Gelo

Di

Editore: Einaudi (Letture, 11)

4.3
(239)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 358 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8806187309 | Isbn-13: 9788806187309 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Magda Olivetti ; Prefazione: Pier Aldo Rovatti

Disponibile anche come: Altri

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Un chirurgo affida a un suo studente un'insolita missione: dovrà studiare segretamente il comportamento di suo fratello, un anziano pittore che si è isolato dal mondo ritirandosi a Weng, un paesino d'alta montagna, buio e malinconico. Durante lunghe passeggiate attraverso un paesaggio pietrificato dal gelo,bellissimo e terribile, lo studente si smarrisce ben presto nel labirinto ossessivo dei monologhi del pittore in cui verità lancinanti sembrano brillare al di là della fitta trama di allucinazioni, manie, congetture filosofiche, deliri persecutori e memorie autobiografiche. Il romanzo è il progressivo coinvolgimento dello studente e del lettore nella visionaria psicosi del pittore e nella vita quotidiana del villaggio, i cui abitanti sono esemplari di una umanità priva di ogni possibile luce di redenzione.
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  • 4

    C'è un qualcosa di misterioso e morboso che ti tiene attaccato alle pagine, fino alla fine, nonostante il continuo disgusto, il gelo del titolo e un fastidio incessante ad ogni riga.

    ha scritto il 

  • 3

    Pietrificante

    Ho impiegato molto tempo a concluderne la lettura, con riprese ed abbandoni motivati dall'irredimibile cupezza del testo. Il gelo assoluto dell'ostile ambiente montano in cui tutto (tutto?) si svolge ...continua

    Ho impiegato molto tempo a concluderne la lettura, con riprese ed abbandoni motivati dall'irredimibile cupezza del testo. Il gelo assoluto dell'ostile ambiente montano in cui tutto (tutto?) si svolge trova il suo perfetto contraltare nell'orrore pietrificato dei processi mentali del pittore Strauch, ormai totalmente disilluso e votato alla dissoluzione. Nel suo ossessivo monologo interiore dai toni deliranti appaiono però, di tanto in tanto, lampi di insospettabile empatia e compassione che ne riabilitano l'umanità.

    "Il mondo intero non è altro che un ballo in maschera di morti".

    "Ecco là dentro (nel mattatoio) Lei può vedere chiaramente le carni squartate, spaccate a colpi d’ascia. Naturalmente c’è ancora l’urlo, naturalmente! Tendendo l’orecchio Lei potrà ancora udire l’urlo! Lei continuerà a udire l’urlo, benché lo strumento che lo emetteva sia morto, da tempo spaccato, strappato, reciso. La corda vocale è già stata macellata ma l’urlo permane! È un fenomeno prodigioso constatare che la corda vocale è già stata strappata, spaccata, recisa, mentre l’urlo permane! Che continui ad esserci l’urlo. Anche quando tutte le corde vocali saranno state spaccate e recise, quando saranno morte tutte le corde vocali del mondo, tutte le corde vocali di tutti i mondi e tutte le possibilità di immaginarle, tutte le corde vocali di tutte le esistenze, ci sarà ancora l’urlo, continuerà ad esserci l’urlo, l’urlo non può venir squarciato, non può venir reciso, l’urlo è la sola cosa eterna, l’unico infinito, la sola cosa inestinguibile, la sola cosa sempiterna... È davanti ai mattatoi che dovrebbe incominciare l’insegnamento sugli uomini e sui mostri, sulle opinioni degli uomini e sui loro grandi silenzi, l’insegnamento dei grandi protocolli della megalomania da mandare a memoria! Gli scolari, invece di chiuderli dentro ad aule ben
    riscaldate, andrebbero portati nei mattatoi; solo nei mattatoi mi riprometto qualcosa di buono per la scienza del mondo e per la sua sanguinosa esistenza. I nostri maestri dovrebbero insegnare nei nostri mattatoi. Non dovrebbero leggerci dei libri, ma brandire cosciotti, far cadere accette, usare affilati coltelli... L’insegnamento della lettura dovrebbe esser fatto guardando i visceri e non le righe dei libri... La parola nettare dovrebbe venir sostituita quanto prima dalla parola sangue... Vede, – disse il pittore, – il mattatoio è l’unica aula scolastica profondamente filosofica. Il mattatoio è la vera aula scolastica, il vero uditorio. L’unica saggezza è la saggezza nel mattatoio! Gli unici scritti sono gli scritti del mattatoio! L’unica verità è la verità del mattatoio! Verità primaria, verità, non-verità, tutto questo assieme costituisce la straordinaria immatricolazione nel mattatoio che io vorrei fosse imposta agli uomini, agli uomini nuovi, agli uomini da indurre in tentazione."

    "L’animale sanguina per l’uomo e se ne rende conto. L’uomo invece non sanguina affatto per l’animale e nemmeno se ne rende conto. L’uomo è un animale incompleto, l’animale potrebbe essere un uomo completo. Capisce ciò che voglio dire? L’uno è incongruo nei confronti dell’altro, l’uno è terribilmente oscuro nei confronti dell’altro. Nessuno dei due appoggia l’altro. Nessuno dei due cancella l’altro."

    "Questo quadro voglio chiamarlo "massacro", dentro a quel quadro, nell'istante della contemplazione ch'esso ha richiesto da me, si celava ogni cosa. Si vedevano chiaramente le impronte dei massacratori in fuga. Si vedevano anche le impronte del bestiame condotto lì a forza. Si vedeva l'ottenebrarsi degli astri e allo stesso modo si vedeva la volgarità proletaria dell'assassinio. Si vedeva la parola "indifeso" là in terra, sulla neve, questa malvagia iscrizione segreta, deve sapere, si vedeva la parola "abiezione" scritta a chiare lettere nel cielo. Accadde qualcosa di strano, tutt'a un tratto, mentre le membra staccate palpitavano ancora, fui interessato al processo di irrigidimento dovuto alla morte che lì si compiva con milioni di varianti. Mi chinai, affondai la mano nel sangue e lo mescolai alla neve. Mi misi a tirare palle di neve rosse! Tirai rosse palle di neve! Lei deve sapere. All'inizio mi guardai bene dall'aprire uno di quei grandi occhi che erano tutti misteriosamente chiusi, volevo risparmiarmi la vista di uno di quei grandi pacifici occhi bovini. Me ne guardai bene fino al momento in cui non riuscii più a resistere alla tentazione di abbandonarmi alla pietà che unisce l'uomo all'animale e aprir uno degli occhi di quelle mucche, uno di quegli immensi mondi immoti, congelati, esangui."

    ha scritto il 

  • 5

    Un colpo mortale e disperato, che esplode in tutte le direzioni e in ogni cosa e dappertutto, sin dentro alle più anguste rientranze dell’uomo.

    Parole che ci travolgono, ci annientano, di fronte alle ...continua

    Un colpo mortale e disperato, che esplode in tutte le direzioni e in ogni cosa e dappertutto, sin dentro alle più anguste rientranze dell’uomo.

    Parole che ci travolgono, ci annientano, di fronte alle quali vorremmo scappare, gridare e invece restiamo lì, immobili, risucchiati e dominati senza riguardo. Prolunghiamo l’ascolto fino all’ultima sillaba, fino all’estremo latrato che frantuma, lacera, spalanca la porta a dolorosi e necessari e inevitabili dubbi sul nostro esistere.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    .

    Niente, non succede niente, rimane l'orrore e la paura.
    Un colpo ben assestato a quanti di quella condizione ne conoscono i meandri. L'orrore negli occhi di chi ha ormai ha alzato il velo e, avendolo ...continua

    Niente, non succede niente, rimane l'orrore e la paura.
    Un colpo ben assestato a quanti di quella condizione ne conoscono i meandri. L'orrore negli occhi di chi ha ormai ha alzato il velo e, avendolo visto, non può fare a meno che notarlo, ovunque, nelle grandi città così come nel paesino di montagna.
    Niente, non succede niente. Già.

    ha scritto il 

  • 5

    Uno dei capolavori della letteratura del secondo '900.
    Una lettura difficile e nervosa, a tratti esasperata, sfibrante, eccessiva per alcuni versi, contorta e inafferrabile. Lo stesso narratore, d'alt ...continua

    Uno dei capolavori della letteratura del secondo '900.
    Una lettura difficile e nervosa, a tratti esasperata, sfibrante, eccessiva per alcuni versi, contorta e inafferrabile. Lo stesso narratore, d'altronde, confessa a più riprese di non capire il senso delle frasi del pittore Strauch. Weng è un villaggio che rimane impresso nella memoria, dopo aver letto tutto "Gelo": la moglie dell'oste e i suoi segreti, lo scuoiatore che è anche becchino, l'ingegnere, il lavoro, i boschi, le spaventose montagne metamorfiche e l'inquietante ululato. Resta tutto nella testa come in un calderone, i monologhi disperati di Strauch non trovano un senso, non hanno una madre-filosofia e non provengono da una tradizione antica. Proprio per questa loro naturalezza incomprensibile, per questo loro status di monologhi selvaggi e incontaminati, rimangono dei cammei del panorama narrativo mondiale.
    I passaggi sul dolore sono come delle ferite aperte che non solo si osserva, ma con cui si prova il gusto di aprirle fino a lacerarsi i tessuti. Non ho mai letto nulla di più lucido ed estenuante sul dolore come in "Gelo" di Bernhard. Gadda, forse. Ma Gadda aveva adottato un'altra strada per dar forma al dolore. Bernhard prova a farlo descrivere a Strauch molte volte nel corso del romanzo, e ogni volta è il fallimento: mancano le parole adatte, il dolore non si scrive, non si racconta. Si può solo vivere e ri-vivere, fargli assumere sembianze umane è grottesco. Il dolore è fuori dalla Storia eppure è così dentro a essa.
    Una traduzione splendida.

    ha scritto il 

  • 4

    Quattro stelline per questo libro in cui l'appena trentaduenne Bernhard ci sbatte in faccia "l'inspiegabile irresponsabilità del mondo" .
    Quattro e non cinque, ma solo perché a "Gelo" preferisco "Il ...continua

    Quattro stelline per questo libro in cui l'appena trentaduenne Bernhard ci sbatte in faccia "l'inspiegabile irresponsabilità del mondo" .
    Quattro e non cinque, ma solo perché a "Gelo" preferisco "Il soccombente" ed "Antichi maestri" (per non parlare del magnifico "Estinzione".

    Condivido in pieno quello che, di "Gelo", scrive Pier Aldo Rovatti:

    "Un contagio? E' forse di qualcosa del genere che dobbiamo testimoniare, quando constatiamo che l'osservazione fallisce, e che noi lettori di Gelo (e di Bernhard) siamo tirati dentro nel mondo di Strauch (e di Bernhard), proprio come accade al narratore? C'è un'altra esperienza di lettura, che ci mantenga in una zona di sicurezza rispetto a Bernhard? E se pure ci fosse (ma non conosco nessun lettore di Bernhard che goda di questa immunità), cosa ne guadagneremmo? Avremmo un'immunità senza godimento: quel godimento che, invece, scopriamo, pagina dopo pagina, non perchè vogliamo raggelarci o inorridire, ma perchè riusciamo anche noi ad ascoltare il sottofondo continuo che ulula e latra in ogni istante del nostro esistere. Nessuna geometria delle tenebre. Anzi, al posto dell'appiattimento in un unico colore nero, questo ´sentire' spalanca tutti i colori, li mette in movimento, e con i colori dà dimensioni alle cose, le staglia, le fa venir fuori dalla loro opacità"

    ha scritto il 

  • 2

    Ho iniziato la lettura di questo romanzo con vorace curiosità. L'ingordigia è andata però scemando nell'avanzamento, a parte il pittore Strauch, incantevole personaggio, profondo e pieno di divagazion ...continua

    Ho iniziato la lettura di questo romanzo con vorace curiosità. L'ingordigia è andata però scemando nell'avanzamento, a parte il pittore Strauch, incantevole personaggio, profondo e pieno di divagazioni e riflessioni notevoli, il resto del romanzo è un claustrofobico e grigio paesotto di montagna, Weng, dove le più lugubri ripetitività umane vengono dilatate fino all'eccesso. Privo di storia, è apprezzabile a mio avviso solo per l'introspezione del suo protagonista. A mio avviso una rivisitazione non troppo riuscita di un capolavoro di Thomas Mann, quella montagna incantata che tanto mi tenne legato alle sue vicende. Non deprecabile, ma nemmeno ha sollevato in me esaltazione.

    ha scritto il 

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