Furore

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 35

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

4.5
(4762)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 415 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Spagnolo , Tedesco , Svedese , Portoghese , Olandese , Norvegese , Turco , Ceco

Isbn-10: 848130512X | Isbn-13: 9788481305128 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Carlo Coardi

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
Pubblicato nel 1939,-Furore- è subito divenuto il romanzo simbolo della Grande Depressione americana.
Nell'odissea della famiglia Joad,in penosa marcia,come migliaia e migliaia di americani,è ripercorsa la storia delle grandi,disperate migrazioni interne,lungo la Highway 66, verso lo sfruttamento,la miseria,la fame: un quadro potente e amaro di una dura Terra promessa dove la manodopera era sfruttata e mal pagata,dove ciascuno portava con sè la propria miseria "come un marchio di infamia".
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  • 4

    Un grande romanzo del Novecento

    Tradotto in Italia prestissimo – nel 1939, addirittura in piena era fascista – e trasposto quasi subito sullo schermo da John Ford – nel 1940 – "Furore" entra immediatamente nella letteratura american ...continua

    Tradotto in Italia prestissimo – nel 1939, addirittura in piena era fascista – e trasposto quasi subito sullo schermo da John Ford – nel 1940 – "Furore" entra immediatamente nella letteratura americana come un classico, cioè un’opera “incortournable” se si vuole capire un’epoca, un grande tema, una civiltà.
    La vicenda della famiglia Joad vale più di tanti discorsi sugli anni della Grande Depressione, dell’impoverimento delle masse contadine nelle campagne americane, dei conflitti sociali creati dal sistema capitalistico. Di sorprendente attualità sono poi le pagine dedicate agli scontri tra poveri, o meglio delle popolazioni stanziali contro le migrazioni di massa. Ciò che si diceva degli Oakies, cioè degli emigrati dall’Oakland in California, ricorda in modo impressionante quanto si lamenta e si paventa oggi dei migranti dal Terzo Mondo – per non parlare degli emigrati dal Sud d’Italia dal dopoguerra agli anni Sessanta del Novecento.
    Quel che regge ancora è l’approccio narrativo di Steinbeck capace di superare il tradizionale punto di vista del narratore onnisciente e talora calandosi nel punto di vista dei suoi personaggi – soprattutto quelli minori promossi perciò a narratori del loro pezzo di storia. Alla parte "on the road", che ricostruisce il drammatico viaggio verso la “terra promessa” della famiglia Joad, succede quella ambientata in California. Grandi scene, certamente, a cominciare dal toccante epilogo. Ma tutto il libro è una lettura dal quale emerge tuttora l’epopea degli ultimi della terra, pur se non vinti come invece li considerava Verga.

    ha scritto il 

  • 5

    The grapes of wrath

    Iniziamo dal titolo.
    Quello italiano non è affatto male e bisogna darne merito a Bompiani per la felice intuizione.
    Ma il titolo in lingua originale è... tutto! "The grasse of wrath", ovvero "I grappo ...continua

    Iniziamo dal titolo.
    Quello italiano non è affatto male e bisogna darne merito a Bompiani per la felice intuizione.
    Ma il titolo in lingua originale è... tutto! "The grasse of wrath", ovvero "I grappoli d'ira". Sintesi perfetta, poetica e potente, di un libro altrettanto poetico e potente.
    Venendo al romanzo.
    Una sola parola mi viene per descriverlo: meraviglioso.
    Narra la straordinaria epopea della famiglia di Tom Joad (sì, quello di Bruce Springsteen: "The gosth of Tom Joad" e di altre celebri citazioni) che, sfrattati dalle proprie terra, si recano a Ovest, in California, alla ricerca disperata di lavoro. Lavoro che c'è, dappertutto, ma che non trovano perché i proprietari terrieri e i commercianti e gli abitanti di quei posti hanno inviso gli stranieri, gli emigranti, che chiamano con il dispregiativo Okie, e devono tenere basso il costo del lavoro, prendendo per fame chi quel lavoro lo cerca disperatamente. In California ne arrivano a centinaia di migliaia, molti di più di quelli che servirebbero, ma in questo modo il costo delle loro fatiche cala, si fanno la guerra tra di loro per un pezzo di pane. Una guerra tra poveri, che li porta alla disperata ricerca di una porzione di felicità che, nella maggior parte dei casi, è solo elemosinare un tozzo di pane per i propri bambini.
    Un romanzo epico, come è stato detto da più parti. Mitico, con descrizioni che, a tratti, sono pura poesia, e che si alternano con le vicende di una famiglia disperata che è il simbolo di un'intera generazione, di un'intera epoca, quella della Grande Depressione.
    Un romanzo disperato. Di una disperazione disperante. Ma che cova dentro di sé il germe furente della rivoluzione.

    ha scritto il 

  • 0

    Cosa dire, che altro aggiungere, a ciò che è già stato detto su "Furore"?

    C'è poco da sottolineare, in effetti, specie quando si parla di un capolavoro immortale come questo, al quale uno potrebbe cam ...continua

    Cosa dire, che altro aggiungere, a ciò che è già stato detto su "Furore"?

    C'è poco da sottolineare, in effetti, specie quando si parla di un capolavoro immortale come questo, al quale uno potrebbe cambiare nomi e luoghi e far finta che sia stato scritto l'altro ieri, anziché quasi ottant'anni fa. E questo non solo per gli argomenti trattati, ma anche per lo stile, la freschezza delle descrizioni e dei dialoghi, per la potente poesia di certe immagini, su tutte quella finale; per la mancanza assoluta di pietismo o di retorica facile, fine a se stessa, nella quale sarebbe fin troppo facile cadere, visto il contesto.

    Come nel più breve ma non meno bello e incisivo "Uomini e topi", l'odissea degli ultimi si compie all'insegna della miseria, della rincorsa al lavoro, alla ricerca di una stabilità che, non appena arriva, subito si ribalta: per qualche scherzo del destino, per un non calcolato errore o, più semplicemente, perché è così che a famiglie come quella dei Joad vanno le cose.

    Un plauso va fatto anche alla recente ri-traduzione di Sergio Claudio Perroni, che restituisce al lettore italiano il testo integrale, reintegrando le parti tagliate dalla censura fascista, nonché dando nuova linfa e fluidità a una lingua che nella precedente versione risultava purtroppo invecchiata e appesantita, oltre che mutila.
    Avevo anche provato, anni fa, a cominciare la lettura con la vecchia edizione. Abbandonai nel giro di una cinquantina di pagine e, a questo punto, penso che la traduzione abbia avuto le sue colpe; poi venni a sapere dei tagli, e va be'.

    Ad ogni modo, un tassello fondamentale della letteratura novecentesca, non solo a stelle e strisce; da leggere anche se si è distanti da un certo tipo di immaginario, anche se gli americani prediletti sono altri, come nel mio caso.
    Non posso però esimermi dal riconoscere a Steinbeck la statura del gigante: e ci mancherebbe altro.

    https://www.youtube.com/watch?v=qi0kWe2ixzU

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    “Abbiamo perso la nostra terra”. Ecco dov’è il pericolo, perché due uomini non sono soli e confusi quanto può esserlo uno. E da questo primo “noi” nasce una cosa ancor più pericolosa (…)”

    ♫ ♬ ♪ ♩ Colonna sonora ♫ ♬ ♪ ♩
    Chicken Reel ► http://www.youtube.com/watch?v=Mk-IwoNr2w4
    The streets of Laredo ► http://www.youtube.com/watch?v=L14UKBjC5Is
    Down home blues ► http://www.youtube.com ...continua

    ♫ ♬ ♪ ♩ Colonna sonora ♫ ♬ ♪ ♩
    Chicken Reel ► http://www.youtube.com/watch?v=Mk-IwoNr2w4
    The streets of Laredo ► http://www.youtube.com/watch?v=L14UKBjC5Is
    Down home blues ► http://www.youtube.com/watch?v=kPfwGXcT7QY

    “Sulle strade percorse dai carri, lì dove le ruote macinavano il suolo e gli zoccoli dei cavalli lo percuotevano, la crosta di terra si frantumava in polvere. Qualunque cosa si muovesse sollevava in aria la polvere: il passo degli uomini la faceva salire fin quasi alla cintola, i carri ne alzavano strati fin sopra le sponde, le automobili lasciavano vortici di polvere dietro di sé. Passava molto tempo prima che la polvere tornasse a depositarsi.”
    E’ il “dust bowl”, la tempesta di polvere che tra il 1931 ed il 1939 flagella gli stati centrali del Nord America. Se la natura agì tramite il forte vento fu comunque la mano dell’uomo quella che causa il disastro. Il sommarsi di uno sfruttamento intensivo della terra fece in modo che la siccità rendesse tutto polvere e fu la rovina per centinaia di agricoltori. Texas, Kansas ma soprattutto Oklahoma furono gli stati più colpiti. Nel corso degli anni le Banche s’impossessarono dei terreni: le famiglie da proprietarie diventano mezzadre finché non saranno più considerate un utile profitto e verranno soppiantate dai trattori.

    “In viaggio per la California o chissà dove, ognuno di noi tamburino di una parata di sofferenze, in marcia con la nostra amarezza. E un giorno… un giorno gli eserciti dell’amarezza andranno tutti nella stessa direzione. E marceranno tutti insieme, e spargeranno un terrore di morte.”

    Questo fu per lo più lo scenario in cui si compì il grande esodo che (soprattutto dall’Oklahoma) portò sulla Route 66 almeno 250.000 persone dirette dal miraggio di una California che li avrebbe accolti per ricominciare una nuova vita.

    Come una macchina da presa che estende l’inquadratura e poi zooma s’un particolare, Steinbeck alterna capitoli che descrivono uomini e donne con la loro disperazione, per poi concentrarsi s’una particolare famiglia, protagonista della storia: i Joad che partiranno in tredici e ne resteranno meno che la metà…
    Partiranno con l’idea che nella calda California basterà allungare una mano per mangiare dolce frutta fresca ma scopriranno che il raccolto a disposizione è fatto di disprezzo. Saranno chiamati «Okie» per quell’abitudine che attraversa la Storia di denigrare a difesa delle proprie fobie;
    ” Perdio, e ancora non v’hanno mai chiamati ‘Okie’!”
    Tom disse: “Okie? Che roba è?”.
    “Prima Okie voleva dire che venivi dall’Oklahoma. Ora vuole dire che sei un lurido figlio di puttana, che sei lo schifo dell’umanità. Di suo non vuole dire niente, è il modo come lo dicono…”

    “‘Due sono meglio di uno, perché le loro fatiche trovano il giusto compenso. Se due cadono, uno aiuta l’altro a alzarsi. Ma sventura per chi è da solo, perché non ha nessuno per rialzarlo…”

    Partiranno con la convinzione che la forza sta nella famiglia ma sarà la consapevolezza che l’unione con altri esseri umani è ciò che li farà sopravvivere.

    Leggi con compassione per l’indigenza e i morsi della fame che s’ingannano con sottili stratagemmi.
    Assisti allo scenario di quell’algida ingiustizia che il potente compie da sempre in nome del dio Profitto e non puoi fare a meno di sentire la stessa rabbia.
    Altro che arance e pesche fresche della California: è la collera quella che si può facilmente raccogliere. Non a caso il titolo originale è “Grapes of wrath”, grappoli d’ira, di rabbia:
    ” Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia.”

    Riflessioni…
    Travolgente lettura. Di quelle che ti chiedi stupita: «Perché ho aspettato tanto?».
    Una soddisfazione completa: la scrittura, la struttura, il contenuto. Per quanto compia vagabondaggi nel mio leggere il mio centro è dove si parla del sociale e della Storia.
    Sono rimasta stupita, tra l’altro, dal riconoscimento che Steinbeck fa nei riguardi della figura femminile riconoscendone la profonda forza psicologica e morale capace di assumersi la guida del gruppo confuso dalla disperazione. Il personaggio di Ma’ è l’emblema di questa forza. Non sappiamo il suo nome perché si definisce nel suo ruolo soprattutto di madre. Un incarico, tuttavia, che non la confina in una serie di doveri tramandati. Al contrario, Steinbeck – precorrendo i tempi-dipinge un’immagine di donna/madre che è anomala in una società rurale:
    ” Sembrava conoscere, accettare, gradire il suo ruolo di cittadella della famiglia, di roccaforte inespugnabile. E poiché il vecchio Tom e i figli non potevano conoscere sofferenza o paura se lei non denunciava sofferenza e paura, aveva imparato a rinchiudere l’una e l’altra dentro se stessa. E poiché, quando succedeva qualcosa di lieto, loro la guardavano per vedere se in lei ci fosse gioia, si era abituata a trarre motivo di riso da faccende che non ne avevano. Ma meglio della gioia era l’equilibrio. Il senso della misura dà affidamento. E il grande e umile ruolo di Ma’ in seno alla famiglia le aveva conferito dignità e una nitida, equilibrata bellezza. Il suo ruolo di risanatrice aveva dato alle sue mani sicurezza, nerbo, sapienza; il ruolo di arbitro l’aveva resa remota e infallibile come una dea. Sembrava sapere che se lei avesse vacillato, l’intera famiglia avrebbe tremato, e che se un giorno si fosse trovata a cedere o a disperare davvero, l’intera famiglia sarebbe crollata, avrebbe smarrito ogni volontà di funzionare.”

    ha scritto il 

  • 5

    “Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti... dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è un ...continua

    “Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti... dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. (...) Sarò negli urli di quelli che si ribellano... e sarò nelle risate dei bambini quando hanno fame e sanno che la minestra è pronta. E quando la nostra gente mangerà le cose che ha coltivato e vivrà nelle case che ha costruito... be’, io sarò lì”. Ciò detto, quando il libro non è ancora finito, Tom Joad esce di scena. Come in un’ascensione laica, i suoi contorni si sfumano e la sua figura evapora al nostro sguardo finché non ci sembrerà di intravederla ancora, muta ma interrogante, su un barcone alla deriva nel Mediterraneo o in una carovana in fuga da Aleppo (anche se non disdegna di transitare a Stoccolma, dove di tanto in tanto gli rinnovano un Nobel per interposta persona: in questo gli Accademici di Svezia hanno del metodo). Questo gran colpo di teatro è uno dei tanti modi attraverso cui il cronista Steinbeck modella la realtà di cui ha avuto testimonianza diretta e di cui fornisce anche una lucidissima interpretazione socio-economica, quella delle migrazioni di massa dei contadini durante la Grande Depressione, in modo da trasformarla in una parabola universale, che fornisce chiavi di lettura spendibili anche nel tempo presente. Perché c’è così tanta America, qui, con tutti i suoi miti fondativi (dalla Route 66 alla corsa verso la California), quasi in un controcanto “di terra” a quell’altro grande romanzo americano “di mare” che è Moby Dick (così simili, i due – entrambi apocrifi moderni della Bibbia), eppure, pagina dopo pagina, leggi sì nomi come Hooverville o Lawrenceville ma nella tua testa traduci sempre più spesso con Rosarno o Gorino. “La lingua è la stessa, sì, ma loro sono diversi. Guarda come vivono. Pensi che uno di noi vivrebbe in quel modo? Manco morto!”. “Gli sceriffi assoldarono altri vicesceriffi e ordinarono altri fucili; e la gente comoda nelle case asciutte provò dapprima compassione, poi disgusto, infine odio per la gente affamata”. “Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. No, pigliate me, ho fame. Lavoro per quindici centesimi. Lavoro per qualcosa da mangiare. Pigliate me. Lavoro per un pezzetto di carne. Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere”. E si potrebbe andare avanti, fino all’insostenibile descrizione della distruzione della frutta nelle piantagioni sotto lo sguardo basito di gente affamata che si accontenterebbe di arance marce, perché troppa produzione non genera profitto. “Quando uno ha un tiro di cavalli, non si mette a fare l’inferno se gli deve dare da mangiare pure quando non lavorano. Ma se invece ha degli uomini, non gliene frega un accidenti. É come se i cavalli sono più importanti degli uomini. Non lo capisco”. Furore è un bagno ristoratore di pietà, e già solo per questo – in un tempo avvelenato quale il nostro – fa bene al cuore. Ma non si limita a gridare contro il cielo: qualche nome e cognome lo fa, una bella grattata alla retorica razzista la dà, certi puntini li unisce – e per questo fa bene anche al cervello. (Ps: ovviamente Furore non lo scopro certo io, che semmai sono in ritardo di anni. Però questa traduzione è la prima versione davvero integrale uscita in Italia, per cui anche chi l’avesse già letto potrebbe farci un pensierino).

    ha scritto il 

  • 5

    Io questi personaggi me li porterò sempre con me.
    Per un po’ di giorni ho viaggiato anch’io sul camion sgangherato della famiglia Joad, ho percepito il caldo, la fame, la fatica, la rabbia ma anche il ...continua

    Io questi personaggi me li porterò sempre con me.
    Per un po’ di giorni ho viaggiato anch’io sul camion sgangherato della famiglia Joad, ho percepito il caldo, la fame, la fatica, la rabbia ma anche il coraggio, la forza, la speranza, la dignità di chi non ha più niente se non l’amore e il legame che li unisce.
    Questo libro è stato scritto nel 1939 ma è terribilmente attuale.
    Stupendo.
    Leggetelo se non l’avete ancora fatto.
    https://www.youtube.com/watch?v=ptWE8DAVl5E

    ha scritto il 

  • 5

    Un profondo senso di amore

    In tempi di instant books e prosa colloquiale fatta di slang e crudezze, presentati come fossero la nuova unica via per l'arte della narrazione di questo mondo difficile, ritrovarsi tra le mani un lib ...continua

    In tempi di instant books e prosa colloquiale fatta di slang e crudezze, presentati come fossero la nuova unica via per l'arte della narrazione di questo mondo difficile, ritrovarsi tra le mani un libro come 'Furore' ha la forza e porta la gioia della luce che spazza le tenebre millenarie. E ti lascia una sensazione intensa di amore.

    Per primo, l'amore per la scrittura bella, quella che misura le parole e le sceglie ancora e ancora, quelle che occorrono per ricreare il senso, il sentimento, le cose non dette eppure presenti. L'amore e il rispetto per il proprio ruolo di narratore, di comunicatore modesto (nel senso di invisibile), eppure completo e intenso.

    Poi l'amore e lo stupore per il dettaglio curato delle attività umane, quei mille gesti di una perizia e saggezza antica, e per i sentimenti ancestrali che li rendono vivi. E l'amore per la natura che, intorno a noi, è presente e vive sorprendente e complessa, variegata e degna anche quando non ce ne accorgiamo.

    E l'amore e la compassione per l'uomo, l'umanità che si manifesta al meglio anche e sopratutto di fronte alle avversità. Così come l'amore dell'uomo per le cose giuste, nonostante ciò che accade e che le rende quasi sempre sconfitte, ancora a causa di altri uomini, che sono confusi e impauriti e drammaticamente in errore.

    C'è l'amore per la donna, madre e compagna, ed il suo amore. Saggezza e ultimo bastione del nucleo familiare e forse del sistema tutto. Che riesce a guardare oltre le sofferenze dell'oggi verso un futuro comunque da conquistare. Consapevole di ciò e con la determinazione di colui che è nel giusto, da cui coraggio e rispetto.

    E l'amore per la propria terra, gente e storia, attraverso vicende epocali e tempestose con la forza dei propri istinti e dell'affetto per i propri cari, da proteggere e che li proteggeranno. Nonostante un sistema a volte ingiusto e innaturale, che nasce dal potere per difendere il potere e renderlo forte contro i più deboli e numerosi.

    Infine, l'amore triste per loro, i diseredati, eroi silenziosi di ogni tempo. Di cui nessuno narra la leggenda, che gli eventi costringono a lottare per sopravvivere, che abbandonano con dolore le proprie radici alla ricerca di un futuro appena accettabile. E ad affrontare, nel farlo, le sofferenze del viaggio e le resistenze di chi in questo viaggio vede una minaccia. E fare tutto ciò, ancora, con amore.

    Come negli anni '30, così oggi.

    ha scritto il 

  • 5

    purtroppo ancora attuale

    Scritto nel '39, potrebbe raccontare vicende di oggi, in altri paesi e con altri protagonisti. Andrebbe letto per capire la vita di tante persone ancora costrette a lasciare tutto, senza avere niente. ...continua

    Scritto nel '39, potrebbe raccontare vicende di oggi, in altri paesi e con altri protagonisti. Andrebbe letto per capire la vita di tante persone ancora costrette a lasciare tutto, senza avere niente.

    ha scritto il 

  • 5

    E' già stato detto tutto su questo romanzo che, chissà perchè , non avevo mai preso in considerazione, forse perchè "uomini e topi, letto da ragazzina", non mi era piaciuto. Ho acquistato la recentiss ...continua

    E' già stato detto tutto su questo romanzo che, chissà perchè , non avevo mai preso in considerazione, forse perchè "uomini e topi, letto da ragazzina", non mi era piaciuto. Ho acquistato la recentissima versione integrale in una splendida traduzione e dopo pochissime pagine ero già affascinata, rapita dall'epopea della famiglia Joad e dalle magnifiche e poetiche descrizioni della vita della natura. Su tutti i personaggi svetta, naturalmente, Ma', strepitosa figura femminile, vero caposaldo della famiglia che nel momento della difficoltà sa dirigere e indirizzare. Il marito, Pà, assiste consapevole alla propria perdita di potere, ma si inchina di fronte alla saggezza e al decisionismo della moglie. Questo è il vero romanzo americano ed è di una attualità impressionante.

    ha scritto il 

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