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HHhH

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4.1
(428)

Language:Français | Number of pages: 440 | Format: Others | En langues différentes: (langues différentes) Italian , Dutch , Spanish , Catalan , English

Isbn-10: 2246760011 | Isbn-13: 9782246760016 | Publish date: 

Aussi disponible comme: Paperback

Category: Biography , Fiction & Literature , History

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Description du livre
Heydrich était le chef d'Eichmann et le bras droit d'Himmler, mais chez les SS,on disait : " HHhH ".
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  • 2

    Di questo libro mi attirava la pubblicizzata ambiguità della sua struttura: non interamente saggio storico, ma men che mai romanzo; un tentativo di raccontare la storia diversamente e al tempo stesso ...continuer

    Di questo libro mi attirava la pubblicizzata ambiguità della sua struttura: non interamente saggio storico, ma men che mai romanzo; un tentativo di raccontare la storia diversamente e al tempo stesso il più fedelmente possibile, mescolando il resoconto rigoroso dei fatti con le esperienze e i pensieri dell’autore. Ma l’esperimento non mi sembra funzionare, anzi risulta alla fine piuttosto irritante.

    Laurent Binet racconta l’organizzazione e l’esecuzione dell’attentato a Reynard Heydrich, alto ufficiale nazista e governatore della Boemia occupata dai tedeschi, nel 1942. L’autore dice di essere stato da sempre ossessionato da questa azione, chiamata in codice Operazione Antropoide, forse non diversa da tanti altri attentati più o meno riusciti con tragico corollario di orrende sproporzionate rappresaglie. Descrive minuziosamente il contesto storico e soprattutto la figura e la carriera di Heydrich, gerarca nazista tra i più potenti e vicini ad Hitler, capo dei servizi segreti e principale ideatore della “soluzione finale”. Ci si scorda ad un certo punto della famosa Operazione Antropoide, mille volte anticipata, ma che trova spazio solo verso la fine, ma non è questo il punto, non è che uno si aspetti di leggere un thriller quando apre HHhH. Data l’ambiguità di cui sopra, uno non sa bene cosa si aspetta, ma presto lo scopre.

    Il libro infatti è senz’altro istruttivo, a suo modo, non solo per i fatti che racconta, ma perché per quanto uno possa leggere nella vita, non può mai misurare fino a che punto possa arrivare la vanità di certi scrittori: HHhH è la storia di un’ossessione e dimostra che per guarire da un’ossessione scrivere un libro è ancora considerata da molti un’eccellente cura dell’ossessione e un indubbio beneficio per innocenti lettori.

    Binet fa continuamente capolino tra le pagine manifestandoci in ogni modo la sua spasmodica esigenza di raccontare la Storia in modo fedele, in un modo che evidentemente nessun altro è interessato a raggiungere. Odia i romanzi storici e non perde occasione di sminuirli, non fanno altro che drammatizzare e riempire i vuoti con scene fittizie, per non parlare dei dialoghi, come si può osare di mettere in bocca delle parole inventate a delle persone realmente esistite? Ma non gli va bene neanche attenersi ai fatti e alle verità documentarie, già lo hanno fatto in tanti, troppo banale. No, lui deve continuamente informarci su cosa significhi per lui questa storia, deve riferirci i più minuti aneddoti relativi alla sua costruzione, come gli ha condizionato la vita e come si sente inadeguato a raccontarla, nonostante abbia raccolto materiale per anni e abbia perfino vissuto in Cecoslovacchia. Insomma parla più che altro di se stesso, e almeno sapesse farlo in maniera stimolante: ci sono narratori appassionanti, che parlando di sé evocano un mondo; e narratori petulanti che evocano solo le loro personali idiosincrasie. Superfluo specificare oltre.

    P.S. Avvertimento fondamentale: chi, appassionato di romanzi storici, ucronie e simili volesse leggere Fatherland di Robert Harris, NON legga questo libro. Dico solo che l’autore, col pretesto di introdurre un breve paragrafo sul ruolo di Heydrich nella definizione della “soluzione finale” racconta TUTTO Fatherland, spoiler compresi. Non riesco ad immaginare una perfidia peggiore nei confronti dei lettori e di un altro scrittore, migliore di lui sotto tutti gli aspetti.

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  • 4

    "Che brulichio in questo mondo, un'ora prima della sua fine!"
    J. Roth

    Un libro sull'attentato che, nel 1942, causò la morte di Heydrich, la bestia di Praga.
    Un po' stucchevole la pretesa di voler far ...continuer

    "Che brulichio in questo mondo, un'ora prima della sua fine!"
    J. Roth

    Un libro sull'attentato che, nel 1942, causò la morte di Heydrich, la bestia di Praga.
    Un po' stucchevole la pretesa di voler fare della metanarrazione a tutti i costi. Tuttavia ricco di interessanti informazioni e spunti di riflessione.

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  • 4

    Che bella la storia a raccontarla

    Binet racconta un episodio storico e contemporaneamente riflette di continuo del come raccontarlo.
    E ci porta là a Praga dentro cantine e locali, dentro palazzi e nelle macchine dei nazisti. A colloqu ...continuer

    Binet racconta un episodio storico e contemporaneamente riflette di continuo del come raccontarlo.
    E ci porta là a Praga dentro cantine e locali, dentro palazzi e nelle macchine dei nazisti. A colloquio con Himmler e nell'intimità delle case di chi opprime e di chi resiste.
    Non si dimenticano i protagonisti di questa azione impossibile, non si dimenticano gli avventurosi che hanno ucciso Heydrich, la bestia bionda, il braccio destro di Himmler, uomo perverso e crudele organizzatore e ispiratore della Soluzione Finale (Action Reinhard si è chamata dal suo nome di battesimo), non si dimenticano le pagine che raccontano degli ultimi attimi, dell'epilogo di questa vicenda.
    Per chi ama la storia e non solo.

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  • 4

    Fermi a un incrocio

    Due libri in uno. Racconto dell'attentato a Heydrich e riflessione sul rapporto tra storia e narrativa. Binet sceglie di squadernarci sotto gli occhi i suoi ferri del mestiere e raccontarci la storia ...continuer

    Due libri in uno. Racconto dell'attentato a Heydrich e riflessione sul rapporto tra storia e narrativa. Binet sceglie di squadernarci sotto gli occhi i suoi ferri del mestiere e raccontarci la storia mentre, in parallelo, ci racconta il suo modo (i suoi dubbi, le sue intuizioni, le sue scelte) di raccontare la storia. Affascinanti entrambi, per quel che mi riguarda, e originale e ben riuscita la miscela delle sue cose. Questo perché la storia risulta comunque coinvolgente, non priva di momenti di puro piacere narrativo, quando l'azione si fa più densa (ma anche il paragrafetto di poche righe sulla fine del figlio di Heydrich), ma che ci lascia un retrogusto, un obbligo alla meditazione, un sottofondo costante che parte dal rapporto verità-finzione ma arriva a comprendere il senso stesso del narrare.

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  • 1

    Gonfio e tronfio di chiacchiere

    Un tempo scandire i capitoli faceva parte dell'arte di comporre un romanzo. Binet va oltre: 257 paragrafi, da una riga a tre pagine, spesso senza nessun filo a legarli, né documentario, né fantastico, ...continuer

    Un tempo scandire i capitoli faceva parte dell'arte di comporre un romanzo. Binet va oltre: 257 paragrafi, da una riga a tre pagine, spesso senza nessun filo a legarli, né documentario, né fantastico, né retorico.

    Al n.° 205 ci rivela: «Credo di cominciare a capire: sto scrivendo un infraromanzo»: come se il neologismo volesse dire qualcosa, e soprattutto come se al lettore importasse di essere continuamente distratto dalla storia per essere spinto nell'officina disordinata di un approssimativo artigiano del racconto. Però, a pensarci meglio, "infra" vuol dire "sotto": una sottospecie di romanzo, quindi.

    Il n.° 162 va trascritto per intero: «Un treno merci si ferma con uno stridio interminabile. Sulla banchina c'è una lunga rampa. Nel cielo si sente il gracchiare dei corvi. All'estremità della rampa c'è un grande cancello, sormontato da un'iscrizione in tedesco. Dietro, un edificio di pietra bruna. Il cancello si apre. Si entra ad Auschwitz».

    Ora, la rampa dev'essere la Judenrampe della stazione di Oswieçim, dove i deportati venivano scaricati e selezionati fino alla primavera 1944 (quando fu costruito il raccordo che portava i treni addirittura dentro Birkenau). Il cancello di Auschwitz I, quello con la scritta Arbeit macht frei, dista 1,8 km dalla rampa; ma dal 1942 i deportati erano avviati perlopiù all'enorme campo di Birkenau, che dista 2km dalla rampa e non riporta alcuna scritta. Non serve aver visitato il Lager per trovare assurda questa descrizione: bastava Google Maps.

    Questo in un libro zeppo di chiacchiere sulla precisione dei documenti e la sofferenza dell'autore ogni volta che deve ricostruire una scena non abbastanza documentata.

    Compito arduo per uno che ambisce a ricostruire tutto dell'attentato a Heydrich e ammette (par. 25): «ho un livello di tedesco da seconda media (anche se a scuola l'ho studiato per otto anni)». E nel medesimo paragrafo spiega che l'autobiografia della moglie di Heydrich era un libro fondamentale, ma troppo costoso; che avendolo trovato una copia a 250€ nel catalogo online di una libreria tedesca pensò di comprarlo, ma subito rinunciò, perché fare un bonifico in banca aveva «deprimenti implicazioni per qualsiasi individuo medio».

    Per non parlare del rimprovero di Heydrich a Naujocks (par. 101): le parole del primo sono riportate da Naujocks stesso, ma siccome Binet trova che quella versione «fa un effetto idiota», la riscrive stravolgendola – e paragonando la propria libertà a quella di Flaubert. Questo nuovo dialogo «sarebbe, mi pare, un po' più realistico, un po' più vivo e probabilmente più vicino alla verità». L'unico teste della conversazione è inattendibile, perché a Binet suona strano; volete mettere invece l'intima verità della versione di Binet? Alla fine «tutto considerato, fra la versione di Naujocks, per quanto deformata, e la mia, probabilmente è meglio scegliere quella di Naujocks». Ma si sente che gli dispiace.

    Ecco, il libro è tutto così.

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  • 4

    Gli angoli della Storia

    Questo libro conferma la mia idea che tutta la cultura occidentale ancora è rimasta saldamente legata alle vicende della Seconda Guerra Mondiale. Tutti le questioni filosofiche ed ideologiche che hann ...continuer

    Questo libro conferma la mia idea che tutta la cultura occidentale ancora è rimasta saldamente legata alle vicende della Seconda Guerra Mondiale. Tutti le questioni filosofiche ed ideologiche che hanno vorticato attorno a quegli anni hanno ricevuto soltanto un soluzione di facciata,accantonando invece il fulcro del problema nella memoria di uomini che sentono la necessità di spolverare e rispolverare gli anfratti della Storia.
    La vicenda raccontata in questo romanzo probabilmente ha avuto un'importanza capitale, non soltanto per lo svolgere degli eventi storici ma anche per l'evoluzione culturale di interi popoli.
    Quel che rende poi il romanzo molto particolare (anche se talvolta in alcuni passaggi un po' noioso) è la scelta dell'autore di intrecciare la narrazione della vicenda con il racconto delle difficoltà e dei pensieri che ha avuto nello scrivere il romanzo.
    Sicuramente vale le pena di leggerlo perchè sono questi anfratti infinitamente (ri)raccontati a permettere di capire cos'è stato e cos'è...

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  • 5

    il libro diventa bellissimo nel momento che viene raccontato una parte della Seconda Guerra Mondiali a noi poco nota con un modo di scrivere nuovo ed intrigante. Un mix favoloso

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  • 3

    autore irritante ma grande storia

    Sicuramente scrivere di un evento storico cercando di dargli una continuità e una scorrevolezza da romanzo quando mancano testimonianze su certi momenti è difficile, e ci sta che l'autore si inventi d ...continuer

    Sicuramente scrivere di un evento storico cercando di dargli una continuità e una scorrevolezza da romanzo quando mancano testimonianze su certi momenti è difficile, e ci sta che l'autore si inventi discussioni e incontri ipotizzando come secondo lui si siano verificati e va anche bene che te lo dica, ma intromettersi continuamente nel racconto correggendo quello che ha scritto 20 pagine prima perchè scopre che le cose non possono essersi svolte in quel modo, o polemizzare con Littel per alcuni dettagli del suo libro (che io ho letto e ho trovato molto interessante dal punto di vista storico) e addirittura propinarci il dubbio più di una volta se la mercedes su cui viaggiva Heyndrich fosse nera o verde, mi sembra decisamente eccessivo. Tutto ciò premesso il libro mi è piaciuto perchè ci racconta degli uomini e delle donne, cercando di dargli tutta la rilevanza possibile, che hanno attentato alla vita del boia di Praga e sono riusciti nel loro intento di cancellare dalla faccia della terra "l'uomo più feroce mai uscito da un utero di donna". Indubbiamente Haydrich è stato il gerarca nazista che meglio incarnava i tratti del perfetto ariano nazista nonostante il sospetto di sangue ebreo nelle sue vene e l'autore è riuscito a farmi gioire, con lui e con gli attentatori, della sua morte che ho atteso pagina dopo pagina.
    Laurent Binet ha vinto il Prix Goncourt con questo romanzo che, nonostante le sue troppe intromissioni, rimane un bel libro.

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  • 3

    Personalizzare il Male, vederlo incarnato in alcuni personaggi e' facile e autoassolutorio. La Storia e' piena di casi del genere e Reynard Heydrich rappresenta un degno (per modo di dire) esempio. No ...continuer

    Personalizzare il Male, vederlo incarnato in alcuni personaggi e' facile e autoassolutorio. La Storia e' piena di casi del genere e Reynard Heydrich rappresenta un degno (per modo di dire) esempio. Non serve scomodare Hannah Harendt per accorgersi pero' che il Male viaggia assai meglio sulle gambe della gente comune, di coloro che non hanno nulla di apparentemente straordinario e che invece si rivelano malefici strumenti di sofferenza. L'idea di ricostruire e in parte romanzare l'episodio dell'attentato del maggio '42 a Heydrich sarebbe buona, affidata a uno scrittore di maggior vaglia che Binet, qualcuno che non indugiasse infantilmente nel rimarcare in continuazione la cattiveria del gerarca nazista e cercasse invece di illuminarne la psicologia e provvedesse ad andare piu' a fondo sia nelle personalita' degli attentatori sia nell'analisi del serraglio nazista che soffocava Praga. Restano quindi la buona intenzione e qualche aneddoto frutto di ricerche appassionate.

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