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Gli incendiati

Di

2.9
(141)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 184 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804607858 | Isbn-13: 9788804607854 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 2

    Illeggibile

    Pur essendo convinta della validità di Moresco come scrittore ho abbandonato di corsa questo libro, e senza pentimenti.
    Troppo disturbante per ciò che racconta e per il linguaggio che usa, mi trasmette inquietudine e repellenza.
    Ho letto una trentina di pagine, poi ho iniziato il pell ...continua

    Pur essendo convinta della validità di Moresco come scrittore ho abbandonato di corsa questo libro, e senza pentimenti.
    Troppo disturbante per ciò che racconta e per il linguaggio che usa, mi trasmette inquietudine e repellenza.
    Ho letto una trentina di pagine, poi ho iniziato il pellegrinaggio verso la fine saltellando qua e là, nella speranza di un cambiamento di registro, ma la situazione è precipitata, sempre più delirante e troppo violento verbalmente per i miei gusti.
    Ne "La lucina" la stranezza di Moresco aveva comunque una poesia che mi è piaciuta, in questo libro mi sono sentita quasi violentata... no, decisamente non mi è piaciuto.

    ha scritto il 

  • 4

    “C’è, esiste una persona al mondo, in tutto il mondo popolato di miliardi di corpi della vostra stessa specie, che affronterebbe la morte per voi? Siete vissuti almeno per poter dire a voi stessi di avere avuto in cambio questo? E, quanto a voi, esiste per voi una persona per cui dareste la vita, ...continua

    “C’è, esiste una persona al mondo, in tutto il mondo popolato di miliardi di corpi della vostra stessa specie, che affronterebbe la morte per voi? Siete vissuti almeno per poter dire a voi stessi di avere avuto in cambio questo? E, quanto a voi, esiste per voi una persona per cui dareste la vita, se fosse lei a trovarsi in una situazione simile?”

    Dalla disperazione al sogno, da un incendio all’altro, un lungo autodafè, un canto incalzante che potrebbe trovare una sua collocazione in “Canti del caos”: il canto della ragazza circassa dai denti d’oro, a riprova di quella accumulazione di vene poetiche e narrative che percorre le pagine della principale opera moreschiana. Un bagliore “di carne e oro” – che si fa di volta in volta premonizione, stupore, consolazione, nostalgia, ricerca, possesso, ricordo, sogno e riconoscimento – occhieggia tra le pagine del romanzo, un bagliore persistente che avvince perché tocca un desiderio intimo di pienezza, ma anche di sovrabbondanza e di trasfigurazione, dal bagliore della carne al bagliore del fuoco. C’è un misticismo soffuso in questo romanzo, un misticismo tutto laico, che non punta alla redenzione dal peccato e alla purificazione, ma alla costruzione di un percorso che dalla infelicità, dall’isolamento e dalla quotidiana disperazione conduce prima al riconoscimento, poi al completamento, per finire in una pacificata estinzione. Un percorso che tocca i luoghi più intimi, segreti e veri della natura di un uomo, il desiderio della carne e il desiderio del cuore, intrecciati, indissolubili e destinati ad alimentarsi a vicenda. E il protagonista e voce narrante del romanzo è un asceta, uno strano tipo di asceta, un pellegrino alla ricerca di un senso, che esplora per trovarlo tutto ciò che ha a disposizione, che percorre la gabbia della sua carnalità in tutti gli angoli, anche i più remoti, predisponendosi comunque alla gioia, anche all’illusione della gioia, perennemente in attesa di una rivelazione. Questa carnalità, dalla quale l’opera di Moresco difficilmente prescinde, è modulata a tal punto da attingere persino all’osceno, persistere nella crudezza delle immagini, riuscendo paradossalmente a mantenere vivo un senso di pietas, compartecipazione dolente e quasi affettuosa, di comprensione insomma per tutto ciò che al fondo rivela un desiderio umano, maledettamente umano, una gabbia che ha solo illusorie e momentanee vie d’uscita. E’ un asceta che non rinnega il suo corpo il protagonista di questo romanzo, ma che anzi è affezionato a lui, lo abita, non lo abbandona e lo usa per compiere fino in fondo un singolare viaggio oltre al termine della vita. Non so se nelle intenzioni dell’autore ci fosse quella di scrivere un moderno viaggio dantesco nel regno dei morti, sfrondato dalla tematica religiosa e adattato all’inferno, ad alcuni dei molteplici inferni della contemporaneità. Di sicuro Moresco racconta un viaggio che inizia a partire da un incontro, che si fa via via sempre più incalzante, prima terreno e poi ultraterreno, che si dispiega nella eterna notte dei morti, che percorre l’orrore della guerra e che si conclude con perfetta circolarità con un autodafè che ricorda e porta a compimento l’incendio iniziale. Un viaggio metafisico in cui c’è spazio per l’avventura e l’azione, o meglio, che si compie attraverso l’avventura e l’azione, ma anche attraverso la violenza e l’erotismo, per toccare forse gli estremi, l’estremo limite che si possa dare all’immaginazione nella consueta aspirazione alla pienezza, che ben conoscono i lettori di Moresco. L’infelicità. L’autore conosce bene le parole per dirla, la affida a frasi brevi, semplici, a paragoni che colpiscono perché illuminano sensazioni cristalline, orgogliose, refrattarie ad ogni possibilità di consolazione: “Allora ero completamente infelice.”, “Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell’amore.”, “Mi ero separato da tutto e da tutti. Avevo troncato ogni legame. Mi ero gettato il mondo alle spalle.”, “Mi muovevo come un sonnambulo in una foresta di corpi morti.”, “Ero intontito dalla scoperta della catastrofe della mia vita.”. E tra tutte le ambientazioni possibili, sceglie quella che a lui sembra la più adatta a far risaltare maggiormente questa dignitosa, umana e disperata infelicità: il frenetico vitalismo vacanziero di un albergo fronte mare nel pieno della stagione turistica. E’ questo il teatro della rivelazione, della comparsa della moreschiana donna angelicata, che si concretizza all’improvviso, nel bel mezzo di un incendio, anche questo di biblica memoria. La protagonista femminile del romanzo possiede una grande potenza letteraria che deriva innanzitutto dalla sua ambivalenza: la sua funzione angelica, il suo essere salvifica e protettrice per il protagonista, guida e compagna nel suo viaggio e, nello stesso tempo, incarnazione di un ideale quasi stereotipato di bellezza femminile – giovane, straniera, dalla pelle bianca e il sorriso luminoso. Uno strano angelo, senza ali ma con i denti d’oro, che non è messaggero di nessuna divinità ma semplicemente risposta ad un desiderio, che appare, scompare, riappare come un essere ultraterreno, ma che è definito da una calda e accogliente corporeità. E’ l’eterno femminino dei romanzi di Moresco, parente stretto della Musa dei “Canti del caos”, una femminilità che accudisce e comprende, aiuta, cura e nutre, che ha il potere di aprire piccoli spazi di sogno nella quotidianità e di difenderli dall’aggressione del reale. Una femminilità che è rivelazione improvvisa di un riconoscimento nella luce buia del mondo: “Mi era rimasta solo l’impressione profonda di aver incrociato per un solo istante un’altra esistenza nella cruna in fiamme della vita e del mondo, l’idea che se mai l’avessi rivista una seconda volta avrei potuto riconoscerla solo da quello sconvolgimento che avevo provato per lei in tutta la mia mente e in tutto il mio corpo”. Moresco sa come immergere questa sua creatura nell’indeterminatezza, come accrescere la domanda intorno alla sua natura e al suo compito, ma anche il desiderio di assistere allo svolgersi degli eventi a partire dalla sua comparsa perché, da subito, è lei ad apparire onniscente, nella insensatezza del mondo. Lo fa attraverso la replica: la donna riappare per tre volte nei ricordi del protagonista, come illuminazione retrospettiva della vita già vissuta, e poi in un lungo sogno, come premonizione della felicità futura. Così che incontro, ricordo e sogno aprono la strada alla ricerca: “Cercavo lei, tra quella selva inalberata di volti che venivano avanti come vessilli di armate sconfitte”. La ricerca avviene nella selva oscura della città metropolitana, nel sottosuolo grigio, anonimo e affollato di ombre, novello ade contemporaneo, scenario privilegiato tanto caro all’autore. Il secondo incontro, fortuito ma fatale, crea tra i due protagonisti quel legame indissolubile che li porterà allo splendido finale. La bianca ragazza circassa si staglia dalla selva di volti anonimi, perennemente circonfusa da un alone di luce; è straniera, estranea, araldo della riconoscibilità, ma, oltre a tutto questo, possiede il dono della parola, che si staglia potente, icastica, significativa, esprimendosi in frasi indimenticabili che, da sole, nel frenetico rincorrersi degli avvenimenti – fantastici, surreali, spesso al di là di ogni logica realistica – donano al romanzo una dimensione intima in cui l’amore diventa pacificazione esistenziale: “Guarda … ho incendiato il mondo per te”, sono le sue prime parole sussurrate, “Vuoi bruciare con me?”, e più avanti: “Cercami! Trovami! […] E, dopo che mi avrai trovata, di’ anche a me dove sono e chi sono”, e ancora: “Io sono disposta a dare la vita per te”, “Io sono il tuo amore”, “Voglio essere degna di te”, “Siamo una stella”. Così il viaggio può avere inizio, ma ogni ascesi che si rispetti presuppone la discesa nell’abisso della corruzione, rappresentata nel romanzo dal mondo dei moderni trafficanti di schiavi, al quale anche la bella ragazza circassa appartiene. E’ un angelo sterminatore quello che conduce il protagonista oltre i confini della vita, nel viaggio notturno verso il regno dei morti e della guerra. La magica notte moreschiana sospesa tra mille luci disabitate, tagliata da un’auto in corsa, un’eterna prima notte di nozze trascorsa negli alberghi di fronte al mare ora deserti, che prelude all’estinzione del rogo finale. Una sosta davanti al mare nero, in una interminabile notte, un lungo notturno in prosa che esalta e porta a compimento tutta la poesia sparsa anche nei momenti più crudi del romanzo. Il lettore non si sorprende più, perché ormai se lo aspetta, scoprendo che nemmeno nella notte dei morti c’è pace e non può che seguire il ritmo della narrazione che diventa frenetico in questo viaggio fra “montagne nere, boschi carbonizzati, grandi fuochi”, e si aspetta anche la frase che la ragazza pronuncia: “Non è neppure questo il nostro posto! Non esiste il nostro posto nel mondo!”, preludio al rogo finale – che è la risposta alla domanda iniziale “Vuoi bruciare con me?” – insieme ascesi ed estinzione, in una luce che è fuoco e oro.

    ha scritto il 

  • 0

    Non sopporto chi è sempre incazzato nero col mondo, chi ti deve sempre urlare addosso con tanto di spruzzini di saliva, fuorusciti dal fervore, come fanno per esempio Vittorio Sgarbi o l’onorevole Renato Brunetta..
    Molti lo fanno per più o meno evidenti problemi fisici o psicologici ma i pi ...continua

    Non sopporto chi è sempre incazzato nero col mondo, chi ti deve sempre urlare addosso con tanto di spruzzini di saliva, fuorusciti dal fervore, come fanno per esempio Vittorio Sgarbi o l’onorevole Renato Brunetta..
    Molti lo fanno per più o meno evidenti problemi fisici o psicologici ma i più lo fanno perché lo vogliono fare , perché pensano sia vantaggioso farlo, e questi sono i peggiori.
    Probabilmente è un fatto mio personale questa mia avversione ma proprio non lo sopporto,….non gradisco che mi spruzzino in faccia….mi irrita, a stento riesco a bloccare la voglia di urlare anche io…..
    Così in letteratura, lo scrivere sempre sopra le righe,…. sempre,….. sempre….., che noia!
    Tutto questo per dire che questa mia avversione mi ha impedito di apprezzare un romanzo e un autore che altri ben più titolati di me e per i quali nutro cieca fiducia hanno apprezzato.
    Devo anche aggiungere che credo di essere tutt’altro che un moralista, tutt’altro, ma anche quest’insistere in modo ossessivo in particolari erotici e anatomici descritti con realismo e morbosità mi ha procurato solo una profonda noia…. lungi dal vederlo come un fatto espressivo.
    Offuscato da tutto questo non sono stato in grado di capire in quale genere collocare questa opera, quale era l’intento dell’autore.
    Qualcuno ha paragonato questo lavoro all’opera di Louis-Ferdinand Céline,…..mi chiedo ma quel qualcuno ha mai letto una riga, una sola sua riga? … oppure quando parla di Céline parla di un certo Gustavo Céline o Giacomo Céline, scrittori che non conosco e che non mi interessa conoscere?
    p.s.
    ai per fortuna rari lettori di queste righe: “abbiate pazienza
    Mario08 non sa cosa dice tantomeno cosa scrive.”

    ha scritto il 

  • 3

    Uomini senza tracce

    Lo spazio e il tempo deflagrano in queste pagine di A. Moresco e s’inabissano in una forra melmosa di morte.
    Il limite del precipizio lungo il quale scivola irrimediabilmente la civiltà occidentale, consumando il suo disfacimento, la soglia che non consente ritorno, è segnata dall’afasia, ...continua

    Lo spazio e il tempo deflagrano in queste pagine di A. Moresco e s’inabissano in una forra melmosa di morte.
    Il limite del precipizio lungo il quale scivola irrimediabilmente la civiltà occidentale, consumando il suo disfacimento, la soglia che non consente ritorno, è segnata dall’afasia, o meglio dalla negazione non solo della parola, ma dall’impossibilità di pronunciare i nomi: non hanno nome le donne, gli uomini, non hanno nome i luoghi.
    Se nella narrazione mitologica della nostra origine, “ all’inizio fu il verbo”, qui, l’impossibilità per i protagonisti di chiamarsi e di riconoscersi nella parola che dona ad ogni individuo la sua identità, segnala l’ineluttibilità della fine, la morte della speranza.
    Vite atomizzate, mercificate, dove l’unica moneta che paga è il corpo, il suo sangue i suoi liquidi, in un abbraccio notturno orgiastico fra vivi e morti, in una notte priva di stelle.
    Struttura narrativa un po’ squilibrata, che attraversa storie diverse facendo sobbalzare il lettore e qualche ripetitività limitano la godibilità del testo, così come un certo linguaggio fangoso nel descrivere l’erotismo, fanno presumere un certo risentimento personale nei confronti del corpo, tuttavia lo stile urticante stana il conformistico sentimentalismo del politicamente corretto che attraversa buona parte della letteratura corrente e ci scuote fin nelle viscere.
    Insomma , Moresco non usa alcun additivo per creare melliflue piacionere, oggi in gran voga.
    Ci mette difronte alla solitudine dell’uomo senza alcun riparo consolatorio.
    In ogni caso, dopo una nuotata in acque così nervose , sento il bisogno di toccar terra e adesso vado a riprendermi qualche bel racconto di John Cheever,….uff

    ha scritto il 

  • 5

    IL CAVALIERE SENZA MACCHIA AI TEMPI DI ARCORE

    Credo che i criteri di stile e piacevolezza si adattino male a questo scrittore che non si interessa molto dello stile e meno ancora della piacevolezza. Potremmo sostituire piacevolezza con efficacia o espressività. Da un punto di vista stilistico il libro comunque è in crescendo e la parte final ...continua

    Credo che i criteri di stile e piacevolezza si adattino male a questo scrittore che non si interessa molto dello stile e meno ancora della piacevolezza. Potremmo sostituire piacevolezza con efficacia o espressività. Da un punto di vista stilistico il libro comunque è in crescendo e la parte finale della storia è bellissima. La narrazione procede come flusso di coscienza e quasi come flusso di pensiero inconscio e ha una forte carica di ribellione sociale che dà anima e rende ragione della storia d'amore tra i due protagonisti. L'esigenza di pulizia e di rigore morale che permea tutto il libro è facilmente trasferibile ai nostri giorni e alla nostra situazione politica forse al di là delle intenzioni dell'autore stesso.
    Il primo impatto con il libro è di leggero imbarazzo come se alla storia mancasse quello strato di pelle che fa da schermo tra autore e lettore. C'è un'impressione di totale sincerità e l'autore non si difende in nessun modo dal lettore permettendogli di affacciarsi alla finestra della sua anima. Sicuramente non è una storia scritta per mestiere e l'autore non usa il mestiere pur potendolo fare ma nasce da un'esigenza intima e profonda.

    ha scritto il 

  • 2

    Il primo che leggo di Moresco. Purtroppo, sono rimasto un po' deluso: mi aspettavo una cosa diversa; o forse è proprio il romanzo che, a mio parere, svacca dopo un'ottantina di pagine.


    Si vede benissimo, anche negli "Incendiati", che l'autore è uno che si distingue dalla massa degli autor ...continua

    Il primo che leggo di Moresco. Purtroppo, sono rimasto un po' deluso: mi aspettavo una cosa diversa; o forse è proprio il romanzo che, a mio parere, svacca dopo un'ottantina di pagine.

    Si vede benissimo, anche negli "Incendiati", che l'autore è uno che si distingue dalla massa degli autori italiani contemporanei, che ha idee originali e una scrittura che lo è altrettanto; ma il problema è che l'originalità non basta, e questo romanzo dà proprio l'impressione di una bella idea sprecata.

    Anche la scrittura, a tratti, con tutte quelle ripetizioni e quei periodi alle volte infiniti, dopo un po' stanca e la voglia di finire il libro scema man mano che si va avanti nella lettura.

    Un vero peccato, perché avrebbe potuto essere molto meglio di così.

    ha scritto il 

  • 4

    Esiste un altro posto dove succedono le cose.

    C'è un posto dove ti senti totalmente impotente perché hai l'impressione che le cose, tutte le cose, accadano lontano da te. E non noti la differenza, tra il tuo essere vivo e il tuo essere morto.
    Poi c'è un altro posto. Un posto che è più un passaggio, che ti rimette in connessione con le ...continua

    C'è un posto dove ti senti totalmente impotente perché hai l'impressione che le cose, tutte le cose, accadano lontano da te. E non noti la differenza, tra il tuo essere vivo e il tuo essere morto.
    Poi c'è un altro posto. Un posto che è più un passaggio, che ti rimette in connessione con le cose.

    Questo passaggio, questo buco nero, si chiama scrittura e Antonio Moresco lo percorre e lo fa percorrere, superando gli ostacoli della materia oscura e tornando all'esistenza incandescente come una stella sul punto di esplodere - e di morire per dare vita a nuovi pianeti dove la vita possa accadere di nuovo per la prima volta.

    Questi sono toni entusiastici, lo so. Però Moresco usa la scrittura come fosse un mitra, un bazooka, una limousine lanciata contro una drogheria, uno spropositato atto di amore. La sua scrittura fa succedere le cose.

    ha scritto il 

  • 2

    l'incendio di una buona idea

    inizio subito col dire che moresco è di certo uno degli autori più interessanti del panorama letterario italiano. visionario, coraggioso, lontano dal mainstream che puzza di già letto, già sentito, già detto e dalla maggior parte di elite letterarie che, volenti o nolenti, governano il panorama l ...continua

    inizio subito col dire che moresco è di certo uno degli autori più interessanti del panorama letterario italiano. visionario, coraggioso, lontano dal mainstream che puzza di già letto, già sentito, già detto e dalla maggior parte di elite letterarie che, volenti o nolenti, governano il panorama letterario italiano. detto questo, con "gli incendiati" moresco, a mio avviso, non conferma quanto di ottimo già letto nei "canti del caos" o in opere (a mio avviso ancor più interessanti) come le "lettere a nessuno".

    iniziamo parlando dello stile utilizzato. ora, che moresco scriva bene è un dato di fatto, solo credo che, nel tentativo di dare ritmo a questo romanzo, esageri con avverbi e ripetizioni, ottenendo il risultato opposto. se la sua scelta era dettata dalla volontà di confessare il valore "onirico" e "evocativo" della storia, distaccandolo da una descrizione eccessivamente realistica (cosa che, però, si concede in molti passaggi) il risultato non è oggettivamente riuscito. troppo variegato, troppo incostante. una lettura che sale e scende senza trovare la sua precisa dimensione. che certe scene, poi, siano davvero ben descritte e strutturate è un dato di fatto, ma non si saldano nella struttura d'insieme, restando quadri pressoché a sé stanti. se non superficiali (nel senso di restare in "superficie"; non di banalità), poco ci manca.

    dal punto di vista della tematica le cose sembrano soffrire dello stesso difetto: un onirismo di fondo (la parte iniziale dell'incendio, quella centrale della "rinascita", lo stesso finale...) si somma in modo sconnesso a descrizioni in stile thriller/pulp, che cedono poi spesso al solito "erotismo" descrittivo di moresco il quale, checché se ne dica, è sì forte, ma abbastanza inflazionato già nei "canti del caos". parole-civetta come "radice", "sbrego", "umori" e via discorrendo, sono ben ripetute e ripetitive, e danno ad ogni scena di sesso l'impressione di essere la stessa della volta precedente, solo remiscelata. ora, l'obiezione potrebbe essere che questa sia una scelta narrativa ricercata da moresco per dare la cifra della ripetitività animalesca della sessualità. non propendo per tale tesi, ma concedo il beneficio del dubbio. tralascio anche la confusione su certe tematiche troppo "concrete" (la scelta del sostrato "russo") che stonano in un romanzo che vorrebbe essere "simbolico". non dico siano sbagliate, solo sarei rimasto in una dimensione più "ipotetica", come l'inizio lasciava presagire. sviluppata così, mi sembra un bel patchwork di stili narrativi e tematiche mal amalgamate.

    cosa resta? restano dei passaggi interessanti, come il dubbio sul passato del protagonista o la figura del cacciatore di schiavi, il cui monologo appare una delle cose migliori del libro. di certo (altro punto dolente) molto meglio di alcuni dialoghi che non stanno né in cielo né in terra, e non per mancanza di credibilità, quanto più per la scontatezza o per l'impressione di essere già stati sentiti in altre situazioni.

    in conclusione, il libro mi ha un po' deluso. anche se la delusione che può dare un moresco è sempre qualcosa di più pregnante dell'indifferenza che lasciano altre letture, ben più incensate intellettualmente ma molto meno "rischiose" a livello di scelte narrative.

    ps

    il passaggio:

    "-Sì, ma quando sono morta è adesso.-
    -E io?-
    -Anche tu sei morto adesso.-
    -Ma quando è adesso?-
    -Adesso è adesso!-"

    sembra preso pari passo dal famoso passo di "Balle spaziali" in cui si trovano a vedersi sul videoregistratore...

    ha scritto il 

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