Gilead

Di

Editore: Einaudi (Supercoralli)

3.5
(248)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 257 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Svedese , Spagnolo

Isbn-10: 8806179993 | Isbn-13: 9788806179991 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Eva Kampmann

Disponibile anche come: eBook , Paperback

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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  • 5

    Un padre morituro scrive al figlio che non vedrà crescere oltre, con l’intento di lasciargli una più marcata conoscenza di sé, quella che la vita avrebbe potuto concedere se non ci fosse stato il diva ...continua

    Un padre morituro scrive al figlio che non vedrà crescere oltre, con l’intento di lasciargli una più marcata conoscenza di sé, quella che la vita avrebbe potuto concedere se non ci fosse stato il divario anagrafico a separarli. John Ames ha 76 anni, il figlio appena sette. Il suo testamento letterario si trasforma in un bilancio della propria esistenza fatta di storia familiare, di rapporti interpersonali, in un ripercorrere eventi, emozioni, limiti individuali tendenti quasi a ridimensionare la memoria che la sua morte invece consegnerà al figlio con la complicità della comunità di Gilead della quale egli è il pastore.
    Gli preme pertanto evidenziare le delicatezza dei rapporti in seno alla famiglia, raccontare del suo rapporto con il padre e ricordare il nonno, figura rasente quasi il mito, le difficoltà attraversate a causa delle lacerazioni apparentemente create da figli dissidenti, e non solo per motivi religiosi, e fomentate dalla rigidità dei padri in un eterno scontro generazionale. Fratture che portano a partenze e a ritorni ma anche a prematuri e necessari abbandoni. Parla al figlio del suo primo matrimonio e del duplice lutto che lo colpì, morte moglie e figlioletta in seguito al parto, della conoscenza della sua Lila , la sua mamma appunto, e della sua prima esperienza di genitorialità vissuta in modo indiretto con il figliolo ribelle del suo più caro amico consegnatogli come figlioccio.
    Tutto lo scritto è scandito da pause narrative coincidenti con il sonno, riaprono la narrazione la descrizione del risveglio e del riposo stesso , faticoso e disturbato nell’anziano, dando modo di prendere coscienza quotidianamente della difficoltà del risveglio stesso mentre la mente sta, nel tempo dilatato di questo limitare di vita, concedendosi alla rivalutazione del proprio vissuto, riappropriandosi di una lettura più lucida e coerente del proprio vissuto, quella che non è concessa mentre si vive.
    I genitori, l’amicizia, la religione, i luoghi della vita, la luce negli occhi di chi sa vedere, la lettura del mondo, le delusioni, i limiti personali, la possibilità di sperimentare amore si sono impressi nella mia memoria a sintesi di questa lettura densa di riflessioni personali. È stata anche un’occasione conciliante una più serena e proficua rivalutazione della mia esperienza religiosa molto limitata e purtroppo limitante ogni qual volta si scontra con sovrastrutture che fatico ad accettare. Il messaggio evangelico mi appartiene e questo libro me lo ha ricordato insieme alla grande sfida che esso contiene: essere disponibile all’amore. Mi è piaciuto perché infonde speranza all’insegna della grazia e della gratitudine assolvendo il limite che non necessariamente coincide con la cattiveria.

    ha scritto il 

  • 3

    Di quando in quando mi piace molto la tranquillità di una domenica qualunque. È come stare in un giardino appena seminato dopo una pioggia tiepida. Si riesce a sentire la vita silenziosa e invisibile. ...continua

    Di quando in quando mi piace molto la tranquillità di una domenica qualunque. È come stare in un giardino appena seminato dopo una pioggia tiepida. Si riesce a sentire la vita silenziosa e invisibile. L'unica cosa che ti chiede è di fare attenzione a non calpestarlo.

    ha scritto il 

  • 4

    Molto brava la Robinson nel dare voce ad un anziano pastore congregazionalista, esperto teologo, ma padre insicuro. John Ames, malato e prossimo alla morte, desidera lasciare al figlio, che non potrà ...continua

    Molto brava la Robinson nel dare voce ad un anziano pastore congregazionalista, esperto teologo, ma padre insicuro. John Ames, malato e prossimo alla morte, desidera lasciare al figlio, che non potrà veder crescere, una lunga lettera. Con sincerità Ames confessa le sue paure e le sue debolezze, ammira la bellezza della natura e si commuove di fronte al mistero dell'animo umano. Libro di non facile lettura, lento, pieno di meditazioni, citazioni bibliche, riflessioni su questioni teologiche. Una lettura molto impegnativa, un testo che può regalare tanti spunti su cui riflettere, ma che potrebbe anche risultare molto ostico e, in certi passaggi, piuttosto noioso. A me comunque è piaciuto molto soprattutto per come è scritto: una prosa curatissima e parole che con semplicità esprimono concetti molto profondi.

    ha scritto il 

  • 3

    Colloco il libro nella paradossale zona che sta tra la Noia Mortale e il Capolavoro.
    La Noia Mortale l' ho trovata nelle raccomandazioni del reverendo John Ames al figlio piccolo. Non le ho trovate p ...continua

    Colloco il libro nella paradossale zona che sta tra la Noia Mortale e il Capolavoro.
    La Noia Mortale l' ho trovata nelle raccomandazioni del reverendo John Ames al figlio piccolo. Non le ho trovate poetiche, non le ho trovate emozionanti, mi hanno solo provocato carie dentaria. Il Capolavoro l' ho trovato nella seconda metà del libro in cui il ritorno di Jack Boughton nella cittadina di Gilead scuote la vita del reverendo e di tutta la noia che gli gira intorno.

    ha scritto il 

  • 2

    In bianco e nero

    Nel ’56 a Gilead, Iowa, un vecchio e malato reverendo congregazionalista scrive a suo figlio seienne una lettera che sarà letta postuma, quando il bambino sarà in grado di leggerla e capirla. La lun ...continua

    Nel ’56 a Gilead, Iowa, un vecchio e malato reverendo congregazionalista scrive a suo figlio seienne una lettera che sarà letta postuma, quando il bambino sarà in grado di leggerla e capirla. La lunga lettera contiene un poco della storia della famiglia- il reverendo è il terzo di una generazione di pastori di anime che hanno esercitato tra il Kansas, il Maine e lo Iowa, appunto,-e contiene molto dei suoi pensieri, del suo modo di vivere la vocazione e la vita privata. Centrale è la descrizione del rapporto con un membro della comunità andato via da tempo e appena ritornato, il figliol prodigo di un pastore battista grande amico dello scrivente, un uomo che era stato un bambino e un ragazzo difficile, verso cui l’io narrante nutre sentimenti di ostilità e rancore non celati che lo mettono se non in contraddizione con se stesso e la sua missione per l’incapacità personale di misurarsi o accettare l’agnosticismo e la vita disordinata di lui., almeno in una situazione conflittuale.
    Largo spazio occupano le riflessioni del protagonista scrivente, un predicatore austero che vive in un paese altrettanto severo e gelido di clima e di senso della vita, per cui il romanzo è immobile come la superficie di un lago, il mondo e il prossimo sono poco delineati, si affacciano appena dalla nebbia spessa dei pensieri dello scrivente. Leggerlo è come cercare di guardare attraverso una cortina soffocante e polverosa. Mi ha fatto pensare per contrasto alla solarità generosa del migliore cattolicesimo, certo non quello degli anni preconcilio invero, quando il peccato pesava come un macigno o dondolava come la spada di Damocle sulla testa, ma il cattolicesimo più recente e quello evangelico. Nel romanzo ritorna al centro dell’introspezione la Grazia, dominante nel calvinismo, e il rapporto tra predestinazione e libero arbitrio. Ho faticato, l’ho letto senza gioia, mai. Il romanzo è dominato dal senso della morte, una morte pervasiva, tetra, onnipresente, anche nei flash back in cui dovrebbe trasparire qualche colore. Da agnostica lascio Gilead e i personaggi senza alcun rimpianto, l’unico pulsante e respirante, il figliol prodigo, se ne era già andato. L’autrice, che gode di molta stima generale, mi ha deluso, mi aspettavo personaggi più stratificati, non statue, concetti, pure astrazioni. E un po’ di vita.

    ha scritto il 

  • 3

    Questo libro mi ha scavato...non so bene in che modo ma sentivo la necessità di finirlo sebbene in alcuni tratti l'abbia trovato noioso. la scrittura è raffinata. Mi hanno ripagato le ultime cinquanta ...continua

    Questo libro mi ha scavato...non so bene in che modo ma sentivo la necessità di finirlo sebbene in alcuni tratti l'abbia trovato noioso. la scrittura è raffinata. Mi hanno ripagato le ultime cinquanta pagine in cui ai pensieri, profondissimi, del reverendo si affianca finalmente una storia da seguire. Molti gli spunti di riflessione, sulla religione, sull'amore e sulla vita.

    ha scritto il 

  • 3

    Non è il libro per me

    A tratti bellissimo, struggente, dolce... ma così dolce che il mio medico dovrebbe vietarmelo.
    Gronda bontà, amore, saggezza, serenità, fede, spiritualità, umanità. Tutto un libro di buoni sentimenti, ...continua

    A tratti bellissimo, struggente, dolce... ma così dolce che il mio medico dovrebbe vietarmelo.
    Gronda bontà, amore, saggezza, serenità, fede, spiritualità, umanità. Tutto un libro di buoni sentimenti, di autoanalisi, di Signore Iddio, di accettazione serena di ogni cosa riservi la Provvidenza che sarà sicuramente un bene (mi ricorda Pollyanna); di bibbia, preghiere e sermoni (che ogni tanto ho saltato, pena l'abbiocco), è davvero troppo per me.
    Troppe, davvero troppe argomentazioni di questo tipo: onora la madre potrebbe essere l’ultimo [comandamento] della successione riguardante il giusto culto anziché il primo della serie relativa alla giusta condotta. Secondo me si tratta di un punto di vista facilmente difendibile." su cui ragiona per alcune pagine.
    Fossi credente, o dubbiosa, i pensieri su cui si sofferma, la ricerca del significato della fede, la dottrina, potrebbero avere un significato diverso o essere consolanti, rasserenanti, profondi. Io mi sono annoiata spesso.
    Trovo molta più sintonia con il vecchio nonno, prete abolizionista che predica con la pistola nella cintura e copre le spalle a John Brown in fuga, che col nostro protagonista che ripiega sull'inginocchiatoio.
    Credo che possa essere un libro importante. Purtroppo non per me. Peccato perché è scritto molto bene, con un prosare apparentemente semplice ma ricercato, scorrevole e tradotto con sapienza.
    Proverò il seguente della RObinson? mah. Ora mi ci vorrebbe un giallaccio un po' splatter per riprendermi.

    ha scritto il 

  • 4

    E’ un romanzo forte soprattutto nel senso della suggestione: uno di quei libri che fanno chiudere le porte, creano una sorta di penombra (va letto nelle condizioni di ambiente e di spirito giuste, alt ...continua

    E’ un romanzo forte soprattutto nel senso della suggestione: uno di quei libri che fanno chiudere le porte, creano una sorta di penombra (va letto nelle condizioni di ambiente e di spirito giuste, altrimenti non funziona) e poi ti avvolgono e ti saturano l'attenzione. A questo deve una parte importante della sua bellezza, senza dubbio. Ma è un bel romanzo anche per la cura dei dettagli stilistici, delle descrizioni di ambiente, di atmosfera; e per il tono sommesso, a metà strada tra la confidenza e l'introspezione. Di gran livello, davvero.

    A guardare la sostanza, il tema più stimolante credo sia quello dell’assenza. Persino il tema della morte, così presente, sta dentro quello dell’ assenza. Tutti e due raccontati senza cupezze , con dolcezza (“quale dolce forza percepii”). Il narratore stesso , un reverendo calvinista sulle soglie della fine, ci parla stando nella dimensione di un’assenza: quando verrà letto dal figlio a cui si rivolge non ci sarà più. Ed è assente l’interlocutore, il figlio appunto, ancora bambino. Qualcuno che non ci sarà più scrive a qualcuno che non c’è ancora, in un dialogo che quindi non c'è e che forse verrà o forse non avverrà mai. Un motore di stimoli e di suggestioni appunto, assolutamente potente. Il pregio maggiore del romanzo secondo me sta qui, nella sua architettura.

    Poi a riempire tutto, c'è la dimensione religiosa e del divino, della sacralità delle cose e della vita. La teologia della Robinson interessa anche i non credenti perché è uno strumento per indagare l'umano, per conoscersi. E la religione è ricondotta al senso etimologico della parola: un modo per tentare di spiegare il legame che sentiamo (o di cui avvertiamo più o meno consapevolmente il bisogno) con le cose, con la comunità dei vivi, con l’universo, con tutto ciò che ha avuto il dono o la casuale ventura o il destino, (comunque sorprendente perché contro ogni calcolo di probabilità), di esistere con noi. Un modo di pensare e praticare il cristianesimo che sta dentro alla più grande tradizione mistica, che attraversa tutte le credenze, più o meno deformata, distorta, oscurata.

    E nell’angolo visuale in cui la Robinson colloca il lettore, un non credente percepisce la fiducia piuttosto che la fede. La fiducia in quel che i taoisti chiamano "il corso delle cose, la Via" che ci ha consentito di arrivare appunto ad esistere; una fiducia fondata sulla convinzione pre-razionale che "questa è cosa buona e giusta" di cui essere meravigliati (o un dono di cui rendere grazie a un qualche dio: e qui le strade tornano a dividersi, ma a quel punto non è poi così importante). Ed è esattamente questo il punto da cui muove tutto il racconto del reverendo della sua famiglia, della sua vita, della presenza attorno a lui del Male. Una visuale che trasmette a chi legge un bell’effetto emotivo acquietante, pacificante. Dalla lettura si produce spesso persino una sensazione soffusa di gioia.

    A tratti il tono predicatorio, l’ineliminabile ipocrisia portata dall’adesione a qualsiasi fede, si affaccia e, in chi soffre di allergia al fenomeno, un certo fastidio lo produce. Ma è tollerabile e trascurabile vista la qualità complessiva, assolutamente notevole, della lettura.

    ha scritto il 

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