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Gli esordi

Di

Editore: A. Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)

4.2
(85)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 673 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8804601302 | Isbn-13: 9788804601302 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Il protagonista vive una e insieme tre vite: nella prima parte è un seminarista silenzioso, nella seconda un attivista rivoluzionario, nella terza uno scrittore sotterraneo. Ma in questo romanzo si scorgono in filigrana anche gli ultimi decenni del secolo appena trascorso: nella prima parte gli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni sepolti che precedono le esplosioni del decennio successivo; nella seconda gli anni Settanta, delle lotte e dei tumulti, la chiusura di un'epoca iniziata con le grandi rivoluzioni politiche dell'Ottocento e del Novecento; nella terza gli anni Ottanta e Novanta e quelli che stiamo vivendo, abbagliati e spettrali, gli anni dell'immagine, della moda, dell'apparenza e della duplicazione della vita e del mondo. Animato da un'inesauribile ricchezza di invenzioni e immagini e da un'ininterrotta tensione conoscitiva, sostenuto da una prosa ipnotica, irradiante e intensa, estraneo ai codici della comunicazione corrente e simile a un oggetto alieno capitato non si sa come nella nostra letteratura, questo libro è attraversato da un sentimento devastato e aurorale del mondo visto in drammatico e perpetuo esordio.
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  • 5

    “Metodo (per arrivare agli “Esordi”)

    - Conquistare un diverso rapporto con il tempo.
    - Continuare a farsi assalire dal romanzo. Girare sempre con pezzi di carta nelle tasche.
    - Tesserlo pensando ad altre cose, come in sogno.
    - Non farsi prendere dall’ansia. Se hai paura d ...continua

    “Metodo (per arrivare agli “Esordi”)

    - Conquistare un diverso rapporto con il tempo.
    - Continuare a farsi assalire dal romanzo. Girare sempre con pezzi di carta nelle tasche.
    - Tesserlo pensando ad altre cose, come in sogno.
    - Non farsi prendere dall’ansia. Se hai paura di non avere tempo sufficiente, rallenta ancora di più. Meno ci pensi e più il lavoro progredisce. Meno ti immergi e più vedi nel profondo. Solo una mente riposata può portare grandi pesi, in leggerezza. Non fare caso ai damerini, ai fogli di giornale. Non farti bloccare. Per andare avanti bisogna rompere per forza, tradire i fratelli e i maestri.
    - Le tue forze mentali sono scarse, ti prendono amnesie, tic e fissazioni. Ti è impossibile concentrarti, per questo devi lavorare su reticoli di appunti, riscrivendoli all’infinito e connettendoli. Devi avanzare cancellando. La tua testa è piena di fischi e di rumori, la gola è sempre serrata per l’angoscia. Eppure, quando hai imparato a lavorarci assieme, la decima parte del più labile dei cervelli è sufficiente alla più grande delle imprese.
    - E se l’arte non ha più nessun futuro in questo mondo… ecco il momento ideale per dedicarsi a essa!
    - Lavorare in silenzio, nel silenzio.”

    Trovo questa sorta di promemoria sulla strada da seguire, sul metodo per arrivare a “Gli esordi” – come se da qualche parte il libro già esistesse e l’autore dovesse procedere “cancellando” ciò che di superfluo possa distoglierlo dalla meta – in un altro libro di Moresco, intitolato “Lettere a nessuno”. Il mio approccio non sistematico all’opera di questo autore straordinario mi ha abituato ai continui rimandi da un libro all’altro; avendo iniziato da “Canti del caos”, la parte intermedia della sua immensa trilogia, sapevo di dover risalire a “Gli esordi”, in un certo modo anticipati e preparati da “Lettere a nessuno”, così come mi aspetto da “La lucina” l’approccio a quella materia in elaborazione, che saranno “Gli increati”. Il caso ha voluto che la stessa lettura non sistematica e del tutto impreparata, “increata” direbbe il nostro, mi portasse gradualmente, dopo una prima immersione totalmente spiazzante ma anche entusiasmante, alla consapevolezza di trovarmi all’interno di un mondo strutturato, creato, dotato di un proprio ordine, una propria logica, un proprio linguaggio, ubbidiente alle proprie interne necessità. Un mondo epico insomma, o meglio, una nuova epica per un mondo come quello attuale che sembra non avvertirne alcun bisogno e non poterla né supportare né sopportare. Ma il lettore la riconosce, a istinto, come riconosce la fatica, il dolore, il probabile presentarsi e ripresentarsi dello scoraggiamento, delle domande sulla reale necessità di questo lavoro, della pena che una simile impresa deve essere costata e che, probabilmente, sta ancora costando. Perché Moresco scrive controcorrente, contro la moda, contro la convenienza, scrive come se partecipasse ad una battaglia persa in partenza, scrive da sovversivo per quei lettori convinti che la vera letteratura sia sovversiva, perché sovverte l’ordine costituito e ne crea uno tutto suo, a cui resta caparbiamente fedele. A pagina 656 della presente edizione è riportato uno schizzo, disegnato dall’autore, raffigurante la piantina della villa e del parco di Ducale (il luogo in cui sono ambientati alcuni capitoli della prima parte del romanzo) per l’edizione tedesca de “Gli esordi” – il libro ha vinto nel 2006 in Germania il premio Lipsia come migliore opera straniera dell’anno tradotta in lingua tedesca, superando, per inciso, “Mosca sulla vodka” di Erofeev e “Poesie di Ricardo Reis” di Pessoa – come nelle più tradizionali saghe; uno schizzo simile si potrebbe disegnare per ognuno dei luoghi in cui le tre parti del romanzo sono ambientate. Perché Moresco è in grado di creare luoghi letterari. Non è una cosa da poco e, soprattutto, non è cosa che si possa dire di molti altri autori contemporanei, soprattutto italiani. Mi sento in dovere di avvisare il lettore che ancora non si sia addentrato ne “Gli esordi”, che ne uscirà prima di tutto con un immaginario arricchito di luoghi. “Luoghi e strade da disegnare su quella straordinaria carta geografica, su quell’atlante che solo nella letteratura acquista leggibilità”, per riprendere le parole che Ingeborg Bachmann utilizza nella sua quarta lezione di Francoforte, aggiungendo che, alla fine, i luoghi letterari sono gli unici “dove forse siamo stati davvero”, perché a nulla assoggettati o asserviti (non a caso il libro della Bachmann si intitola “Letteratura come utopia”). I luoghi letterari si riconoscono perché permangono nella memoria del lettore, come tutto ciò che, visto per la prima volta, viene riconosciuto come del tutto nuovo e del tutto necessario. I luoghi di Moresco non sono né realistici né fantastici, sono creati e continuamente ricreati dalla sua scrittura. Certo rispecchiano una geografia sicuramente legata alla sua biografia, perché nulla si costruisce sul nulla, ma sarebbe un gioco sterile e sostanzialmente non necessario cercare di risalire al nucleo originario di esperienze che li ha generati. Quello che conta è il lento, certosino lavoro di costruzione che si spalanca e dirama davanti al lettore, pagina dopo pagina. Il tempo è infinitamente necessario per impadronirsi di uno spazio, ma Moresco è un generosissimo creatore che non descrive – almeno non principalmente – i suoi spazi, ma che concede al lettore il tempo, tanto tempo, tante pagine, per percorrerli e conoscerli. Tempo e, ancora più importante, una serie quasi infinita di possibilità di trovare al loro interno riscontri, riconoscimenti, percorsi, di muoversi autonomamente anche, addirittura, in modo indipendente dalla volontà dello stesso autore fra tutto ciò che egli gli fornisce. Questo è ciò che più avvince il lettore, questa possibilità di conoscenza, di una pur piccola e inutile e assolutamente non utilizzabile conoscenza in più. I luoghi di Moresco non si leggono, nei luoghi di Moresco si abita, a lungo, per tutto il tempo che è necessario per abituarsi ad essi, e poi non si dimenticano più. E’ così per il seminario e per la villa di Ducale con il suo parco nella Prima parte, la “Scena del silenzio”, per i paesini di provincia sparsi sulle alture sopra il lago e per il palazzo della sede abbandonata nella Seconda parte, la “Scena della storia”, per la grande città e il mondo dell’editoria nella Terza parte, la “Scena della festa”. In ognuno di questi luoghi il lettore è chiamato ad assistere alla realizzazione di un progetto potentemente visionario, perché sotto i suoi occhi accadono fatti ed avvenimenti, tutti raccontati in prima persona dal protagonista, lo strano, disarmato, commovente e perplesso eroe di questo ciclo epico. “Gli esordi” è un romanzo connotato da una forte valenza narrativa; Moresco racconta, scrive per raccontare, solo che non racconta una trama, racconta la percezione delle cose che ha il protagonista, attraverso la sua voce. E questa percezione è a tal punto fuori dagli schemi, scrupolosa nella sua attenzione, premurosa nello svolgere il suo compito, che è quello di annotare tutto, di tutto rendere conto, perché tutto prende vita attraverso i suoi occhi, una assurda e a volte tenera e a volte crudele vita, che incatena e avvince il lettore ben più dello svolgersi della stessa trama. Che, sia ben chiaro, esiste ed è fondamentalmente la storia di una vocazione personale che va faticosamente precisandosi attraverso tre adesioni a tre diversi mondi (i tre “sì” che concludono ognuna delle tre parti): la vocazione religiosa della “Scena del silenzio”, quella politica della “Scena della storia” e infine quella, diciamo così, letteraria, con la scelta dell’io narrante di dedicarsi alla scrittura (“portare a compimento questo destino che ci è toccato, questo sogno…”) della “Scena della festa”. Una trama che procede attraverso la contrapposizione delle tre parti, senza che sia tra di loro necessario un collegamento esplicitato. Anche in questo Moresco è riconoscibile: non si affanna a rispondere alle legittime domande del lettore, lascia che anche di questo si occupi il tempo, il tempo della lettura che regala inaspettati legami, particolari anche minimi che sono in realtà emissari mandati avanti dalla materia precedente. E anche questo avvince e lega ed entusiasma quell’inesausto cercatore di meraviglie che si nasconde nell’anima di ogni lettore. Moresco è un narratore estremamente prodigo, ma anche estremamente pudico; non esita a regalare a piene mani i suoi tesori se si tratta di creare le sue scene e di popolarle di tipi umani bizzarri e sopra le righe, di dar loro abitudini e stili di vita grotteschi se non apertamente comici, di narrare avvenimenti ordinari, deformati dal suo occhio stralunato, insieme sapiente e innocente, ma evita accuratamente di inoltrarsi nella psicologia dei suoi personaggi, nei loro conflitti e nelle loro emozioni, tanto meno in quelli dell’io narrante, cioè di se stesso. Emozioni e sentimenti esistono ma non vengono detti, non hanno bisogno della parola che li crei. Forse perché sono loro a creare le parole.

    ha scritto il 

  • 2

    Autobiografia a scendere (tre parti)

    - Da bambino parla come circondato da fasce di silenzio...
    - Preterizione (la mia) senza preterito.
    - Noiosa surrealtà in fantasie dis-editoriali.

    ha scritto il 

  • 4

    Morescopossiede la rara capacità di trasformare i sogni e l'immaginazione in parole. Il suo pensiero liquido e sognante diventa materia letteraria, così, quasi naturalmente si viene catturati e ipnotizzati dalla sua prosa magica. Coinvolgente.

    ha scritto il 

  • 0

    Speciale Antonio Moresco - Gli esordi -

    Per lo Speciale Antonio Moresco, Cristò Chiapparino


    Penso che Gli esordi di Antonio Moresco (prima Feltrinelli 1998 poi Mondadori 2011) sia un romanzo di deformazione. Anzi, per essere più preciso, penso che sia più giusto dire che si tratta di tre romanzi di deformazione raccolti sotto un ...continua

    Per lo Speciale Antonio Moresco, Cristò Chiapparino

    Penso che Gli esordi di Antonio Moresco (prima Feltrinelli 1998 poi Mondadori 2011) sia un romanzo di deformazione. Anzi, per essere più preciso, penso che sia più giusto dire che si tratta di tre romanzi di deformazione raccolti sotto un unico titolo che ne sottolinea l’aspetto deformante.
    Il sostantivo “esordio”, se riferito (com’è nel romanzo di Moresco) a un’unica persona, sembra non poter ammettere il plurale (non in senso grammaticale, ovvio): si esordisce una volta sola sia che vada bene, sia che vada male. La sensazione comune è che, una volta scelta la propria strada, si esordisca per poterla percorrere fino in fondo. Non a caso lo schema del romanzo di formazione è uno dei più praticati tanto dai romanzieri quanto dagli sceneggiatori che, spesso, sembrano individuare nel disegno di crescita del protagonista quello più universale della società quando non, addirittura, del genere umano: l’ontogenesi che ricapitola la filogenesi. Non mi pare che questo schema possa ammettere il continuo ritorno all’inizio necessario per rendere plurale il sostantivo “esordio” a meno che lo schema stesso non venga messo in discussione e che la formazione non diventi deformazione. Le seicento pagine di Moresco (poco meno di seicento nella versione edita da Feltrinelli) operano, appunto, questa trasformazione con la voce di un io narrante che non si perde nella casa stregata (come Ambrose, personaggio e alter ego di John Barth che si perde parallelamente al perdersi dell’autore stesso nella narrazione) ma che è egli stesso la casa stregata in cui il lettore è invitato a perdersi. Immediatamente, già dall’incipit, sicuramente uno dei più belli di tutta la letteratura italiana («Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio.»), il lettore è costretto a guardarsi attorno e a chiedersi “Cosa sarà successo durante la mia assenza? Dove sono finito?” (non a caso queste due domande sono i titoli di altrettanti capitoli della prima e della seconda parte del romanzo) e poi, più avanti, “Che sia questa la Grazia? C’era bisogno di fare tutto questo caos?” (altri due titoli di capitoli della prima e della terza parte). È bene precisare subito che Antonio Moresco non dà mai risposte, non indica la strada d’uscita dalla casa stregata in cui il lettore si è immediatamente perso e non promette neanche che esista una vera e propria uscita dal suo labirinto di specchi deformanti. Così non rimane altro che fidarsi di lui (e bastano poche pagine per essere alla sua mercè, per non avere dubbi) e godersi lo spettacolo. Sì, perché Gli esordi è uno spettacolo senza pari, una giostra da cui non vorresti scendere mai più, una fantasmagorica invenzione in grado di scavarti nel profondo, di scovare i singoli granelli di polvere di diamante incastonati nei tuoi recessi mentali, piccole verità preziose, velenose (Antonio Moresco fa microchirurgia a mani nude). La deformazione di Moresco, quel suo ingabbiarti nel protagonista, la sua integralista scelta di un io non narrante è un sonoro schiaffo in faccia a molti narratori nostrani, una rivoluzione copernicana della scrittura che non tutti siamo pronti ad accogliere. (Sì, lo so, suona altezzoso). Eppure chi legge Gli esordi di Antonio Moresco non ne esce indenne in nessun caso. Leggetelo – vi prego – se non lo avete ancora letto.

    Una recensione di Cristò Chiapparino

    ha scritto il 

  • 5

    Cos'è questo che mi ritrovo fra le mani? Un romanzo, dovrebbe essere, sì, c'è scritto anche sulla copertina, là, in piccolo, sotto la scritta “gli esordi”. Non lo so, però, se è vero che questo è un romanzo, sono troppo inetto per capirlo, ma ho capito che per me, questa cosa, è stata un gabbia, ...continua

    Cos'è questo che mi ritrovo fra le mani? Un romanzo, dovrebbe essere, sì, c'è scritto anche sulla copertina, là, in piccolo, sotto la scritta “gli esordi”. Non lo so, però, se è vero che questo è un romanzo, sono troppo inetto per capirlo, ma ho capito che per me, questa cosa, è stata un gabbia, una gabbia che mi ha imprigionato dalla prima pagina e che non ha smesso di farlo all'ultima, le sue sbarre continuano ad essere lì e non mi lasciano fuggire. Non che io abbia alcuna intenzione di fuggire, intendiamoci.
    Io non ho mai letto nulla del genere, questo è pacifico, ma proverò comunque a darne una minima spiegazione, un miserucolo tentativo di misurazione dell'incommensurabile.

    La storia è divisa in tre parti, tra di loro diversissime, eppure completamente identiche. L'io narrante è il protagonista del racconto ed è prima un seminarista destinato a diventar prete, poi un attivista politico destinato a diventare terrorista e infine un aspirante scrittore destinato a diventare... cosa? Uno scrittore vero e proprio? Un cadavere? Difficile dirlo. I tre sì che dovrebbero lasciare spazio al raggiungimento della sua vocazione, quale che sia di volta in volta, sono comunque dei sì relativi nei primi due casi, considerato il cambiamento che poi avviene nella sua biografia. Ma perché questo cambiamento? Cosa avviene che non gli permette di diventare né prete né terrorista. È qui che il genio di Moresco interviene nella più subdola delle maniere, non scoprendo nulla di quello che succede nel mezzo. Noi semplicemente non lo sappiamo, né possiamo saperlo. Così come non sappiamo come andrà a finire con la terza vocazione, data l'interruzione della storia proprio sul terzo sì; visti gli “insuccessi” precedenti il lettore potrebbe anche figurarsi un futuro a sua volta diversissimo ed incoerente con quel sì. Sono questi gli esordi del titolo, delle premesse ad una storia che non ci viene raccontata.

    La trama sin qui, ma la trama, così affascinante, è solo uno dei tanti tasselli che rendono così formidabile questa cosa indescrivibile. Perché poi c'è il modo unico di dipingere le scene, in un realismo debordante che viene fatto improvvisamente scemare; ogni volta quanto sembra perfettamente verosimile si autodistrugge con dettagli tanto insignificanti quanto impossibili. Moresco non cancella il realismo (ci avevano già pensato un buon secolo prima di lui), lo sospende semmai, sospende la realtà rendendola un fatto assurdo eppure inevitabile.

    E poi ci sono le riflessioni: riflessioni sottili, a volte solo accennate, ma che comprendono tutto (la religione, la filosofia, la storia, la letteratura, la politica, l'umanità); altre volte sono invece le riflessioni traumatiche, quelle che cambiano prepotentemente il punto di vista, quelle che ti fanno alzare gli occhi dal libro per guardare nel vuoto minuti interi, tentando di riflettere sulle riflessioni. Questa, per esempio, è pura meraviglia:
    “Interi piani di spazio stavano andando alla deriva, smottavano macinando firmamenti, mentre Dio si trovava in preda all'angoscia dell'illimite. 'Un tempo'... mi pareva stesse silenziosamente vociando nello spazio 'ero una liberissima, magmatica poltiglia che imperversava nell'increato intatto. Cos'è accaduto alla mia mente? Pensiero mai pensato eppure deflagrato. Il limite è stato sfondato, rovesciato, la prima volta, quando ho inviato sulla terra il mio figliolo. Vorrà dire che questa volta mi incarnerò in un bacillo. E potrò dirmi appagato se dopo un certo numero di anni, attraverso una serie di reazioni a catena che qualcuno potrebbe calcolare incalcolabili, così al termine di uno stesso evo che a qualcuno potrebbe persino apparire sigillo ciclico, eppure senz'altro scopo, senza alcuna pretesa di redenzione, sarò infine riuscito a suscitare in un corpo umano in illusorio movimento nello spazio un brontolio intestinale perfettamente udibile, in una notte qualunque eppure irripetibile, nel momento stesso in cui qualcun altro si ritroverà a incrociare per caso sopra lo stesso marciapiede...
    Allora potrò veramente dire che la mia opera è compiuta!' (pp. 39-40)

    E poi c'è il linguaggio, così colloquiale ma sempre proiettato oltre al linguaggio stesso, come una nuova definizione di linguaggio. E ci sono i linguaggi nei linguaggi, specie nella prima parte (non a caso intitolata al silenzio). Qui il linguaggio viene di volta in volta sostituito da micro-linguaggi del silenzio, delle specie di limbo (o limbi? cos'è il plurale di limbo?) che non sono né linguaggio né silenzio.

    E poi ci sono le turpi descrizioni del trattamento riservato agli animali (nella prima parte) e ad agli uomini (nella seconda). Che sia per necessità o per svago che viene inflitto dolore, queste descrizioni sono stoccate al cuore di rarissima e finissima precisione. Fanno male.

    E poi c'è il tempo, sfigurato, velocissimo e lentissimo, con mesi che passano senza che ce ne si renda conto e altri che non finiscono mai, e gli sbalzi, e gli avanti-indietro, e le persone che invecchiano nel giro di attimi e quelle che rimangono identiche per anni. Ed il continuo evidenziare il passaggio delle stagioni, che è invero poco importante se rapportato ad una dimensione temporale che pare non curarsene affatto.

    E poi c'è l'estrema girandola di personaggi, presentati di volta in volta e che sembrano non voler finire mai; a volte non sono altro che mere comparse, eppure tutti, nessuno escluso, perfettamente caratterizzati, con picchi geniali nel Gatto, nel cieco, in Sonnolenza, nel Gagà e nella Pesca.

    E poi, e poi c'è il metatesto, il testo che ti spiega il testo o, meglio, ti spiega che il testo non può, non deve essere spiegato. Nella terza parte questo ricorso alla metatestualità è palese:
    “«Ma ci si può ancora gettare allo sbaraglio fino a tal punto?» riprese a dire un istante dopo. «'Non erano questi i patti!' si metteranno tutti quanti a gridare. Gettare all'improvviso questa cosa sul banco, mentre se ne stavano tutti quanti per rincasare, ed erano lì con le carte allentate, l'occhio addormentato... Non ci sono più neppure i passaggi. E poi come uscirne? 'Chè cos'è questa roba, d'un tratto?' si metteranno a sbraitare. 'Ci pareva assodato che le parole dovessero stare dentro se stesse, al proprio posto!'»
    […]
    «'Le parole devono fare ciccia!' mi diranno indignati. 'Devono fare linguaggio!'»” (p. 582)

    Nella prima parte, invece, in linea con l'idea del silenzio che la descrive, la metatestualità è nascosta e sembra parlare d'altro (ed io questo uso più arguto lo preferisco):
    “A me pareva di non parlare, eppure capitava che gli altri si comportassero come se lo facessi.
    […]
    'Fino a che punto la capacità di tacere si può perfezionare?' mi chiedevo. 'Non più parlare e neppure essere parlati, ma scorrere semplicemente altrove, ma in un altrove che non si possa neanche più chiamare altrove, e lasciare dietro di sé un nulla che a qualcuno possa apparire come la coda della lucertola che fugge...'” (pp. 190-191)

    E poi c'è la feroce satira dell'editoria, quella che mette in piedi farse internazionali come il Pulitzer, che pompa boiate come “Middlesex” e ci fa credere che siano veramente prodotti dell'innovazione culturale quando in realtà sono libercoli retrogradi di poco conto (per non parlare di farse di casa nostra come lo Strega, di cui non devo neanche citare esempi, visto che da vent'anni a questa parte vincono solo operette ridicole), e intanto rigettano le vere opere rivoluzionarie, come questa cosa che sto cercando di recensire (che dovette aspettare otto anni per essere pubblicata). Come qui:
    “Passano la vita a fare catenaccio, lo fanno ormai quasi senza neanche volerlo, senza più saperlo. Scagliano la loro immagine fuori di sé, la fanno andare attraverso lo spazio, ritornare, se la scagliano l'uno attraverso l'altro, non si capisce più chi sono gli scagliatori, gli scagliati, cercano di progettarsi persino la posterità, stabiliscono taciti accordi l'uno con l'altro, le letterature, le storie, le enciclopedie... hanno fiuto solo per quelli che bisogna tenere a tutti i costi a distanza, vivono nel terrore che dall'orda degli esclusi venga fuori un giorno o l'altro qualcuno... che riesca a balzare fuori da un asterisco, per qualche contrattempo epocale, che li riduca a loro volta e per sempre ad asterisco...” (p. 583)

    E poi ci sono le sottigliezze, quelle cose di cui ti rendi conto solo molto in là con la narrazione, come il fatto che il protagonista dorme quasi sempre, nelle prime due parti, entro confini istituzionalizzati (che siano il seminario o le sedi di partito). Egli non riesce a trovare una propria vita al di là di quella offertagli (impostagli?) dagli altri, a sminuire quella che appare come un'esistenza estremamente libera. Ma questo è solo uno degli esempi di un uso finissimo della macchina narrativa, ce ne sono tanti altri, e chissà quanti me ne sono sfuggiti.

    E poi ci sono io, che sono un poveraccio e che per questo non sono ancora riuscito ad interiorizzare questa cosa del tutto, e forse mai ci riuscirò.

    E poi, e poi, e poi. E poi c'è tutto il resto, che non sono in grado di dire.

    ha scritto il 

  • 5

    17 novembre '011
    La mente si muove per analogie e io ho provato a cercare – tra i libri letti finora – qualcosa che potesse ricordarmi Antonio Moresco. Ma analogie in quello che già conosco non ne trovo. Mi viene da pensare che ci muoviamo, noi uomini, nel mondo, con categorie spazio-tempor ...continua

    17 novembre '011
    La mente si muove per analogie e io ho provato a cercare – tra i libri letti finora – qualcosa che potesse ricordarmi Antonio Moresco. Ma analogie in quello che già conosco non ne trovo. Mi viene da pensare che ci muoviamo, noi uomini, nel mondo, con categorie spazio-temporali, e non solo, con concetti di peso di massa di lunghezze e distanze talmente implicite che non riconosciamo. Leggendo “gli esordi” mi pare che nemmeno le unità di misura che mi strutturano nel mondo siano bastevoli. Il peso non è più peso, la massa non è più massa. I personaggi non si muovono come sarei portata a figurarmeli. Sono fluidi, dinamici, sono elastici e leggeri. Intendo che i loro corpi lo sono. Si strecciano, si librano, poi ritornano umani.
    Se dovessi trovare un’analogia non sarebbe nel mondo dei libri che la cercherei. Le immagini che gli metterei accanto le cercherei nel mondo incantato dei film di Fellini. Ho immaginato che lui da questo libro avrebbe fatto un film, che forse è il solo modo di raccontarlo questo libro, che è un libro ma anche non lo è, è un film scritto ma non una sceneggiatura.
    In “Giulietta degli spiriti” c’è una Sandra Milo aka Suzy di bianco vestita, stola di pelliccia sulle spalle, che l’accoglie - Giulietta - in una casa enorme ed enormemente allucinata. “Giulietta” la chiama, anche se lo spettatore non crede si siano mai incontrate prima. E poi c’è una camera da letto pareti gialle, crepe nei muri e pezzi di intonaco che cedono, letto rotondo e specchio esattamente sopra sul soffitto. E i vestiti bianchi Suzy li toglie, ha solo un collare di velluto nero e un fiore sulla spalla destra, e si tuffa in una piscina ad una quota inferiore tramite uno scivolo ai piedi del letto, tende in pizzo bianco ne segnano il varco. E l’acqua è di un azzurro saturo di luce. “Giulietta vieni anche tu, l’acqua è calda! È un’altra idea mia: appena fatto l’amore con il mio fidanzato scivoliamo giù.. è bellissimo! Vieni Giulietta, spogliati!”, “No grazie” dice lei con il suo mazzolino di viole in mano, lei che in quel mondo allucinato arriva senza battere ciglio.

    ha scritto il 

  • 4

    Tredici mesi per leggerlo, tra slanci di passione, spaesamenti, riletture, pause necessarie, valutazioni abbacinate deflagrate sfuocate fiorite. Mi perdo nelle pagine, nelle frasi, nelle parole ripetute a tal punto da diventare non marchio di fabbrica, ma piuttosto profezia. Follia di scrittore, ...continua

    Tredici mesi per leggerlo, tra slanci di passione, spaesamenti, riletture, pause necessarie, valutazioni abbacinate deflagrate sfuocate fiorite. Mi perdo nelle pagine, nelle frasi, nelle parole ripetute a tal punto da diventare non marchio di fabbrica, ma piuttosto profezia. Follia di scrittore, follia di lettore. La prima parte la mia prediletta, la seconda la più indigesta, la terza la più onirica. Che i personaggi si rendano conto, a un certo punto, di essere incastrati nelle parole? Oppure lo hanno sempre supposto? Ducale, Bindra, avamposti di un purgatorio di cellulosa, torrette di un Morfeo creatore?

    ha scritto il