Guerre politiche

Vietnam, Biafra, Laos, Cile

Di

Editore: Adelphi

4.2
(66)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 275 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845921441 | Isbn-13: 9788845921445 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Storia , Politica , Viaggi

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Descrizione del libro
Che cosa rende questi reportage in paesi sconvolti da guerre atroci - Vietnam,Biafra, Laos, Cile -, in anni, fra l'altro, ormai remoti, tanto vivi eintensi? Soprattutto, una qualità ignota alla maggioranza degli inviati diguerra: l'"amoroso tocco", potremmo dire, che spinge Parise a rischiare lavita non tanto per trasmettere dati e informazioni, ricostruendo fedeli edeffimeri scenari geopolitici, quanto piuttosto per partecipare del sentimentoche domina i popoli di quei paesi. Non si tratta dunque di passione politica omilitare, ma di "una specie di fame fisica e mentale che porta a confondere ilproprio sangue con quello degli altri, in luoghi o paesi che non sianosoltanto quelli della propria origine". Alla passione umana del Parisereporter si accompagna anche uno speciale intuito, una vibrante capacità dianalisi, in virtù della quale il conflitto vietnamita appare uno scontro frauomini "puri, prismatici e refrigerati come una sfilata di bottiglie diCoca-Cola" da un lato e la vita "con tutto il suo esplosivo e misteriosodisordine, la sua estrema mobilità animale" dall'altro. Apparso nel 1976,"Guerre Politiche" raduna quattro reportage.
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  • 5

    Devo confessare che ero prevenuto. Credevo fosse una cattiva idea leggere, quasi mezzo secolo dopo, reportage scritti alla fine degli anni '60. Ma il libro era lì che mi chiamava. E' stata una scopert ...continua

    Devo confessare che ero prevenuto. Credevo fosse una cattiva idea leggere, quasi mezzo secolo dopo, reportage scritti alla fine degli anni '60. Ma il libro era lì che mi chiamava. E' stata una scoperta ed una riconferma che Parise coniugava, caso raro, eccellenti doti di scrittore e di giornalista. L'ho letto con grande piacere per la scrittura piana e limpida, per le appassionate note personali che trasformano in un viaggio interiore la semplice cronaca, e perché mi ha dato da pensare su quanto poco conosco della Storia dei derelitti.

    Un 'altra ragione per cui credo che non viaggerò più tanto è che il mondo, come sanno veramente tutti ormai, si è fatto pìccolo, abbastanza uguale, molto americanizzato o americanizzabìle. Chi si addentra nella foresta della Tailandìa, e si spoglia nudo per mettersi sotto una azzurra e gelida cascata a molti chilometri da qualunque villaggio e sotto la cascata trova un piccolo paniere di Coca Cola, Ginger Ale e Pepsi Cola, e ci riflette su, sa che non ha più moltissimo da viaggiare.
    ---
    Dopo aver visto e guardato parti dell'Asia per anni successivi e sempre, come dicono gli asiatici, trop pressè, dopo aver percorso la loro terra con le mie gambe, dopo aver toccato gli alberi e il riso, dopo aver guardato i loro occhi e le loro mani e il loro modo di apparire e di sparire sia nella realtà che nel ricordo, ho imparato che, alla fine di un viaggio, non sono i "dati", le "informazioni", o la ragione analitica che contano, bensì sempre e soltanto il sentimento che si prova verso gli uomini e le cose che l'occasione, e ancora di più il caso, ci ha fatto incontrare.

    ha scritto il 

  • 5

    «Mi affaccio alla grotta e guardo». L’arte e l’attualità del reportage di Goffredo Parise.

    «Mi affaccio alla grotta e guardo»; così scrive Goffredo Parise ad un certo punto del suo resoconto dal Laos. La grotta è il luogo fisico in cui Parise soggiorna nella capitale del paese ai confini di ...continua

    «Mi affaccio alla grotta e guardo»; così scrive Goffredo Parise ad un certo punto del suo resoconto dal Laos. La grotta è il luogo fisico in cui Parise soggiorna nella capitale del paese ai confini di Cina e Vietnam; ma la grotta è anche quella in cui figurativamente rimane rinchiuso l’occidentale che si trovi, sperduto, a soggiornare in questo territorio e che cerchi di soddisfare la propria volontà e curiosità [continua su: http://filosofo79.wordpress.com/2015/10/21/mi-affaccio-alla-grotta-e-guardo-larte-e-lattualita-del-reportage-di-goffredo-parise/]

    ha scritto il 

  • 4

    Ormai senza più le osterie di fuori porta. Parise, avventore di altri tempi.

    I reportage di Goffredo Parise in paesi lontani e sconvolti dalle guerre e dalle dittature: Vietnam, Biafra, Laos, Cile. Ciò che salta agli occhi è che queste son tragedie datate o apparentemente conc ...continua

    I reportage di Goffredo Parise in paesi lontani e sconvolti dalle guerre e dalle dittature: Vietnam, Biafra, Laos, Cile. Ciò che salta agli occhi è che queste son tragedie datate o apparentemente concluse e non gli frega più niente a nessuno. Ma poi? poi dai pensieri dell'autore ci si illumina di una critica sua particolare, che in Italia mancò e manca quasi totalmente se escludiamo altri fuori classe come Sciascia, Piovene, Pasolini, Alvaro o Moravia...tutti romanzieri che si sono misurati anche con il giornalismo, con la società e i suoi deserti, i confini, le mosche, i ristoranti, le epidemie e le maratone. A starci dentro si potrebbe perdere la bussola e vedere un paese dei balocchi o un “America” di Kafka...ma soprattutto però, al generale conformismo della società italiana, imposto dallo spirito del tempo e dai luoghi comuni, Parise esercita quella speciale critica, quella insostituibile funzione che gli anglosassoni chiamano“Dissenting opinion”. Per esercitarla occorre appunto la mente svuotata dagli incanti dei primi mega cartelloni pubblicitari ma ancor più una percezione dello stato delle cose che pochi hanno, assieme a un'ironia disincantata ed efficace quanto breve, di provenienza veneta che io, da veneto, colgo e conosco assai bene...per finire, Goffredo Parise si appella allo scetticismo e fa largo uso di virgolette nella sua breve ma illuminante “avvertenza” che precede il libro...scettico è ormai di fronte alla politica e alle "guerre giuste", scettico di fronte ai morti col fucile e quindici anni di vita forse appena vissuta, scettico sui suoi stessi articoli, da molti lodati, ma in fin dei conti, per chi li ha scritti, sono solo scritti di giornali e per giunta datati...ma un altro punto centrale che raccoglie il lettore e lo tiene a riflettere su questi “vecchi pezzi di giornale” è lo stile, ciò che previene e annuncia il contenuto, insomma proprio “il vero” contenuto, privo di quell'obbligo mondano che Parise considerava come “quell'obbligo mondano che impone la boutique ideologica” o “ cretinerie del politico”. E questo suo stile, costruito da un rapporto conoscitivo con le cose non trasformandosi mai in termini assoluti, ha una sensibilità rara e molto fine. Che porta lo scrittore a cogliere il lato comune ed incredibile delle cose, come quel militare americano e la sua fidanzata vietnamita nel quartiere di Le Lai, oppure lo ritrova dubbioso nel Laos in fiamme, discutendo faccia a faccia con le certezze di un inviato speciale della “Pravda” e ricorda, come da ragazzi, ogni carriera politica era un sintomo palese di ipocrisia e falsità. Però in coerenza appunto con il suo dubbio innato, si distinguono gli amori ed il rispetto per le distinzioni, per quella innata analisi fisiognomica che nel Veneto di un tempo designava soprannomi coloriti che diventavano nomi...una cultura contadina antica che nel bene e nel male conosceva l'essere umano: "conosce i muscoli facciali per trasformarli in nomignoli..." Allora questi viaggi degli anni'70 nei paesi feriti, colpiscono per un numero di cose troppo lunghe da elencare per poi rischiare di rovinare tutto; Parise sembra affiancarsi ad un paese o ad un compagno nello stesso modo in cui nelle osterie ormai sparite ci si affiancava tra avventori, prima nel banco, poi nel tavolino, nelle sedie impagliate, quando il vino cominciava a far parlare e poi cantare o a giocare alla briscola. E' sparito perfino in guerra e nelle situazioni difficili quello spirito, con tutti i suoi aspetti culturali, politici, fonici ,linguistici, agricoli o di borgo...” IO NON RICORDO PIU' QUEI PAESAGGI E QUELLE MONTAGNE...NE' RICORDO PIU' LA CITTA' DOVE SON NATO, SE NON VAGHE LUCI, COME IN SOGNO...NON RICORDO E NON VOGLIO RICORDARE...” L'avventore Parise non ha più bar, non ha più posti da ricordare. E' come un tono amaro legato ad una spregiudicata malinconia...in “Guerre politiche” lo scetticismo si mescola alla passione e alla compassione, il pessimismo apre sentieri all'utopia o arriva fino alla fantasia di fine romanziere quale lui è...ed è questa miscela concettuale e linguistica, umorale quanto poetica a rendere straordinaria la sua lettura...a ritenere attuale questa raccolta sulle guerre, questo piccolo libro di testimonianze tra la luce degli occhi, le orchidee, il Napalm, i canti e le torture. Vita e morte che si incontrano, immagini che portano il rispetto della narrazione, lontano ancora e per sempre dalle foto di bimbi morti lungo la strada dei lanci pubblicitari, del caritatevole e cinico occidente.

    ha scritto il 

  • 0

    GOFFREDO PARISE E LA CONTROVERSA QUESTIONE DEL REPORTER NEL PAESAGGIO (di Eleonora Cesaretti)

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1179-goffredo-parise-e-la-controversa-questione-del-reporter-nel-paesaggio

    Secondo Michael Jakob, il paesaggio − concetto largamente discusso nel co ...continua

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1179-goffredo-parise-e-la-controversa-questione-del-reporter-nel-paesaggio

    Secondo Michael Jakob, il paesaggio − concetto largamente discusso nel corso dei secoli e apparso solo nel 1500 a designare un genere pittorico − è costituito da tre condizioni sine qua non: la prima è che senza natura non esista paesaggio. Se nel novanta per cento dei casi è così, è anche vero che esistono paesaggio interiori, immaginari, che poco hanno a che fare con la natura: basti pensare a quello di Mme De Scudéry, costituito dalla "collina della tenerezza", dalla "montagna della dolcezza", e così via.

    ha scritto il 

  • 0

    "Per cui la domanda "perché questi viaggi?" rimane nell'oscurità e io non so dare una risposta a me stesso. Sono quello che si diceva un tempo "i casi della vita""

    Pier Paolo e Goffredo. Intellettuali e scrittori della stessa generazione, eppure divisi da una manciata di anni sufficiente a fare di uno, Pasolini, il fratello maggiore (e da un punto di vista moral ...continua

    Pier Paolo e Goffredo. Intellettuali e scrittori della stessa generazione, eppure divisi da una manciata di anni sufficiente a fare di uno, Pasolini, il fratello maggiore (e da un punto di vista morale e da un punto di vista intellettuale; gli unici punti di vista, in fondo, che contino. E' fratellanza effettiva/elettiva quella del pensiero e dello sguardo, ben più della semplice fratellanza di sangue) dell'altro, Parise.
    Perché malgrado le diverse intelligenze, le sensibilità differenti, i talenti alternativi, Pasolini che dava tutto e si buttava a capofitto e capiva subito ciò che c'era da capire (e poi cercava di costruire una struttura logica che giustificasse l'intuizione, che ne provasse la validità, che l'avesse come naturale, inevitabile conseguenza), Parise che era cinico (almeno in apparenza) e pigro ed infantile (nella timidezza), ma pure vecchio (nel rimuginare, nel crogiolarsi dentro quei pensieri che finirono per logorarlo), Pier Paolo e Goffredo erano della stessa razza: quella di chi vuole vivere e conoscere, di chi vuole tentare di comprendere, pur cosciente di star rischiando molto. Quella di chi non teme di contraddire e, anzi, dichiara, con fare battagliero, con orgoglio, l'alterità della propria voce e visione (basterebbe pensare alla forza con la quale entrambi hanno avversato la società dei consumi).
    Tutti e due hanno pagato un prezzo molto alto per la loro disubbidienza.
    Parise, da buon fratello minore, avrebbe potuto imparare qualcosa in più; avrebbe potuto fare economia, risparmiarsi, ridurre lo spreco. Ma, d'altra parte, la natura non si forza; meglio, tentare forzarla non è quasi mai un bene.

    ha scritto il 

  • 4

    Splendido reportage di guerra e rivoluzione, sospeso tra Vietnam, Laos, Biafra e Cile, intenso e pulsante, amorevole e partecipato, lontano da miraggi d'oggettivismo e indifferente al mero "dato", com ...continua

    Splendido reportage di guerra e rivoluzione, sospeso tra Vietnam, Laos, Biafra e Cile, intenso e pulsante, amorevole e partecipato, lontano da miraggi d'oggettivismo e indifferente al mero "dato", come ci si aspetta da uno scrittore portato a confondere "il proprio sangue con quello degli altri", a cui non si richiedono sofisticate e razionali analisi geopolitiche ma istinti, sensi, odori, parole e cose, lenzuola insanguinate e corpi, assoluti e percezioni.

    ha scritto il 

  • 5

    lettura obbligatoria, soprattutto il capitolo sulla guerra in vietnam. e in particolare la descrizione che parise fa del generale Westmoreland, capo delle truppe USA in Vietnam. memorabile.
    in general ...continua

    lettura obbligatoria, soprattutto il capitolo sulla guerra in vietnam. e in particolare la descrizione che parise fa del generale Westmoreland, capo delle truppe USA in Vietnam. memorabile.
    in generale, un capolavoro del reportage.

    ha scritto il 

  • 4

    "in quegli anni la vita non mi piaceva e mi piaceva invece giocarla, stupidissimamente"

    e meno male.
    Ti fa vivere la guerra mentre sei comodamente sdraiato sul divano della tua casa tranquilla, mentre sorseggi orzata e stiracchi le gambe. Leggi le pagine del reportage in Biafra e ti semb ...continua

    e meno male.
    Ti fa vivere la guerra mentre sei comodamente sdraiato sul divano della tua casa tranquilla, mentre sorseggi orzata e stiracchi le gambe. Leggi le pagine del reportage in Biafra e ti sembra che quei seimila bambini destinati ogni giorno a morire ti stiano fissando e abbiano schifo di te e delle tue comodità. Nessun patetismo, ma solo la realtà. Un Parise schietto come pochi. Boom al cuore.

    ha scritto il