Giuseppe in Egitto

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Ha scritto il 19/07/17
Terza tappa di questa vertiginosa ascesa agli apici della letteratura. Un libro di luce e bellezza. Fantastico.
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Ha scritto il 18/07/10
Secondo libro della quadrilogia
Ha scritto il 28/03/08
Siamo al terzo capitolo della storia di Giuseppe. Il secondo è Il giovane Giuseppe: http://www.anobii.com/books/010c3727df8c060f0c/

Nella Bibbia il racconto occupa i pochi versetti di Genesi 39, 1-20, in cui si narra dell’a

Nella Bibbia il racconto occupa i pochi versetti di Genesi 39, 1-20, in cui si narra dell’arrivo di Giuseppe in Egitto, di come egli sia venduto schiavo al nobile eunuco Potifar, dell’ascesa del giovane ebreo nella casa del potente egizio e di come – infine – Mut-em-enet, moglie onoraria di Potifar, si innamori di Giuseppe e, di fronte al rifiuto del giovane di cedere alle sue avances, lo accusi di aver tentato di violentarla e lo faccia imprigionare. Ecco, nel racconto della Genesi, il fulcro della vicenda: «Dopo questi fatti, la moglie del padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: “Unisciti a me!”. Ma egli rifiutò» (Genesi, 39, 7-8).
La brevità della storia biblica non impressiona Mann, che da essa trae il romanzo più lungo della quadrilogia. Del resto, sono numerosi i temi che si intrecciano in quest’opera, in parte ripresi dai romanzi precedenti: il rapporto fra passato e presente, fra tradizione e progresso, fra difesa dell’identità e cosmopolitismo; e poi la natura della religione, il potere della letteratura ecc. Spicca, in Giuseppe in Egitto, il tema dell’amore, che occupa gli ultimi due capitoli (il VI e il VII) del romanzo: proprio questi due capitoli servono a Mann per spiegare, giustificare, approfondire le poche righe riservate dalla narrazione biblica a questo evento drammatico: «E dopo questa cosa avvenne che la moglie del suo signore pose gli occhi addosso a Giuseppe e disse… Tutti sanno che cosa, secondo il racconto, avrebbe detto Mut-em-enet […]. A dirla francamente, noi siamo sgomenti della sommaria brevità di una narrazione che, come quella di cui ci serviamo, tiene tanto poco conto della minuziosità amara della vita e di rado come in questo caso abbiamo sentito più vivamente l’ingiustizia che concisione e laconismo arrecano alla verità». Come Mann fa dire alla stessa Mut-em-enet, «è proprio dei poveri e degli umili servirsi della parola solo per intendersi sulla necessità. Ma nostra parte, di noi nobili e ricchi, è invece la bella superfluità in ogni cosa. Anche nei discorsi delle nostra bocca, perché bellezza e superfluità sono una cosa sola»; presso gli egizi, inoltre, la scrittura è tenuta in alta considerazione, tanto che è benvoluto da loro chi può offrirne esempi: «se tu puoi mostrare un qualche coccio o un rotolo o un documento, ecco che i loro volti si rischiarano. Essi dicono, è vero, che per loro il dio più alto è Amun o Usir, la sede dell’occhio. Ma io li conosco meglio: in fondo, il loro dio più alto è Tut, lo scrivano». In Egitto chi sa scrivere è benvoluto.
Scrittura, narrazione… Per mezzo loro il mondo si amplia, si arricchisce, si precisa. Grazie alla propria abilità di narratore Giuseppe conquista il cuore del padrone: Giuseppe racconta, infatti, la propria vita a Potifar e lo affascina per mezzo di un discorso fiorito di immagini e di figure; mentre lo ascolta, «Potifar stava appoggiato al suo alto bastone, chino un po’ in avanti, e sentiva un piacevole calore nella testa e nelle membra. Un tale senso di benessere, si diceva, avevano un tempo sentito coloro ai quali si era accompagnato un dio in figura di viandante o di mendico e di qualche parente e conoscente desideroso di parlar con loro». «Nelle parole che il giovane, appoggiato all’albero, aveva detto sulla sua vita anteriore si erano mescolate molte idee a lui familiari, elementi astutamente attinti alla memoria e che, in certo grado, potevano considerarsi reminiscenze letterarie». Un discorso, dunque, letterario, quello di Giuseppe: immagine del discorso manniano, che incanta il lettore, per quanto si allontani dalla “verità” biblica o storica: «le parole sono forti, non impunemente si pronunciano le parole, esse lasciano una traccia nell’animo; pronunciate senza sentimento parlano tuttavia al sentimento di chi le ascolta; se con esse tu menti, la loro magia ti cambia un poco secondo il loro senso, così che quando tu le hai pronunziate non sono più del tutto menzogna».
L’essenza del potere delle parola emerge con chiarezza quando Giuseppe si ingrazia Mont-Kav, il sovrintendente della casa, per mezzo di un elaborato augurio di buona notte: «quando sei nel tuo letto, caro signore, non pensare che tu devi dormire! Pensa piuttosto che tu puoi dormire, che ti è permesso dormire; considera ciò come una grande grazia, e troverai pace». Al che Mont-Kav così replica: «Particolarmente mi è piaciuta la tua distinzione che non già devo dormire, ma che posso, che mi è permesso dormire. […] Ma come fai tu, che le parole sulle tue labbra diventano formule magiche […]?». Formule magiche… Giuseppe è maestro delle parole e della distinzione: mediante le parole crea e comunica nuove distinzioni di significato e quindi nuove idee. Con le parole crea nuove realtà: è dunque un mago, come il romanziere Mann.
E tuttavia non di un inganno si tratta: Mann si distacca infatti dalla traccia documentaria per affrontare l’argomento che più gli sta a cuore: l’essere umano. Lo fa quando, per esempio, si dilunga nel descrivere i “sette motivi” etici e religiosi per cui Giuseppe non cede alle profferte amorose di Mut-em-enet. Non accordare la giusta attenzione alle lunghe divagazioni manniane significherebbe comportarsi come si comportarono i servi della casa di Potifar quando l’infatuazione di Mut-em-enet per Giuseppe divenne un fatto di comune dominio: «i cuochi rimestando e spennacchiando, i guardiani ciarlando sulla panca di mattoni dicevano fra loro: “La signora è tutta presa dal giovane maggiordomo, che però non vuol saperne. È uno spettacolo divertente!”». Tutto meno che uno spettacolo divertente deve essere la storia narrata da Mann – per quanto pervasiva e intensa sia l’ironia che accompagna la narrazione e che investe la stessa storia d’amore: quando, infatti, Mut-em-enet fa la sua proposta definitiva a Giuseppe e pronuncia le ferali parole, la sua lingua è ferita, morsa il giorno prima, e «questo si deve sapere e immaginare e d’ora innanzi tener sempre per fermo: la parola del misconoscimento, la lapidaria parola della tradizione, Mut non la pronunciò con bocca sana e intera, come persona adulta, ma tra fitte di dolore, nel linguaggio dei bambini, e così ella balbettò: “Dolmi con me”. Per questa ragione aveva infatti ridotto in tal modo la sua lingua, affinché potesse parlare così». Tutto il romanzo finisce quasi con l’essere una preparazione per questa dissacrazione del discorso biblico e del discorso amoroso: le parole doppiamente solenni sono ridotte a un balbettio bambinesco.
La guerra d’amore fra Giuseppe e Mut-em-enet acquista però serietà ed esemplarità collocandosi nel confronto fra la terra d’Israele e l’Egitto attorno al quale si articola tutto il romanzo. A occupare la scena di Giuseppe in Egitto è, per l’appunto, questo grande impero, con la sua antica civiltà, la sua gloria, la sua religione insieme primitiva e progredita agli occhi del giovane schiavo. È l’ambiguità il segno sotto cui si pone il “paese del fango”, la terra di Keme, il regno di Faraone: da un lato «il paese degli adoratori degli animali e dei cadaveri», in cui si incarna la «mescolanza di morte e lussuria», l’«alleanza col mondo infero e con gli inferi», «la cieca irragionevolezza che abita nella tenebra della fecondità» – la commistione di amore e morte che tanto spesso Mann ha descritto e che Giuseppe rigetta nella persona di Mut-em-enet –; dall’altro lato, un paese di antica civiltà, crocevia di commerci e influssi culturali, centro di ricerca filosofica e spirituale: il viaggio di Giuseppe verso l’Egitto, in compagnia dei mercanti che lo hanno comprato, consiste in un graduale ampliarsi degli orizzonti, via via che nuove città, nuovi monumenti, nuove usanze si presentano ai viaggiatori. Giuseppe, intimorito, si aggrappa alla superiorità della propria religione, che egli giudica più progredita; tuttavia, il giovane giunge a comprendere di non essere «solo il figlio delle sue montagne, ma di un’unità territoriale più vasta, dell’Oriente mediterraneo in cui nulla gli poteva apparire del tutto nuovo o bizzarro», e finisce col «considerare la sua strettissima patria spirituale, il mondo dei suoi padri, tutto teso alla travagliosa ricerca di Dio, quel mondo di cui egli era un rampollo e un alunno, non più come qualcosa di unico, di esclusivo, d’incomparabile. […] Da per tutto tra gli uomini avveniva la stessa cosa, e da per tutto si levava la domanda angosciosa: “Fino a che punto noi intendiamo ancora il Signore e lo spirito dei tempi?”». Questa consapevolezza – dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, del loro procedere su un medesimo cammino di progresso culturale e spirituale – costituisce una tappa fondamentale nella formazione del giovane Giuseppe.
Quando egli, al termine del romanzo, sarà gettato di nuovo nella fossa (stavolta la cella di un carcere, dopo il pozzo in cui lo avevano abbandonato i fratelli al termine del secondo capitolo della storia), sarà per rinascere a una nuova fase della propria vita.

L’ultimo capitolo della tetralogia di Giuseppe è Giuseppe il nutritore: http://www.anobii.com/books/01a973fa13cf346925/ ...Continua


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