Good to Eat

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Publisher: Simon & Schuster

4.0
(445)

Language: English | Number of Pages: 289 | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Chi traditional , Italian , Spanish

Isbn-10: 0671503669 | Isbn-13: 9780671503666 | Publish date: 

Also available as: Paperback

Category: Cooking, Food & Wine , Non-fiction , Social Science

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Book Description
Why are human food habits so diverse? Why do Americans recoil at the thought of dog meat? Jews and Moslems, pork? Hindus, beef? Why do Asians abhor milk? In Good to Eat, bestselling author Marvin Harris leads readers on an informative detective adventure to solve the world's major food puzzles. He explains the diversity of the world's gastronomic customs, demonstrating that what appear at first glance to be irrational food tastes turn out really to have been shaped by practical, or economic, or political necessity. In addition, his smart and spirited treatment sheds wisdom on such topics as why there has been an explosion in fast food, why history indicates that it's "bad" to eat people but "good" to kill them, and why children universally reject spinach. Good to Eat is more than an intellectual adventure in food for thought. It is a highly readable, scientifically accurate, and fascinating work that demystifies the causes of myriad human cultural differences.
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  • 4

    “Buono da mangiare. Enigmi del gusto e consuetudini alimentari”

    L’autore è Marvin Harris (Brooklyn 1927- Gainesville 2001), uno dei maggiori esponenti del materialismo culturale. Il materialismo culturale è una corrente dell’antropologia che pone come base della p ...continue

    L’autore è Marvin Harris (Brooklyn 1927- Gainesville 2001), uno dei maggiori esponenti del materialismo culturale. Il materialismo culturale è una corrente dell’antropologia che pone come base della propria ricerca la pratica, la quotidianità, la necessità, e che sostiene che: ”non è la cultura a fare la necessità, ma è la necessità ad elevarsi a cultura”.
    Pubblicato in Italia per la prima volta nel 1990, questo saggio antropologico analizza i tabù alimentari, nel tentativo di spiegare in che modo la scelta di ciò che è buono sia fortemente condizionata da fattori economici, religiosi e ambientali.
    Quando si parla di cibo, di certo, non si riflette su ciò che si mangia o sul perché, si mangia e basta.
    “Buono da mangiare o buono da pensare?” Marvin Harris parte da questa domanda essenziale per comprendere il relativismo delle culture alimentari dei diversi paesi.
    In quanto onnivori, noi esseri umani possiamo mangiare e digerire di tutto. Perché, allora, in certe aree geografiche alcune cose vengono considerate un abominio culinario, mentre in altre le medesime vengono considerate prelibatezze? Non tutto può essere spiegato in termini di “gusto”.

    Preferenze e avversioni in materia di cibo sono influenzate, secondo Harris, dal bilancio fra costi e benefici nella produzione dell’alimento stesso. Le cose definite “buone da mangiare” sarebbero quelle che, oltre a non fare male, sono più vantaggiose. Harris si domanda “perché gli indiani non mangiano le mucche?”. La risposta non è “perché la mucca è sacra per la loro religione”. La vera risposta è “gli indiani non mangiano le mucche perché nel corso dei secoli hanno capito che per loro è più conveniente non mangiarle”.
    Dunque, secondo Harris, la sacralità della mucca, nell’induismo, è determinata da fattori storico-ambientali che si trasformano in precetti religiosi.
    Da un punto di vista alimentare, la mucca è un animale essenziale per l’economia della zona, essendo tra gli animali da tiro il meno costoso ed il più efficiente. In sostanza, la vacca “sacra” è un animale più utile come produttore di cibo (latticini e agricoltura) che non come alimento di per sé (carne).
    La maggior parte dei tabù alimentari si riferiscono ad alimenti di origine animale. Questo perché l’animale, al contrario del vegetale, è utile per varie cose, non solo per essere mangiato: la mucca può tirare l’aratro, dare latte, e poi, alla fine della sua vita produttiva, essere mangiata. Stessa cosa vale per la capra, la pecora, il cavallo, la gallina e il cane. Il solo animale domestico che non può fare altro se non dare carne, è il maiale.

    L’uomo si è spesso trovato innanzi alla scelta se mangiare o meno una bestia: mangiare un animale significa privarsi di una fonte di forza-lavoro, o di cibo che può durare nel tempo. A volte, allevare un animale, significava rischiare di togliersi il cibo dalla bocca, come nel caso del maiale nel Vicino Medio Oriente.
    Nascono così i tabù alimentari, che spesso vengono ripresi dalla religione: il Corano vieta di mangiare il maiale perché “sporco” e “impuro”, ma la vera ragione è che all’epoca della nascita dell’Islamismo in Mesopotamia la foresta, ambiente naturale del maiale, stava scomparendo, e allevare i maiali, che si nutrono di granaglie, e di cui anche l’uomo si nutre, stava diventando controproducente e concorrenziale per la nutrizione dell’uomo stesso. Il Corano vieta di mangiare il maiale, ma, per Harris, è solo un modo per evitare di allevarlo, e dedicarsi ad altre attività.
    Come mai dunque, pur essendo vietato espressamente dal Corano, ci sono delle popolazioni dell’Africa Orientale di religione islamica che da secoli mangiano maiale? Da quelle parti c’era abbastanza foresta da permettere l’allevamento suino, e la religione evidentemente non era presa in considerazione.

    Molti tabù comprendono anche animali non addomesticati. Il Vecchio Testamento, in questo senso, ne è pieno, e il motivo è che, anticamente, ci si doveva porre il problema se fosse stato meglio impiegare il proprio tempo nella caccia agli animali o piuttosto, fosse stato meglio mettersi a coltivare il proprio campo, e portare gli animali al pascolo. In una società basata sull’agricoltura e sull’allevamento, questi erano problemi importanti, a cui la creazione di certi tabù rispondevano, dando luogo a delle “consuetudini”.
    Un altro motivo per cui nascono i tabù alimentari è il semplice non uso di un alimento, da cui potrebbe derivare un’intolleranza. Per esempio, i cinesi, non amano latte e latticini perché non hanno mai avuto bisogno di nutrirsi di latticini, hanno avuto poca coabitazione coi bovini e di conseguenza non hanno sviluppato la tolleranza al lattosio, e che dunque, non potendo digerire il latte e non avendo bisogno del latte come alimento, hanno sviluppato un tabù nei confronti di latte e latticini.

    I capitoli che ho trovato più interessanti sono quelli relativi ai “pet”, agli animali cioè da compagnia, e quello sul consumo di carne umana.
    Nel primo caso Harris si sofferma sul parallelo che si forma fra i cosiddetti animali paria, ovvero animali considerati immangiabili perché disgustosi, e gli animali “dèi”, cioè quegli animali considerati immangiabili perché “sacri”, come la mucca per gli indiani, il cavallo per gli americani e i “pet” in generale per tutto l’Occidente. Entrambe queste categorie sono immangiabili, sì, ma per motivi opposti.
    Gli uni perché sono “schifosi”, cioè in realtà perché si è capito in tempi antichi che non valeva la pena sprecare energie per mangiarli (gli insetti in Occidente non hanno mai costituito una buona fonte di cibo),
    gli altri, al contrario, perché offrono all’uomo benefici così maggiori da vivi che bisogna fare di tutto perché la gente eviti di mangiarli. Ci si riferisce a cani e gatti, che di per loro non offrono grandi fonti di carne, ma anche ai cavalli, che invece non sarebbero disprezzabili come cibo, e a tutta una serie di animali che sono diventati “di moda” come “pet”: criceti, pappagalli, furetti ecc.
    Il “pet” in molti casi si trasforma in un essere umano per procura: offre compagnia, affetto, sicurezza.
    La maggior parte delle persone parla coi propri animali, li veste, li porta dal veterinario, li vezzeggia, e questo accade per lo più solo da noi, nel mondo Occidentale, tanto da essere diventato un vero e proprio business.
    Ci sono nel mondo moltissime popolazioni che trattano gli animali come bestie da compagnia, e li usano come giochi per i propri bambini. Ci sono popoli altresì che lodano i propri cavalli, li addobbano, li lustrano,
    ma mai si sognerebbero di trattarli come persone.
    Questo dovrebbe illuminarci a proposito della nostra “civiltà”, che propone avanzamenti nella tecnica e nella medicina all’infinito, ma che, in quanto a rapporti umani, lascia molto a desiderare.

    Lontano da essere un tabù morale, sostiene sempre l’autore, il cannibalismo sarebbe stato praticato a lungo da molte popolazioni tutt’altro che “incivili”. Storicamente i maggiori consumatori di carne umana sono stati gli Aztechi, per altro considerati essi stessi i componenti di una delle civiltà antiche più avanzate.
    La cosa più sorprendente che Harris fa notare è che il cannibalismo sarebbe stato un sottoprodotto della guerra, ovvero: si fa una guerra per vari motivi, e dato che ci sono dei morti, invece di abbandonarli agli animali, li si mangia. La carne umana è una fonte di proteine, importantissime per l’alimentazione.
    Per gli Aztechi, inoltre, la carne umana è stata ancora più importante, poiché in Mesoamerica non c’erano animali “da carne”.
    Harris, sostanzialmente, fa derivare l’attuale abominio occidentale per il mangiare carne umana dalla nascita di civiltà stanziali sempre più grandi. Finché gli uomini, egli sostiene, erano organizzati in bande, non potevano permettersi di catturare prigionieri, perché questi uomini in più non avrebbero costituito un vantaggio per il gruppo, dato che ci si spostava continuamente, e non si aveva bisogno di forza lavoro aggiuntiva,
    e visto che i prigionieri andavano per giunta sfamati , era meglio dunque mangiarseli.
    Con la nascita di tribù stanziali dedite all’agricoltura e alla pastorizia, il valore dell’uomo diventava maggiore da vivo piuttosto che da morto: un prigioniero poteva essere usato come schiavo nei lavori di fatica.
    Le alte gerarchie cominciarono così ad istillare nella mente del popolo il concetto utilitaristico che mangiare carne umana era sbagliato, e che fosse invero più vantaggioso consegnarli a chi avrebbe potuto utilizzarli come forza lavoro aggiuntiva, ovvero a re e nobili vari. Ecco nato un tabù morale, il più forte di tutti: non mangiare carne umana.

    Harris puntualizza che in ogni parte del Mondo si è cercato di ovviare ai problemi di nutrizione adottando pratiche che non possono essere capite se non all’interno di una analisi più complessa della società a cui si fa riferimento, come bene spiega nel capitolo dove si sofferma sulla diffusione della cheratite secca fra i bambini thailandesi, vietnamiti e cambogiani, dovuta alla carenza di vitamina A.
    Inutile dire, per lui, a questi popoli, di dare più vitamina ai loro piccoli figli, perché se questi stessi muoiono, non è per la cheratite, ma è per la fame che in generale li coglie.
    La vitamina A si trova nei vegetali a foglia verde, abbondanti in quelle zone, ma una famiglia, dovendo scegliere se nutrire il proprio figlio con riso o vegetali, non potendo procurarsi entrambi, sceglierà ovviamente il riso, che è più energetico, piuttosto che i vegetali.
    A noi occidentali questi sembrano probabilmente problemi incomprensibili.

    Harris offre tutta una serie di punti di vista molto poco conosciuti ed esplorati, e sostiene che per poter mangiare meglio dobbiamo saperne di più circa le cause concrete delle nostre diverse e mutevoli abitudini alimentari. Dobbiamo saperne di più sul cibo in quanto profitto, e solo in seguito saremo veramente in grado di saperne di più sul cibo in quanto pensiero.

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  • 2

    Un pò datato

    è un saggio interessantissimo sul tema dell'alimentazione affrontato con un taglio sociologico profondo e accattivante, l'unico difetto è che è un po' vecchiotto e quindi per molte cose, molte abitudi ...continue

    è un saggio interessantissimo sul tema dell'alimentazione affrontato con un taglio sociologico profondo e accattivante, l'unico difetto è che è un po' vecchiotto e quindi per molte cose, molte abitudini alimentari, molti stili di vita risulta davvero datato.

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  • 3

    un libro che non lascia indifferenti. assolutamente sconsigliato da leggere in orario pasti: o mette fame o la blocca!
    saggio ben costruito, scritto con ironia ed estrema cura, anche se non è così avv ...continue

    un libro che non lascia indifferenti. assolutamente sconsigliato da leggere in orario pasti: o mette fame o la blocca!
    saggio ben costruito, scritto con ironia ed estrema cura, anche se non è così avvincente come promette la copertina. il capitolo sul latte per me è stato il più interessante.

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  • 4

    "Ed allora si percepisce il peso della relatività, di come pensiero unico e parole di disprezzo siano soltanto un modo per mantenere le nostre sicurezze ben blindate. Si comprende come le variabili ch ...continue

    "Ed allora si percepisce il peso della relatività, di come pensiero unico e parole di disprezzo siano soltanto un modo per mantenere le nostre sicurezze ben blindate. Si comprende come le variabili che influiscono sulle scelte alimentari delle varie culture siano molteplici e difficilmente discutibili."

    Lettura molto interessante e mai noiosa: il capitolo "Lattofili e lattofobi" è davvero brillante! Una nota di demerito va alla traduzione, che in certi passaggi fa proprio pietà.

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  • 0

    OOPS

    縱看古今說飲食文化真的很有趣,但其實我印象最深刻的是他評論美國速食店漢堡便宜又「營養」(P.137)。

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  • 5

    身為一個幾乎沒有什麼食物禁忌的人,我常常在想食物是文化,現在更不如說食物選擇是經濟歷史因素。這樣想之後,根本就很難有什麼東西覺得不能吃。

    為什麼有的人覺得吃牛肉比起吃豬肉高尚,
    為什麼大多數人不吃馬肉。
    為什麼你不敢吃兔子,不敢吃驢肉,或者甚至是羊肉?
    我們自己是受了哪一個國家的文化宗教影響。
    還不都是蛋白質。
    譬如狗肉和蚱蜢也是。

    推得更遠一點,為什麼不喜歡吃肥肉?
    或為什麼吃素?
    人其實是天生 ...continue

    身為一個幾乎沒有什麼食物禁忌的人,我常常在想食物是文化,現在更不如說食物選擇是經濟歷史因素。這樣想之後,根本就很難有什麼東西覺得不能吃。

    為什麼有的人覺得吃牛肉比起吃豬肉高尚,
    為什麼大多數人不吃馬肉。
    為什麼你不敢吃兔子,不敢吃驢肉,或者甚至是羊肉?
    我們自己是受了哪一個國家的文化宗教影響。
    還不都是蛋白質。
    譬如狗肉和蚱蜢也是。

    推得更遠一點,為什麼不喜歡吃肥肉?
    或為什麼吃素?
    人其實是天生高度雜食的動物。

    我們從小學習的食物營養素,或是國家宣導的食物政策,其實真的是符合人體健康的嗎?或者是因為某些經濟利益而衍生出來的說法?

    《食物與文化之謎good to eat》這本書,讀起來很輕鬆,蠻容易看的,幾個小時就可以讀完。如果像我一樣不覺得反感。

    有許多食物的禁忌來自宗教,而宗教的存在很可能是因為地理環境與一些經濟需求而發展出來的集體生存政策。

    作者是人類學家,我自然很容易聯想到李維史陀寫某些原住民吃腐敗的木頭裡面的蟲以便獲取蛋白質。
    不過其實這書更是用經濟的角度來看,那些肉可以吃,哪些肉不可以吃,以符合最大的經濟效益。

    人為何不吃寵物,不吃人肉的那二章讀來獲益良多。
    「我們所處的社會,不斷改善在戰場上量產人類屍體的技術,為什麼我們還會覺得人可以殺,而不可以吃呢?」
    是吃人肉獲取動物源蛋白質比較野蠻,還是戰爭比較野蠻?

    在吃任何食物之前,
    is it good to think, good to eat
    or
    good to sell?

    said on 

  • 3

    il libro in sé è molto interessante: rende chiari i motivi di molti tabù alimentari, compresi quelli religiosi, in termini di calcolo dei costi e dei benefici di ciascuna scelta. sfata luoghi comuni c ...continue

    il libro in sé è molto interessante: rende chiari i motivi di molti tabù alimentari, compresi quelli religiosi, in termini di calcolo dei costi e dei benefici di ciascuna scelta. sfata luoghi comuni come l'avversione istintiva per il cannibalismo o le qualità benefiche del latte in età adulta (se escludiamo il latte di foca e di tricheco, naturalmente). spiega fatti curiosi come la necessità, nella preparazione degli hamburger, di usare un animale per la parte magra e un altro animale - ma pur sempre un vitello - per la parte grassa. purtroppo il valore del libro è gravemente minato dalla pessima traduzione: non solo nel passaggio dalla lingua originale all'italiano (per cui alcuni termini non vengono tradotti senza che ci sia un perché, i pollici non diventano centimetri e i calchi abbondano), ma anche nell'uso frequentemente improprio dell'italiano, che si palesa nella carenza spettacolare di coppie di "sia... sia" o di "né... né" in cui i due termini siano bilanciati correttamente, nell'imposizione della forma riflessiva a verbi che riflessivi non sono, nella presenza di frasi abominevoli come "vennero a conoscenza di nutrirsi" o "oggetti non da trangugiare bensì da estrarne certe parti" - solo per portare alcuni esempi.

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  • 0

    Buono da mangiare, di Marvin Harris

    http://www.meloleggo.it/recensione-buono-da-mangiare-di-marvin-harris_677/

    È un argomento di cui si parla, si riparla, si straparla a ogni livello: mediatico, scientifico, nutrizionale, religioso e so ...continue

    http://www.meloleggo.it/recensione-buono-da-mangiare-di-marvin-harris_677/

    È un argomento di cui si parla, si riparla, si straparla a ogni livello: mediatico, scientifico, nutrizionale, religioso e socio-politico. Perché è vero comunque che il mangiare non consiste solo nel semplice gesto di farsi un panino fuori di casa in pausa pranzo, accostarsi a una tavola imbandita e papparsi un bel piatto di maccheroni fumanti, un pollo arrosto o una fetta di dolce. Dietro ogni abitudine alimentare dei popoli della terra c’è sempre una spiegazione. Trovarla fa però parte di riflessioni mai superficiali. Lo studio che Harris conduce e le conclusioni che... [continua a leggere su www.MeLoLeggo.it]

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