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Guerre politiche

Vietnam, Biafra, Laos, Cile

Di

Editore: Adelphi

4.3
(43)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 275 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845921441 | Isbn-13: 9788845921445 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

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Descrizione del libro
Che cosa rende questi reportage in paesi sconvolti da guerre atroci - Vietnam,Biafra, Laos, Cile -, in anni, fra l'altro, ormai remoti, tanto vivi eintensi? Soprattutto, una qualità ignota alla maggioranza degli inviati diguerra: l'"amoroso tocco", potremmo dire, che spinge Parise a rischiare lavita non tanto per trasmettere dati e informazioni, ricostruendo fedeli edeffimeri scenari geopolitici, quanto piuttosto per partecipare del sentimentoche domina i popoli di quei paesi. Non si tratta dunque di passione politica omilitare, ma di "una specie di fame fisica e mentale che porta a confondere ilproprio sangue con quello degli altri, in luoghi o paesi che non sianosoltanto quelli della propria origine". Alla passione umana del Parisereporter si accompagna anche uno speciale intuito, una vibrante capacità dianalisi, in virtù della quale il conflitto vietnamita appare uno scontro frauomini "puri, prismatici e refrigerati come una sfilata di bottiglie diCoca-Cola" da un lato e la vita "con tutto il suo esplosivo e misteriosodisordine, la sua estrema mobilità animale" dall'altro. Apparso nel 1976,"Guerre Politiche" raduna quattro reportage.
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  • 4

    Ormai senza più le osterie di fuori porta. Parise, avventore di altri tempi.

    I reportage di Goffredo Parise in paesi lontani e sconvolti dalle guerre e dalle dittature: Vietnam, Biafra, Laos, Cile. Ciò che salta agli occhi è che queste son tragedie datate o apparentemente concluse e non gli frega più niente a nessuno. Ma poi? Dai pensieri dell'autore ci si illumina di una ...continua

    I reportage di Goffredo Parise in paesi lontani e sconvolti dalle guerre e dalle dittature: Vietnam, Biafra, Laos, Cile. Ciò che salta agli occhi è che queste son tragedie datate o apparentemente concluse e non gli frega più niente a nessuno. Ma poi? Dai pensieri dell'autore ci si illumina di una critica sua particolare che in Italia mancò e manca quasi totalmente se escludiamo altri fuori classe come Sciascia, Piovene, Pasolini o Moravia...tutti romanzieri che si sono misurati anche con il giornalismo, con la società e i suoi deserti, confini, mosche, ristoranti, epidemie e maratone. A starci dentro si potrebbe perdere la bussola e vedere un paese dei balocchi o un “America” di Kafka...ma soprattutto però, al generale conformismo della società italiana, imposto soprattutto dallo spirito del tempo e dai luoghi comuni, Parise esercita quella speciale critica, quella insostituibile funzione, che gli anglosassoni chiamano“Dissenting opinion”...per esercitarla occorre appunto la mente svuotata dagli incanti dei primi mega cartelloni pubblicitari ma ancor più una percezione dello stato delle cose che pochi hanno, assieme ad una ironia tutta veneta che io da veneto colgo e conosco assai bene...per finire, Goffredo Parise si appella allo scetticismo e fa largo uso di virgolette nella sua breve ma illuminante “avvertenza” che precede il libro...scettico è ormai di fronte alla politica e alle "guerre giuste", scettico di fronte ai morti col fucile e quindici anni di vita forse appena vissuta, scettico sui suoi stessi articoli, da molti lodati, ma in fin dei conti, per chi li ha scritti, sono solo scritti di giornali e per giunta datati...ma un altro punto centrale che coglie il lettore e lo tiene a riflettere su questi “vecchi pezzi di giornale” è lo stile, ciò che previene ed annuncia il contenuto, insomma proprio “il vero” contenuto, privo di quell'obbligo mondano che Parise definiva come “quell'obbligo mondano che impone la boutique ideologica” o “ cretinerie del politico”...e questo suo stile, che comporta soprattutto un rapporto conoscitivo con le cose e non si trasforma mai in termini assoluti, ha una sensibilità credo rara e molto fine, che portano ad improvvisare un finale con il militare americano e la sua fidanzata nel quartiere di Le Lai, oppure lo ritrova dubbioso nel Laos in fiamme, discutendo faccia a faccia con le certezze di un inviato speciale della “Pravda” e ricorda come da ragazzi ogni carriera politica era un sintomo palese di ipocrisia e falsità...però in coerenza appunto con il suo dubbio innato si distinguono gli amori ed il rispetto per le distinzioni, per quella innata analisi fisiognomica che nel Veneto di un tempo designava soprannomi coloriti che diventavano nomi...una cultura contadina antica che nel bene e nel male conosceva l'essere umano: "conosce i muscoli facciali per trasformarli in nomignoli..." Allora questi viaggi degli anni'70 nei paesi feriti, colpiscono per un numero di cose troppo lunghe da elencare per poi rischiare di rovinare tutto; Parise sembra affiancarsi ad un paese o ad un compagno nello stesso modo in cui nelle osterie ormai sparite ci si affiancava tra avventori, prima nel banco, poi nel tavolino, nelle sedie impagliate, quando il vino cominciava a far parlare e poi cantare o a giocare alla briscola. E' sparito perfino in guerra e nelle situazioni difficili quello spirito, con tutti i suoi aspetti culturali, politici, fonici ,linguistici, agricoli o di borgo...” IO NON RICORDO PIU' QUEI PAESAGGI E QUELLE MONTAGNE...NE' RICORDO PIU' LA CITTA' DOVE SON NATO, SE NON VAGHE LUCI, COME IN SOGNO...NON RICORDO E NON VOGLIO RICORDARE...” L'avventore Parise non ha più bar, non ha più posti da ricordare. E' come un tono amaro legato ad una spregiudicata malinconia...in “Guerre politiche” lo scetticismo si mescola alla passione e alla compassione, il pessimismo apre sentieri all'utopia o arriva fino alla fantasia di fine romanziere quale lui è...ed è questa miscela concettuale e linguistica, umorale quanto poetica a rendere straordinaria la sua lettura...a ritenere attuale questa raccolta sulle guerre, questo piccolo libro di testimonianze luci degli occhi, orchidee, Napalm, canti e torture, vita e morte...immagini che portano il rispetto della narrazione, lontano ancora e per sempre dalle foto di bimbi morti, lungo la strada dei lanci pubblicitari del caritatevole occidente.

    ha scritto il 

  • 0

    GOFFREDO PARISE E LA CONTROVERSA QUESTIONE DEL REPORTER NEL PAESAGGIO (di Eleonora Cesaretti)

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1179-goffredo-parise-e-la-controversa-questione-del-reporter-nel-paesaggio


    Secondo Michael Jakob, il paesaggio − concetto largamente discusso nel corso dei secoli e apparso solo nel 1500 a designare un genere pittorico − è costituito da t ...continua

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1179-goffredo-parise-e-la-controversa-questione-del-reporter-nel-paesaggio

    Secondo Michael Jakob, il paesaggio − concetto largamente discusso nel corso dei secoli e apparso solo nel 1500 a designare un genere pittorico − è costituito da tre condizioni sine qua non: la prima è che senza natura non esista paesaggio. Se nel novanta per cento dei casi è così, è anche vero che esistono paesaggio interiori, immaginari, che poco hanno a che fare con la natura: basti pensare a quello di Mme De Scudéry, costituito dalla "collina della tenerezza", dalla "montagna della dolcezza", e così via.

    ha scritto il 

  • 4

    Splendido reportage di guerra e rivoluzione, sospeso tra Vietnam, Laos, Biafra e Cile, intenso e pulsante, amorevole e partecipato, lontano da miraggi d'oggettivismo e indifferente al mero "dato", come ci si aspetta da uno scrittore portato a confondere "il proprio sangue con quello degli altri", ...continua

    Splendido reportage di guerra e rivoluzione, sospeso tra Vietnam, Laos, Biafra e Cile, intenso e pulsante, amorevole e partecipato, lontano da miraggi d'oggettivismo e indifferente al mero "dato", come ci si aspetta da uno scrittore portato a confondere "il proprio sangue con quello degli altri", a cui non si richiedono sofisticate e razionali analisi geopolitiche ma istinti, sensi, odori, parole e cose, lenzuola insanguinate e corpi, assoluti e percezioni.

    ha scritto il 

  • 5

    lettura obbligatoria, soprattutto il capitolo sulla guerra in vietnam. e in particolare la descrizione che parise fa del generale Westmoreland, capo delle truppe USA in Vietnam. memorabile.
    in generale, un capolavoro del reportage.

    ha scritto il 

  • 4

    "in quegli anni la vita non mi piaceva e mi piaceva invece giocarla, stupidissimamente"

    e meno male.
    Ti fa vivere la guerra mentre sei comodamente sdraiato sul divano della tua casa tranquilla, mentre sorseggi orzata e stiracchi le gambe. Leggi le pagine del reportage in Biafra e ti sembra che quei seimila bambini destinati ogni giorno a morire ti stiano fissando e abbiano sch ...continua

    e meno male.
    Ti fa vivere la guerra mentre sei comodamente sdraiato sul divano della tua casa tranquilla, mentre sorseggi orzata e stiracchi le gambe. Leggi le pagine del reportage in Biafra e ti sembra che quei seimila bambini destinati ogni giorno a morire ti stiano fissando e abbiano schifo di te e delle tue comodità. Nessun patetismo, ma solo la realtà. Un Parise schietto come pochi. Boom al cuore.

    ha scritto il 

  • 5

    Ci sono libri che chiederebbero una lunga analisi e una luga critica, chiedono gli si dedicato tempo perchè son fatti di tempo ed esperienza

    Gli attimi, gli aneddoti, i comportamenti "sono i messaggi più utili alla costruzione di quell'effimero e illusorio edificio che si chiama storia". Da storico gli do totale ragione, verificata sulla ricerca.


    Parise lavora molto sull'incontro scontro giustapposizione sovrapposizione trasfor ...continua

    Gli attimi, gli aneddoti, i comportamenti "sono i messaggi più utili alla costruzione di quell'effimero e illusorio edificio che si chiama storia". Da storico gli do totale ragione, verificata sulla ricerca.

    Parise lavora molto sull'incontro scontro giustapposizione sovrapposizione trasformazione tra immagini, e abitudini, occidentali e quelle che incontra in viaggio. Nel Vietnam il risultato è la presenza di ircocervi grotteschi: un americano che sembra un unno o meglio la copia moderna, con materiali moderni. Le forse speciali sudvietnamite che copiano gli americani e appaiono come i ragazzi delle Brigate Nere della RSI. L'americano dello forze speciali che per snobismo a riposo veste la tenuta dei vietcong ma con annessa colt calibro 12 al fianco. Gli Agenti della Cia vestiti come nei film o con maglietta pantaloni anfibi e guanti neri (nota mia: sembra la divisa delle Balck panther!) e pistola dorata con impugnatura d'avorio. I paginoni di Playboy accanto al papa e alla Madonna nelle case dei cattolici vietnamiti i cui salotti sembrano le sale d'attesa delgi studi medici. Il generale Westmoreland che sembra il testimonial di una marca di whisky e unisce il volto di un console romano, la struttura di un discobolo greco, abrano Lincoln, James Bond, Superman e la Palmolive. é commovente invece il sacerdote che si confeziona i paramenti con la seta mimetica di un paracadute.

    il Biafra è lo sdegno. E la globalizzazione imitativa: i giovani biafrani si fanno crescere la barba come il loro capo che se la fa crescere come Castro.

    Nel reportage dal Laos centrale mi pare invece proprio l'uso di immagini europee per le metafora, vere e proprio doppie esposizioni fotografiche, per evitare ogni effetto di esotismo come già quando la musica tribale delle popolazioni più isolate del Vietnam gli pareva quella elettronica o i canali parevano la laguna di Venezia. Ecco che la sua guida sempre un ventoso studente espressionista della praga 1920 e un Tancredi Falconieri, la notte un uccello canta la prime tre note di Milord della Piaf, una montagna sempre un Brancusi, e un ospedale nella roccia un Le Corbusier, i bonzi che sono anche marxisti come molti sacrdoti lo erano in Italia. Ma a queste soprapposizioni aggunge il ribaltamento del concetto di reportage: i laotiani chiedono informazioni del movimento studentesco in Italia, studiano la Resistenza e parlano di Longo come il vietnamita filo americano conosce Machiavelli e quindi aiuta Parise. L'Italia si ritrova nella posizione del Laos, e compare nelle pagine in maniera ben diversa dei frammenti terribili nel Biafra (un morto, a cui intitolano una jeep, combattendo contro i nigeriani, gli spaghetti che nutrono parte dell'esercito biafrano lasciati dai costruttori stradali fuggiti) o dal kitsch del vietnamica ricco che infila "Macaroni Chianti Sophia Loren O sole mio": ma a quel punto Parise ritorce contro il lettore i possibili pregiudizi che forse voleva verificati al momento di leggere la corrispondenza dello scrittore veneto.

    in Cile, continua questa presenza di Europa tanto da generare l'impressione di esserci - sembra di percorrere svizzera germania paesi baltici - ma ad essa si aggiunge la presenza di un tempo diverso. Allende è un socialista ottocentesco, ottocentesca è l'aria di tutto il Cile, ed ecco che lo spostarsi nello spazio sembra produrre uno spostarsi nel tempo, verso il passato, tanto da rendere discutibile il concetto di contemporaneità. o meglio trasformarlo in: tempi diversi coesistenti in contemporanea. Ecco che il quartiere degli affari a Santiago è america anni 30, e anni 30 è la borghesia e la sua decadenza (una famiglia che visita E' una famiglia tedesca dell'epoca). come allora produce fascismo.

    Libro bello in modo quasi doloroso.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    Inutile, a noi, Goffredo Parise, piace.


    Ci piace per quella sua delicatezza dei tratti che non esclude a priori tristezze e sgomenti. Ci piace la sua narrativa, ma ci piace anche il suo giornalismo fatto di pezzi forti, descrittivi, dettagliati, ma non scevri dall’emozione e dalla compass ...continua

    Inutile, a noi, Goffredo Parise, piace.

    Ci piace per quella sua delicatezza dei tratti che non esclude a priori tristezze e sgomenti. Ci piace la sua narrativa, ma ci piace anche il suo giornalismo fatto di pezzi forti, descrittivi, dettagliati, ma non scevri dall’emozione e dalla compassione, nel senso più latino del termine – cosa che di rado inficia l’obiettività dello scritto.

    Ci piace perché ci ricorda di tempi difficili, ma così prolifici di sperimentazione, di fantasia, di applicazione alle arti. La lettura di Parise ci riporta indietro, a scritti sui quali occorreva riflettere, tanto erano densi di informazioni, dettagli, sentimenti.
    Una contaminazione artistica di sperimentazione, fatta da narrativa che diviene saggio, articolo che si tramuta, in certi contesti, in narrazione, sceneggiatura che si palesa in film e documentario, senza mai che alcuno di questi generi perda le sue peculiarità intime, che anzi si rafforzano, vincenti.

    Nota a matita: la sua abitazione (TV), da lui stesso ceduta alle Autorità e ribattezzata “Casa di Cultura”, a noi filologi impenitenti ricorda per certi versi, prettamente letterari (o meglio, oseremmo dire... “olfattivi”), il magnifico Fondo Manoscritti di Maria Corti (Università di Pavia), che avevamo avuto l’incredibile opportunità di visitare diversi anni fa. Luoghi di archivi, di carta, di lapis e note a margine; luoghi di cultura, di pensiero libero e consapevole, di intelligenza e di grande spirito innovativo.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro che lascia fisicamente scossi. specialmente nel capitolo sul Biafra, si racconta il prototipo di tutte le guerre mediatiche: In Biafra gareggiarono l'abiezione dei vincitori e il cinismo dei potenti sconfitti che si fecero schermo dei civili. Capisco adesso perché, da piccolissimo (la Re ...continua

    Un libro che lascia fisicamente scossi. specialmente nel capitolo sul Biafra, si racconta il prototipo di tutte le guerre mediatiche: In Biafra gareggiarono l'abiezione dei vincitori e il cinismo dei potenti sconfitti che si fecero schermo dei civili. Capisco adesso perché, da piccolissimo (la Repubblica del Biafra capitolò quando avevo quattro anni), sentivo usare la parola Biafra - come sinonimo di deprivazione, sterminio e schiavitù - da tutti, anche da chi parlava solo in dialetto...

    ha scritto il