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Huckleberry Finn

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Publisher: Gyldendal

4.1
(2671)

Language:Dansk | Number of Pages: 335 | Format: Mass Market Paperback | In other languages: (other languages) English , Spanish , Catalan , German , Italian , French , Czech , Greek , Portuguese , Chi traditional , Swedish , Polish

Isbn-10: 8700247987 | Isbn-13: 9788700247987 | Publish date:  | Edition 7

Also available as: Others

Category: Children , Fiction & Literature , Travel

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Book Description
Sorting by
  • 5

    Ahora caigo!

    Ti senti strambo e diverso. Incapace di guardare le cose con gli occhi della normalità. Poi leggi e d'improvviso non è più isolamento. Forse addirittura fortuna.

    said on 

  • 3

    A spasso sul fiume

    Questo libro, che potrebbe definirsi uno spin-off di Tom Sawyer, è molto meglio di quest'ultimo: la narrazione è più matura, a tratti più spassosa e anche la trama è più simile ad una raccolta di avve ...continue

    Questo libro, che potrebbe definirsi uno spin-off di Tom Sawyer, è molto meglio di quest'ultimo: la narrazione è più matura, a tratti più spassosa e anche la trama è più simile ad una raccolta di avventure, per via del ricco numero di avvenimenti che si susseguono (in questo, ricorda IL CIRCOLO PICKWICK).
    Sembra di essere lì sulla zattera, insieme ad Huck e Jim e si respira la libertà a pieni polmoni.
    Ancora una volta un libro additato per ragazzi, che parla agli adulti. Ancora una volta, un piccolo capolavoro.

    said on 

  • 2

    No

    Ho trovato questo libro molto deludente.
    La cosa che più mi spaventa è il vederlo quasi sempre citato fra i migliori 50, 20 e (sì è capitato,credetemi) perfino 10 libri di sempre.
    So che queste liste ...continue

    Ho trovato questo libro molto deludente.
    La cosa che più mi spaventa è il vederlo quasi sempre citato fra i migliori 50, 20 e (sì è capitato,credetemi) perfino 10 libri di sempre.
    So che queste liste sono in genere incentrate su libri americani e inglesi, ma il vedere un titolo del genere così ben considerato mi fa rabbrividire. Veramente pensano che non ci sia di meglio?

    said on 

  • 5

    Aveva cinquant’anni, Samuel Langhorne Clemens quando scrisse The Adventures of Huckleberry Finn, ne erano passati nove dalle Avventure di Tom Sawyer, ventidue da quando aveva cominciato a firmarsi con ...continue

    Aveva cinquant’anni, Samuel Langhorne Clemens quando scrisse The Adventures of Huckleberry Finn, ne erano passati nove dalle Avventure di Tom Sawyer, ventidue da quando aveva cominciato a firmarsi con lo pseudonimo: Mark Twain era il grido dello scandagliatore fluviale, per indicare una profondità di due braccia.
    È Huckleberry che parla, un ragazzino semianalfabeta di 13-14 anni. Riferisce i fatti con il suo slang impertinente. Comincia con la vita presso la vedova Douglas, a cui è stato affidato in attesa che lui e Tom diventino maggiorenni e possano ricevere quel tesoro di seimila dollari che hanno trovato alla fine del precedente romanzo. La vedova Douglas e la sorella zitella, la signorina Watson, cercano di educare Huck, di farlo studiare, insegnargli le buone maniere, ma lui ha solo voglia di fuggire da quella prigione dorata. Vagabondare, navigare sul fiume (Mississippi), passeggiare nei boschi, far parte di una banda di masnadieri: questa è la vita desiderabile. Orfano di madre, con un padre ubriacone e manesco, che Huck si augura di non vedere mai più, “certo che vivere in una casa, e dormire in un letto, era un tormento, ma prima che cominciasse a far freddo, ogni tanto scappavo, e andavo a dormire nei boschi, e così potevo riposarmi e riprendere coraggio”.
    Furbo e coraggioso, quanto è ignorante e superstizioso, Huck teme “la scalogna”. Che si presenta sotto forma del padre, che ha saputo del tesoro e vuole riprendere il figlio con sé. Lo rapisce, lo porta in una baracca sulla riva del fiume, nell’Illinois, e la vedova non sa dove trovarlo. Il padre non ricordava mai niente di quello che diceva o faceva da ubriaco. Ma infine Huck si stanca delle botte: non vuole tornare dalla vedova né restare col padre, perciò organizza una fuga che deve assomigliare a un rapimento. Inscena, con la massima fantasia, la sua morte, e scende il fiume in canoa fino all’isola Jackson, dove assiste alle manovre per recuperare il suo cadavere, e poi ritrova Jim, il servitore negro della signorina Watson, fuggito avendo saputo che intendevano venderlo al mercato degli schiavi.
    Huck e lo schiavo fuggiasco si intendono presto. Anche Jim è pieno di sciocche superstizioni, ma è anche bravo con le mani e l’esperienza gli consente di prevedere i temporali. Comincia una sequenza di avventure in rapida successione (il fiume straripa, trovano un cadavere e otto dollari d’argento, Jim viene morso da un serpente a sonagli…). Finché Huck si annoia di vivere sull’isola, si traveste da ragazza e sale a riva. Scopre che tutti pensano che Huckleberry Finn sia stato ucciso da Jim, e che su Jim c’è una taglia. Racconta un sacco di frottole e torna dall’amico. Comincia la fuga sul Mississippi...

    L’avventura è impastata di paura e pericoli, di quel tipo di energia vitale che Huck conosce bene, anche se non sa chiamarla adrenalina.
    Il ragazzino ha una sua personalissima visione del mondo, del Bene e del Male, non è insensibile all’ingiustizia e alle sofferenze, ma commettere piccoli furti, mentire, vivere al di fuori della legge gli sembrano peccati veniali. Tradire un amico, quello sì sarebbe imperdonabile.

    Le pagine più emozionanti sono quelle in cui Huckleberry Finn si sottrae alla civiltà delle istituzioni (famiglia, scuola, lavoro) e insegue una specie di stato di natura che lo rende simile al Natty amico degli ultimi Mohicani e all’Ismaele di Melville. Tre innocenti, incorrotti, solitari individualisti non addomesticabili, attratti irresistibilmente dalla natura.

    said on 

  • 5

    Mark Twain il riformista

    Prima di elucubrare su questo capolavoro, osannato (giustamente) dopo essere stato bollato come romanzo d’appendice, mi “metto in bocca” le parole (dette come mai le ho sapute dire) di Leo Marx (la c ...continue

    Prima di elucubrare su questo capolavoro, osannato (giustamente) dopo essere stato bollato come romanzo d’appendice, mi “metto in bocca” le parole (dette come mai le ho sapute dire) di Leo Marx (la cui critica alla critica “ acritica”di Elliot su Huckleberry Finn costituisce l’appendice alla mia edizione Einaudi Tascabili, 1994):
    “… ci troviamo alla presenza di una tendenza, non del tutto consapevole, della critica contemporanea. […] Oggi i critici come i romanzieri e i poeti, sono più sensibili a problemi morali attinenti alla sfera individuale […] e alla forma, ma ho l’impressione che… siano meno sensibili a questioni che potremmo chiamare di morale sociale o politica … Con questo intendo i valori impliciti in un sistema sociale, che possono essere anche distinti dalla moralità personale dei singoli … oggi abbiamo bisogno” di una critica attenta alle cadute di visione morale, per cui non possiamo permetterci di sostituire questioni di tecnica a questioni di verità (quando Leo Marx scrive, il maccartismo la faceva da padrone negli “uessei” e i neri viaggiavano, in piedi, sulla piattaforma posteriore dei bus”).
    Che era successo a Huckleberry Finn per scatenare questo po’ po’ di critiche, dopo essere assurto come il capostipite “indiscusso” di tutta la letteratura americana? Ecco, appunto, l’indiscutibilità. Trovare, in un capolavoro consacrato, qualche incoerenza o qualche contraddizione sarebbe blasfemia da parte dei critici accreditati e dal codazzo degli emulatori.
    Il problema non indifferente è, infatti, il finale, un bel quinto del libro, col suo happy and tradizionale e politicamente corretto: un ritorno di “Tom Sawyer”, (non/prologo delle Avventure di Huckleberry) , il ragazzino fissato con i romanzi d’avventura di cui voleva rivivere le gesta. Una Emma Bovary in pantaloncini del middle west, in chiave comica.
    Huckleberry Finn è, invece, il fratello sputato di Augie March e Sal Paradise, e con quel finale “addomesticato”, che tanto dispiace e giustamente a Marx, non lo sarebbe più: l’anelito alla libertà personale mandando a carte quarantotto le convenzioni e ingiustizie sociali, vero leit motiv, andrebbe a farsi friggere.
    Libertà intesa, non solo, come liberazione dai lacci e laccioli di una società inquadrata, ma soprattutto da quelli “perbenisti”, con la morale privata esatto contrario di quella sociale.
    Vi giuro che non è questione di lana caprina. Huckle scappa, assieme a Jim, il nero fuggiasco: questi, per non essere venduto dalla buona e morigerata zitella, sua benpensante padrona; il ragazzo per prendere con una fava due piccioni. Liberarsi da un lato della suddetta rappresentante della “buona società”, la benpensante signorina che vuole addomesticarlo per farne un americano medio, sottomesso all’elite che l’ha salvato dall’ignoranza e dalle cattive maniere; dall’altro, lasciare al suo triste destino un padre- padrone alcolizzato, mezzo clochard la cui libertà è solo vagabondaggio e non consapevolezza.
    E’ inutile scomodare Conrad o Melville e fare del Mississippi ("Meschacebé, padre delle acque”, nome onomatopeico come non mai: il suono dolce dell’ inesorabile incedere verso la foce del profondo sud, l’inferno degli emarginati) un elemento con cui lottare, un simbolo della natura indifferente e matrigna.
    Il fiume è in realtà un mezzo inerme, o indifferente come avrebbe detto Leopardi, attraverso cui i due relitti umani tentano di riconquistare la dignità e la libertà.
    Le avventure sono divertenti e coinvolgenti, pratiche prove di sopravvivenza, e non canoni letterari “avventurosi”. Sicuramente i due eroi, illusi, sbagliano direzione (il sud non era il paradiso né dei neri fuggiaschi, né tantomeno per i ragazzini anarchici) e se non fosse intervenuto l’epilogo farsesco con Tommy, la storia non avrebbe avuto il finale consolatorio che, per di più, chiude il cerchio perfetto della forma romanzo.
    Ciò che Twain aveva avuto il coraggio, o l’incoscienza, di far fare a Huckle e a Jim – mandare al diavolo (testuali parole di Huckle) la rispettabilità sociale facendogli scegliere il nero e la riprovazione; liberare Jim dalla sottomissione sociale anche nei confronti del piccolo vagabondo; renderli amici, sodali, complici, sognatori e soprattutto liberi dentro – lo vanifica addomesticando il tutto e rendendolo un pizzico noioso con l’intervento strampalato e comico di Tom Sawyer , rampollo del “buon padrone”. L’espediente letterario ( ma piuttosto una scelta ideologica e non solo formale) priva dell’autonoma conquista della libertà il “bovero neglo” concendendogliela per grazia ricevuta dagli uomini con doppia morale, schiavisti ma pronti a battersi il petto e a fare la carità al singolo schiavo per bontà di cuore (scommetto che anche i padani devolvono 8%° alla chiesa cattolica!). E per di più trasformandolo, da uomo pieno di dignità, a macchietta prono agli strampalati desideri del “padroncino” bianco.
    Davanti al ragazzo borghese, l’intraprendente Huckle, ridiventa il poveraccio straccione che si associa al piccolo Lord nei giochi, anche se non ne condivide modi e finalità. E a conclusione , Twain gli lascia la possibilità dell’equivalente viaggio d’istruzione, per i rampolli danarosi, verso il west, prima che il progresso ne asfalti i nativi. Al ritorno avrebbe sempre trovato seimila dollari più gli interessi del tesoro trovato nel prequel.
    Della serie: buona l’analisi ma pessima la soluzione. La lotta di classe non era nelle corde del grande scrittore e nemmeno il rischio di un finale poco acchiappino senza happy and. Piuttosto aveva fede (inconsapevolmente ipocrita?) in una riforma soft che solo la sua classe sociale poteva promuovere.
    Si è visto com’è andata a finire l’accezione semantica della parola “riforma” sposata alla retorica dei buoni sentimenti.
    Comunque (sette)******* stelline per questo eccezionale libro per adulti (e vaccinati).

    said on 

  • 4

    un libro per ragazzi?!....

    ..forse no!
    più che divertente, molto interessante il libro che offre, attraverso il "viaggio" sul "Fiume" uno spaccato della nuova frontiera americana di fine ottocento. Metafora di una società da ...continue

    ..forse no!
    più che divertente, molto interessante il libro che offre, attraverso il "viaggio" sul "Fiume" uno spaccato della nuova frontiera americana di fine ottocento. Metafora di una società dalla quale si vorrebbe trovare la libertà da un conformismo, moralista, sociale, religioso, a tutto tondo.
    Da leggere a qualunque età!!
    N.B. il linguaggio sgrammaticato e povero è voluto proprio per identificare meglio il/i protagonista/i... un encomio alla traduzione che, superando lo scoglio dei "dialettismi", rende perfettamente il contesto!
    Assolutamente consigliato fra i "classici" a qualunque età!..

    said on 

  • 4

    Le picaresche avventure di Huckelberry Finn e dello schiavo nero Jim, in fuga, il primo, da un padre ubriacone e violento e il secondo (ovviamente) da una condizione di schiavitù che non accetta più. ...continue

    Le picaresche avventure di Huckelberry Finn e dello schiavo nero Jim, in fuga, il primo, da un padre ubriacone e violento e il secondo (ovviamente) da una condizione di schiavitù che non accetta più. Il loro lungo viaggio (a bordo di una zattera, lungo il fiume Mississippi)pieno di incontri talvolta buffi, talvolta grotteschi è narrato in prima persona dallo stesso Huck con uno slang molto sgrammaticato che tiene conto del (bassissimo) grado di istruzione del protagonista. E’ una lettura veramente molto gradevole e, più che un seguito del precedente “Tom Sawyer” (molti personaggi sono gli stessi e la vicenda sembra svolgersi non molto dopo la conclusione del precedente romanzo), oggi si direbbe che è una sorta di “spin-off”. Due note; la prima relativa alla traduzione: capisco la difficoltà di tradurre uno slang americano ottocentesco degli Stati del Sud, ma la scelta di utilizzare una sorta di dialetto (infarcito di termini che si usano al giorno d’oggi ma non certo in quegli anni) mi è sembrato una scelta poco felice. Addirittura, ad un certo punto del romanzo (più precisamente, in una appendice al testo, in cui si riporta un lungo brano, precedentemente tagliato dallo stesso Twain dal capitolo 16) si parla di gente che ballava “quasi come se facesse la break-dance” !!!
    Una seconda annotazione personale è di carattere, per così dire, sociologico: erano altri tempi e altre culture, ma sentir parlare di “negri” schiavi e riscontrare come, nel comune pensare di tutti i personaggi bianchi del romanzo, questa sia una cosa normale, quasi scontata e di come siano spesso considerati (persino da Huck e Tom) non molto di più che animali, è cosa che fa rabbrividire e mi ha, a tratti, provocato un po’ di repulsione verso lo stesso protagonista.

    said on 

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