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Gilead

Di

Editore: Einaudi (Supercoralli)

3.4
(143)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 257 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Svedese , Spagnolo

Isbn-10: 8806179993 | Isbn-13: 9788806179991 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Eva Kampmann

Genere: Fiction & Literature , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
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  • 4

    Gilead

    Gilead by Marilynne Robinson is a dying pastor's epistle for his seven year old son and a philosophical reflection on his own life. I feel like I did not truly understand this book, perhaps not pickin ...continua

    Gilead by Marilynne Robinson is a dying pastor's epistle for his seven year old son and a philosophical reflection on his own life. I feel like I did not truly understand this book, perhaps not picking up on all the theological references. However, it leaves me thinking and I am engaged enough to want to understand. Many unanswered questions remain, but the book feels complete. We hear only John Ames' perspective, but I am left caring about all of them – fictional characters who leave a very real, lingering impact.

    Read my complete review at: http://www.memoriesfrombooks.com/2015/04/gilead.html

    ha scritto il 

  • 4

    Un'eredità.

    È vecchio e malato il pastore John Ames, ha settantasei anni e sta morendo.
    La sua eredità spirituale per il figlio di soli sette anni, generato quando ormai non pensava più ad avere un figlio che ne ...continua

    È vecchio e malato il pastore John Ames, ha settantasei anni e sta morendo.
    La sua eredità spirituale per il figlio di soli sette anni, generato quando ormai non pensava più ad avere un figlio che ne rallegrasse le giornate, è nella lunga lettera diario che gli scrive durante il tramonto della sua esistenza.
    Tutto è grazia e opera del Signore, in cui credere senza remore, ma tutto è filtrato dalla debolezza umana e dall'incapacità, anche quando a scrivere è un uomo di Chiesa, di comprenderne fino in fondo le volontà.
    È un romanzo complesso, molto, in cui la storia è praticamente inesistente, tenuta insieme solamente dallo scrivere del pastore congregazionista dell'Iowa, dai pochi ricordi che lo uniscono al padre e al nonno, anche loro pastori (il primo anche abolizionista radicale e guerrigliero insieme a John Brown), e dall'indecifrabile legame con il suo omonimo, figlio dell'amico fraterno, mentore e collega, Jack Boughton, che irrompe dopo una lunga assenza nella sua esistenza e in quella della sua giovane moglie.
    Gilead, il paesino di poche anime dove vive Ames, è il pretesto per l'autrice per intessere una fitta e complessa meditazione teologica, a volte troppo alta, a volte troppo difficile da seguire, ma che offre anche la possibilità, attraverso il rievocare delle vicende della sua famiglia, di una traccia da percorrere per attraversare un periodo storico, quello della secessione e dell'abolizionismo, in cui insieme alle vicende che costituirono la composizione degli Stati confederati, si riflettono anche quelle degli uomini, dei loro pensieri e delle loro azioni.
    È il ritratto, appena intuito, di un'America inconsueta, di un percorso individuale e collettivo, mistico e interiore, in cui alle azioni esteriori, Marilynne Robinson, oppone un intenso e corrosivo lavorio interiore.

    Bello, ma non per tutti, forse nemmeno per me, che non nego di aver fatto molta fatica a leggerlo e a terminarlo.

    ha scritto il 

  • 3

    Innanzi tutto trovo che questo libro sia scritto molto bene; le pagine scorrono veloci attraverso queste lettere di un padre morente al proprio figlio. Quello che non ho apprezzato sono le parti ecces ...continua

    Innanzi tutto trovo che questo libro sia scritto molto bene; le pagine scorrono veloci attraverso queste lettere di un padre morente al proprio figlio. Quello che non ho apprezzato sono le parti eccessivamente ripetitive riguardanti la coscienza religiosa del padre, davvero troppo semplicistiche e di ben poco spessore. Non è un libro che fa riflettere e verso la fine sono arrivata a provare fastidio verso tutto il buonismo e la melassa che impregnano certi passaggi.

    ha scritto il 

  • 1

    Amen

    Non immaginavo che sarei stato costretto ad abbandonare a metà questo libro su cui nutrivo aspettative, segnalato, consigliato e recensito con grande favore da tanti lettori anche accreditati e affida ...continua

    Non immaginavo che sarei stato costretto ad abbandonare a metà questo libro su cui nutrivo aspettative, segnalato, consigliato e recensito con grande favore da tanti lettori anche accreditati e affidabili, al di là del conferimento del Pulitzer nel 2005 e di altri lusinghieri riconoscimenti ufficiali.

    L’ostacolo in cui mi sono imbattuto fin dalle prime pagine è che non mi sono sentito minimamente interessato, attratto, coinvolto, incuriosito dalle vicende narrate e dalle tematiche affrontate in questa sorta di testamento spirituale narrato in prima persona da un vecchio predicatore al figlio bambino, attraverso un racconto che ricostruisce, all’indietro nel tempo fino alla metà del XX°secolo, la storia di una famiglia di predicatori che sembrano passarsi l’un l’altro questa vocazione come un testimone, pur nei diversi caratteri che li contraddistinguono.

    Di conseguenza, anche procedendo nella lettura dopo il poco promettente impatto iniziale, tutto continua all’insegna di sermoni, comandamenti, fedeli, illuminazioni, sacramenti, nel villaggio dell’Iowa che conferisce il nome al titolo del libro. Penso di avere una certa personale idiosincrasia nei confronti dei libri di argomento religioso, perché non è la prima volta che la noia mi assale inesorabile alla lettura di dissertazioni di questo genere, siano esse in ambito cattolico, protestante, ebraico o musulmano… e quindi ad un “romanzo” incentrato totalmente su di esse non potevo resistere, né l’avrei neppure cominciato se fossi stato a conoscenza, almeno a grandi linee, degli argomenti trattati.

    Che poi la Robinson scriva bene, abbia la capacità di evocare lo spirito di una comunità sperduta di uno dei meno conosciuti e narrativamente esplorati fra gli Stati Uniti, può anche essere e non sono in grado di negarlo, ma io mi sono sentito soccombere ben prima di giungere a questo livello di analisi, per cui il giudizio, soprattutto in questo caso, non fa testo.

    ha scritto il 

  • 2

    E se Susanna Tamaro fosse la ghost-writer di questo romanzo?

    Mi era tanto piaciuto "Casa" che ho iniziato "Gilead" con tante aspettative... e invece che mi ritrovo? 'ste sottospecie di smancerie alla melassa da far venire la carie a un elefante.
    Ma che insoppor ...continua

    Mi era tanto piaciuto "Casa" che ho iniziato "Gilead" con tante aspettative... e invece che mi ritrovo? 'ste sottospecie di smancerie alla melassa da far venire la carie a un elefante.
    Ma che insopportabile 'sto tono tutto mieloso! ma un'asineria così era dai tempi di "Va dove di porta il cuore" che non la leggevo. E gli hanno pure dato il Pulitzer?!?!?!?

    ha scritto il 

  • 0

    Il reverendo John Ames morirà presto e scrive al figlioletto una lunga lettera (nel 1956 c’erano poche alternative), perché anche solo la sua voce lo accompagni nella vita, una lettera in cui trovi ci ...continua

    Il reverendo John Ames morirà presto e scrive al figlioletto una lunga lettera (nel 1956 c’erano poche alternative), perché anche solo la sua voce lo accompagni nella vita, una lettera in cui trovi ciò che è bene e ciò che è male. Innamorato della vita e delle parole, John fa anche lui un esperimento, ma la sua cifra è il candore, e nonostante scriva tanto di rabbia, la sua lettera è pace. Ha sconfitto ogni nemico, il pacifista reverendo dell’Iowa: ha vinto i suoi demoni, risolto le questioni coi suoi morti, fatto i conti con perdite, abbandoni, ingiustizie, delusioni. Quando compare Jack, figlio del suo migliore amico - un giovane irrequieto dai trascorsi poco limpidi e dalle mire sinistre - il percorso sarà completo: John rielabora gelosia e sospetto in perdono e tolleranza. Dunque resta la prova estrema, l’accettazione della morte, il distacco dalla vita che John adora, l’impossibilità di proteggere sua moglie e suo figlio. Se John è certo che suo figlio avrà sempre accanto degli angeli custodi, sa anche che non può lasciare al figlio delle certezze dettagliate: "Che cos’ho da lasciarti, se non le rovine di un antico coraggio e l’arcaica tradizione della galanteria e della speranza?" Le cose possono cambiare; e cambieranno. Un Pulitzer meritatissimo, una narrazione misurata e tenera, ma sempre così aggrappata alla vita.

    ha scritto il