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How to be Good

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Verleger: Kiepenheuer & Witsch

3.4
(4604)

Language:Deutsch | Number of Seiten: 340 | Format: Others | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , French , Italian , Spanish , Swedish , Catalan , Chi traditional , Polish , Dutch , Portuguese

Isbn-10: 3462030272 | Isbn-13: 9783462030273 | Publish date: 

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Humor

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Buchbeschreibung
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  • 5

    Sono ufficialmente innamorata pazza di Nick Hornby. Un uomo in grado di creare dei personaggi incredibilmente fastidiosi, dei condensati di egoismo, antipatia e superbia che nessuno vorrebbe incontrare sul proprio cammino, salvo poi accorgersi che persone così sono ovunque, persone così siamo noi ...weiter

    Sono ufficialmente innamorata pazza di Nick Hornby. Un uomo in grado di creare dei personaggi incredibilmente fastidiosi, dei condensati di egoismo, antipatia e superbia che nessuno vorrebbe incontrare sul proprio cammino, salvo poi accorgersi che persone così sono ovunque, persone così siamo noi. Questa volta Hornby racconta di una coppia in crisi, di una moglie fedifraga e di un marito sempre di cattivo umore che per salvare il proprio matrimonio si affida ad un guaritore autodidatta che lo converte alla bontà assoluta. Detta così sembra una cosa fantastica, ma vivere con una persona che pensa sempre prima agli altri che alla propria famiglia, che fa sentire in colpa sempre per quel che si possiede mentre ad altri è negato, non è affatto semplice. Non so quantificare le risate che mi sono fatta con questo libro e neppure sto a spiegare quanto il mio essere si sia ribellato con forza contro la logica ferrea che guida le invettive del protagonista contro la proprietà e a favore dell'altruismo smodato, senza però trovare nulla di buono e logico con cui controbattere, a parte un bambinesco "Ma io lo voglio!". Ancora una volta Hornby non fornisce soluzioni, non dice cosa sia giusto o sbagliato e diventare buoni non solo non appare facile ma... sarà la soluzione migliore? Ad ogni lettore la sua sentenza.

    gesagt am 

  • 5

    Il primo libro che mi ha fatto scoprire Nick Hornby. Di un umorismo sagace ed irresistibile. Ha una grandissima capacià di raccontare i rapporti moderni. Leggerlo in lingua originale forse fa perdere qualcosa ma fa imparare l'inglese moderno.

    gesagt am 

  • 0

    PREMIO DELLA BATTAGLIA NAVALE LETTERARIA -GRAZIE SERY-AMENTE-!!!!-

    LETTURA COLLETTIVA (GRUPPO OMONIMO) DI OTTOBRE 2014 consigliato da POLLAPOLLINA

    gesagt am 

  • 3

    Katie è una donna perbene abituata a comportarsi sempre nel modo giusto e pronta ad aiutare gli altri mentre il marito David è un uomo arrabbiato e cinico che per lavoro scrive articoli offensivi sul giornale.
    Quando lei decide di lasciarlo cambia tutto perché lui non reagisce affatto come si asp ...weiter

    Katie è una donna perbene abituata a comportarsi sempre nel modo giusto e pronta ad aiutare gli altri mentre il marito David è un uomo arrabbiato e cinico che per lavoro scrive articoli offensivi sul giornale. Quando lei decide di lasciarlo cambia tutto perché lui non reagisce affatto come si aspettava e Katie perde tutte le sue certezze, trovandosi a rivalutare le sue concezioni di buono e cattivo.

    La storia è interessante e permette di riflettere molto, ma lo stile è confusionario e prolisso (anche se non so quanto dipenda dall'autore e quanto dalla traduzione italiana). Nel complesso si tratta di un libro diverso dal solito e a tratti molto divertente, anche se a lungo andare la noia prende il sopravvento e per me è stato difficile arivare alla fine.

    gesagt am 

  • 3

    Hornby è una donna?

    Leggendo ho pensato che solo una donna può descrivere e interpretare così bene i pensieri più intimi di una donna, pur nel paradosso del racconto.

    gesagt am 

  • 4

    Chi crede di trovare una facile ricetta su "come diventare buoni" con questo libro, si sbaglia: Hornby ironizza tanto sulla "bontà" quanto sulla "cattiveria" dei due protagonisti, ribaltando continuamente la situazione. E' proprio questo ribaltamento che coglie di sopresa a far riflettere, capace ...weiter

    Chi crede di trovare una facile ricetta su "come diventare buoni" con questo libro, si sbaglia: Hornby ironizza tanto sulla "bontà" quanto sulla "cattiveria" dei due protagonisti, ribaltando continuamente la situazione. E' proprio questo ribaltamento che coglie di sopresa a far riflettere, capace di far cambiare da un momento all'altro il senso comune di una persona in base ai pensieri e alle azioni dei personaggi. Cosa vuol dire essere buoni? Come lo si diventa? Se si compie anche una sola azione cattiva si sarà cattivi a vita? Il confine tra i due eccessi è molto sottile e per mantenere l'equilibrio bisogna pesare attentamente le proprie azioni, a volte forse troppo, rischiando così di rimanere confusi come quando il cervello entra in panne se sente caldo e freddo contemporaneamente. L'unica cosa da fare allora è scegliere, perché non c'è una scelta giusta o sbagliata in assoluto, è la scelta che si è presi e che bisogna portare avanti con fiducia, anche se per gli altri potrebbe essere folle e insensata. Credo che la chiave sia proprio questa: avere fiducia e credere con tutto il cuore nelle proprie scelte, e allora sarà la scelta giusta.

    gesagt am 

  • *** Dieser Kommentar enthält Spoiler! ***

    3

    Hornby avrebbe potuto forse fare un lavoro migliore con questo libro, che credo ad un certo punto si perda un po', ma tutto sommato devo dire che mi è piaciuto. Oddio, forse "piaciuto" è una parola che non si accosta poi troppo bene ad un romanzo che parla di vite alla deriva, vuoto interiore, ma ...weiter

    Hornby avrebbe potuto forse fare un lavoro migliore con questo libro, che credo ad un certo punto si perda un po', ma tutto sommato devo dire che mi è piaciuto. Oddio, forse "piaciuto" è una parola che non si accosta poi troppo bene ad un romanzo che parla di vite alla deriva, vuoto interiore, mancanza di speranza e nessun lieto fine ("ma proprio nel momento sbagliato lancio un'occhiata al cielo notturno dietro David, e vedo che là fuori non c'è nulla." direi che è una conclusione che lascia un po' con l'amaro in bocca, oltre che con un senso di incompletezza...). Non mi sono nemmeno affezionata ai personaggi, anzi li trovo tutti piuttosto odiosi, ma forse è proprio questo lo scopo dell'autore, ossia farci scontrare con la cruda realtà di un mondo fatto di vuotezza ed ipocrisia, un mondo in cui è più probabile che i vicini di casa accettino serenamente una vita di eccessi, droghe e sperperi piuttosto che la proposta di fare qualcosa di attivo e costruttivo per i meno fortunati. Un sistema sociale che comprende e invidia i Jordan Belfort, mentre compatisce le Madri Teresa. Queste considerazioni, che nel romanzo vengono fatte da una Katie seriamente preoccupata e imbarazzata dalla prospettiva che il marito David voglia proporre ai vicini di ospitare nelle loro case mezze vuote dei ragazzi di strada, sono state un po' una doccia fredda, mi hanno dato molto da pensare. Perché è fin troppo vero, facciamo donazioni più o meno consistenti, diamo l'elemosina (solo a volte e solo a chi ci ispira particolare tristezza), magari regaliamo anche qualche ora al volontariato, ma se ci venisse chiesto di fare di più, di fare qualcosa di vero per degli sconosciuti, quale sarebbe la nostra reazione? Se uno dei nostri vicini (di cui probabilmente conosciamo la faccia, sappiamo che ha un cane che abbaia troppo presto la mattina o dei figli che giocano a pallone nel cortile, e nient'altro) venisse a pregarci di fare qualcosa di concreto come ospitare nella nostra stanza degli ospiti perennemente vuota una ragazzina di 14 anni per toglierla definitivamente dalla strada e darle un futuro, come reagiremmo? E se adesso state pensando "beh, sarebbe un bel cambiamento di vita, ma accetterei", allora vi chiedo: perché non c'è una ragazzina di 14 anni (o un ragazzino di 16, o un uomo adulto?) nella vostra camera degli ospiti in questo preciso momento? Cosa ci sta impedendo di andare là fuori e cambiare il mondo in meglio? Ma un'altra domanda molto importante è: è davvero giusto sentirsi in colpa perché invece non lo si sta facendo? La nostra cultura, religione, educazione, morale, etc ci grida "certo!! DEVI sentirti in colpa se non aiuti i meno fortunati. Guardati! Butti via del cibo perfettamente commestibile solo perché è ammaccato o scaduto da un giorno, quando all'angolo c'è un barbone che non ha niente da mettere sotto i denti", è la voce della coscienza, quella che ha delle ragioni talmente forti che non riusciamo nemmeno a controbattere seriamente (per questo la soffochiamo spesso con un cuscino). Preferiamo non pensarci troppo, dare il nostro 5 per mille a qualcuno che ci pensi al posto nostro , a quelle persone che si sporcano le mani in prima persona, mentre noi siamo liberi di guardare cooking show e repliche di serie tv, uscire a cena, andare ai concerti o alle partite o in vacanza, o stare qui a scrivere una recensione di un libro che si è trasformata in una riflessione sulla morale, anzi, una riflessione sull'"essere buoni", il dilemma che tortura Katie per tutta la lunghezza del romanzo. Secondo me, un libro che ti fa riflettere anche solo per un po' su quanto la tua vita sia impregnata di ipocrisia (sì, anch'io mi considero una persona buona perché non mangio gli animali, dono una cifra mensile a tre associazioni umanitarie, regalo i miei vestiti smessi e il vecchio pc alla caritas e quando posso faccio un po' di elemosina ai vù cumprà nei parcheggi, ma la mia camera degli ospiti è attualmente vuota e inutilizzata e a volte mi capita di buttare cibo non proprio andato del tutto, e di sicuro ho molto di più di quello che mi serve per vivere, anche se non lavoro e la casa è ancora da pagare) è un buon libro. Ci sono altre riflessioni legate alla lettura di questo romanzo, riflessioni sul rimanere comunque legati ad una persona anche se questa ci ha spento qualsiasi scintilla interiore, riflessioni sull'utilizzo della cultura (libri e musica, nello specifico) come modo per sopportare una realtà opprimente, riflessioni sul cinismo dilagante e sull'educazione dei figli, ma non voglio dilungarmi ulteriormente. "Come diventare buoni" in sostanza, non è certamente la cosa migliore che ha scritto il grande Nick, ma si legge piacevolmente ed è intriso della sua solita sagacia ed ironia, ma anche di tanta amarezza. Non lo consiglio a chi si vuole avvicinare a questo autore per la prima volta (molto meglio "Alta Fedeltà" o "Non buttiamoci giù") perché può risultare a tratti noioso e, come ho detto, i personaggi non suscitano proprio il massimo della simpatia. Non ne hanno mai tratto un film, ed è un peccato perché credo ne verrebbe un buon film, forse molto più divertente del romanzo in sé.

    gesagt am 

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