Goriot ápó

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4.0
(2223)

Language: Magyar | Number of Pages: 287 | Format: idBinding_ | In other languages: (other languages) English , French , Italian , German , Spanish , Dutch , Swedish , Portuguese , Polish

Isbn-10: 9630753383 | Isbn-13: 9789630753388 | Publish date: 

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Social Science

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Book Description
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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Tutto il romanzo è incentrato sul dissidio, sulla discordanza tra il mondo dimesso degli affetti veri e puri e quello vacuo di una mondanità corrotta senza morale e religione. Dissidio che è rafforzat ...continue

    Tutto il romanzo è incentrato sul dissidio, sulla discordanza tra il mondo dimesso degli affetti veri e puri e quello vacuo di una mondanità corrotta senza morale e religione. Dissidio che è rafforzato, reso ancora più stridente e drammatico dal fatto che questi due mondi contrapposti sono intimamente legati da rapporti di sangue, da vincoli di parentela: da una parte un padre, (Goriot), pronto a sacrificare anche la sua stessa vita per le figlie che, dall'altra parte, sono drogate dai bagliori fatui di una vita effimera, al punto da sottoporre l'amore del padre alla sete, al bisogno sfrenato del denaro e del lusso. Il risultato è che se da un lato aumenta il benessere delle figlie,(le vediamo sfilare ingrate e indifferenti tra i fasti dei salotti della Parigi dell'Ottocento), dall'altro diventa acuta la solitudine e la miseria del padre impegnato a dare continuamente, fino alla totale dispersione del proprio patrimonio economico conseguito dopo una vita di lavoro e di sacrifici. Questa cieca dedizione, questa lotta del sentimento con la materia porterà Goriot alla resa, a una morte in quasi assoluta solitudine e povertà. Lo studente Rastignac, desideroso do ascendere ai piaceri del bel mondo, ne scopre, frequentandolo, la disonestà, la torbida vita che lo anima. Ciò, però, non servirà a convincerlo ad abbandonare per sempre i suoi sogni di ascesa sociale e a dedicare la sua vita ad un duro, onesto lavoro. L'agonia per Papa Goriot diventa l'attesa delle sue figlie, attesa che rimarrà inesaudita. Le giovani donne si presentano troppo tardi, arrivano dal padre quando lui ormai se n'è già andato, solo e povero, ma nell'illusione di un amore paterno infinito. Forse la letteratura è stata per quel genio di Balzac, ciò che per papà Goriot, hanno significato le sue amate figlie.

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  • 4

    L'ansia del denaro

    Grande protagonista di questo bel romanzo dell'800 francese è il denaro. Tutti i personaggi sono alla continua ed ansiosa ricerca di denaro, quasi tutti perché convinti che esso sia necessario per sod ...continue

    Grande protagonista di questo bel romanzo dell'800 francese è il denaro. Tutti i personaggi sono alla continua ed ansiosa ricerca di denaro, quasi tutti perché convinti che esso sia necessario per soddisfare i loro sentimenti, di padre, di amante o di arrampicatore sociale. Ed il denaro sconvolge, cambia le persone, le rovina, senza procurare felicità, anzi l'esatto opposto. Anche quello che sembra essere il sincero e sconfinato amore di un padre per le figlie, si rivela essere desiderio egoistico di possesso, di essere ricambiati, desiderio per il quale si spende denaro gettandolo in un pozzo senza fondo creato dalla società aristocratica ed alto borghese dell'epoca.

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  • 3

    A parte la vecchia solfa della borghesia che invade l'aristocrazia non ci ho visto molto, meglio Notre-Dame de Paris, La signora delle Camelie, Therese Raquin insomma tutti quei romanzi in cui succede ...continue

    A parte la vecchia solfa della borghesia che invade l'aristocrazia non ci ho visto molto, meglio Notre-Dame de Paris, La signora delle Camelie, Therese Raquin insomma tutti quei romanzi in cui succede qualcosa.

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  • 5

    L'immorale conoscitore dell'animo umano.

    Personaggi dimenticati, dialoghi affettati e artificiosi, grossolani fuochi d'artificio, illogicità: il romanzo è il classico feuilleton scritto in fretta per far soldi: tutto effetti speciali e poco ...continue

    Personaggi dimenticati, dialoghi affettati e artificiosi, grossolani fuochi d'artificio, illogicità: il romanzo è il classico feuilleton scritto in fretta per far soldi: tutto effetti speciali e poco rigore. E questo è risaputo: Balzac scriveva in fretta per far soldi.

    Ma si dà il caso che Balzac sapesse leggere nell'animo umano e avesse a disposizione una vasta gamma di caratteri per creare le sue dinamiche narrative. E questo basta,secondo me, a fare del brutto anatroccolo -tecnicamente carente e stilisticamente invecchiato male- un vero capolavoro.

    Un'altra cosa che mi ha affascinato di Balzac è la completa amoralità. Le azioni più spregevoli lo lasciano indifferente; le abitudini più sconcertanti dell'aristocrazia non scalfiscono il suo tono blasé, laddove Hugo avrebbe scritto una digressione di 200 pagine per condannare l'adulterio, a quanto pare endemico tra aristocratici di ogni sesso, in quanto potenziale causa di contagio, antieconomico e incapace di rappresentare una reale fonte di serenità nei rapporti tra membri del sesso opposto. Perché Hugo, che ha una scrittura un filo più moderna ed è capace di scrivere dialoghi decenti, diciamolo: è un insopportabile moralista, didascalico come può esserlo un vero illuminista.

    Infine, amo Balzac per aver riscattato l'anima invendicata dell'Innominato, che ebbe la reputazione rovinata da quel ciellino di Alessandro Manzoni (una delle tante false conversioni millantate dai seguaci della chiesa cattolica). Finalmente un cattivo seducente per il suo cinismo, forte come un leone e senza pentimento. Finisce il romanzo, il giovane Rastignac è lanciato verso il successo, ma il lettore non può fare a meno di pensare: sì Rastignac, diventa pure ricco, avvocato, o perfino ricco avvocato sposato a una ricca bella donna aristocratica.
    Ma quando Trompe-la-mort esce di galera be', sei fottuto.

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  • 3

    Deludente

    Ho apprezzato i dialoghi e lo stile vivace, ma nel complesso non mi ha emozionato come altre opere ambientate nella Francia di Luigi Filippo (prima tra tutte "Il Conte di Montecristo"). Probabilmente ...continue

    Ho apprezzato i dialoghi e lo stile vivace, ma nel complesso non mi ha emozionato come altre opere ambientate nella Francia di Luigi Filippo (prima tra tutte "Il Conte di Montecristo"). Probabilmente manca a Balzac la sintesi geniale nel tratteggiare i personaggi che era di Dumas. Per dare un giudizio più meditato occorrerà però leggere altre opere della "Commedia umana", ad esempio proprio quello dove ricompaiono gli stessi personaggi (Rastignac, Vautrin, la duchessa di Langeais, ecc.).

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    5

    Un piacevolissimo Balzac, fluido e mai pesante nonostante le numerose descrizioni e digressioni; cinico ed ironico nel descriverci la società parigina del suo tempo.

    La tragica figura di papà Goriot, ...continue

    Un piacevolissimo Balzac, fluido e mai pesante nonostante le numerose descrizioni e digressioni; cinico ed ironico nel descriverci la società parigina del suo tempo.

    La tragica figura di papà Goriot, "simbolo della Paternità", non può non stringere il cuore vedendo in quale miseria affettiva lo hanno lasciato le due figlie a cui ha dato tutto, per cui si è ridotto in miseria e che lui mai condanna, anche quando viene abbandonato solo sul letto di morte.

    Un romanzo triste e che, nella semplicità della figura di questo padre troppo innamorato delle figlie, può ancora insegnare qualcosa.

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  • 5

    Continuano a dire che non c’è più niente da scrivere, con la scusa meschina di Auschwitz. Però continuano a farlo, imitandosi l’uno con l’altro e perseguendo quella ‘leggerezza’ che nella migliore del ...continue

    Continuano a dire che non c’è più niente da scrivere, con la scusa meschina di Auschwitz. Però continuano a farlo, imitandosi l’uno con l’altro e perseguendo quella ‘leggerezza’ che nella migliore delle ipotesi risulta stucchevole e che quasi sempre è oscena. Specie quando gli argomenti affrontati meriterebbero sì il distacco emotivo, ma non la fredda indifferenza del mestierante, anche se di lusso. Mi viene in mente, a mo’ di esempio, “ L’uomo che cade” di De Lillo.
    Il tutto per introdurre l’emozione della lettura di papà Goriot, quella palpitazione di adolescente che deliberatamente perseguo, ritornando a (ri)leggere questo popò di letteratura ottocentesca, russa, francese, inglese, italiana o americana, non importa. Certo, rifletto che la componente ‘amarcord’ di questa ‘pulsione’, in cui la nostalgia della giovinezza intrecciata a maglia stretta con i libri di quegli autori, possa influenzarne il perentorio giudizio di sublimità assoluta.
    Ma so, altrettanto sinceramente, che questo giudizio è obiettivo e che Papà Goriot è un capolavoro, come lo è Mastro don Gesualdo di cui è chiaramente il modello.

    Hanno un bel dire, il dandy Proust e Manzoni, l’uno che Balzac fosse volgare e l’altro un “ mestierante” .
    Sta di fatto che il destrorso, arrivista, parvenue, provinciale scribacchino (scriveva notoriamente per denaro e lottava per il diritto d’autore) riesce a tracciare della società del suo tempo un quadro desolante senza possibilità di riscatto e soprattutto senza indugi estetizzanti. Non esistono nel suo romanzo né Lucie né fra Cristoforo. Né, tantomeno, decadenti cocotte sedicenti amanti del bello che, con matrimoni giusti (un esempio a caso: una certa Odette e un certo Charles Swuann), diventano regine del gran mondo, senza rimorso o vergogna.
    I personaggi di Balzac sono tutti preda del dio denaro, che li ha corrotti o li corromperà tentandoli con i bei vestiti, le carrozze, le splendide case preziosamente arredate.

    Il buon papà Goriot, ricco pastaio, prigioniero di un amore paterno ossessivo e totalizzante, muore disperato di non avere le sue figliole ingrate al suo capezzale di morte. Non è una povera vittima ma lui stesso causa della sua disgrazia, avendo consegnato la sua progenie, anima e corpo e dote milionaria, al gradino superiore della piramide sociale: solo il meglio per loro.

    Il ventenne barone Eugene de Rostignac, della piccola nobiltà cadetta provinciale, inizia la sua formazione di futuro dandy senza scrupoli, altalenando tra veri sensi di colpa (ingenue vestigia di un’adolescenza al crepuscolo) e ipocriti casi di coscienza potendo, noi, scommettere con sicurezza quali saranno le sue scelte. A suo paragone Lucien Sorel è l’arcangelo Gabriele.

    Nulla ha di bello quella società parigina. Nessuno si salva. Servitori laidi; piccola borghesia viscida; grande borghesia corrotta e ipocrita; aristocrazia vuota, irresponsabile, impegnata in un carosello di corna, benedette dalla consuetudine ‘immorale’ di matrimoni per mero interesse.
    Classi sociali che non sono destinate a combattersi ma piuttosto ad allearsi, compattandosi in basso per denaro.
    Sono vasi comunicanti con il mondo della malavita: il fascinoso e inquietante Vautrin, il Mefistofele di Eugene, forzato evaso è l'invisibile tramite. Ricercato dalla polizia parigina, è amministratore di ingenti ricchezze illegali anche per conto di banchieri dai vizi segreti e pubbliche virtù, e la cui cattura è subordinata all’esigenza di farlo fuori per tappargli la bocca. Niente di nuovo sotto il sole. Vi ricorda per caso Calvi e Sindona, riciclatori di denaro sporco, e i loro legami mai venuti a galla con la banca di Dio?
    Nessuno è buono ma qualcuno è anche capace d'amore, però strettamente legato con il denaro, che lo sublima o lo danna. Non c’è scampo a questa condanna.
    La sofferenza, di questi uomini e donne senza ideali, è grande e autentica. Non c’è lieto fine, non ce lo aspettiamo perché non c’è possibilità di catarsi. Il linguaggio è spietatamente chiaro e non lascia spazi a interpretazioni equivoche.
    Per un lealista che si faceva beffe delle barricate del ’30 e che visse soffocato dai debiti, mantenuto da donne ricche per godere fino in fondo dei piaceri di quel mondo marcio, è una gran bella contraddizione svelare da quali individui fosse popolato.
    Ma questa è “La commedia umana”.

    Eccezionale. Consigliatissimo.

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