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Gli sbirri hanno sempre ragione

Di

Editore: Aìsara (Narrativa)

3.9
(33)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 175 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8861040446 | Isbn-13: 9788861040441 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Barbara Anzivino

Genere: Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Théophraste Renard, per gli amici Bob, è appena uscito di galera dopo aver scontato una pena per furto con scasso. Stanco di vivere come un delinquente cerca un lavoro e sogna una vita tranquilla ma reinserirsi nella società per lui è quasi impossibile. Prima alloggia in un bordello clandestino, fa girare la testa a una prostituta, diventa gigolò di una cinquantenne insaziabile, poi finalmente riesce a trovare un lavoro onesto, ma all’improvviso le cose si complicano… Forse perché quel divieto di soggiorno che si porta appresso è per lui come una seconda condanna, o forse perché lo Stato non è altro che un’organizzazione repressiva, gli sbirri degli aguzzini, e un pregiudicato, in quanto “capace del fatto”, è per tutti colpevole.
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  • 4

    una strana dolcezza emana da questo libro pieno di infinita tristezza. Helena diponge un universo di derelitti, marginali, cui tutto è precluso, soprattutto il futuro. Renard, il protagonista, esce di prigione, voglioso di rifarsi una vita, magià segnato dall'impossibilità di giungere a compier ...continua

    una strana dolcezza emana da questo libro pieno di infinita tristezza. Helena diponge un universo di derelitti, marginali, cui tutto è precluso, soprattutto il futuro. Renard, il protagonista, esce di prigione, voglioso di rifarsi una vita, magià segnato dall'impossibilità di giungere a compiere il suo desiderio. perchè non è nemmeno un sogno. solo per un attimo pensa di avercela fatta, ma il suo destino è segnato. per certi versi si avvicina al Malet de la Trilogie noir. un libro malinconico, pieno di azione, come è tipico di Helena, ma contrappuntato dalla ricerca di un amore che non vuole esistere. che non trova. che sa esserci, ma, e qui la disperazione, che a lui non è concesso. tra l'altro ho letto metà del libro in attesa dell'inizio del concerto di Spingsteen a Firenze, dove, per la pioggia, si è pure completamente bagnato. anche quel ricordo mi è caro

    ha scritto il 

  • 4

    Del resto è un mio principio, in gattabuia non faccio mai il coglione. Non serve a niente.
    Héléna lo ha scritto nel 1949, durante un periodo di reclusione di alcuni mesi, mettendoci quindi conoscenza diretta oltre che fantasia. Nella prefazione alla prima edizione lo scrittore sostie ...continua

    Del resto è un mio principio, in gattabuia non faccio mai il coglione. Non serve a niente.
    Héléna lo ha scritto nel 1949, durante un periodo di reclusione di alcuni mesi, mettendoci quindi conoscenza diretta oltre che fantasia. Nella prefazione alla prima edizione lo scrittore sostiene che la tortura non è morta con la Gestapo, ma è pratica inquietante della polizia parigina. Alla seconda edizione (1952) Héléna scende nel dettaglio e aggiunge che i detenuti arrivano all’interrogatorio davanti al giudice istruttore “chiazzati di ecchimosi e con il volto sanguinante”, a causa, secondo la polizia, della classica caduta dalle scale. E’ un ‘noir’ denuncia? Sembrerebbe di sì, laddove il protagonista Théophraste ‘Bob’ Renard, pregiudicato ma voglioso di riscattarsi attraverso il lavoro e l’amore, viene nuovamente incarcerato e condannato non di fronte a prove ma semplicemente perché ‘capace del fatto’.
    Con il poco che avrei guadagnato e le mance, forse sarei riuscito a mangiare e dormire in una mansarda che le piattole avevano trasformato in un casinò.
    Théophraste racconta in prima persona la sua disavventura. Certo, non è uno stinco di santo, ha subito alcune condanne, ha un foglio di via che non rispetta perché Parigi è l’unico posto dove può trovare un lavoro.
    Quando ne ero lontano, avevo il corpo e la mente intorpiditi, come appesantiti dal fango dei campi bagnati. Mi bastava un sibilo di fisarmonica, l’aria canaglia di una giava per ritrovare l’odore della benzina, il rollio sordo delle automobili e degli autobus e perfino il profumo particolare del metrò. No, non avrei lasciato Parigi.
    Fin dalla prima pagina si è immersi in quest’atmosfera carica di odori che mutano a ogni stagione, di sapori forti, di suoni che riportano ai primi anni del dopoguerra.
    Seguivo con gli occhi una biondina, cicciottella, che trovavo provocante. Dall’ultima volta che avevo posseduto una donna, quello era il primo posteriore che mi mozzava il respiro. Seguivo con lo sguardo la proprietaria di quelle meraviglie gustando filetti di aringhe seccate, quando una mano si poggiò sulla mia spalla.
    Il passato ritorna ad affacciarsi e i ‘flic’….. hanno sempre ragione. Ora che ha trovato un lavoro soddisfacente e una ragazza da amare, assai diversa dalle solite ‘bottarelle’ date a destra e a manca, Bob non riesce a staccarsene pur se ha fiutato il pericolo….
    Ero trattenuto lì da mille fragili fibre la cui rottura sarebbe stata dolorosa, prima di tutto Geneviève con le sue labbra di corallo e i suoi occhi chiari, poi quella primavera parigina, leggera e frizzante come un’ubriacatura di champagne, e infine il mio posto, il mio lavoro, che avevo faticato tanto a trovare.
    E qui mi fermo perché un bel noir non può essere raccontato. Mi è piaciuto molto. E’ una scrittura fatta di molta azione e poche elucubrazioni. E tanto accordeon….
    La fille de joie est belle / Au coin de la rue là-bas / Elle a une clientèle / Qui lui remplit son bas / Quand son boulot s’achève / Elle s’en va à son tour / Chercher un peu de rêve / Dans un bal du faubourg / Son homme est un artiste / C’est un drôle de petit gars / Un accordéoniste / Qui sait jouer la java (“L’accordéoniste”, 1942 – paroles et musique: Michel Emer)

    ha scritto il 

  • 4

    Con questo romanzo André Heléna inaugura la sua carriera di scrittore subito dopo una permanenza in carcere per un piccolo reato di truffa nel 1949: proprio il tema carcerario è la ragione e la forza del libro, la prima denuncia in Francia delle sopraffazioni perpetrate dai flics su rei e presunt ...continua

    Con questo romanzo André Heléna inaugura la sua carriera di scrittore subito dopo una permanenza in carcere per un piccolo reato di truffa nel 1949: proprio il tema carcerario è la ragione e la forza del libro, la prima denuncia in Francia delle sopraffazioni perpetrate dai flics su rei e presunti rei e della barbarie del sistema giudiziario francese. A differenza di Simenon che, soprattutto nel ciclo del commissario Maigret, idealizza eccessivamente i poliziotti, Heléna non si discosta dalla realtà: la tortura, fisica e psicologica, la prepotenza, l'arroganza, l'intimidazione, il totale disprezzo per il detenuto sono prassi abituale: tanto, comunque sia, "gli sbirri hanno sempre ragione". La storia di Théophraste Renard ci mostra come un piccolo delinquente che sogna solo un lavoro e una vita tranquilla, possa, per l'infrazione di un divieto di soggiorno, trasformarsi in un pregiudicato, già colpevole a priori e senza prove di un reato più grave in quanto "capace del fatto"; dopo una breve detenzione, persa la donna, il lavoro, i suoi sogni, quello che era solo un piccolo spostato sarà stato trasformato in un assassino. Gran bel libro a metà fra la denuncia sociale e il noir.

    ha scritto il 

  • 5

    André Héléna con questo romanzo è riuscito a conquistare il cuore dei suoi lettori, quelli francesi negli anni '50, e quelli italiani nel 2009 quando è uscito per Aìsara.
    Sono passati quasi sessant'anni dalla stesura di questo romanzo, eppure ancora oggi resta di una attualità sconcertante. ...continua

    André Héléna con questo romanzo è riuscito a conquistare il cuore dei suoi lettori, quelli francesi negli anni '50, e quelli italiani nel 2009 quando è uscito per Aìsara.
    Sono passati quasi sessant'anni dalla stesura di questo romanzo, eppure ancora oggi resta di una attualità sconcertante. Perché con Gli sbirri hanno sempre ragione, André Héléna raconta i retroscena del Palazzo di Giustizia Francese, la corruzione della Polizia, le ingiustizie subite da poveri diavoli.
    Leggendo queste pagine dense, quasi compatte, tornano alla mente fatti assasi recenti, l'ultimo in ordine cronologico quello del giovane Stefano Cucchi.
    È un libro di denuncia, questo di Héléna, un libro che nasce dalla voglia di smascherare un sistema ormai completamente marcio.
    C'è la voglia di ribellione che è propria delle vittime, il bisogno di raccontare, ma anche uno stile impeccabile, ricco, capace di delineare quelle fumose ambientazioni parigine tipiche del dopoguerra. Tutto sembra avvolto nel buio della notte. Un bisbiglio corre nei bistrot, sta succendendo qualcosa, e a questo qualcosa André Héléna sa dar vita con stile sapiente e grande maestria.
    Ricorda per certi versi il grande Simenon, anche se io trovo le sue storie mozzafiato molto più intense e coinvolgenti.

    ha scritto il 

  • 4

    Eccomi al mio secondo incontro con André Héléna. Questa volta siamo alle prese con Bob Renard, ex ladro pentito che cerca di riabilitarsi in una Francia che gli sembra del tutto ostile fino a quando, protagonista di una insperata spirale di eventi positivi, sembra riuscire a costruire le fondamen ...continua

    Eccomi al mio secondo incontro con André Héléna. Questa volta siamo alle prese con Bob Renard, ex ladro pentito che cerca di riabilitarsi in una Francia che gli sembra del tutto ostile fino a quando, protagonista di una insperata spirale di eventi positivi, sembra riuscire a costruire le fondamenta di un avvenire onesto.
    Potrebbe essere tutta qui la trama di noir? Ovviamente no.
    Il romanzo si dimostra piuttosto avvincente, tuttavia il finale è prevedibile sin dalla metà della storia. Resta perciò un po' di amaro in bocca, inevitabilmente.

    ha scritto il 

  • 4

    ti condanna a considerare tutto ciò che Teophraste, detto Bob, riesce a conquistare dannatamente precario perchè soggetto all'arbitrio degli "odiati antagonisti".
    Subisce un'accelerata nel finale non in linea con il ritmo del resto del libro. Nel complesso non male.

    ha scritto il 

  • 0

    Non credo di essere piu' cattivo di altri e, per esempio, non augurerei la prigione al mio peggior nemico, ma, se l'inferno esiste, faccio voto che l'anima annerita di quella carogna vi cuocia a fuoco lento fino alla fine dei giorni.

    ha scritto il 

  • 4

    Non si farà più credere a nessuno che quando un detenuto arriva chiazzato di ecchimosi e con il viso sanguinante nel gabinetto del giudice istruttore, che il più delle volte guarda a ciò con indifferenza e accoglie sempre la spiegazione della polizia, che l'imputato, dico io, sia ogni volta cadut ...continua

    Non si farà più credere a nessuno che quando un detenuto arriva chiazzato di ecchimosi e con il viso sanguinante nel gabinetto del giudice istruttore, che il più delle volte guarda a ciò con indifferenza e accoglie sempre la spiegazione della polizia, che l'imputato, dico io, sia ogni volta caduto per le scale. No. Le randellate della polizia esistono. Io lo so. Ho visto detenuti arrivare in gabbia in uno stato tale chi il sorvegliante capo manifestava le sue riserve. Ho sentito uomini urlare sotto i colpi.

    Con queste parole nel testo di sovraccoperta della seconda edizione (1952) André Héléna denuncia gli abusi di potere e i soprusi della Polizia francese, siamo negli anni 40-50, e rincara la dose aggiungendo ““Perché in Inghilterra la polizia è unanimente rispettata? Per le ragioni diametralmente opposte che fanno sì che in Francia non ci fidiamo della nostra. Sarò sempre fiero di essere stato il primo, di tutta la stampa, a parlare liberamente e apertamente di questi abusi””. E’ importante sapere ai fini della storia che in quegli anni, fino al 1969, il detenuto che usciva di prigione dopo aver scontato la pena, veniva punito anche con il divieto di soggiorno a Parigi e doveva portare con se un libretto antropometrico con i suoi dati anagrafici, impronte, foto, lunghezza e larghezza cranio, del dito medio e anulare sinistri, piede sinistro, orecchio destro. Marchiato a vita, se hai sbagliato una volta sei colpevole per sempre, se viene commesso un crimine come quello per cui sei stato in carcere, sei il primo che vengono a cercare, perché “la polizia è abitudinaria. Lavora bene solo con chi conosce già”, sei nella lista nera e non hai possibilità di uscirne. Ed è la cruda realtà con cui si troverà a fare i conti il nostro protagonista. Bob Renard dopo aver scontato una pena per furto, esce di prigione con la ferma intenzione di chiudere con il passato. Non è possibile vivere una vita ai margini della società. Sogna un lavoro una moglie dei figli, essere uno regolare. Ma il permesso di soggiorno è una spada di Damocle, trovare un lavoro in un'’altra provincia non è facile per una persona “”pulita”” figuriamoci per un ex detenuto e di lasciare Parigi non se ne parla. E'’ la sua città, meglio clandestino che altrove. Per sfuggire ai controlli vive prima in un bordello e intreccia una storia con una prostituta, poi si improvvisa gigolò ma alla fine la vita sembra riservargli finalmente qualcosa di buono, trova un lavoro onesto, una fidanzata, forse la normalità è possibile anche per un ex galeotto. Ma è un illusione ed è il primo lui a non crederci, sa come funziona e sa che a volte quel calcio nello stomaco che ti annienta arriva quando meno te lo aspetti. ““La giustizia, a me che ero clandestino, proibiva tutto””

    Se con Il Ricettatore mi aveva conquistata con Gli sbirri hanno sempre ragione, André Héléna mi ha fatto innamorare. Con un linguaggio duro e diretto, ci trascina in una storia torbida, nera e profonda come l’'abisso, affonda la lama, fa male e lascia il segno. Pagina dopo pagina vediamo il nostro protagonista soffrire, gioire e disperarsi e la sua rabbia è la nostra, ed è quella che ci fa divorare questo libro senza un attimo di respiro fino ad un finale difficile da digerire. A mio avviso un capolavoro.
    Nel 1949 (prima edizione), il libro, anche se esaurito rapidamente, non provocò nessuna reazione tra le alte sfere. Solo coloro che avevano fatto esperienza della Giustizia potevano credermi, perchè sapevano che niente di quella storia pietosa era inventato. Era un racconto genuino, crudo e distinto come un grido di rabbia. Gli altri erano indifferenti. E addirittura alcuni sbirri gridavano al bluff, ignorando forse di cosa sono capaci alcuni dei loro colleghi.

    ha scritto il