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Histoire d'une vie

roman

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4.0
(94)

Language:Français | Number of pages: 213 | Format: Others | En langues différentes: (langues différentes) English , Italian , German , Chi traditional

Isbn-10: 2020837943 | Isbn-13: 9782020837941 | Publish date: 

Category: Biography , Fiction & Literature , History

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Description du livre
Romancier israélien né en Bucovine, l'auteur a connu dans son enfance l'horreur
du ghetto et des camps, puis l'errance, avant de se réfugier en Israël, ...
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  • 0

    Secondo me è un libro da leggere. Appelfeld è riuscito (e forse non poteva fare altrimenti) a raccontare con la voce del bambino che era, senza mediazioni ed i racconti si susseguono con scrittura asciutta, rapida, urgente (in alcune parti mi ha ricordato la prosa della città di K). Dividerei il ...continuer

    Secondo me è un libro da leggere. Appelfeld è riuscito (e forse non poteva fare altrimenti) a raccontare con la voce del bambino che era, senza mediazioni ed i racconti si susseguono con scrittura asciutta, rapida, urgente (in alcune parti mi ha ricordato la prosa della città di K). Dividerei il libro in due parti: il bambino in Europa e il giovane in Israele. Nella seconda parte, diversa e all'inizio anche un po' verbosa, è il maturo professore che ricorda, anche con nostalgia, la formazione del giovane che è stato.
    La sensazione che ti lascia non è di aver letto un libro, ma di aver udito cose che dovevi sapere, in alcuni capitoli sembra quasi che Appelfeld sia anche lui lì con te ad ascoltare col fiato sospeso il bambino. Sono passati tanti anni e tanti libri e stupisce che ci sia ancora tanto da raccontare.
    “Non ricordo il mio ingresso nel bosco, ma ricordo il momento in cui mi trovai lì, di fronte ad un albero carico di mele rosse. Rimasi talmente sbalordito che feci alcuni passi indietro. I passi all'indietro il mio corpo li ricorda meglio di me. Ogni volta che faccio un movimento sbagliato con la schiena o inciampo all'indietro, vedo l'albero con le mele rosse...”.

    dit le 

  • 4

    "Mi ci sono voluti anni a capirlo, a liberarmi degli eruditi – della loro tutela, del loro sorriso di superiorità – e a riavvicinarmi ai miei buoni amici fedeli, che sanno che l’uomo non è altro che una matassa di debolezze e paure, e che non è il caso di aggiungerne altre. Se hanno una parola gi ...continuer

    "Mi ci sono voluti anni a capirlo, a liberarmi degli eruditi – della loro tutela, del loro sorriso di superiorità – e a riavvicinarmi ai miei buoni amici fedeli, che sanno che l’uomo non è altro che una matassa di debolezze e paure, e che non è il caso di aggiungerne altre. Se hanno una parola giusta la porgono come un pezzo di pane in tempo di guerra, e se non ce l’hanno ti siedono accanto, e tacciono." (p. 158)

    dit le 

  • 4

    CAMPODIMELE

    In questo periodo sono fortunato, oppure scelgo bene: da un po’ di tempo a questa parte leggo solo bei libri. Non ci sono abituato, e mi piace.


    Sono frammenti di memoria e riflessioni che Appelfeld (campo di mele in tedesco, la lingua degli assassini di sua madre) deve aver faticato a tira ...continuer

    In questo periodo sono fortunato, oppure scelgo bene: da un po’ di tempo a questa parte leggo solo bei libri. Non ci sono abituato, e mi piace.

    Sono frammenti di memoria e riflessioni che Appelfeld (campo di mele in tedesco, la lingua degli assassini di sua madre) deve aver faticato a tirare fuori: forse è proprio per questo che sono così interessanti e uncinanti.

    Si comincia in una zona d’Europa che all’epoca faceva parte della Romania, la Bucovina dove si parlava il ruteno e non il rumeno, il solito risiko della politica estera. Il viaggio è lungo: inizia da lì, attraversa tanta Europa, sosta in Italia e approda in Palestina subito prima che diventi Israele.

    Il piccolo Aharon ha un’immaginazione fervida e il mondo della sua infanzia è descritto a metà tra Eden e Oz: cresce circondato da verde, libri calore e amore. E con la stessa leggerezza, e lo stesso garbo dolente, racconta l’inizio della persecuzione, come se facesse ancora parte del mondo magico. E di fiaba, per certi versi si tratta, perché si fatica a credere che un’infanzia possa trasformarsi così: la mamma muore all’inizio della persecuzione, il padre lo accompagna fino al lager e sparisce, possiamo immaginare come, il bambino riesce 'miracolosamente' a scappare. Le pagine dedicate ai giorni trascorsi nel ghetto, coi giochi fra i bambini e i matti lasciati liberi di girare per le strade, sono intense e indelebili; allo stesso modo non si dimenticano più alcune immagini del campo di concentramento (Kaltschund), per esempio quelle del recinto dove i pastori tedeschi da guardia sbranavano i bambini.
    Il piccolo Aharon di sette anni comincia a vagare per la campagna, soprattutto per i boschi: vivendo nascondendosi nutrendosi come un animale – molto più a suo agio e al sicuro con le bestie del bosco che quelle umane. Sono anni di solitudine, di selvatichezza, di paura e sospetto, di attenzione vigile e guardinga, di silenzio, di distanza dalla parola, di minaccia nascosta in ogni ombra e gesto.

    Aharon sopravvive, e accumula esperienza infinita. La guerra finisce, Aharon si è nascosto per sei anni e ha camminato mezza Europa: adesso ha 13 anni, arriva in Italia, rimane mesi nei campi profughi sulle spiagge italiane, dove c’erano molti bambini della sua età e con storie simili alle sue - proprio per questo erano posti frequentati da contrabbandieri e maniaci che cercavano di circuire i bambini per trasformarli in ladri, circensi, prostituti. Spesso ci riuscivano.

    Arrivavano anche emissari del nascente paese degli ebrei: spingevano alla partenza, a imparare l’ebraico, a dimenticare non solo la lingua d’appartenenza, anche se yiddish, perfino i ricordi. Dimentica la diaspora e radicati nella terra, era il loro motto: i sopravvissuti, a tutte le latitudini, imbarazzano, finiscono presto con l’essere un impiccio, ricordano, impediscono di dimenticare, mantengono vivo il senso di colpa collettivo.

    La seconda parte, nel paese d’arrivo (d’accoglienza?) mi ha trovato meno preparato, mi ha spiazzato. Una bella sensazione. Gli anni nel paese in trasformazione, le difficoltà, le pressioni, certe forme di ostracismo di fronte ai suoi primi tentativi letterari… un mondo ancora poco noto per me. Dopo essere sprofondati nella terribile notte novecentesca, in quei dodici anni che durarono un millennio, lentamente si torna a “riveder le stelle” intonando un bellissimo inno al valore dell’amicizia: i veri amici se hanno una parola giusta la porgono come un pezzo di pane in tempo di guerra, e se non ce l’hanno ti siedono accanto, e tacciono.

    Campodimele è un paese dell’entroterra laziale a sud di Roma. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, la linea Gustav, che doveva fermare l'avanzata delle truppe alleate, passava proprio attraverso il territorio comunale, consentendo dalle sue alture il controllo della Valle del Liri e delle vie di comunicazione tra il Tirreno e l'entroterra frusinate. Questa situazione portò, il 10 gennaio 1944, alla deportazione di settecento abitanti (su 1400) e poi i soprusi, le miserie, i bombardamenti che caratterizzarono il fronte di Cassino. Infine le violenze e gli stupri da parte dei marocchini del corpo di spedizione francese, che con gli anglo-americani conquistarono Monte Faggeto e quindi Campodimele tra il 18 e 20 maggio dello stesso anno. Questi episodi offrirono lo spunto per il romanzo “La Ciociara” di Alberto Moravia, che era sfollato proprio su un monte tra Fondi e Campodimele.
    Per queste vicende, Campodimele ha ricevuto la medaglia d’argento al merito civile.

    Se mai un giorno dovessi avere voglia di leggere un libro di preghiere, ma spero che questo non avvenga mai, vorrei che fosse scritto così.

    dit le 

  • 5

    "L'arduo viaggio che nel 1946 portò Appelfeld ad approdare sulle spiagge di Tel Aviv sembra avere sviluppato in lui un'inesorabile attrazione per tutte le anime sradicate....Uno scrittore che ha fatto del distacco e del disorientamento un tema unicamente suo."
    Philip Roth
    ...continuer

    "L'arduo viaggio che nel 1946 portò Appelfeld ad approdare sulle spiagge di Tel Aviv sembra avere sviluppato in lui un'inesorabile attrazione per tutte le anime sradicate....Uno scrittore che ha fatto del distacco e del disorientamento un tema unicamente suo."
    Philip Roth

    dit le 

  • 2

    "Per me Kafka era molto più legato alla qabbalah

    e al chassidismo di quanto non lo fossero la letteratura dell'haskalah e gran parte della letteratura sionista." Questo è un estratto del libro che corre tutto sullo stesso binario...Credevo che si parlasse di shoah o di guerra invece si parla del dopo: tutto quello che i profughi hanno trovato i ...continuer

    e al chassidismo di quanto non lo fossero la letteratura dell'haskalah e gran parte della letteratura sionista." Questo è un estratto del libro che corre tutto sullo stesso binario...Credevo che si parlasse di shoah o di guerra invece si parla del dopo: tutto quello che i profughi hanno trovato in Israele compreso l'imparare l'ebraico e la filosofia sionista legata all'edificazione di un nuovo stato "dal niente". Gli ideali sono quelli sionisti per cui i giovani venivano rieducati all'amore per la terra, l'agricoltura e il militarismo. Mi interessa poco, compresa la citazione continua di autori di lingua ebraica a me totalmente sconosciuti e i riferimenti alle loro idee.

    dit le 

  • 3

    Appena all'inizio

    Appelfeld a un certo punto scrive in questa autobiografia, che è appena all'inizio del suo racconto pur avendo già scritto la bellezza di quaranta libri sullo stesso argomento. La sua memoria infatti non ha resettaggio, a ondate gli tornano in mente episodi della sua infanzia, un'infanzia pauros ...continuer

    Appelfeld a un certo punto scrive in questa autobiografia, che è appena all'inizio del suo racconto pur avendo già scritto la bellezza di quaranta libri sullo stesso argomento. La sua memoria infatti non ha resettaggio, a ondate gli tornano in mente episodi della sua infanzia, un'infanzia paurosa e al contempo avventurosa, con eroi e carogne, disciplina e animalità, boschi e spazi aperti. Secondo l'autore Il limite di un bambino, traumatizzato dal ghetto dalla guerra e dal campo di concentramento (!), è proprio la mancanza di organizzazione e di controllo dei ricordi, questo porta a e sofferenza e paura e dolore, a dirla con Freud, il trauma non viene mai rimosso, o almeno ci vuole un tempo lunghissimo. Ma è un bene in questo caso, visto che l'autore ancora ne scrive.

    dit le 

  • 5

    La capacità di Appelfeld di narrare vicende tragiche con un tono dolce, pacato e a tratti "ingenuo", ispira una simpatia ed un "affetto" letterario non indifferenti.

    dit le 

  • 4

    "la nostra memoria è fuggevole e selettiva, custodisce ciò che sceglie di custodire. non intendo dire che essa custodisce il bello e il piacevole. la memoria, come anche il sogno, prende dal denso flusso degli eventi alcuni particolari, a volte fatti di poca importanza, li immagazina e in un cert ...continuer

    "la nostra memoria è fuggevole e selettiva, custodisce ciò che sceglie di custodire. non intendo dire che essa custodisce il bello e il piacevole. la memoria, come anche il sogno, prende dal denso flusso degli eventi alcuni particolari, a volte fatti di poca importanza, li immagazina e in un certo momento li riporta a galla. come il sogno, anche la memoria cerca di attribuire agli eventi qualche significato.
    [...]
    memoria e immaginazione risiedono talvolta nello stesso luogo. in quei primi anni erano in gara tra loro. la memoria sembrava essere reale, solida. l'immaginazione aveva le ali. la memoria attirava verso il conosciuto, l'immaginazione salpava verso l'ignoto. la memoria m'ispirava sempre un senso di piacere e di tranquillità. l'immaginazione mi scuoteva e finiva per deprimermi"

    dit le 

  • 4

    Storia di una vita 2001

    Guanda Editore, collana "Narratori della Fenice", prima edizione 2008.
    Traduzione di Raffaella Scardi e Ofra Bannett.

    Mi sarebbe piaciuto scrivere su questo libro. Ma tutto quello che avrei potuto e voluto dire l' ha fatto benissimo FinOcchio. Vi consiglio la sua recensione.

    dit le 

  • 3

    onestamente appelfeld si danna dibattendosi nella difficoltà/impossibilità di raccontare la propria infanzia di fuga perdita e paura durante il nazismo. Onestamente ti si para davanti con genitori analoghi ai tuoi e un inizio intellettualborghesegiudaico, come te (me). E onestamente arranca per i ...continuer

    onestamente appelfeld si danna dibattendosi nella difficoltà/impossibilità di raccontare la propria infanzia di fuga perdita e paura durante il nazismo. Onestamente ti si para davanti con genitori analoghi ai tuoi e un inizio intellettualborghesegiudaico, come te (me). E onestamente arranca per i secoli dei secoli al fine di recuperare l'irrecuperabile, riuscendo, se non altro, a dirlo. Questa scrittura asciutta che ti bagna di dispiacere è onestamente poetica e trascende la testimonianza, va oltre. Un precursore che ha messo l'arte nella narrazione della shoà.

    dit le