Homes i ratolins

Per

4.2
(5558)

Language: Català | Number of Pàgines: 131 | Format: Others | En altres llengües: (altres llengües) English , Spanish , Chi traditional , German , French , Italian , Swedish , Dutch , Portuguese , Turkish , Danish

Isbn-10: 843167251X | Isbn-13: 9788431672515 | Data publicació: 

Category: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descripció del llibre
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  • 5

    Il dolore si cura con l’erbetta alfalfa.

    Di “Uomini e topi” andavo dicendo a tutti come avessi provato a leggerlo ma: la noia!, m’ero addormentato alla prima pagina e addio a mai più John Steinbeck, che da allora diventò per me il termine di ...continua

    Di “Uomini e topi” andavo dicendo a tutti come avessi provato a leggerlo ma: la noia!, m’ero addormentato alla prima pagina e addio a mai più John Steinbeck, che da allora diventò per me il termine di paragone: “Chi ti dice che certi scrittori o ti piacciono o non ti piace la letteratura mandalo da me, che gli parlo di John Steinbeck, di come quella mattina d’estate m’addormentai sulla sedia del balcone alla prima pagina che ancora me la ricordo a stento, una grande descrizione su una cascata mi pare, e d’un tratto gli uomini e i topi, una robaccia.”

    Nessuna cascata, nel breve romanzo c’è la brevissima descrizione di un fiume in apertura, dopodiché una scrittura lanciata al galoppo, leggera e inclemente, affascinane e terribile come un destino che non ha animosità alcuna. Cosa devo aver creduto di leggere quindici o venti anni fa? Di cosa fu colpevole l’ammanco di sonno che attribuii vigliaccamente al libro di Steinbeck? Ogni tanto bisogna ricordarsi dei propri giudizi, per potergli dare di piccone.

    Ho letto Steinbeck dopo aver letto il romanzo “Le cure domestiche” della Robinson. Il romanzo e lo stile della Robinson sono il loro mondo a parte, eppure leggendolo dentro mi è suonato qualcosa: dove ho già sentito dei vagabondi americani, dei lavoranti privi di un centro di gravità permanente; di quali altre storie sono i più immediati protagonisti?

    Allora mi sono andato a ripescare il libro di Steinbeck. L’ho letto in una mattinata, nella traduzione di Pavese. È teatro, non è bello perché è teatro ma perché si vede ogni cosa. Si vede come tutto è ingiusto, disperato, condizionato, necessitato, sbagliato, irrevocabile, e leggere questa tragedia è bellissimo, è commovente, è un atto dovuto.

    Leggi Uomini e topi e puoi sentire la voce di Steinbeck che ti dice “Ora tu vedi.”

    Tu vedi come non è colpa di George anche se è colpa di George, e come sia colpa di Lennie anche se non può essere colpa di Lennie, e sembra tutti siano meno colpevoli di Curley, ma perché mai Curley dovrebbe essere più colpevole della moglie o di suo padre, o di Crooks lo stalliere? Sarà colpa della vita nei ranch o della vita e basta. O dell’America! O di tutto il Dio-mondo.

    A me viene voglia di adagiarli tutti su un campo di alfalfa i personaggi di Steinbeck e di accarezzarli sulla fronte, sullo spazio tra gli occhi, come fossero cagnolini, coniglietti, topini da mettersi nella tasca della giacca, ottimi per procurarsi una illusione di prossimità, di vicinanza. Di indicibile tenerezza.

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  • 3

    Un lungo racconto (o breve romanzo) ancora una volta a cavallo della Grande Depressione, penalizzato da una traduzione che, per quanto "evocativa", suona anacronistica

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  • *** Aquest comentari conté spoilers! ***

    4

    Uomini e topi

    Un capolavoro della letteratura mondiale.
    George Milton e Lennie Small, due braccianti stagionali, giungono in un ranch della California. Siamo alla fine degli anni venti: l’epoca della grande crisi, ...continua

    Un capolavoro della letteratura mondiale.
    George Milton e Lennie Small, due braccianti stagionali, giungono in un ranch della California. Siamo alla fine degli anni venti: l’epoca della grande crisi, che ha lasciato i suoi strascichi in un’America che si è dimostrata, alla prova dei fatti, meno forte di quel che credeva di essere.
    Lennie è forte e possente come un toro ma ha il cervello di un bambino piccolo: nonostante l’impegno di George per proteggerlo (dagli altri ma, soprattutto, da se stesso), non riuscirà a sfuggire al proprio destino, andando incontro alla tragedia incombente.
    In poco più di cento pagine Steinbeck è riuscito a condensare lo spirito e le problematiche di un’epoca difficile e piena di contraddizioni. Povertà ed utopia, amicizia e solitudine, razzismo e disillusione sono gli ingredienti di un racconto che tocca il lettore nel profondo. Il sogno americano – il desiderio di possedere un pezzo di terra, con un orto, qualche mucca e dei conigli - viene frantumato e dissolto nel vento caldo della California dalla inoppugnabile crudeltà degli eventi: la speranza si rivela essere una semplice illusione; i sogni un qualcosa di intangibile che scivola via pian piano, come sabbia tra le dita.
    Scrittura asciutta, essenziale, diretta, che restituisce – grazie anche all’ottima traduzione di Cesare Pavese – l’anima di un’America che non è ancora nazione ma un manipolo di persone che si muovono, agiscono e si sfiancano inseguendo le proprie inquietudini e insoddisfazioni.
    Il mio primo Steinbeck… che ha instillato in me la voglia di leggere anche gli altri romanzi (il prossimo sarà “Furore”).

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  • 0

    La perduta gente

    Mi ripeto, devo averlo scritto da qualche altra parte: "La perduta gente" doveva essere il titolo di quello che poi è diventato "Il cielo è rosso" di Giuseppe Berto.
    Dico questo perché leggendo questo ...continua

    Mi ripeto, devo averlo scritto da qualche altra parte: "La perduta gente" doveva essere il titolo di quello che poi è diventato "Il cielo è rosso" di Giuseppe Berto.
    Dico questo perché leggendo questo romanzo breve-racconto lungo di Steinbeck, m'è venuto da pensare proprio al libro d'esordio di Berto, incasellato un po' a ragione e un po' a torto nel neorealismo e paragonato ai grandi narratori americani, Hemingway in primis. Fatto sta che all'epoca Berto aveva letto solo pochi racconti del grande Ernest, mentre pare che nel campo di prigionia di Hereford, Texas, grazie a qualche passaggio di mano, gli siano arrivati diversi testi firmati dall'autore di "Furore".
    Ecco: resta ancora da capire quali; ma ci scommetterei parecchio sulla presenza, tra di essi, di "Of Mice and Men", poiché quest'ultimo pare riecheggiare in molte pagine bertiane degli inizi: sia per la forma sia per la sostanza, per i contenuti e per lo sguardo rivolto verso i diseredati, i vinti. Appunto, la perduta gente.

    In "Uomini e topi" ci troviamo nella Grande Depressione. George e Lennie sono due braccianti in cerca di lavoro, col sogno di una fattoria tutta loro. Troveranno occupazione in un ranch, e George, con la sua attitudine saggia e scafata, dovrà sopperire alle mancanze del gigante Lennie, ingenuo come un bambino. La loro sarà una vicenda difficile, tutta in salita, segnata dalla poverà e della sofferenza, da una violenza che pare intrinseca e talvolta necessaria in ogni azione e in ogni pensiero, dai pesanti risvolti morali, dagli esiti tragici e commoventi per chi legge.
    Un racconto dove la disperazione e l'umiliazione degli ultimi è portata alle estreme conseguenze, dove le vie di fuga sembrano non essere contemplate, come testimonia il finale crudo e spiazzante, che si pone come unica soluzione possibile per questi personaggi emarginati e privati di ogni speranza e della loro dignità di uomini.

    La scrittura di Steinbeck è ancora oggi resa bene dalla traduzione di Cesare Pavese, che proprio recentissimamente è stata sostituita da quella - immagino, svecchiata e meno "censurante" - di Michele Mari, alla quale dovrò per forza dare uno sguardo, anche se l'obiettivo, a questo punto, sarebbe la lettura in lingua originale.

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  • 5

    asciutto

    Un romanzo agile, asciutto di parole inutili e bellissimo. Una storia triste, di una amicizia vera e gratuita in un quadro di miserie umane e di solidarietà spicciola fra derelitti.

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  • 4

    Esistenze fragili

    Pubblicato negli Stati Uniti nel 1937 e tradotto da Cesare Pavese, questo racconto comincia e finisce sulle rive del fiume Salinas, ” poche miglia a sud di Soledad” .
    George Milton e Lennie Small si s ...continua

    Pubblicato negli Stati Uniti nel 1937 e tradotto da Cesare Pavese, questo racconto comincia e finisce sulle rive del fiume Salinas, ” poche miglia a sud di Soledad” .
    George Milton e Lennie Small si stanno recando in un ranch dove hanno trovato l’ingaggio per l’ennesimo lavoro saltuario.
    In un contesto di uomini solitari che pensano solo a soddisfare i propri bisogni, i due sorprendono per la loro solidarietà. Un legame che li rende inseparabili.
    La verità è che George si è da tempo preso carico di Lennie che, a dispetto del cognome (Small) è fisicamente possente ma «non è una cima», anzi, pare abbia un ritardo mentale che lo caccia spesso nei guai non sapendo controllare e dosare la propria forza.
    Il lavoro e la precarietà sono le catene che legano questi uomini.
    Esistenze fragili come quelle di un topolino tra le massicce mani dell’ingenuo Lennie.
    Sognare è un rifugio sicuro, un bisogno impellente, un espediente che impedisce di arrendersi. L'importante è crederci.
    Nella lotta quotidiana per la sopravvivenza, il mondo dei reietti, tuttavia, può solo masticare la sofferenza della sconfitta.

    ”La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le aves-se pronunciate tante volte. «Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.»
    Lennie era felice. «È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.»
    George riprese. «Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegli al-tri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi inve-ce è diverso.»
    Lennie interruppe. «Noi invece è diverso! E perché? Perché… perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.»

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  • 4

    E' un libro che si legge velocemente, io l'ho divorato in un paio d'ore, mentre ero in biblioteca con il mio compagno.
    Inizialmente non ero molto convinta di ciò che stavo leggendo... mi chiedevo: ma ...continua

    E' un libro che si legge velocemente, io l'ho divorato in un paio d'ore, mentre ero in biblioteca con il mio compagno.
    Inizialmente non ero molto convinta di ciò che stavo leggendo... mi chiedevo: ma a parte la storiella di questi due braccianti, cosa succede?
    Invece è bellissimo. Ricco di argomenti e di considerazioni sugli uomini dell'epoca, dal disagio del nero messo in disparte anche dalla piccola cerchia dei braccianti bianchi nel ranch, alla patologia mentale non riconosciuta di Lennie, al potere del signorotto arrogante che meriterebbe un sacco di botte, alla moglie sola e un pochino facile...
    Insomma questo libro ha tanti spunti di pensiero in pochissime pagine.
    Io ve lo consiglio... Ma mi raccomando: fate le vostre riflessioni finali!

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  • 5

    Un ritratto così vivo di un'epoca e una condizione sociale che sembra di conoscere davvero Lennie e George. In sole 115 pagine. Steinbeck si supera in quest'opera.

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