Goodbye to Berlin

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Publisher: Random House of Canada, Limited

4.0
(438)

Language: English | Number of Pages: 256 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , German , Spanish , Catalan

Isbn-10: 0749390549 | Isbn-13: 9780749390549 | Publish date:  | Edition New Ed

Also available as: Hardcover , Audio Cassette , Others , eBook

Category: Fiction & Literature , History

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Book Description
First published in 1939, the novel evokes the gathering storm of Berlin before and during the rise to power of the Nazis. Events are seen through the eyes of various individuals whose lives are about to be ruined.From the Paperback edition.
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  • 4

    Un diario scritto in prima persona in cui il protagonista inglese registra in sei episodi altrettanti capitoli della propria vita nella Berlino degli anni ‘30. “Io sono una macchina fotografica con l’ ...continue

    Un diario scritto in prima persona in cui il protagonista inglese registra in sei episodi altrettanti capitoli della propria vita nella Berlino degli anni ‘30. “Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto; non penso, accumulo passivamente impressioni. Registro l’uomo che si rade alla finestra e la donna in chimono che si lava i capelli: un giorno tutto ciò dovrà essere sviluppato, attentamente stampato, fissato”. È il manifesto poetico che apre il romanzo e al quale Isherwood si mantiene fedele, regalandoci un’istantanea che ancora oggi non si può dire ingiallita. In certi momenti mi ha fatto pensare un po’a Stoner nella capacità di inscenare il “nulla”, che qui però nasconde l’atrocità a venire. Mi spiego. Quella che descrive impassibile Isherwood è una società sull’orlo del precipizio che quasi sente l’odore della tragedia a venire e porta attaccati in fronte i segni della propria inarrestabile decadenza. L’autore è bravissimo a non aggiungere – o a darci l’impressione di non farlo – nulla e a rimandarci la percezione viva, palpabile della tragedia della Storia nelle pieghe di esistenze insignificanti. Lievi tratti, pennellate, sussurri che fanno presagire un crepuscolo che sarà crudele al di là di ogni fervida immaginazione. Il declino alle soglie della guerra diventa piano piano sempre più chiaro ma mai lampante, mai scontato… Vien quasi voglia di avvertire quei poveretti che si barcamenano tra inquietudini e privazioni, in cabaret squallidi e case popolari malridotte di scappare. Tedeschi in bolletta ed ebrei facoltosi, disilluse arrampicatrici sociali e bizzarre affittacamere, rampolli e giovani di dubbi costumi sono tristi comparse che non lasceranno traccia del proprio tragico destino, inghiottiti da quello della nazione ma sotto la macchina fotografica di Isherwood diventano comprimari di una commedia, amara, ma pur sempre commedia.
    “La prova generale del disastro” la definisce l’autore, che solo alla fine lascia la macchina fotografica e si concede alla poesia della nostalgia.
    “Oggi il sole è sfolgorante; l’aria mite e calda. Sono uscito per la mia ultima passeggiata mattutina senza soprabito né cappello. Il sole brilla e Hitler è il padrone di questa città. Il sole brilla e dozzine di miei amici – i miei alunni della Scuola dei lavoratori, gli uomini e le donne che ho conosciuto all’I.A.H. – sono in prigione, forse morti […] Sorprendo la mia faccia nello specchio di una vetrina e mi accorgo inorridito che sorrido. Non si può fare a meno di sorridere con un tempo così bello […] No. Perfino ora non posso credere sul serio che tutto questo sia realmente accaduto”.

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    Questo libro mi ha ricordato un po’ Ragazzo di città di Edmund White. Ma Cristopher Isherwood tratta la materia con una maestria molto diversa. Addio a Berlino racconta dell’esperienza giovanile di Is ...continue

    Questo libro mi ha ricordato un po’ Ragazzo di città di Edmund White. Ma Cristopher Isherwood tratta la materia con una maestria molto diversa. Addio a Berlino racconta dell’esperienza giovanile di Isherwood nella capitale germanica, ma a differenza del libro di White, è scritto con ironia, con garbo, riesce a strappare qualche sorriso e a creare qualche riflessione, mentre sullo sfondo si va formando la nube nera del nazismo.

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  • 2

    Addio a Berlino non è una storia con una sua sequenzialità ben definita, ma l'affresco di un'epoca, la ricostruzione di atmosfere decadenti, in costante incupimento. Proprio per l'assenza di una vera ...continue

    Addio a Berlino non è una storia con una sua sequenzialità ben definita, ma l'affresco di un'epoca, la ricostruzione di atmosfere decadenti, in costante incupimento. Proprio per l'assenza di una vera e propria vicenda unitaria e per il prevalere di frammenti, ho faticato non poco nella lettura di questo breve romanzo, anche se la ricostruzione sociale e storica del periodo di Weimar è molto interessante.
    http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2017/01/addio-berlino-isherwood.html

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  • 4

    Tre stelline e mezzo, e solo perche' ormai sono pignolissima, ma ho l'impressione che i personaggi descritti da Isherwood rimarranno con me molto tempo (ed a quel punto cambiero' il mio giudizio e met ...continue

    Tre stelline e mezzo, e solo perche' ormai sono pignolissima, ma ho l'impressione che i personaggi descritti da Isherwood rimarranno con me molto tempo (ed a quel punto cambiero' il mio giudizio e mettero' quattro stelle).
    Una prosa leggera, anticonformista ed una carrellata di ritratti di persone incontrate da Isherwood durante il suo soggiorno nella Germania pre-nazista ed appena nazista: un libro delizioso, accattivante ed anche istruttivo per chi come me e' interessato a quel periodo.Come dice Raboni nella sua prefazione, un libro purtroppo snobbato ma che dovrebbe essere rivalutato, ed io sono perfettamente d'accordo con lui.

    EDIT: dopo aver riguardato le mie valutazioni precedenti, ho deciso di dare a Isherwood le 4 stelle ;)

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  • 3

    "Hitler ha formato un governo,.. tutti pensano che non arriverà neanche a primavera"

    Berlino vista, o meglio vissuta, da un espatriato scrittore inglese, nei primi anni '30, tra la fine della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo. Non autobiografico, avverte l’autore, ma verosi ...continue

    Berlino vista, o meglio vissuta, da un espatriato scrittore inglese, nei primi anni '30, tra la fine della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo. Non autobiografico, avverte l’autore, ma verosimilmente più autobiografico di quanto non voglia far credere. Sono tratteggiati ambienti e situazioni diverse, con un ‘montaggio’ in crescendo. Si comincia con un certo demi-monde (rivisitato e immortalato nel film ‘Cabaret’) svagato e in carca di facile divertimento, si passa ad un contesto vacanziero omosex su un’isola nordica, quindi alla vita quotidiana di una famiglia proletaria per arrivare al presagio del disastro visto attraverso le vicende di una famiglia dell’alta borghesia ebraica. E per finire la cronaca dei giorni convulsi dell’avvento di Hitler.
    E’ in forma di diario e non pretende di essere molto di più. Il dato veramente notevole è che è stato pubblicato nel ’39. Ancora non si sapeva come sarebbe andata a finire, ma per chi voleva vedere, e l’autore è tra questi, era tutto perfettamente chiaro.

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  • 0

    Incipit

    Dalla mia finestra vedo la strada fonda, solenne, massiccia.....

    http://www.incipitmania.com/incipit-in-lingua-originale/incipit-in-inglese/addio-a-berlino-christopher-isherwood/

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  • 5

    Angosciante fotografia della Germania al tempo della Repubblica di Weimar: Isherwood descrive la gioventù perduta tedesca, orfana della rassicurante figura del Kaiser ma già pronta ad essere figlia de ...continue

    Angosciante fotografia della Germania al tempo della Repubblica di Weimar: Isherwood descrive la gioventù perduta tedesca, orfana della rassicurante figura del Kaiser ma già pronta ad essere figlia del Fuhrer.
    Leggere questo libro è come osservare i quadri di Otto Dix o George Grosz: grotteschi, inquietanti, ambasciatori di un futuro che si propstetta ancora più funesto del presente che testimoniano.

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  • 4

    Auf Wiedersehen, Goodbye.

    Ora che ho appena finito di (ri)vedere Cabaret (ma chi lo sapeva, allora, che Cabaret era - quasi - Addio a Berlino e viceversa!) nella mia mente le parole di Isherwood si sovrappongono alle immagini ...continue

    Ora che ho appena finito di (ri)vedere Cabaret (ma chi lo sapeva, allora, che Cabaret era - quasi - Addio a Berlino e viceversa!) nella mia mente le parole di Isherwood si sovrappongono alle immagini del film di Bob Fosse.
    La Berlino e il tono di Christopher Isherwood sono più pacati, il clima non è così rutilante e gaudente com'è nel film, né la mia immaginazione mi aveva portato a immaginare l'esuberante e disnibita Sally Bowles con gli occhi bistrati, le labbra laccate a forma di cuore e il seducente reggicalze nero sulle cosce bianco latte della divina Liza Minnelli.
    Ma Christopher Isherwood sì, forse lo immaginavo proprio con gli occhi acquosi e cangianti, spalancati per lo stupore, di Michael York, anche se tutto, nei capitoli (più simili a fotografie che racconti) che tendono a identificare l'autore con il suo personaggio, è filtrato più dallo sgomento che dalla meraviglia.
    Sgomento verso una città e una nazione che Isherwood saluta, ma che descrive a posteriori, quando ormai la follia nazista non è più una minaccia (Una promessa? Un'epifania?), ma una certezza che spinge l'Europa intera verso il baratro del secondo conflitto mondiale.
    È un addio alla Berlino dei primi anni Trenta, gli anni dell'angelo azzurro e di Marlene Dietrich, dunque, la Berlino dei grammofoni e delle stanze in affitto, dei kabarett e dei caffè, delle ragazze a caccia di successo, degli avventurieri e dei ricchi commercianti ebrei, delle Fräulein Schroeder e del suo mondo crepuscolare (l'incipit che descrive il salotto e i dettagli dell'arredo dell'appartamento è memorabile tanto quanto è impressionante la resa fotografica), dei Nowak e della loro miseria, dei Landauer e del loro tramonto (Natalia, la bellissima Marisa Berenson nel film, e il di lei zio Bernhard: impossibile dire se è più bella la figura della rigida e compassata di Natalia o quella del rassegnato e ambiguo, mai dichiarato apertamente omosessuale, Bernhard), quella delle lezioni di inglese per stranieri che mantengono Christopher e gli aprono le porte di tutte le Berlino possibili: ricca, misera, conservatrice, avanguardistica, ebrea, nazionalista, comunista, nazista.
    Quella della Gioventù hitleriana e del morbo che la anima, che irrompe e consuma come un virus una città che era simbolo della libertà, del peccaminoso e del godimento, che rinuncia alla sua libertà fino a diventare uno zoo che mette in mostra il lato peggiore dell'animale umano.
    Fino all'addio, malinconico e struggente, ma al tempo stesso compassato e rassegnato - «Domani parto per l'Inghilterra. Tornerò qui tra qualche settimana, ma solo per prendere le mie cose prima di lasciare Berlino per sempre.
    La povera Fräulein Schroeder è inconsolabile: «Non troverò mai un altro gentiluomo come lei, Herr Isservut, sempre così puntuale con la pigione... Non capisco proprio perché vuole andarsene da Berlino, così, tutt'a un tratto...».
    È inutile cercare di spiegarglielo o parlare di politica. Lei si sta già adattando, così come si adatterà a ogni nuovo regime. Stamane l'ho sentita persino nominare con tono riverente
    «der Führer», ciacolando con la moglie del portiere. Se qualcuno provasse a ricordarle che alle elezioni dello scorso novembre ha votato comunista, con tutta probabilità negherebbe con veemenza, e in perfetta buona fede. Si sta semplicemente acclimatando, in ossequio alla legge naturale, al modo di un animale che cambia il pelo ai primi freddi. Migliaia di persone come Fräulein Schroeder si stanno acclimatando. Dopotutto, chiunque sia al governo, sono condannate a vivere in questa città.» - ultima fotografia, in bianco e nero, di una città e di un tempo tramontato nell'ascesa di Hitler.
    E se a lettura ultimata c'è un motivo per cui, nonostante lo splendido sguardo fotografico di Isherwood che scatta un'istantanea dopo l'altra del periodo - «Io sono una macchina fotografica con l'obiettivo aperto» dichiara l'alter ego di Chris­topher Isherwood arrivando nell'autunno del 1930 a Berlino, dove resterà fino al 1933. -, nonostante la splendida scrittura limpida e raffinata, non mi fa considerare "Addio a Berlino" un capolavoro (cosa che invece mi viene di pensare del film e dell'interpretazione di Liza Minnelli), forse questo va ricercato in quell'eccessivo distacco, in quel compassato atteggiamento (molto inglese) che Isherwood stesso sceglie di tenere, in cui preferisce mantenere la distanza dagli eventi così come dalla celata sessualità del suo alter ego, e apparire più spettatore che attore: distanza che ha impedito, anche a me, di avvicinarmi tanto quanto avrei desiderato fare.

    http://youtu.be/5QS1l1mSDSo

    http://www.freedomsphoenix.com/Uploads/Graphics/171-0503090648-obama-weimar-Cabaret-2.jpg

    http://5kilokultury.pl/wp-content/uploads/2014/11/marlene-dietrich.jpg

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  • 4

    Berlino dolceamara (1930-1933)

    Uno sguardo pieno d'amore a Berlino un attimo prima che tutto finisca inghiottito dal fallimento della repubblica di Weimar e che Hitler diventi il padrone della città.
    Addio alla Berlino trasgressiva ...continue

    Uno sguardo pieno d'amore a Berlino un attimo prima che tutto finisca inghiottito dal fallimento della repubblica di Weimar e che Hitler diventi il padrone della città.
    Addio alla Berlino trasgressiva e stravagante, ai seminterrati animati dal brusio dei poeti, dei cantanti e dei giovani sognatori, alle vecchie pensioni borghesi nelle cui pareti ammuffite, nei consunti divani e nei logori tappeti risuonano gli echi di coloro che si sono avvicendati in cerca di un tetto e di un simulacro di famiglia. Addio alle ragazze mercenarie in cerca di soldi e amore, opportuniste ma autentiche e disinibite, ai fidanzati che fischiano alle finestre delle loro donne, all'amore libero e libertino, agli scaltri fannulloni che della loro avvenenza fanno mercato, agli innocui pensatori, alle solide fortune delle famiglie ebree, al fermento intellettuale vivace e senza censura.
    L'io narrante, un Isherwood alter ego di se stesso, più di uno spettatore e meno di un protagonista, registra appassionato e pietoso gli ultimi sussulti vitali di questa vecchia signora decadente ma ancora unica. Risuona già il rumore sordo della caduta rovinosa e si avverte il gusto amaro della perdita imminente ma non intaccano la serena fluidità del racconto in cui ogni piccolo dettaglio di cose e persone risplende di rispetto e devozione ed è rappresentato in altrettanti sipari vividi, dove la nostalgia del ricordo felice non è cieca di fronte alla dolorosa consapevolezza che la città amata e la sua gente già si stanno "adattando" ad una nuova atroce e folle realtà.

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  • 5

    Attraverso una scrittura fluida ed elegantissima, “Addio a Berlino” riesce con poche, sapienti, abilissime pennellate di uomini, donne e ambienti a catapultarci e a immergerci completamente nella Berl ...continue

    Attraverso una scrittura fluida ed elegantissima, “Addio a Berlino” riesce con poche, sapienti, abilissime pennellate di uomini, donne e ambienti a catapultarci e a immergerci completamente nella Berlino dei primissimi anni ’30, metropoli cosmopolita, libertina e libertaria, in procinto di essere spazzata via dall’avvento imminente della feroce dittatura nazista, per essere trasformata nella capitale del Terzo Reich.

    La nostalgia per quello che è stato e non sarà più, la consapevolezza che un intero universo fatto di persone, di locali, di culture e, essenzialmente, di diversità sarà semplicemente cancellato dalla follia sanguinaria del nazismo e, infine, un senso di disastro imminente pervadono fortissimi il libro e ne costituiscono contemporaneamente la grandezza, insieme ad una miriade di personaggi, luoghi ed atmosfere così splendidamente descritti che, odori, facce, sensazioni, dolori possono essere quasi fisicamente percepiti dal lettore.

    Un grandissimo memoir, quindi, che trasforma “quella” Berlino in un luogo mitico e quasi mitologico, alla stregua della Roma imperiale, di Babele, delle polis greche o della Parigi del Terrore, icona e simbolo di un epoca sparita, non solo per effetto del fisiologico trascorrere del tempo, ma a causa dell’umana natura e dell’incedere, implacabile, della Storia.

    Un addio, quindi, non a un luogo, ma ad un mondo, autentico “melting pot”, a cui è stata metaforicamente spenta la fiamma per trasformarlo, con ogni mezzo, in un monolite ideologico e culturale, culla del male assoluto. E mentre ciò accade, il lettore è lì, testimone attonito e impotente di una trasformazione epocale attraverso gli occhi di Isherwood.

    Un libro imprescindibile.

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