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Gioco all'alba

Di

Editore: Adelphi (Piccola Biblioteca, 152)

4.1
(520)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 128 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845905462 | Isbn-13: 9788845905469 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Emilio Castellani

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Lungo racconto, amaro e perfetto, "Gioco all'alba" (1927) narra la vicenda di una creatura peculiarmente schnitzleriana: Willi, un ufficiale snello, piacente, leggero, che ama la vita e le donne, purchè non esigano troppo da lui. Le amanti, il gioco, i colleghi, gli spettacoli, i soldi, le uniformi si alternano nella sua mente in una tenue ma costante fantasticheria, che aggira accortamente gli ostacoli del reale. Ma c'è un momento in cui il destino, come risvegliandosi da una ingannevole sonnolenza, comincia a stringere anche per lui i suoi nodi: da quel momento le ore di Willi precipitano verso un'alba livida e irreparabile. Una lunga partita a carte, con i suoi precedenti e le sue conseguenze, basta qui ad assumere i tratti antichi della fatalità. Le sorti ruotano, le parti si rovesciano, i fatti vorticano intorno al protagonista. Con magistrale colpo di scena, quando la stretta è già divenuta soffocante, Schnitzler fa balenare, accanto al denaro, l'amore, l'uno nello specchio dell'altro. E la reciprocità erotica svela qui il suo volto segreto: quello della più sottile crudeltà. Come in "Doppio sogno" e "Fuga nelle tenebre", che appartengono allo stesso giro di anni, Schnitzler compendia in queste pagine, infallibilmente scandite, tutta la sapienza della sua arte.
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  • 4

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/02/03/gioco-allalba-arthur-schnitzler/

    “I giocatori erano sempre lì seduti, formando lo stesso gruppo di prima, quasi non fosse passato neanche un minuto da qu ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/02/03/gioco-allalba-arthur-schnitzler/

    “I giocatori erano sempre lì seduti, formando lo stesso gruppo di prima, quasi non fosse passato neanche un minuto da quando Willi li aveva lasciati. Sotto un paralume verde brillava fioca la luce elettrica. Sulla bocca del console, che per primo aveva notato il suo arrivo, parve a Willi di leggere un sorriso beffardo. Nessuno mostrò la minima meraviglia allorché Willi spinse di nuovo tra le altre la sua seggiola, che era rimasta vuota. Il dottor Flegmann, che teneva il banco in quel momento, diede una carta anche a lui, come se niente fosse. Nella fretta Willi puntò una banconota più grossa di quanto si era proposto, vinse, e continuò con maggior prudenza; poi la fortuna girò, e venne presto un momento in cui il bigliettone da mille parve in serio pericolo. Che importa, pensò Willi, tanto a me non sarebbe rimasto nulla. Ma invece ricominciò a vincere, non ebbe bisogno di cambiare la banconota, la fortuna gli si mantenne fedele, e alle nove, quando smisero di giocare, si trovava in possesso di più di duemila fiorini. Mille per Bogner, pensò, e mille per me. Di questi terrò la metà come fondo per la partita di domenica prossima. Ma non si sentiva così contento come sarebbe stato naturale”.
    (Arthur Schnitzler, “Gioco all’alba”, ed. Adelphi)

    Quando ho comprato “Gioco all’alba” di Schnitzler ero quasi certo di aver fatto una buona scelta, considerando le precedenti e appaganti esperienze di lettura con libri quali “Doppio sogno”, “Signorina Else”, “Fuga nelle tenebre”, “Morire”, “Il ritorno di Casanova”. Conoscevo già l’abilità dell’autore nel delineare, con pochi tratti di penna, la psiche contorta dei suoi personaggi, senza appesantire la trama dei suoi agili racconti e intersecando temi universali quali la passione, la morte e il potere corruttivo del denaro.
    “Gioco all’alba” è incentrato su Willi, un giovane tenente dell’esercito che, pur non navigando nell’oro, conduce un’esistenza abbastanza tranquilla, è piacente, amante del gioco e degli spettacoli, e non sospetta che l’esistenza sta per metterlo di fronte a una realtà ben più dura, che si presenta sotto le sembianze di un suo conoscente che, stretto in difficoltà economiche, gli chiede un prestito, lasciando balenare l’ipotesi di farla finita. Willi, che pure non può corrispondere la somma, s’impegna a trovarla, e vi riesce anche, grazie a un espediente tanto efficace quanto ingannevole, cioè una vincita al gioco, alle carte.
    Willi, a differenza di Schnitzler, che presumo l’abbia fatto, non conosce la lezione de “Il giocatore” di Dostoevskij, e non si accontenta della vincita ottenuta, che metterebbe l’amico al riparo dalle disgrazie e consentirebbe a lui una vita più agiata, almeno sul breve-medio periodo. La brama del gioco lo avvolge e le conseguenze saranno sgradevoli, ma a questo punto mi fermo perché il racconto è breve e forse ho già anticipato troppo della trama. Vi lascio all’eventuale lettura.

    ha scritto il 

  • 4

    La scrittura di Schnitzler mi ha ricordato molto quella di Zweig, entrambi vissuti a cavallo tra due secoli e spettatori di quella crisi dell’Ancien Régime monarchico ad opera delle pulsioni figlie de ...continua

    La scrittura di Schnitzler mi ha ricordato molto quella di Zweig, entrambi vissuti a cavallo tra due secoli e spettatori di quella crisi dell’Ancien Régime monarchico ad opera delle pulsioni figlie del secolo nuovo. L’onore si scontra con la sete di denaro, e a soccombere sono gli sprovveduti o coloro che si trovano sprovvisti di mezzi per affrontare le nuove realtà del secolo, risultando così facili prede di uomini senza scrupoli.

    Il racconto si sviluppa in un breve lasso di tempo, narrando soprattutto di una partita a carte, che si svolge in una notte, e delle tragiche conseguenze che essa avrà, perché una ferrea legge dell'onore militare prevede che i debiti di gioco debbano essere saldati entro le ventiquattro ore.
    La narrazione segue lo schema del flusso di pensiero e monologo interiore, una narrazione che (ammetto) all’inizio ho trovato noiosa, fino a quando non si entra nel vivo della partita. E’ allora che questo vizio demoniaco - il desiderio di puntare e vincere e puntare per rifarsi quando si sta perdendo -, a poco a poco, ci trascina a fondo insieme al Tenente Willi Kasda, un giovane ufficiale che per puro caso si ritrova avvolto nella spirale del gioco e debitore di 11.000 fiorini, un debito che non potrà mai onorare.
    Poi la storia prende una strana svolta, e il passato ritorna come a farsi beffa del povero tenente in un finale tragico, che avrei voluto fosse diverso.

    ha scritto il 

  • 5

    Un grandissimo scrittore

    Amo Schnitzler, perchè è sempre intenso, mai banale. Amo quel suo modo di scrivere, che ti aviluppa in un intercedere spesso ipnotico.
    In questo breve romanzo, a mio parere perfetto, ho provato vertig ...continua

    Amo Schnitzler, perchè è sempre intenso, mai banale. Amo quel suo modo di scrivere, che ti aviluppa in un intercedere spesso ipnotico.
    In questo breve romanzo, a mio parere perfetto, ho provato vertigine quando descrive il momento in cui Willi comincia a perdere a carte. Ho avuto la sensazione di essere io Willi, sul tavolo da gioco, travolto da quella febbre che ti impedisce di smettere affidandosi alla benevolenza del fato. Meravigliosa poi la semplicità con cui ti fa precipitare in una società passata, al punto da comprenderne persino le dinamiche per quanto avulse al nostro mondo moderno. Uno scrittore veramente grandissimo.

    ha scritto il 

  • 4

    Bellissimo racconto, intenso e con un finale col botto.

    Tutto parte da un debito di gioco di un ex tenente austriaco radiato dall’esercito per gravi motivi, a cui ne segue un altro che un amico, uffic ...continua

    Bellissimo racconto, intenso e con un finale col botto.

    Tutto parte da un debito di gioco di un ex tenente austriaco radiato dall’esercito per gravi motivi, a cui ne segue un altro che un amico, ufficiale anch’egli, contrae nel tentativo di guadagnare del denaro per coprire il primo.

    La vicenda si dipana in un crescendo di suspance, delineandosi sempre più attorno alla figura di una donna che fa la sua comparsa verso la fine ma che rappresenta la vera chiave di volta del racconto perché porta a compimento il suo piano, ricordandoci che la vendetta è un piatto che va servito freddo.

    ha scritto il 

  • 4

    Il contrappasso ai tempi dell'Ancien Regime

    Willi è un classico tenente dell'Armata Austriaca di fine ottocento, dedito ai vizi tipici di quei giovani,le donne il gioco il vino.
    Data la mancanza di rendite alternative al suo stipendio è costret ...continua

    Willi è un classico tenente dell'Armata Austriaca di fine ottocento, dedito ai vizi tipici di quei giovani,le donne il gioco il vino.
    Data la mancanza di rendite alternative al suo stipendio è costretto però a centellinarsi nei propri svaghi cercando di salvaguardare così il proprio onore di militare che è la cosa più preziosa che possiede.
    La situazione cambia quando un suo vecchio camerata si presenta per chiedergli in prestito una somma urgente che servirà a coprire alcune sue malefatte.
    Willi non possedendo questa somma e più per spirito di avventura che di cameratismo si decide di partecipare ad un gioco di carte dove spera di vincere quella somma.
    L'esito sarà catastrofico alla fine si troverà indebitato con un console per una somma superiore di dieci volte a quella che sarebbe servita al suo amico, debito da saldare nel giro di ventiquatt'ore.
    Così il tenente decide di fare visita al suo unico zio sperando nella sua benevolenza, ma scopre che il suo patrimonio si trova nelle mani di una moglie di cui Willi non conosceva l'esistenza.
    Ed è qui che si compie il contrappasso; il tenente disperato si reca da lei scoprendo che la persona in questione si tratta di una donna con cui aveva avuto una fugace e squallida storiella "d'amore"(scoprirete il perchè delle virgolette).
    Si compie così il finale beffardo del tenentino Willi...
    Racconto lungo ben scritto, essenziale senza descizioni superflue va subito al cuore dei protagonisti descrivendo in poche pagine alcene peculiarità della società di quei tempi.

    ha scritto il 

  • 5

    Il libro l'ho preso qui su anobi, rubandolo da non so più quale libreria, mentre il padrone di casa, che incautamente ne aveva tessuto le lodi, non c'era.
    Ora che l'ho finito, potrei anche restituirlo ...continua

    Il libro l'ho preso qui su anobi, rubandolo da non so più quale libreria, mentre il padrone di casa, che incautamente ne aveva tessuto le lodi, non c'era.
    Ora che l'ho finito, potrei anche restituirlo, perché è vero che mi affeziono ai libri che leggo, ma poi quanti sono quelli che rileggo? E poi, già che non si restituiscono i libri prestati, vuoi mica restituirne uno rubato?
    In verità c'è un altro motivo per cui lo voglio tenere. Vorrei che lo leggessero i miei figli.
    Proverò a lusingarli in qualche modo e a convincerli dicendo che in fondo si tratta di un libretto di poche pagine, che si legge in due volte, ma quelle poche ore necessarie per scorrere la vita del sottotenente Willi Kasda sono un investimento ad alta redditività.
    C'è molto, se non tutto in questo racconto scritto da un genio per me sconosciuto e tradotto da una persona davvero capace. C'è un campionario a colori delle miserie della vita e delle trappole più o meno nascoste in cui siamo già caduti o che abbiamo evitato per poco. Potrebbe valere come surrogato di quell'educazione che non si trova più il tempo di dare ai figli.
    La storia passa di pagina in pagina con una prevedibilità disarmante, ma ciò nonostante si divorano le righe per sapere, per avere conferme, per spegnere la sete e la morbosa curiosità che spinge a spiare l'agonia di un essere umano. Ma anche per sperare che alla fine... forse... ma sospettando già che la speranza altro non è che un'altra trappola preparata dal destino.

    ha scritto il 

  • 5

    Altro che Ivan Ilic

    Quando ero piccola avevo un ciuccio. Mi era molto caro, come a tutti i bambini. Ovviamente lo ciucciavo con perizia e godimento come tutti i bambini, e capitava talvolta poi che si rompesse, ed io cad ...continua

    Quando ero piccola avevo un ciuccio. Mi era molto caro, come a tutti i bambini. Ovviamente lo ciucciavo con perizia e godimento come tutti i bambini, e capitava talvolta poi che si rompesse, ed io cadevo in quello stato di angoscia che, pensavo allora, ( eh, si, ero una bambina con pensieri piuttosto cupi..) si doveva provare quando ci si ammalava di tumore.
    Poi ho anche avuto un tumore, ma le sensazioni provate non si sono mai avvicinate a quelle pure, semplici e totali di quando ero bambina e mi si rompeva il ciuccio.
    Quel pensiero che ti avvolge come una campana di vetro, e che sempre ti accompagna, rumore di fondo soffocante ed inaccettabile, e che rende la vita di qualsiasi reietto più allettante di un'altra ora nella tua propria pelle.
    Ecco questo libro mi ha riportato intatta quell'angoscia, e lo consiglierei a chiunque volesse tastare con mano la sensazione dell'ineluttabile, della morte imminente, della realtà sgradita che ti si siede addosso, pesantissima, inscalfibile. Altro che Ivan Ilic.

    ha scritto il 

  • 5

    Capita a tutti prima o poi, anche ai lettori più ostinati e compulsivi, di vivere periodi nei quali non si trova un libro da leggere.
    Tutto ti sembra superfluo e scialbo e niente è in grado di far sco ...continua

    Capita a tutti prima o poi, anche ai lettori più ostinati e compulsivi, di vivere periodi nei quali non si trova un libro da leggere.
    Tutto ti sembra superfluo e scialbo e niente è in grado di far scoccare la scintilla fra te e il romanzo che hai scelto.
    Ma per fortuna conosco un metodo per uscirne e scacciare la tristezza regolando di nuovo la circolazione.
    Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara dopo aver letto un romanzo; ogni volta che nell'anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare davanti a centinaia di titoli senza sapermi decidere; quando l'intolleranza riesce a dominarmi e con grande fatica resisto dal non gettare a terra tutti i libri insulsi che sfoglio; ogni volta che inizio a leggere e inizio a provare fastidio e disgusto per le solite parole trite e ritrite che mi scorrono davanti agli occhi; ma soprattutto ogni volta che inizio a parlare e a scrivere come Ismaele nell'incipit di Moby Dick, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi a leggere un qualche autore mitteleuropeo, dove le parole non scorrono mai senza produrre conseguenze.

    Allora eccovi “Gioco all'alba”; un romanzo di centotrenta pagine scritto dal più grande evocatore della società viennese di fine Ottocento e inizio Novecento. Un romanzo senza spreco di parole.
    E dove a ogni parola segue una conseguenza e un'azione ineluttabile ma mai stucchevolmente prevedibile.
    Il protagonista del romanzo, Willi, è un ufficiale che ama la vita e le donne. E' un bel giovane, alto e snello, e la sua esistenza è circondata da amanti, dal gioco d'azzardo con i colleghi, dagli spettacoli teatrali e dal denaro.
    Finché arriva il momento in cui il destino comincia a stringere anche per lui i suoi nodi.
    Una notte perde una grande somma giocando una lunga partita a carte fino a ritrovarsi disperato in direzione di un'alba livida e apparentemente irreparabile.
    Ma essendo Willi un ufficiale del regime e quindi anche un uomo d'onore, diventa per lui fondamentale onorare il debito e va alla ricerca disperata del denaro che gli occorre.
    E qui Schnitzler, magistralmente fa balenare accanto al denaro, l'amore, l'uno nello specchio dell'altro. Crudelmente l'autore indica un possibile futuro luminoso per il giovane ufficiale, un futuro che sarebbe potuto esser suo se solo non avesse giocato quella sciagurata partita. E come se non bastasse, proprio alla fine mostra a noi lettori una salvezza che il protagonista non farà in tempo a vedere, concludendo il racconto in maniera tragica e beffarda.

    Un piccolo gioiello, Gioco all'alba, evoca perfettamente la Vienna dell'Austria felix e dell'ancien regime degli ufficiali gentiluomini, delle donne graziose e disinibite, dei 45 giornali che venivano quotidianamente pubblicati e distribuiti nei numerosissimi caffè viennesi; la Vienna dei circoli intellettuali e di un regno che sembrava non dover tramontare mai e che invece stava già per finire in un bagliore soave che andava spegnendosi in un lungo crepuscolo.
    L'ultima testimonianza di autentica nobiltà. Di uomini pronti a morire per tener fede a una parola data.
    La letteratura che troviamo in Schnitzler è fra le altre cose l'esempio di una civiltà che anziché dare sfogo alla spontaneità e agli istinti si affaticava in un'incontenibile disciplina, tentando sempre di affinarsi, di essere più profonda, diventando infinitamente esigente, mai contenta del facile, del volgare e del già noto. Una civiltà di persone pronte a sacrificare la propria vita, per lealtà, per amicizia, per amore o per senso di nobiltà.
    Così Willi, ufficiale in apparenza scapestrato, che conduce e fantastica una vita di amori, gloria e denaro, ma che nel momento della verità saprà anche morire come un uomo del suo tempo.

    Leggete Arthur Schnitzler, grande narratore e acuto osservatore della società nella quale è vissuto. Forse unico intellettuale della sua epoca ad aver previsto la fine del vecchio mondo e la “rovina mondiale” nel caso fosse scoppiata una guerra. Cosa che naturalmente avvenne.

    ha scritto il