Guerra e pace

Di

Editore: Baldini Castoldi Dalai

4.5
(4491)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1638 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Chi tradizionale , Francese , Russo , Olandese

Isbn-10: 8860735157 | Isbn-13: 9788860735157 | Data di pubblicazione: 

Curatore: Loretta Loi

Disponibile anche come: Cofanetto , Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Rilegato in pelle , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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  • 5

    Il più grande romanzo che abbia mai letto, e credo che difficilmente ne leggerò uno migliore. In questo libro c'è tutto quello che si può desiderare da un romanzo: l'amore e la guerra, il vizio è la v ...continua

    Il più grande romanzo che abbia mai letto, e credo che difficilmente ne leggerò uno migliore. In questo libro c'è tutto quello che si può desiderare da un romanzo: l'amore e la guerra, il vizio è la virtù, la storia e la religione, personaggi eccezionali, ecc.
    Per chi pensa di iniziarlo, suggerisco di procurarsi un'edizione che abbia la traduzione dei numerosi dialoghi in francese, a meno che non si abbia dimestichezza con questa lingua.

    ha scritto il 

  • 4

    4 stelle alla "guerra", 5 stelle alla "pace"

    Difficile per me recensire questo romanzo in cui nutrivo tantissime aspettative (soprattutto dopo aver amato all'ennesima potenza "Anna Karenina"), tant'è che continuavo a rimandarne la lettura perchè ...continua

    Difficile per me recensire questo romanzo in cui nutrivo tantissime aspettative (soprattutto dopo aver amato all'ennesima potenza "Anna Karenina"), tant'è che continuavo a rimandarne la lettura perchè non mi sembrava mai il momento giusto. Che dire...l'autore ha una immensa conoscenza degli uomini, riesce a intrufolarsi nell'animo umano e ci descrive le sue mille sfaccettature, ci dimostra attraverso la trama che nessuno è sempre totalmente buono o totalmente cattivo, entrambi gli aspetti convivono in ognuno di noi. Si dimostra anche un grande conoscitore della Storia, ci racconta le vicissitudini della guerra, ponendo l'accento sul come avvengono i conflitti, ci pone il suo punto di vista sulle conquiste napoleoniche. Ecco dove sono rimasta un tantino delusa: nei racconti di guerra non è riuscito ad appassionarmi come invece aveva fatto Hugo ne "I miserabili", tanto che mi sentivo al fianco delle truppe durante la battaglia di Waterloo. Ed è un vero peccato, perchè quando Tolstoj parla di "pace", quando racconta della vita di corte, dei pettegolezzi, dei gran balli e soprattutto quando ci racconta le emozioni dell'amore...ecco che un brivido ci corre lungo la schiena, gli occhi si inumidiscono e il cuore si riempie di gioia e commozione...come solo lui sa raccontare. Grandioso.

    ha scritto il 

  • 5

    Di come Tolstoj diede a Napoleone dell'agnello portato all'ingrasso dal pastore, altro che grandissimo genio. Un vero genio dell'umanità, semmai, non muove alla conquista dell'Europa ma scrive "Guerra e pace".

    Il romanzo di Tolstoj inizia in francese, io non leggo il francese e nella mia edizione, una ristampa degli Anni Sessanta, la traduzione non c'è neanche in nota a piè pagina, e io sono stato felicissi ...continua

    Il romanzo di Tolstoj inizia in francese, io non leggo il francese e nella mia edizione, una ristampa degli Anni Sessanta, la traduzione non c'è neanche in nota a piè pagina, e io sono stato felicissimo così, mi sono sentito ancor dippiù un lettore contemporaneo di Tolstoj, perché io e Tolstoj giochiamo in due mondi di appartenenza differenti, per fare un esempio a caso io appartengo più al mondo sociale di Dostoevskij, e questa opacità, questa lingua parlata dai signori e lentamente rinnegata dai signori russi quando il tanto ammirato francese diventa il francese conquistatore, mi ha reso il romanzo più attuale, ovvero ha reso me ancor dippiù suo contemporaneo, perché il grande scrittore non ti rincorre: tutt'al più t'insegna a corrergli dietro, se vuoi stargli al passo.

    Di "Guerra e pace" o dici che è bellissimo come nessun altro romanzo potrà esserlo al suo stesso modo e lì ti fermi, oppure ci devi scrivere sopra un saggio, come ha fatto Steiner che così comincia il suo, in "Tolstoj o Dostoevskij": "La critica letteraria dovrebbe scaturire da un debito di amore." Io non so e non vorrei mai saper fare della critica letteraria, ma tutte le mie parole per Tolstoj non possono che essere parole d'amore.

    Io per tutta la vita ho amato Dostoevskij, e se il suo rivale, perché i due sono sempre stati dei rivali, mai rovinare la grandezza con l'ipocrisia appiattente della distanza-storica, riesce a farsi amare da me quanto un Dostoevskij, significa che la sua arte sbaraglia ogni opposizione, ogni volontario broncio di partenza; significa che è una potenza della letteratura.

    Ho aspettato dieci e forse più anni per leggere il saggio di Steiner: prima ho voluto essere certo di aver letto di Dostoevskij e di Tolstoj almeno i maggiori romanzi, di Dostoevskij li ho letti tutti e con "Guerra e pace" ho letto tutti i maggiori di Tolstoj. Volevo potermi muovere tra di loro sapendo di cosa si parla. Ci ho messo una vita e me la sono formata, la vita, per stare a mio agio tra Tolstoj e Dostoevskij.

    Vanno letti, dopo averli letti non c'è altro da dire, non si trovano le forze per essere più persuasivi di così: sono talmente persuasivi loro di loro!, basta leggerli, per potersi finalmente fare una idea chiara su cos'è, su cosa può essere ancora perché lo è già stata, la letteratura. La sua capacità di trasformazione. La culturale forza della natura della letteratura. Sottoporti a una esperienza integrale di umanità.

    E ancora non ho detto niente di "Guerra e pace", del suo migliaio e mezzo di pagine che non si sentono affatto, potrebbe esserne una e mezza tanto viene via, una pagina e mezzo con al suo interno tutto un mondo, nei suoi dettagli e nelle sue trasvolate.

    La domanda "Perché ti piace Guerra e pace?" è complicatissima, è imbarazzante, ridicola, è una domanda dostoevskiana.

    Io rispondo: "Mi piace perché ci trovi dentro la frase: 'Ippolit, per lo meno, è un imbecillle tranquillo, ma Anatol' è un imbecille irrequieto.', e sono le parole di Anna Pavlovna, perché il romanzo inizia in un salotto aristocratico russo, ma poi si va ovunque, si incontra chiunque, e ci si sente immensi, si spazia ovunque nel genio di Tolstoj."

    "Guerra e pace" mi piace perché è una storia semplice.

    Mi piace perché io con "la bellissima principessina Hélène" ho commesso adulterio.

    Perché dentro ci ho trovato i lorgnette.

    Mi piace perché tra Pierre e Dolochov, ufficiale del Semenovskij (gli accenti russi o li mettevo tutti o nessuno, questa volta vada per nessuno), io speravo il duello lo vincesse Dolochov, anche se Dolochov è un distruttore mentre Pierre è, oltre che un protagonista, un uomo in costruzione, ma è Dolochov quello che ha saputo come procurarsi un orso, metterlo in una carrozza, portarlo dalle attrici, legarlo alla schiena di un commissario e come lasciarlo andare così conciato nella Mojka.

    Mi piace "Guerra e pace" e adesso quella dei Rostov è anche la mia famiglia.

    Per la frase: "L'ospite, costretta a mostrarsi intenerita dalla cena familiare, ritenne indispensabile parteciparvi un pochino anche lei."

    Mi piace perché in un paragrafo a pagina 111 c'è tutto un romanzo a parte, che da solo per me è già un capolavoro: "L'istitutore, un tedesco, badava a imprimersi nella mente tutte le qualità di pietanze, di desserts e di vini, per poter poi descrivere tutto minuziosamente nella lettera che avrebbe mandata ai familiari in Germania, e restava profondamente offeso dal fatto che il maggiordomo, con quella sua bottiglia avvolta nella salvietta, lo lasciava ogni volta in disparte. Il tedesco aggrottava la faccia, cercava di dar a vedere che lui non desiderava neppure di quel vino: ma si sentiva offeso per la ragione che nessuno voleva intendere come questo vino gli occorresse non già per spegnare la sete, non già per ingordigia, ma per coscienzioso desiderio di sapere." Io avrei anche potuto fare a meno di tutta la storia delle gesta napoleoniche di andata e di ritorno per e da Pietroburgo, per leggere un romanzo su questo istitutore. Però per l'ambizione di Tolstoj ci volevano la Storia e i Popoli, ci voleva un'altra sensibilità per capire come tutta la storia umana stia pure nelle vicende di un istitutore, come nei romanzi delle Bronte (niente accenti per i russi, quindi neanche per loro).

    In "Guerra e pace" ogni personaggio ha diritto alla sua storia, fosse pure di due righe, per questo mi piace, per questo e perché i personaggi sono centinaia e centinaia, e è impossibile confonderne uno con un altro, perché Tolstoj li rende vivi tutti.

    "Guerra e pace" è bellissimo perché io voglio essere amico del principe Andrej.

    Mi piace perché il comandante in capo Kutuzov è un vecchio scassone.

    Perché in "Guerra e pace" la guerra è così:

    "Sui margini della strada si vedevano di continuo, scuoiati e non scuoiati, cavalli caduti per via, carriaggi fracassati, presso i quali sedevano, in attesa di qualche cosa, soldati isolati, e soldati che si staccavano dai loro reparti e, a gruppetti, si dirigevano ai vicini villaggi, o dai villaggi che trasportavano via galline, pecore, fieno, o qualche sacco pieno di roba."

    E così:

    "Il principe Andrej aveva ascoltato con grande attenzione i discorsi del principe Bagration coi comandanti, e gli ordini da lui impartiti: e con stupore, s'accorgeva che ordini non ne venivano dati di nessun genere, e che il principe Bagration cercava soltanto di dar a vedere che tutto quanto accadeva per necessità, per casualità, per volere dei comandanti di questo o quel reparto, tutto accadeva, se non per ordine di lui, ma almeno in accordo con le sue intenzioni."

    Perché per Tolstoj i giovani uomini mandati alla guerra erano "per la maggior parte bei ragazzi (di due teste più alti del loro ufficiale, e due volte più larghi di spalle, come del resto avviene sempre tra il personale delle batterie)", come a aggravare il costo della carneficina.

    Perché in "Guerra e pace" la pace è così:

    "Inoltre, nel trattar con le donne, Anatol' possedeva quella certa maniera, che più d'ogni altra ispira alle donne curiosità, paura e perfino amore: la maniera, sfumata di disprezzo, di chi è conscio della propria superiorità."

    E così:

    "Raccontare la verità è molto difficile: e i giovani di rado ne sono capaci."
    Perché in "Guerra e pace" c'è la dimoia.

    Per il ballo di Denisov e Natasa (con l'accento sulla esse) a pagina 424, e Natasa che a ballo finito si chiede, ancora rapita: "Che cosa è stato?"

    Per le discussioni tra Pierre e Andrej sui contadini e sulla morte.

    Per la visita di Rostov all'ospedaletto militare al capitolo XVII del Libro Secondo.

    Per Bonaparte che è ritratto come un botolo con le mani piccole e bianche.

    Per il primo paragrafo del capitolo I della Parte Quarta del Secondo Libro: "Una voce segreta ci dice che dobbiamo essere colpevoli, se siamo oziosi. Se fosse possibile all'uomo trovare un modo di vivere nel quale, restando nell'ozio, si sentisse utile e ossequente al suo dovere, egli verrebbe a ritrovare una metà della beatitudine originale. E di questo stato d'ozio doveroso e irreprensibile gode appunto un'intera categoria sociale: la categoria dei militari."

    Per tutto il capitolo VII della stessa Parte.

    Per la terribile storia di Sonja che non riuscirà a averne una sua.

    Per come al vetturino Balaga "i due gli piacevano, gli piaceva quel pazzo modo di correre a venti chilometri l'ora, gli piaceva far ribaltare un altro vetturino e mettere sotto un pedone per Mosca, e volar via così di gran galoppo per le vie della città.", roba che ormai chiunque con una minicar può far ben di peggio, ma senza provare neppure un centesimo della stessa balorda, diabolica, ebbrezza, anzi, provando proprio la stessa balorda, diabolica, annoiata ebbrezza.

    Per come, con la stessa naturalezza Tolstoj racconti di un campo di battaglia, di un tramino amoroso, di una festa in famiglia, un consiglio di guerra, un ricevimento, un bosco, di Napoleone e di Petja che vince un biscotto a una vecchietta, delle due piccole ladre di susine.

    "Gli antichi ci hanno lascito i modelli dei loro poemi eroici, nei quali gli eroi costituiscono tutto l'interesse della storia; e noi non sapiamo ancora abituarci all'idea che, per la nostra epoca, una storia di questo genere non ha senso." - pag 916

    Mi piace "Guerra e pace" perché ha un profondo senso del patetico, perché quando al suo interno i suoi personaggi piangono tu sei certo che stiano piangendo per davvero.

    Perché in "Guerra e pace" c'è chi muore e c'è chi nasce, e c'è chi alle volte ha l'aria di essere risorto, per poco o per tutto il resto della sua vita da personaggio.

    Per come nel capitolo XX del Libro Terzo Parte Terza Pietroburgo abbandonata è paragonata a un'arnia rimasta senza ape regina.

    Per come gli assassini di uomini si 'tranquillano' in nome de 'le bien public', quando si servono del loro essere servi del potere per comandare di uccidere.

    Per come Tolstoj ha saputo che prima di scrivere una decina di righe sull'amore fossero necessarie come minimo 1176 pagine di racconti che le giustificassero, perché fosse indubbio che le parole sull'amore siano state dette perché era proprio questo che si voleva poter arrivare a dire e non perché, non sapendo cosa dire, tanto valeva buttarla al solito sull'amore.

    Mi piace "Guerra e pace" per il romanzo di Petija che si consume ferocemente nei capitoli IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI Libro Quarto, e che è un "Guerra e pace" in strettissima sintesi, con Dolochov del tutto rivelatosi l'angelo della distruzione che è.

    Per come si riesce a soffrire soltanto per un uomo alla volta. Proprio come non se ne possono amare più di così: uno alla volta.

    Poi a Tolstoj gli epiloghi gli vengono sempre un po' bruttini, ma glielo si perdona largamente, e le gioie del matrimonio tolstoiano fanno sembrare un gigante della letteratura persino Manzoni, e le riflessioni finali sulla Storia sembra le abbia scritte Scalfari per la rubrica "Vetro Soffiato" su L'espresso. Però la sua microanalisi del potere anticipa di parecchio pure Foucault.

    "Rappresentarsi un uomo che non abbia libertà non è possibile che al patto di rappresentarselo privo di vita."

    ha scritto il 

  • 5

    Il romanzo per eccellenza

    Inutile discutere sulla bravura di Tolstoj, questo romanzo è un capolavoro assoluto. Particolarmente gradevoli le sezioni di pace tra balli e pettegolezzi, e ugualmente straordinarie anche se più fati ...continua

    Inutile discutere sulla bravura di Tolstoj, questo romanzo è un capolavoro assoluto. Particolarmente gradevoli le sezioni di pace tra balli e pettegolezzi, e ugualmente straordinarie anche se più faticose le parti di guerra per l'evidente difficoltà di ricostruzione mentale di indumenti, luoghi e strategie militari descritte con minuzia di particolari. Molto divertenti le incursioni dell'autore, ad esempio quando ironizza sull'incapacità della nobiltà russa di esprimersi nella propria lingua e di saper usare solo il francese, oppure quando deride l'esaltazione del generale di turno in caso di una vittoria avvenuta per caso e non certo per chissà quale piano ingegnoso. Devo dire che, oltre a tutto ciò e allo spessore di personaggi come Pierre, Andrej e Natasha, ciò che ho veramente apprezzato è stato lo spirito russo che percorre tutto il romanzo e si accentua con l'avanzare dell'invasione napoleonica, capace di coinvolgere e far sentire il lettore come parte del popolo.

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavoro assoluto della letteratura; il romanzo per eccellenza.
    Che altro dire? Per poco più di un mese sono rimasta incantata dalla narrazione che Tolstoj fa della Russia e del suo popolo nei primi ...continua

    Capolavoro assoluto della letteratura; il romanzo per eccellenza.
    Che altro dire? Per poco più di un mese sono rimasta incantata dalla narrazione che Tolstoj fa della Russia e del suo popolo nei primi anni dell'ottocento.
    Romanzo storico? Sì, forse, ma quello che spicca di più è la narrazione della VITA, e delle sue sfumature, a tutto tondo.

    ha scritto il 

  • 4

    Non si può negare che la mole e la fama inducano timore, eppure questo è un libro dal quale è facile farsi avvolgere, trascinati dalla scrittura leggera e non di rado arguta (almeno per quanto riguard ...continua

    Non si può negare che la mole e la fama inducano timore, eppure questo è un libro dal quale è facile farsi avvolgere, trascinati dalla scrittura leggera e non di rado arguta (almeno per quanto riguarda la parte narrativa) in un mondo lontano abitato da personaggi che vengono raccontati esprimendo un’umanità tale che è impossibile rimanere insensibili ai loro destini. Un simile coinvolgimento riesce a rendere minima la seccatura dei dialoghi in francese – la lingua della aristocrazia russa del tempo che costringe spesso a correre alle traduzioni poste a fondo volume – e in pratica a ignorare quelli che altrove sarebbero difetti, come i personaggi abbandonati quando non servono più (la signorina Bourienne, Vera Rostova e il marito Berg, i Drubeckoj, il caso macroscopico di Héléne Bezuchova) oppure le forzate coincidenze che iniziano a contraddistinguere molte svolte mentre ci si avvicina alla conclusione. Lo scrittore dipinge così un grande affresco che rievoca un passato per lui recente, intrecciando le vicende di alcune famiglie della piccola e media nobiltà (i cui componenti riecheggiano sovente i consanguinei dell’autore) sullo sfondo dei tragici avvenimenti che contrassegnano le guerre napoleoniche di principio Ottocento raggiungendo il proprio apice e l’inizio della propria fine nella presa di Mosca. Nei libri iniziali, c’è una netta distinzione tra le parti dedicate al fiume tranquillo della vita quotidiana e alla concitazione dei campi di battaglia: nel prosieguo, al contrario, i due aspetti si alternano in modo più dinamico man mano che gli eventi bellici si avvicinano fino a toccare l’esistenza dei protagonisti. Il complesso contribuisce a creare una tensione crescente che neppure le pedanti dissertazioni sulla storia riescono a rovinare: da un certo punto in poi, difatti, Tolstòj si fissa sull’esigenza di dimostrare la sua teoria sull’ineluttabilità degli accadimenti nei confronti delle azioni del singolo, sia pure egli Napoleone o la zar, e alcuni capitoli, per non parlare del secondo epilogo, finiscono per risultare avulsi dal resto oltre che pesanti da digerire. Si tratta però, sebbene l’autore la pensasse in maniera diversa, di un aspetto secondario al confronto della vera forza del romanzo che sta nella costruzione di psicologie a tutto tondo che vengono definite più attraverso l’azione che la riflessione: prendono vita per questa via persone con i loro pregi e i loro difetti in una galleria di ‘gente comune’ da cui sono banditi ogni protagonismo o elevazione al disopra del gruppo. Il discorso vale per le figure minori, tra le quali spicca il ‘buon contadino’ Platon Karataev, come per le molte principali, tutte impegnate alla ricerca di un senso della vita che solo le incombenze della vita stessa finiranno per fornire: gli idealismi di Andrej, i tormenti più terra-terra di Nikolaj, la tortuosa vicenda umana di Pierre (ovvero ‘anche i soldi non danno la felicità’), l’ingenuo entusiasmo di Nataša e l’atteggiamento sottomesso di Maria trasformati dallo scorrere del tempo sono solo gli esempi più in evidenza, giacchè una volta iniziato l’elenco si rischierebbe di non vederne la fine. All’inizio i caratteri preminenti sono adolescenti o poco più alle prese con una generazione di padri assai poco accomodante (solo l’amabile ma debole conte Rostov fa da contrappeso ai dispotici vegliardi Bezuchov e Bolkonskij) mentre in conclusione abbiamo di fronte degli adulti intenti a discutere il futuro proprio e del proprio mondo: in mezzo ci sono amori fortunati e sfortunati (o semplicemente rubati), incroci sentimentali, personaggi arrivisti o arroganti, ricevimenti e lunghi viaggi per le campagne dominate ancora dalla servitù della gleba nonché un imponente numero di scene madri distribuite con una certa equanimità. Le morti di giovani e vecchi, la rivolta dei contadini, Pierre nella Mosca invasa tra incendi e fucilazioni fanno parte di una ben più lunga lista, affiancati peraltro da alcuni ‘larghi’ di pari efficacia, come la vacanza in campagna, natalizia e innevata, dei ragazzi Rostov oppure il lungo episodio della caccia; a fare da contrasto, vi sono le grandi scene di massa delle battaglie di Austerlitz e Borodino, con la dolente umanità dei soldati sacrificata alla trombonaggine della maggior parte dei loro comandanti, con quasi la sola eccezione di Kutuzov, impegnato a navigare sottotraccia affinchè gli eventi lavorino per lui. Nella narrazione dell’invasione del 1812 si avverte più di un pizzico di orgoglio nazionalistico, ma il giudizio sulla guerra rimane netto: l’impressione è però che ciò che importa davvero a Tolstòj siano gli esseri umani, le loro interazioni e il loro sviluppo (o non-sviluppo) spirituale, argomenti qui analizzati con una profondità e una vastità difficile da trovare altrove senza che questo vada mai a scapito del piacere di raccontare.

    ha scritto il 

  • 4

    Tutto qui?

    Rapporto massa/potere, moto dei popoli e degl'animi: le prime 1000 pagine propedeutiche al capolavoro delle ultime 400.
    Tutto qui?
    Sì, tutto qui, null'altro da dire, tutto da leggere. ...continua

    Rapporto massa/potere, moto dei popoli e degl'animi: le prime 1000 pagine propedeutiche al capolavoro delle ultime 400.
    Tutto qui?
    Sì, tutto qui, null'altro da dire, tutto da leggere.

    ha scritto il 

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