si mangiava sempre benissimo (p.559) è Filippo d’Assia; l’aneddoto raccontato a p.1228 sull’anziana vittima d’un incidente stradale che dà un’età falsa ai soccorritori è, con qualche lieve cambiamento, un caso reale capitato a Fulco di Verdura. Ma poi contro i detrattori l’ultima parola l’ha detta l’autore stesso (p.691): e conviene fermarsi qui, perché su d’un capolavoro come questo si può scrivere solo troppo poco e troppo male: “E come spiegare, se non ci arrivano, che la vita non è lunga, ci sono pochi giorni in un anno, e poche ore in un giorno, in rapporto ai grandi libri di grandi autori che si vorrebbero leggere invece di buttar via tempo coi mediocri e coi pessimi… A molti teatranti, quando invitano alle loro brutte prime, certamente è più facile rispondere: io non vi faccio leggere i miei libri, voi in cambio non fatemi vedere i vostri spettacoli. Ma gli scrittori pessimi questo do ut des non lo vogliono veramente capire,davvero credono che qualcuno sia disposto a leggerli rinunciando a dormire o a uscire… e se anteponi Musil o Mahler a Colpi di libeccio o Funghi vostri è solo per tuo snobismo o cattiveria d’animo…”.

    ha scritto il 

  • 5

    E ora che l’ho letto, per vendetta, devo fare in modo che te lo legga da te anche tu! Ovvero: Lo spoiler impossibile.

    100.
    Quattro o cinque personaggi, intellettuali dalla conversazione però brillante, parlano e parlano e parlano e parlano parlano parlano parlano parlano parlano parlano, in maniera veramente verament ...continua

    100.
    Quattro o cinque personaggi, intellettuali dalla conversazione però brillante, parlano e parlano e parlano e parlano parlano parlano parlano parlano parlano parlano, in maniera veramente veramente arguta. Parlano del rack per le valigie, di un bagno moussant, di un tramonto vendramino, di giovani hillbilly, di inferior decorators, di cet affreux, di quanto a Napoli l’Elefante non ci vuole stare perché non ha “l’estetismo di merda che se ne fotte della sofferenza dei miseri”, comprensibilmente uno le vacanze vuole farsele nei bei posti già pronti, mica in quelli ancora tutti da ricostruire – a parte che a Hiroshima s’è fatto assai prima. Parlano di Alice Toklas, di misologia, sempre usando tanti puntini sospensivi come ne avevo già visti da Céline, chiamando molto in causa Proust e Joyce e Musil, parlando di kikimora, di chaise percée, da disincantati désabusé, dicendo gouffre invece di burrone. “In Italia succede tutto il contrario: è la destra che è cinica, e la sinistra invece frivola.”

    200.
    Parlare si parla parla parla parla ancora di come mannaggia in Italia non si riesca a fare un romanzo se non per sore e sciurette, ma almeno ci s’è spostati dalla cena di Gaeta al dopopranzo di Capri fino all’accappatoio di Roma, con apparizione di un Renato e di Vittorio la marchetta. “Mi dicono che tutti i campi di concentramento sono già depositati come titoli di composizioni musicali.” E se i libri nuovi fossero i libri-conversazione? Eeeh, gran modernità, alla romanzo-saggio. Badinage, persiflage. Gimmick. Sognando il Satyricon. “«Antonio, non mi hai detto che cosa provi tu davanti alla pagina bianca». «Soprattutto erezioni».” Ambulaia, cioè sgualdrina; fulcipedia, che dovrebbe stare per: spocchiosa. E un film che non si farà: “L’Italia si chiama Amore.” Sarà che il nome era sbagliato. Che ne pensa Lady Metroland in Waugh? Coi corduroys addosso.

    300.
    Come le duecento di prima, ma dette con tantissime parole diverse, con un po’ di librettistica e con un po’ di cinefilia. E io, a parte lo stroppio di francese e di francesismi e il poco meno di inglese e di inglesismi, forse mi sto pure divertendo, senza capire come mai. Mi diverte il papier-peint, il parlato chic, “Gli ananas di Nympheburg nei vasi di Berlino”, laddove non ha mai osato neppure D’Annunzio, il colmo per il regista giapponese: Orina Sumuri; “(...) perché a loro interessano più i tendaggi che le idee...”, e il ritratto dell’alta borghesia uguale al servizio delle Iene al compleanno di Sgarbi che si fa riprendere mentre caga, rumori compresi.

    400.
    “... sempre protestando ma sempre così felici di protestare...”.
    “Mi scusi... Anche io, a suo tempo, sono stato un lettore: un lettore accanito, alle sette del mattino mi scoprivo ancora sveglio a leggere il libro iniziato la sera prima; però un libro come il suo, adesso, mi tolga per favore questa curiosità: quante pagine sono?”. Gli sorrido, e controllo: non so perché ma ero convinto fossero milleduecento. Sono millesettecento a passa: e quando lo finisco più? Glielo dico “Più di millesettecento.” E lui tra l’ammirato e lo spaventato e accompagnando la domanda successiva al gesto di un pugno stretto ritirato verso l’addome: “E lei riesce a... trattenere il tutto?” Io: “Oh, ma in questo libro non c’è niente da trattenere: più ne espelli e meglio stai.” Allora lui mi guarda deluso e preoccupato, per me, non ponendo la domanda che io è da un cento pagine che non mi pongo più: e che te lo leggi a fare se non c’è nulla da trattenere? Il bello del librone di Arbasino è che una ragione per leggertelo devi trovartela tu, lui non te ne dà nessuna, e la filosofiadivita mia già è questa, quindi manco il consiglio formalistico posso importare, comunque continuo a leggere, e intanto ho ascoltato “War Requiem” di Benjamin Britten e ho conosciuto Arcangelo Elvezio Bustini (oh, dopo centinaia di flatus vocis un personaggio che si comporta da tale!), una invenzione metaletteraria con nulla da invidiare a Borges e ai discepoli suoi, pur riuscendo italianissimo, arbasinianissimo.

    Segna i nomi: Antonio, l’Elefante, Jean-Claude, Klaus, e chi altro. Spinsterly. Zitellacci. “Carnagione rossastra a rughe sprugnose.”

    500.
    “Dalì? Gl’ho detto: per non dimenticarvelo, pensate, non è Diquà, ma Dalì. E mezzoretta dopo: allora, come si chiama? E tutti in coro: Dilà!”. Oppure: “Era caduta la moneta da un euro nella tazza del bagnetto comune, una dice: Non la prendi?, e lui: prendila per la Fontana di Trevi. Mai stato così Duchamp!”. Non è “Fratelli d’Italia”, sono alcuni aneddoti riportati dalla donna che mi ha sposato, capitati durante i suoi laboratori artistici con i bambini, rende il tono arbasiniano però: mancano giusto le altane e l’extramondanità, le formaggiaie, i calzettoni a righe “come nei dipinti zebrati di Kenneth Noland e Morris Louis”, l’araldica dadaista, l’onomastica col crossover citazionistico, tre vocabolari come minimo declinati nel più musicale dei modi, non meno di due dizionari dalle maggiori lingue europee, e un generale senso di frastornamento, ormai alcoolico anche se solo alfabetico, però Spoleto è stata bella e i ricordi americani di Klaus sono la parte migliore.

    (Gadda, le rificolone [lampioncini di carta colorata], i pìspini, decommandarsi, marocchinare, allobrogo, parrucca poundrée per dire incipriata, “... tra clochards al beaujolais sotto i passages con le midinettes...”, il beaujolais è il vinello, le midinette sono le sartine di Voghera, eppoi opaline opaline in everywhere.)

    600.
    A me resta soltanto da capire perché quando è sera si parli comunque di pranzi, poi è tutto “Postcapitalismo & Neoletteratura e puntarelle”, una epopea del dileggio, dell’allegra marchettonaggine senza doppio pensiero ma senza neppure un pensiero solo, allegra per chi paga, la passerella dei “Sagittario ascendente Caravaggio”, e sullo sfondo una storia di cancro, di sceneggiate mammiste e di poraccitudini, pensa te come si fosse tra gnorantoni, invece è tutta upper middle class. “Tante variazioni e non ancora un tema.”

    700.
    Per certi versi, io il romanzo l’avrei già finito; persino due volte. L’avrei finito se fossimo nel 1963: la prima edizione di “Fratelli d’Italia”, edizione Feltrinelli, contava 534 pagine; e l’avrei finito se fossimo nel 1976: edizione Einaudi, pagine 659. Fortunatamente io sto leggendo la versione del 1993 e non quella dopo ancora: Arbasino mi risulta vivente, e perché non dovrebbe pubblicare con la Mondadori una quarta edizione di duemila pagine minimo minimo? La mia edizione conta poco meno di millequattrocento pagine, non so per quale strano miraggio numerico avevo detto fossero millesettecento a uno sconosciuto che me ne aveva chiesto la foliazione. Tante variazioni e somiglianze e mai una ripetizione: come libro non ho ancora capito che libro è – che complimentone! – certo non lo poteva scrivere chiunque, magari davvero soltanto Arbasino, e coi complimentoni sono a due. (Vedi Firbank; ma chi è?).

    800.
    “(...) gli addominali neorealistici(...)”. Ottocento pagine e più di bruttina bellavita di trentenni abbastanza cazzari tra Rosenkavalier, jokes, Parigi o care e Tea for Two tra Roma e dintorni per arrivare a sbottare a pieni polmoni alfabetici il vaffanculo che si covava dentro fin dalla propria infanzia tra le megere di una Italietta spilorcia e reazionaria: se non è una bellissima e ossessiva premeditazione questa! Arbasino, orbene, provoca una forma per me sconosciuta di dipendenza. “(...) saresti potuto diventare anche un po’ culop, in un tal milieu?”. “Maestà, se il vostro cuore è duro come il vostro culo, sono perduto!”, parola del’abate Galiani.

    900.
    Quando perizoma si diceva cache-sex. Vorrei si sapesse che c’è un Antonio che va in cerca di una Desideria che non si fa trovare. E se per raggiungere la vetta (anti)retorica ci sono volute più di ottocento pagine, il rischio che le successive seicento siano di anticlimax è tutt’altro che peregrino. Com’è come non è io ascolto Anton Bruckner in cuffia per continuare la lettura dei “Fratelli d’Italia”, ipnotici a certi tratti come i sottotitoli cinesi a un film che alterna scene in bianco e bianco a scene in nero e nero. E la marana delle campanule.

    1000.
    Miiiille! Mille, mille, mille! E ascolto Der Lied von der Erde di Gustav Mahler eseguite da Jonas Kaufmann, Jonathan Nott e la Wiener Philharmoniker. E Offenbach? E Gadda. E Praz? E i couplets. E un appunto da pagina 900: “Tenere aperta la porta della metro per dar tempo allo zoppo in frac di montarci su, un nero con papillon rosso, come appena attraccato da una New Orleans, m’ha dato più gioia di tutte le pagine lette fin qui”, e un appunto da pagina 904: “Dalla radiolina musica araba a alto volume e pessima qualità, ma nessuno che gli intimi di abbassarlo per timore di passare per xenofobi cioè razzistoni o che a lui salti il ticchio e si faccia esplodere, metti che. Invece arriva il controllore è: - Ci metto niente a buttarti giù dal treno, spegni quella sigaretta. Voi altri potevate avvertirmi però!; e noi passeggeri: Della sigaretta non ce n’eravamo proprio accorti; e era vero. E il maleducato protesta: - Però quando passano con le auto a massimo volume non dite niente, non dite niente. Quante suscettibilità incrociate. E il tale seduto davanti a me lascia giù la busta della spesa e s’avvicina ai due, sperando di dover intervenire e di dover dare una lezione. Non se ne fa nulla, torna a sedersi, fa - Questo paese sempre più rovinato, la comandano loro la comandano. Troppe contraddizioni, tutte assieme, l’ingiusto e lo sbagliato che si spintonano l’un l’altro, e io continuo a leggere.” Questo episodio fa troppo poraccitudine di sinistra, e Arbasino lo dice: com’è diventata povera, piagnona, miserella, la nostra letteratura amica-dei-diseredati: ci vogliono i giovani sani di belle avventure, le città e i quartieri ferroviari, la cultura, la joie de vivre, le decappottabili, i bei marinai americani che maschiamente se lo danno in mano, i Böcklin, le porcellane di Meissein, i Gobelin, le Sonate, l’esprit, Gino Severini, il plenilunio metafisico, Venezia, Carlo Crivelli, questa lingua affamata e spietata e divertentissima che va ovunque intrattenendosi parecchio là dove io non ho poi molta curiosità di andare.

    1000ecento.
    “(…) Benno… che nome da dopoguerra!….” E Arbasino si incrociò con il Cileno Tildato.

    1000eDugento.
    Ratatinée, désarroi, “E la sterilità sul piano dei sentimenti blocca in tutto, perché si riflette su tutto quello che uno fa…”, “Sa bene che ogni visione poetica è prima di tutto un canto casuale affiorato da un abisso di metamorfosi inconoscibili…”, vanilla moment, marivaudage, “(…) esaltando Sade, però senza osar prenderlo nel culo”, “A me interessa solo il punto di vista emotivo”[Céline], “(…) vuol sempre gangsterizzare qualcosa!”[Henry Miller], “Assumere diversi interessi, fittizi, posticci, conduce soltanto a falsificare i propri doni…”, “Consiglia anche lui A Passage to India e Ross(..)”[ma di chi è, questo ‘Ross’?], chi sono O’Neill, Ivy Compton-Burnett, Angus Wilson, Harold Nicolson, mostri sacri di chi e per chi e durati quanto?, i salottini plush, l’ormolu, “Che difficile costruirsi una personalità, e poi reggerla under stress.”, sandwich con “scampi, gamberi, salsicce, piccalilli, soia, salame, caviale, lattuga, ananas”, un cappello a mordoré, continental pastries, Edith Sitwell che canta Façade.

    Ed è tutto vero.

    Le ultime.
    E per comprendere che per inventarsi tutto Arbasino non s’è dovuto inventare niente basta andare a un pub di pesce un venerdì sera con uno stuolo di interior designer con tanto di calendario di nudo – la cucina e la modella di culo, la scala a chiocciola e la modella di poppe, il casolare crollato e la modella in una citazione di Courbet – o andare in cerca di un abito da invitato a un matrimonio di luglio e allora ecco i pois, i bianchi lattei appena meno che virginali e gli spezzati ideali per chi vuole mettere al taschino i gladioli mauve o un fazzolettone di faille nero, collezionando slags della regina Taitù, utilizzando bottoni di blu-johns, ma solo se si hanno gli occhi del delicato cilestrino cangiante nel lilla dell’ortensia e se ci si sa mettere come sfondo del profilo qualcosa di Samuel Palmer, scrivendo post sui di film di Pagnol o di Brass, dicendo ai più: sono il suo groom da tre anni e più, essì; e per chi vuole ascoltare Alban Berg, Jenny Hval, Gnut, Jimmy Gnecco, gli Xiu Xiu, e leggere Büchner e dire bojangles sapendo cosa si sta dicendo, e “viaggi attraverso paesi con stragi’. E lo scrap-book? Blurb II per Giangiacomo. “Non facciamo tanto gli spiritosi, pretendendo che oggi la gente sia incapace di provare passioni, solo perché non ci riusciamo noi.”

    ha scritto il 

  • 4

    Il calembour linguistico-narrativo et citazionistico di Arbasino tutto in un unico e pesantissimo tomo, che infatti ha avuto necessità di essere rimaneggiato tre volte in trent'anni. Solo per stomaci ...continua

    Il calembour linguistico-narrativo et citazionistico di Arbasino tutto in un unico e pesantissimo tomo, che infatti ha avuto necessità di essere rimaneggiato tre volte in trent'anni. Solo per stomaci preparati, anzi preparatissimi à la Ulissedijoyce, per capirsi. Sennò non se ne esce vivi.

    ha scritto il 

  • 0

    Il resto lo trovo naif.

    Sarà la pigrizia, sarà che sono invaso da libri da leggere in casa, oppure mi sarò fatto influenzare dalle recensioni precedenti, sarà quel che sarà, ma dieci pagine di questo libro sono state più che ...continua

    Sarà la pigrizia, sarà che sono invaso da libri da leggere in casa, oppure mi sarò fatto influenzare dalle recensioni precedenti, sarà quel che sarà, ma dieci pagine di questo libro sono state più che sufficienti per richiuderlo e fargli prendere polvere in saecula saeculorum. Si intuisce un linguaggio illuminante, ma non mi interessa, tanto immagino come va a finire. Anzi, da vero cattivone vi faccio un mega-spoiler grosso così:

    https://www.youtube.com/watch?v=8K4TzvqLq34

    ha scritto il 

  • 5

    Il capolavoro e summa dello stile di Alberto Arbasino è stato scritto nel 1963, riveduto nel 1967 e infine nel 1991. L'ultima versione è di circa 1.300 pagine. Alcuni sostengono che la prima sia anche ...continua

    Il capolavoro e summa dello stile di Alberto Arbasino è stato scritto nel 1963, riveduto nel 1967 e infine nel 1991. L'ultima versione è di circa 1.300 pagine. Alcuni sostengono che la prima sia anche la migliore. Il romanzo è stato scritto per la prima volta negli anni del Boom economico, come atto d'amore per alcuni romanzi-saggi totali quali la Recherche, L'uomo senza qualità e il Doktor Faustus.

    I temi principali del romanzo sono quello del viaggio (viaggio libresco, ma anche viaggio in Italia) e quello di formazione, degli anni decisivi di formazione artistica - discorsi di idee che ti cambiano la vita come gli incontri con certe persone o musiche -, stagioni che non ritornano. A questi due grandi temi si sovrappone quello della cena letteraria erudita tra una folla di personaggi intellettuali in corsa frenetica attraverso le capitali del Rinascimento e del Boom e dei Festival.

    La peculiarità del romanzo sta proprio in questo essere un romanzo-conversazione, che è un'estensione del romanzo-saggio, del romanzo di idee. Ci si può aggirare tra le sue pagine come in quei grandi ricevimenti dove si chiacchera di tanti argomenti in molte sale e salotti. La struttura è circolare, cioè la fine del romanzo si aggancia e si identifica col proprio inizio. La storia in se è meno interessante delle cose che capitano, è una formalità o una convenzione, un dovere mondano.

    Fratelli d'Italia è un romanzo squisitamente intellettuale e, si, frivolo, ed è molto divertente, con i suoi pranzi libreschi che trovano precedenti in Petronio e Proust e Musil; le sue "sublimi chiacchere"di temi letterari internazionali intorno a uno spaghetto, la realtà e la vita "montate" in conversazione, e un proprio linguaggio "camp" inventato per la strada e a tavola. Arbasino ha dato alla nostra lingua una "leggerezza" che le mancava.

    ha scritto il 

  • 2

    Una lettura da incubo

    Logorroico. Interminabile. Narcisistico-
    A forza di parodizzare i birignao degli anni Sessanta del Novecento, Arbasino dà vita a una specie di autoparodia.
    A distanza di tanti anni l'opera appare irr ...continua

    Logorroico. Interminabile. Narcisistico-
    A forza di parodizzare i birignao degli anni Sessanta del Novecento, Arbasino dà vita a una specie di autoparodia.
    A distanza di tanti anni l'opera appare irrimediabilmente invecchiata, anzi datata.

    ha scritto il 

  • 4

    Ce l'ho fatta. C'ho messo dei mesi, tanta fatica e finalmente me lo sono levato dalle scatole. Finalmente si, perchè 1370 pagine francamente le ho trovate un tantino eccessive. Il problema è sempre qu ...continua

    Ce l'ho fatta. C'ho messo dei mesi, tanta fatica e finalmente me lo sono levato dalle scatole. Finalmente si, perchè 1370 pagine francamente le ho trovate un tantino eccessive. Il problema è sempre quello: Arbasino putrtoppo NON scrive come parla. Quando parla lo si starebbe ad ascoltare per ore. La sua sublime arte oratoria condita da aneddoti divertenti e mai banali lo rende un personaggio unico, senza pari nel panorama della cultura italiana. Quando scrive, invece, molte (troppe) volte si ritrova a sguazzare nel proprio stile, tra autocompiacimento e sterilità narrativa. Ad onor del vero, devo riconoscere che più di qualche risata me la sono fatta leggendo queste interminabili pagine. Quando vuole, Arbasino sa essere un fine umorista e ci regala dei bei momentini, aneddoti, frasi e aforismi degni di nota. Putrtoppo questo libro mi ha regalato anche tanti sbadigli. Mi astengo dal dare giudizi tecnici, anche perchè non ne sarei in grado. Sicuramente, quando uscì, Fratelli d'Italia fu un libro importante, rivoluzionario e dissacrante, che scardinò le strutture e le convenzioni del romanzo tradizionale in Italia. Oggi però, nel 2014, il peso dei suoi 51 anni si fa sentire tutto.

    ha scritto il