Hooray! You have added the first book to your bookshelf. Check it out now!
Create your own shelf sign up
[−]
  • Search Digit-count Valid ISBN Invalid ISBN Valid Barcode Invalid Barcode

Fuoco fatuo

By Pierre Drieu la Rochelle

(115)

| Others | 9788877105264

Like Fuoco fatuo ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free

Book Description

35 Reviews

Login or Sign Up to write a review
  • 1 person finds this helpful

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/06/20/fuoco-fat… “Aveva incontrato Dorothy troppo tardi. Era la donna bella, buona e ricca di cui avevano bisogno le sue debolezze; ma ormai quelle debolezze erano consumate. Aveva a ...(continue)

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/06/20/fuoco-fat…

    “Aveva incontrato Dorothy troppo tardi. Era la donna bella, buona e ricca di cui avevano bisogno le sue debolezze; ma ormai quelle debolezze erano consumate. Aveva aspettato troppo. Non aveva saputo a tempo debito gettarsi sulle donne e conquistarle quando ancora piaceva loro e ne incontrava di ogni genere, ma aveva mantenuto l’abitudine della sua adolescenza, di attenderle e guardarle da lontano. Fino a venticinque anni, per tutto il tempo che era stato sano e molto bello, aveva avuto solo fugaci infatuazioni, e subito abbandonava la presa, scoraggiato da una parola o da un gesto, temendo di non piacere più o di non riuscire ad amare abbastanza a lungo, tentato dal momentaneo piacere di un’uscita buffonesca, subito seguita, oltre la soglia, da un’inebriante amarezza. E così non aveva nessuna esperienza del cuore delle donne, né del suo, e ancora meno dei corpi”.
    (Pierre Drieu La Rochelle, “Fuoco fatuo”, ed. Se)

    In un percorso a ritroso non programmato, sono giunto alla lettura di “Fuoco fatuo”, romanzo scritto da Pierre Drieu La Rochelle e pubblicato nel 1931, dopo aver già visto il film che Louis Malle girò nel 1963 e aver ascoltato la canzone dei “Massimo volume” ispirata al libro e/o al film. Premesso che i paragoni tra i romanzi e i film a essi ispirati non mi appassionano più di tanto, nel senso una trasposizione cinematografica può piacermi, anche se non rispecchia il contenuto del libro, e non sto lì a cavillare (anche perché non ne ho i mezzi), devo dire, nel caso specifico, che se mi è capitato di rivedermi il film, credo che difficilmente rileggerò il romanzo, non perché mi sia dispiaciuto, ma perché non mi ha entusiasmato o almeno non mi ha colpito lo stomaco come aveva fatto il film all’epoca della visione (ma qui, è ovvio, intervengono questioni personali che in quest’articolo è bene sorvolare).
    Il romanzo, abbastanza breve, fu ispirato dalla tragica fine di uno scrittore amico di Pierre Drieu La Rochelle, cioè Jacques Rigaut, che si suicidò nel novembre del 1929. “Fuoco fatuo” è, infatti, la descrizione quasi clinica degli ultimi giorni di Alain, un trentenne che rifiuta la società di cui pure è un prodotto, preda della droga ma soprattutto d’intossicazioni letali di altro tipo, che gli rendono ormai impossibile mascherare il suo disagio. All’inizio del romanzo lo troviamo in una camera d’albergo di Parigi, in compagnia di un’amante occasione, che presto lo lascerà, aggiungendo un’altra assenza a quella di Lydia, la moglie di Alain, che vive a New York e non pare per nulla intenzionata a tornare dall’uomo. Alain, in un ennesimo e disperato tentativo di sciogliersi dal vincolo delle sostanze, è ospite di una casa di salute dove un dottore cura i nervi dei suoi pazienti, forse per non doversi occupare dei suoi. La stanza di Alain è piena di oggetti, appigli ai quali Alain si aggrappa per sentire la presa su qualcosa, visto che su qualcuno non gli riesce. Nonostante sia di bella presenza e ammirato dalle donne, Alain sente, per l’appunto, di non avere presa sulle stesse, nemmeno su sua moglie, percepisce il distacco incolmabile che vi è tra lui e l’universo femminile, che poi non è altro che un aspetto del suo più generale disincanto verso l’intera esistenza. L’atteggiamento di Alain è un’arida ironia che lo porta a disprezzare e svalutare qualsiasi idea filosofica, artistica, politica o morale.
    Il denaro è un’altra componente fondamentale dell’angoscia che attanaglia l’uomo. Non è in miseria, ha sempre un po’ di denaro con sé, ma il più delle volte si tratta di denaro altrui, preso a prestito, e i suoi rapporti con le donne sono molto condizionati dal denaro stesso. Alain sente di essere una bellezza in dissoluzione, non ha la forza per uscire dalla sua eterna adolescenza ed entrare, così come hanno fatto molti suoi amici, in una maturità che almeno possa donargli un’apparente serenità, come quella che egli scorge sul volto del suo miglior amico, impotente anch’egli nel consolarlo. La solitudine di Alain è devastante, a nulla servono i tentativi di combatterla, visitando luoghi e persone che, invece di aiutarlo, lo abbattono ancora di più, ipocriti come sono di fronte a lui e tra di loro.
    Il romanzo, come si sarà evinto dalle mie parole, non è per niente allegro; nella prima parte l’autore mi è parso efficace nel descriverci lo stato d’animo del protagonista, con un linguaggio asettico, senza fronzoli o abbellimento poetici; nella seconda parte, invece, mi ha convinto di meno, e paradossalmente l’avvicinarsi alla fine di Alain mi è parsa meno intensa rispetto all’inizio. Lasciando a voi l’eventuale confronto tra film e libro, chiudo affermando che “Fuoco fatuo”, nella versione romanzesca, mi è piaciuto ma non ha certo superato la soglia immaginaria (e fluttuante nel tempo) che separa una “buona” lettura da un capolavoro.

    Is this helpful?

    Sisifo77 (Antonio Di Leta) said on Jun 20, 2014 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    "La vita non è abbastanza veloce in me, allora io l'aggiusto, l'accellero..."

    Il guaio è che troppo facilmente si tende a fare della mediocrità una malattia alla quale non ci si vuole rassegnare; se solo si imparasse a vivere senza dilatare e appesantire ogni secondo con il pensiero paralizzante di una piccolezza esistenziale ...(continue)

    Il guaio è che troppo facilmente si tende a fare della mediocrità una malattia alla quale non ci si vuole rassegnare; se solo si imparasse a vivere senza dilatare e appesantire ogni secondo con il pensiero paralizzante di una piccolezza esistenziale senza conforto né redenzione, se solo di risparmiasse l'energia vitale, invece che disperderla nei vani tentativi di debellarla, questa malattia mortale, allora forse si potrebbe imparare a vivere, se non proprio bene, almeno in pace. Chi non vi riesce, come il protagonista di Fuoco fatuo (e con lui il suo autore, ed, in fondo, tutta una generazione smarrita, esiliata in un cielo di vuoti ideali, di belle speranze tradite), è destinato a diventare inconsolabile quanto un bambino tradito perché, al posto della dolcezza promessa, si è trovato davanti soltanto rifiuti.
    Agli abbandonati non resta allora che cercare momentaneo rifugio in una filosofia estetizzante e sterile, in una speculazione pura, intossicata ed intossicante, che non racconta né risolve la vita, e che mal si sposa (ulteriore, ridicola contraddizione) con l'autentica disperazione. E' in questo modo che si salvano, quando altro non si riesce a salvare, almeno le apparenze; è così che ci si convince, mentre si convincono ed ingannano gli altri, d'aver riflettuto e pensato, d'aver tentato di trovare soluzioni alternative, meno estreme, ma forse più dolorose, della morte, per tornare alla vita. Ma soluzioni non ce ne sono per chi rifiuta di vederle, per chi s'accorge di non aver nulla da rimpiangere (nemmeno la giovinezza), dal momento che nulla ha perduto, all'infuori di qualche inutile, dannosa menzogna.
    C'è qualcosa di inaccettabile, di orribile, nell'idea della morte come unico atto in grado di mettere un uomo in comunicazione con gli altri, di annullare le distanze (ma si tratta, anche in questo caso, di un'idea falsa, dell'ultima, estrema bugia, poiché nessuno capisce, men che meno i medici, che gli abissi li spiano da lontano, e che si salvano trincerandosi dietro muri di superficialità e di bonomia).
    C'è qualcosa di pericoloso nel modo in cui Pierre Drieu la Rochelle imposta il discorso, nel suo rassegnato, cinico, opaco abbandono: il fatto è rappresentato, non spiegato; nudo, mostra impudicamente se stesso, non riuscendo comunque ad apparire genuino.
    La sterilità di un discorso inutilmente estetizzante, fatto di parole che paiono roboanti scheletri pieni soltanto di assordanti echi, si allenta e umanizza soltanto nel viso gonfio e stanco di Ronet, nei suoi capelli spettinati, negli occhi lucidi di lacrime dure che non sgorgano e non sgorgheranno mai, nei sorrisi cauti e tristi (ma il film di Malle, se escludiamo l'interpretazione di Ronet, mi è piaciuto poco).
    La fine del romanzo somiglia incredibilmente all'epilogo de La fine di Chéri.

    https://www.youtube.com/watch?v=dp3HlkBK-xQ

    Is this helpful?

    alice said on Jul 26, 2013 | 4 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    Il 5 novembre 1929 lo scrittore surrealista Jaques Rigaut si tolse la vita. "Fuoco fatuo", pubblicato nel'31 è il ricordo, la testimonianza, di quella tragica fine.
    Il protagonista del romanzo è Alain, trentenne dall'animo ormai stanco e sempre più p ...(continue)

    Il 5 novembre 1929 lo scrittore surrealista Jaques Rigaut si tolse la vita. "Fuoco fatuo", pubblicato nel'31 è il ricordo, la testimonianza, di quella tragica fine.
    Il protagonista del romanzo è Alain, trentenne dall'animo ormai stanco e sempre più passivo: in lui l'incapacità di relazionarsi con il mondo è il primo atto di altre nevrosi regressive che lo porteranno a non credere più nell'amore, a non riuscire ad imporsi nella vita a non fare progetti per il futuro perché per lui non esiste futuro.
    La droga di cui fa uso non è quindi il male maggiore ma una semplice conseguenza del vuoto cosmico del suo mondo. Vuote le parole e le premure degli altri, vuoti i luoghi come la clinica, il bar, i salotti bene e la città intera. Ogni cosa prende appunto le sembianze di un contenitore vuoto riempito semmai da esistenze molto simili alla sua ma forse ancora ignare della loro mediocri vite,o forse consapevoli ma incapaci di cambiare
    accettano il ruolo di ogni giorno che la vita gli ha assegnato.
    E' una sfilata degna dei migliori quadri di Hopper quella che descrive D.La Rochelle:fantocci dai pensieri ridondanti dove comunque è l'apparenza che la fa da padrona...dame dalle risate quasi cattive, nella loro infelice simulata frustrazione...e tutti attaccati alla vita, in quel modo morboso che solo l'egoismo e la falsità tengono in piedi le impalcature esistenziali di questa sterile società. Lo scrittore torna ad Alain, diventa qui l'osservatore implacabile degli ultimi suoi giorni:ancora giovane, con degli amici-non amici con un amore impossibile d'amare perché Alain non ama niente e nessuno, nemmeno se stesso: la speranza di un sentimento concreto è forse
    Solange, una donna che forse le dà un centimetro di luce in una coscienza ormai spenta, in due parole una ragione per continuare a vivere...ma il suo rifiuto sarà la sua condanna ad una scelta inevitabile, il suicidio. Con uno stile descrittivo magistrale tra osservazioni quasi asettiche e parti di alta sensibile compassione Drue ci porta in altri sentieri stilistici fino
    ai dialoghi "plumbei" di Alain, un uomo ormai disfatto, dove i suoi passi nella metropoli vanno paralleli ai suoi pensieri, a ciò che vede e in qualche modo gli è ormai lontano anni luce...decidendo di non "cercare" in un mondo degradato e privo di valori "eroici" il nostro decide invece il gesto estremo, individuale e definitivo...l'unico gesto possibile per
    staccarsi dall'irreale quotidianità e per "sentire", finalmente, le cose, come quel cuore, dilaniato da una pallottola, o come quella vita che, se pur incognito sarà l'altrove, sente di averla e forse capirla ed amarla. Nel gesto estremo quindi Drieu la Rochelle trova il puro sentimento che per una vita gli avevano nascosto. L'autore infatti scrivendo con grande spessore emotivo
    della morte gloriosa del suo amico Rigaut, ci porta nei meandri del suo credo, del suo interiore; La Rochelle è un uomo del suo tempo...di quelli che poi hanno sfiorato il mito per il loro ardire, per le loro posizioni politiche estreme e contraddittorie, per le loro gesta arrivate anche fino alla morte di propria mano come nel 1945, ha fatto lui.
    Ritroviamo lo stesso animo tormentato in Céline, Pound, Junger, Malraux, lo stesso ribellismo in Viani, Majakovskij, Modigliani, Sironi, Carrà, Mishima, Ugo Spirito, Malaparte ecc.
    Tornando all'opera, segue "Fuoco fatuo" un testo ritrovato postumo tra le carte di Drieu dal titolo "Addio a Gonzague": la si può ritenere la chiave di lettura "segreta" che con poche pagine dallo stile diretto e impulsivo riesce anche a rendere più chiara la lettura di "Fuoco fatuo". Sono pagine di rara bellezza e intensità, dove la morte dell'amico Rigaut, nonostante il culto della "bella morte" appare sia nella sua realistica vicenda, sia con qualche velato rimpianto, la perdita di un caro amico. "Non avevi che da scegliere tra il fango e la morte. Morire è ciò che potevi fare di più bello, di più forte, di più". l'impressione meditata che può dare questo romanzo è innanzi tutto questo affresco di un epoca tormentata ma nel suo essere autenticamente fiera è la vita del protagonista, uomo in rivolta alla ricerca dell'humus eroico e autore del gesto estremo che lo riunirà alla sua essenza, alla sua vita e forse alla sua altra ipotetica epoca. Gli ingredienti della parabola politico/esistenziale di Drieu de La Rochelle furono un modello, un ideologia che dai filosofi del nulla arrivò fino alla fine degli anni'40 a figure intellettuali contraddittorie, slegate ad ogni dogma e forse per questo prese di mira. Certo meriterebbero uno studio più adeguato, al di là di scelte politiche o di vita che dovrebbero rimanere nella sfera privata di ogni individuo.

    Is this helpful?

    LucBon71(de una Luna o una sangre o un beso al cabo) said on Jul 9, 2013 | 4 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Quando la morte accende più della vita.

    Ispirato all'autore dalla vita e dalla morte dell'amico e scrittore surrealista Jacques Rigaut, questo libro racconta con seducente morbosita il precipitarsi di Alain verso la fine lungo un giorno ed una notte. Con mirabile contemporaneità, Drieu La ...(continue)

    Ispirato all'autore dalla vita e dalla morte dell'amico e scrittore surrealista Jacques Rigaut, questo libro racconta con seducente morbosita il precipitarsi di Alain verso la fine lungo un giorno ed una notte. Con mirabile contemporaneità, Drieu La Rochelle traccia un ritratto spietato e realistico della borghesia francese dopo la Prima Guerra Mondiale e durante la crisi non solo economica ma anche dei valori, dei ruoli e delle opportunità che il 1929 segnerà inevitabilmente. Regalandoci il ritratto di un uomo vivo per tutti coloro che lo incontrano tranne che per se stesso, il cui più grande desiderio è somigliare a ciò che immagina essere ormai diventato: una cosa morta, incapace di dare e ricevere amore. Per caso, per scelta e per vizio.

    In questo volume è presente, inoltre, "Addio a Gonzague" che narra una vicenda simile ma da angolazione totalmente diversa: probabilmente la stessa che ha poi spinto l'autore al suicidio.

    Is this helpful?

    Antinoo said on Jul 5, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Leggendo le altre recensioni mi viene il sospetto di essere una lettrice troppo poco raffinata per questo genere di narrativa.
    Un libro lento, che parla dei drogati come se fossero tutti degli esistenzialisti eruditi che passano il tempo in discreti ...(continue)

    Leggendo le altre recensioni mi viene il sospetto di essere una lettrice troppo poco raffinata per questo genere di narrativa.
    Un libro lento, che parla dei drogati come se fossero tutti degli esistenzialisti eruditi che passano il tempo in discreti salottini a discorrere del senso della vita.
    Un libro irreale e poco sincero, che fa sentire troppo quanto troppo è datato: io capisco che la concezione della droga e l'uso che se ne fa siano cambiati radicalmente negli ultimi 20 anni e che magari il libro non risulti più credibile per questo motivo, ma anche la realtà di dostoevskij era assai diversa da quella contemporanea, eppure è riuscito a descrivere con un vigore tuttora convincente le bassezza e la miseria dell'uomo.

    Certo non manca di spunti di riflessione, (anzi sul finire mi sono trovata ad immedesimarmi nell'aspirante suicida, troppo egocentrico ed asservito a se stesso per generare affetto negli altri, troppo pigro e idealista per raggiungere mai qualcosa di concreto) ma quelli che ci sono sono ripetuti all'infinito con minime variazioni, allargati forse un poco via via ma comunque, e per questo, petulanti e poco approfonditi.

    Il protagonista è irritante e fa venire il sospetto che tutto lo spleen nasca da una certa impossibilità alla figa; i dialoghi sono parentesi superflue in cui uno dice quadri e l'altro risponde picche e i personaggi di contorno hanno talmente poco carattere e incisività che è difficile immaginarseli come reali.

    Forse sono troppo assuefatta alla violenza e alla velocità, questo decisamente non fa per me.

    Is this helpful?

    Alice said on May 29, 2013 | Add your feedback

  • 16 people find this helpful

    La Vita: (Dis)istruzioni per l'uso.

    Alain, il protagonista di questa vicenda, ha deciso che l'unica altra soluzione rimastagli è la morte. Incapace di dare un senso alla propria esistenza, incapace di vivere assieme agli altri, ma solo con altri, incapace di amare e di essere amato, in ...(continue)

    Alain, il protagonista di questa vicenda, ha deciso che l'unica altra soluzione rimastagli è la morte. Incapace di dare un senso alla propria esistenza, incapace di vivere assieme agli altri, ma solo con altri, incapace di amare e di essere amato, incapace di smettere di drogarsi, incapace di prendere delle decisioni, decide, alla fine di una lunga notte, che il suicidio è l'unica soluzione rimastagli prima di consumarsi.
    Cadere.
    Decadere.
    «Non provo angosce. Sono in una angoscia perenne. »(pag.31)
    Drieu La Rochelle ci racconta le ultime manciate di ore della vita di Alain con una calma asciutta, accompagnandolo in una carrellata di personaggi con i quali intrattiene rapporti vaghi, inconsistenti, sempre più convinto che l'abisso sia già presente, sia inevitabile «Con o senza droga, un essere che abbia una vera sensibilità si tiene sul limite fra la morte e la follia.»(pag.86). Espressione di un'epoca e di una generazione di europei abbandonati nella terra di mezzo fra le due guerre mondiali, §Fuoco fatuo§ quando uscì, nel 1931, doveva avere una forza che oggi, inevitabilmente, non ha più; di sicuro avrà impressionato i contemporanei, suscitando scandalo e indignazione (sicuramente ci sarà stato un Karl De Jouvanard* che l'avrà messo all'indice dei libri che corrompono le sane menti giovanili), ma oggi appare più, almeno a mio parere, come la lucida fotografia di un momento che possiamo sovrapporre al nostro presente, senza però che ci fornisca nessuna chiave interpretativa nuova. «I drogati sono i mistici di un'epoca materialistica che, non avendo più la forza di animare le cose e di sublimarle in simbolo, operano su di esse un procedimento inverso di riduzione e le consumano e le logorano fino a raggiungere in esse il nucleo di nulla.(pag.63)»

    ___
    * Karl August Jean-Baptiste De Jouvanard (Gothéneuf 1890 – Beville-sur-Stiânne 1945) politico e pensatore francese. Nato da umili origini rimase orfano molto piccolo. Fu adottato dal Conte Félix Moustache De Jouvanard giusto un anno prima che il nobile perdesse tutte le sue fortune al gioco d'azzardo. Tuttavia il piccolo Karl ricevette un'educazione classica e religiosa nel monastero di Saint Clémmarcioux presso i frati fistofolescenti. Affascinato dalle divise e dalle armi, De Jouvanard abbandonò la carriera ecclesiastica alla quale sembrava destinato a favore della politica e della Gendarmerie. Iniziò a scrivere pamphlet e piccoli drammi di ambientazione militare dal tono molto patriottico, sciovinista e conservatorista riscuotendo un modesto successo. Nel 1913 si presentò alle elezioni con un suo partito, I Cavalieri della Croce Scudata di San Pomizio con un programma estremamente reazionario e basato su un cattolicesimo ottuso e chiuso ad ogni aspetto secolare. Nel 1914, allo scoppio della Grande Guerra, partì volontario, ma sfortunatamente non restò ucciso al fronte. La perdita di una gamba lo rispedì a casa dove riprese, con maggiore vigore, la sua opera di pensatore e politico. Negli anni '20 e '30 fu uno dei punti di riferimento del conservatorismo francese più intransigente . Dalle pagine del suo quotidiano “Le Petite Jouvanard” si scagliava contro tutto: i capelli troppo lunghi o troppo corti, le gonne e le scarpe coi tacchi, la pornografia e gli ebrei, i pneumatici e la droga, l'omosessualità e il pollo alla griglia, la Repubblica e la pasta dentifricia. Quando i tedeschi invasero la Francia, De Jouvanard divenne un collaborazionista e si trasferì a Vichy dove su messo a dirigere “Le Petite Adolf”, il giornale della gioventù francese. Fervente antisemita, fece deportare migliaia di persone nei campi di concentramento nazisti. Fu giustiziato nel maggio del 1945 da un gruppo di partigiani mentre cercava di fuggire in Spagna. Ultimamente il suo nome, caduto fortunatamente nel dimenticatoio, è stato ricordato perché un suo libro, “Confessioni di un pestatore di noci” è stato ritrovato nella collezione privata di Bin Laden assieme al mensile porno “Sotto il burqa, Abdul balla la turca”.

    Is this helpful?

    Roberten73 said on Apr 10, 2013 | 11 feedbacks

Book Details

  • Rating:
    (115)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
    • 1 star
  • Others 128 Pages
  • ISBN-10: 8877105267
  • ISBN-13: 9788877105264
  • Publisher: SE
  • Publish date: 2002-01-01
  • Also available as: Paperback , Hardcover
Improve_data of this book

Groups with this in collection

Margin notes of this book