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Furore

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 35

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

4.5
(4269)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 415 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Spagnolo , Tedesco , Svedese , Portoghese , Olandese , Norvegese , Turco , Ceco

Isbn-10: 848130512X | Isbn-13: 9788481305128 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Carlo Coardi

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descrizione del libro
Pubblicato nel 1939,-Furore- è subito divenuto il romanzo simbolo della Grande Depressione americana.
Nell'odissea della famiglia Joad,in penosa marcia,come migliaia e migliaia di americani,è ripercorsa la storia delle grandi,disperate migrazioni interne,lungo la Highway 66, verso lo sfruttamento,la miseria,la fame: un quadro potente e amaro di una dura Terra promessa dove la manodopera era sfruttata e mal pagata,dove ciascuno portava con sè la propria miseria "come un marchio di infamia".
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  • 5

    La paura che i cittadini provano per gli stranieri morti di fame che portano via il lavoro per pochi spiccioli rende inumane le persone anche ora, incapaci di provare empatia per chi è stato meno fort ...continua

    La paura che i cittadini provano per gli stranieri morti di fame che portano via il lavoro per pochi spiccioli rende inumane le persone anche ora, incapaci di provare empatia per chi è stato meno fortunato di loro e che ce la sta mettendo tutta per non piegarsi alla miseria.

    ha scritto il 

  • 5

    Uno dei libri più importanti e pieni di umanità che abbia mai letto.

    Un grande, grandissimo libro. Steinbeck mostra la povera gente, mostra gli ultimi. Ne mostra l'enorme dignità, la fatica quotidiana, la coesione, la grandezza d'animo, la solidissima integrità morale, ...continua

    Un grande, grandissimo libro. Steinbeck mostra la povera gente, mostra gli ultimi. Ne mostra l'enorme dignità, la fatica quotidiana, la coesione, la grandezza d'animo, la solidissima integrità morale, la straordinaria generosità.
    E poi ogni tanto ci regala dei capitoli estemporanei in cui fa un'analisi lucidissima degli spietati giochi di potere della politica, della finanza. Di quelli che per alcune persone si chiamano "buoni affari", ma che per altre si chiamano morte. L'ultima pagina, poi. La simbologia che c'è dietro.
    Cosa non è quella sola, ultima pagina...

    ha scritto il 

  • 3

    che poi, la cosa che più mi fa impressione è che un secolo dopo - anno più, anno meno - il mondo sia spiccicato identico a quello che ci racconta furore: gente che parte spinta dalla fame e aguzzini p ...continua

    che poi, la cosa che più mi fa impressione è che un secolo dopo - anno più, anno meno - il mondo sia spiccicato identico a quello che ci racconta furore: gente che parte spinta dalla fame e aguzzini pronti ad approfittarsene. la necessità di pane e giustizia che terrorizza la vita di chi non ha mai avuto fame. di nulla.
    e poi non resta che viaggiare con la famiglia Joad e chiedersi quando toccherà a noi, di partire, quanto coraggio avremo..

    ha scritto il 

  • 4

    Pesante, ma consigliato

    "Furore" è uno di quei libri diventati classici istantanei grazie alla capacità che ha avuto l'autore di fotografare quel momento di passaggio cruciale, di carpire lo spirito dei tempi e riuscire a tr ...continua

    "Furore" è uno di quei libri diventati classici istantanei grazie alla capacità che ha avuto l'autore di fotografare quel momento di passaggio cruciale, di carpire lo spirito dei tempi e riuscire a trasportarlo oltre la sua epoca. Non è per niente un libro facile, né piacevole alla lettura, anzi come stile è spesso verboso e lento, ma il messaggio che porta è davvero molto potente, illuminante.

    Ci troviamo in America poco dopo la Grande Depressione, in Oklahoma per la precisione, nel momento in cui le macchine agricole cominciano a soppiantare il lavoro manuale. Trovatisi senza lavoro, i contadini cominciano a fare debiti che non riescono a pagare e di qui vengono strozzati dalle banche, che gli sottraggono la terra e li costringono ad emigrare. Fascinati dalla California, dove secondo i più le opportunità di lavoro nell'agricoltura non mancano, una gran parte di popolazione, straccioni senza più un soldo, si imbarca in un viaggia sfiancante. Ma una volta arrivati lì scoprono la realtà dei fatti, fatta di sfruttamento della manodopera e soprusi. Seguiamo tutto questo attraverso le vicende della famiglia Joad.

    Steinbeck alza lo sguardo più in alto dei poveri cristi, spiegando come il capitalismo più rapace e dedito alla speculazione arrivi a governare la vita degli uomini e la natura, decidendo cosa coltivare e come, sfruttando quanto più possibile gli uomini e i terreni.
    Il libro, nel raccontare tutte queste dinamiche, è magistrale: dettagliato, realista e feroce. Peccato che il ritmo sia blando e pesante, spesso tendente al parabolico, con ripetizioni che ricordano lo stile biblico, e con una tristezza di fondo (comincerete a pensare "può andare solo peggio" già dopo poche pagine) che aleggia in ogni pagina rendendo la lettura, come detto, molto faticosa.
    Inquieta, non c'è che dire, ma riesce comunque, guardando al mondo di qualche anno fa, ad aprire gli occhi sul nostro presente.

    Il testo risulta infatti attualissimo, come se fosse stato scritto oggi, proprio perché la povertà e lo sfruttamento della stessa non sono cambiati nel tempo: basti pensare alle maree di emigranti che arrivano sulle nostre coste in cerca di una opportunità, o ai raccoglitori di frutta e ortaggi sfruttati in Puglia, Calabria, Campania. I cosiddetti schiavi moderni, che poi sono gli schiavi di sempre, gli schiavi della fame. Per non parlare poi dello sfruttamento delle risorse naturali: OGM, speculazioni sul mais, olio di palma e quant'altro. Insomma, ce n'è di che riflettere in questo libro che va letto assolutamente.

    ha scritto il 

  • 5

    Furore è il grido di dolore dell'uomo Steinbeck che vede straziata la purezza degli ideali americani da una politica economica assurda e dal cinico opportunismo delle banche. Nell'affresco fedele dell ...continua

    Furore è il grido di dolore dell'uomo Steinbeck che vede straziata la purezza degli ideali americani da una politica economica assurda e dal cinico opportunismo delle banche. Nell'affresco fedele dell'imponente flusso migratorio che negli anni '40 del secolo scorso ha visto intere famiglie di mezzadri del sud cercare scampo alla miseria nella fertile California, rivive il viaggio verso la terra promessa, però la terra promessa è intoccabile, bella e letale non regala nulla ai nuovi arrivati se non schiavitù e ancora miseria. Eppure Furore descrive la disperazione senza essere disperato, la speranza esiste senza essere nominata, perchè per Steinbeck la rinascita e la salvezza vivono nella forza spirituale di quella gente umiliata che non conosce la rassegnazione ma si scuote dal dolore e dalla rabbia e lotta senza requie per una vita migliore. Nella famiglia Joad c'è tutto questo, è il nerbo della carità cristiana e di quell'America genuina che crede nell'uomo e in Dio, che è colpita al cuore ma non abbattuta, che è spogliata di ogni cosa ma non del coraggio e della compassione, la loro epopea è legata indissolubilmente alla terra come se in essa risuonasse l'unione tra l'uomo e il divino, ognuno di loro è una luce di umanità accesa da quel furore risoluto che diventa energia vitale.
    Romanzo di grande intensità non solo per i consueti richiami lirici e la penetrante aura mistica, ma sopratutto perchè si respira l'uomo accanto allo scrittore, un uomo addolorato per la devastante rovina di una nazione ma al contempo fiducioso verso l'essere umano non solo come individuo ma come insieme pulsante di emozioni e risorse spirituali.
    E' da rilevare, incidentalmente, come raccontare di migranti, di accoglienza, di razzismo e sfruttamento ieri al pari di oggi è esattamente la stessa storia.

    ha scritto il 

  • 5

    Letto molti(ssimi) anni fa, lo ricordavo come uno dei libri che avevano segnato la mia gioventù. La rilettura non ha fatto che confermare le mie impressioni di allora. Epico, commovente, straziante, q ...continua

    Letto molti(ssimi) anni fa, lo ricordavo come uno dei libri che avevano segnato la mia gioventù. La rilettura non ha fatto che confermare le mie impressioni di allora. Epico, commovente, straziante, questo romanzo è il documento di un'umanità disperata e del mondo violento, profittatore, impaurito, che la circonda.
    Se emotivamente mantiene tutto la sua devastante capacità di precipitare il lettore nelle dolorose vicende della famiglia Joad, da un punto di vista degli eventi storici narrati genera un'amarezza difficile da rimuovere perché sembra scritto non nel 1939, ma l'altro ieri.
    Lo leggi e pensi a quanto sta accadendo, qui, oggi, in un mondo dove migrano i popoli, falliscono le nazioni, il lavoro è pagato sempre peggio e la gente che lo perde non lo trova più, e scopri con orrore che hai appena letto un libro profetico e che, in un futuro non lontano, il prossimo Tom Joad potresti essere proprio tu.
    Solo due estratti fra i tanti possibili.
    "La banca… il mostro deve fare utili continuamente. Non può aspettare. Morirebbe. No, il profitto deve continuare. Se il mostro smette di crescere, muore. Non può restare com’è."
    " Quando c’era lavoro per un uomo, dieci uomini lottavano per averlo – e la loro unica arma era il ribasso di paga. Se quello lavora per trenta centesimi, io ci sto per venticinque. Se quello lavora per venticinque centesimi, io ci sto per venti. … Ed era un affare, perché le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. I grossi proprietari erano contenti … e le paghe scesero e i prezzi rimasero alti. In attesa di tornare ai tempi della schiavitù."

    ha scritto il 

  • 5

    Abusata, dimenticata, strapazzata, la letteratura è quel connubio di elementi circoscritti
    che dovrebbero autodefinirla. In via pratica, la letteratura si riconosce “a pelle” quando la leggi.

    E mai cr ...continua

    Abusata, dimenticata, strapazzata, la letteratura è quel connubio di elementi circoscritti
    che dovrebbero autodefinirla. In via pratica, la letteratura si riconosce “a pelle” quando la leggi.

    E mai credo che esisteranno indicatori tanto validi quanto la nuda percezione di averla trovata, dopo aver sfogliato qualche pagina.

    Sembrerebbe facile spiegare i motivi per cui Furore sia letteratura, ma se ci azzardassimo a usare canoni predefiniti forse questo capolavoro non li centrerebbe tutti.

    Nel mio caso, conditio sine qua non è sempre stata il “bello stile”; ma per quanto Steinbeck alterni brevi capitoli molto lirici, Furore si presenta per lo più come un romanzo dialogato in cui gli attori, umili e ignoranti, si esprimono con una certa approssimazione e una grammatica scorretta. Mi torna allora alla mente la poetica del Vero di Manzoni, secondo cui un romanzo deve prima di tutto rappresentare il Vero storico – in contrapposizione con le tendenze esasperate, fantastiche e talvolta irreali del romanticismo europeo – attraverso l'elevazione degli umili – e del loro linguaggio – a protagonisti della vicenda. C'è forse in Steinbeck, così come c'era in Manzoni, l'esigenza di un impegno morale e civile. Sicuramente, Furore è una denuncia sociale nei confronti del Governo, incapace di rispondere ai problemi dei suoi cittadini. L'effetto di questa denuncia fu, a mio avviso, imbarazzante: tacciato di comunismo (è pur sempre la storia di una famiglia di onesti lavoratori sfruttati dal capitalismo delle banche) e di chissà cos'altro, venne censurato e dato al rogo. Le motivazioni vanno rintracciate, probabilmente, nell'incredibile capacità dell'autore di fare emergere da questi scarni dialoghi una saggezza popolare che si fa universale, una vicinanza alla verità storica, appunto, che raggiunge vette altissime grazie alla massima efficacia dello stile, in cui il detto e il non detto si alternano e creano un mosaico di estrema vividezza e omogeneità.

    L'analisi della situazione subita della famiglia Joad, che migra verso la California in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori, è spietata e puntuale: l'istruzione è una chimera, ma anche uno strumento di sopraffazione («Non gli piacciono queste cose da ricchi. Non gli piace manco scrivere le parole. Gli mette paura, mi sa. Ogni volta che Pa' ha visto roba scritta era qualcuno che gli portava via qualcosa»); il carcere, dove è stato rinchiuso per omicidio uno dei protagonisti, trasforma l'uomo in bestia e non ha alcuno scopo riabilitativo; la religione ha perso ogni conforto, e viene rifiutata anche dai suoi emissari perché vista troppo distante dalla vita reale; i tradizionali ruoli familiari sono invertiti: come ad esempio accade in un altro romanzo americano ambientato nel periodo post-Depressione, Mildred Pierce, sono le donne a prendere le decisioni, a tenere il polso fermo e a spodestare i capifamiglia uomini, che perdono di virilità diventando delle macchiette inette, mentre le mogli finiscono addirittura con il minacciarli di usare il bastone.

    La fame, altra protagonista del romanzo, incombe in maniera angosciante sui personaggi, che tuttavia hanno ancora la forza di sperare in un domani migliore e che non perdono la propria integrità. Sono, questi, degli eroi letterari, ma talmente comuni e verosimili da “bucare” la pagina e trasformare l'esperienza della lettura in una travagliata presa di coscienza dell'autentico significato della parola “miseria”, anche quando accompagnata da quello della parola “coraggio”. La tempra morale dei personaggi, che sono poi l'emblema del popolo, si contrappone alla meschinità di chi – entità indefinita – sfrutta il lavoro manuale anche dei bambini e delle donne incinte, corrispondendo salari insufficienti al fabbisogno nutrizionale giornaliero individuale. E il furore degli “affamati” consegue al delitto che viene perpetrato nei loro confronti: il cibo prodotto in eccesso finisce per marcire anziché venire ridistribuito, nonostante i più piccoli muoiano di pellagra.

    Il titolo originale, The grapes of wrath, riecheggia un motivo inserito nell'Apocalisse (nel testo, lo rintracciamo nelle righe: «Nell'anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia») e la trama del romanzo sembra in effetti assumere i contorni di un esodo biblico, dove però si è smarrita la voce di un dio giustiziere e vendicativo che guida il popolo eletto verso la terra promessa. I Joad sono soli davanti alla crudeltà di questa situazione, e possono soltanto appellarsi alla propria fede e buona volontà per superarla. Di sublime potenza espressiva sono i capitoli dai toni lirici e i dialoghi già citati, ma soprattutto alcune scene dove la straordinarietà della scrittura di Steinbeck si riflette in composizioni di forte impatto emotivo. Così si conclude un romanzo imponente che vuole richiamare istinti e immagini ataviche: con il seno nudo e gonfio offerto da una donna che ha appena partorito a un uomo che sta morendo di fame.

    ha scritto il 

  • 5

    Furore generato dalla disperazione,dall'impotenza..Romanzo di grande impatto emozionale..Racconta la paura e la speranza di famiglie che
    si trovano ad aver perso tutto a causa della recessione negli a ...continua

    Furore generato dalla disperazione,dall'impotenza..Romanzo di grande impatto emozionale..Racconta la paura e la speranza di famiglie che
    si trovano ad aver perso tutto a causa della recessione negli anni 20 in
    america.
    Steinbek,bravissimo.. Un romanzo che, si può dire quasi d'attualità..

    ha scritto il 

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