I Guermantes

Di

Editore: Einaudi

4.5
(429)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 288 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8806124722 | Isbn-13: 9788806124724 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: M. Bonfantini

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Tascabile economico , Rilegato in pelle , eBook

Genere: Arte, Architettura & Fotografia , Biografia , Narrativa & Letteratura

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  • 5

    Che dire di questo tomo se non che conferma la grandezza dell'opera, un'opera quasi pop, molto moderna, che unisce momenti sublimi a momenti scarsamente significativi. Come non ammirare la chiusa dell ...continua

    Che dire di questo tomo se non che conferma la grandezza dell'opera, un'opera quasi pop, molto moderna, che unisce momenti sublimi a momenti scarsamente significativi. Come non ammirare la chiusa dell'opera che, dopo decine di pagine dove sembra che Proust faccia melina, giusto per raccontarci un po' di vita mondana, ci stupisce con una delle pagine più alte e più vere sulla società del suo tempo, una critica così feroce neanche in un pamphlet dell'epoca poteva essere più efficace, solo descrivendo in punta di penna alcune battute e scambi fra i personaggi. La cosa geniale è che descrivendo quell'attimo, quell'attimo stesso diventa universale e diventa una rappresentazione della vita sociale di tutti i tempi quindi immortale, tanto che leggendolo oggi pare più che attuale, profetico anche per il futuro. Con Proust siamo davanti a uno specchio, noi e quello che ci sta intorno.

    ha scritto il 

  • 5

    Nessuno scrittore tanto quanto Proust è stato capace di trasformare se stesso e la sua vita alla materia della propria opera, facendone non solo qualcosa di fortemente autobiografico, ma anche di int ...continua

    Nessuno scrittore tanto quanto Proust è stato capace di trasformare se stesso e la sua vita alla materia della propria opera, facendone non solo qualcosa di fortemente autobiografico, ma anche di introspettivo e “individualista”.
    Il terzo volume della Recherche, La parte dei Guermantes, in tal senso si distingue e declina l’aspetto autobiografico in modo singolarissimo, dispiegando davanti ai nostri occhi una fitta rete di riferimenti reali che senza l’aiuto delle note (e nella mia edizione occupano più di 200 pagine!) sarebbe impossibile decifrare e apprezzare nella loro complessità.

    “(...) Ma qui ci troviamo di fronte a uno scrittore che esplicitamente gioca con le sue fonti e i suoi modelli come il gatto col topo, che inserisce nei suoi lunghi periodi scherzosi rovesciamenti di situazioni reali, contemporanee o del passato, che si diverte a manipolare l’esistenza o l’accaduto per farne una specie di romanzo-collage, di romanzo-satura, di romanzo-conglomerato, in una visione del mondo e della letteratura che tende a fare dell’una il grandioso pastiche o il contrappunto dell’altro. (...) Nei Guermantes l’azione tende a zero e la conversazione a infinito. Ma questo atteggiamento “conversante” non ha un suo spessore narrativo che possa prescindere dai riferimenti: i discorsi di Oriane, di Basin, di Charlus (...) sono tutti sostanziati di riferimenti. Questi costituiscono l’oggetto primario del parlare; non si aggiungono al testo per commentarlo, svelarlo o contraddirlo; sono il testo, la sua struttura portante, lo scheletro architettonico che collega e coordina tutto il resto.
    (dall’introduzione all’edizione Mondadori)

    Insomma, nei Guermantes qualsiasi personaggio, relazione, episodio, aneddoto, finanche il singolo gesto o la singola battuta, trae la sua origine o dalla Storia, così come è stata appresa da Proust, attingendo senza riserve a genealogie e parentele di tutte le più importanti (ma spesso anche secondarie, dimenticate, estinte) famiglie nobili nello spazio dell’intera Europa e nell’arco di oltre due secoli, o dalla sua esperienza personale; spesso da entrambe. A fronte del personaggio “inventato”, quindi, si pongono ben due modelli di realtà intrecciati fra loro: quella “storica”, indiretta, e quella privata, intima (ricordo che in più di un’occasione amici e conoscenti di Proust si sono risentiti e hanno persino “rotto” i rapporti, per essersi riconosciuti in uno dei personaggi del romanzo; così come, al contrario, è successo che Proust stesso si sia “vendicato” di alcuni sgarbi ricevuti, attraverso le pagine della sua opera). Il risultato è qualcosa di unico, a patto che si sia ben consapevoli dell’origine tutt’altro che fittizia di ciò che stiamo leggendo: è come assistere a un grandioso spettacolo, di cui ogni singolo elemento ha tanto più valore in quanto non corrisponde a mera citazione, nè a pura invenzione, ma a una via di mezzo fra queste due.
    Per questa ragione, dei volumi letti finora questo è il primo in cui la tendenza introspettiva e centripeta tipicamente proustiana cede il passo a un confronto diretto con la Storia, anche con riferimenti al passato più recente (esempio lampante il rilievo dato all’affare Dreyfus).

    Quanto ai contenuti di questo terzo capitolo, ho letto più volte che lo scopo dell’autore sarebbe quello di mostrare tutta la “pochezza” che si cela nei rinomati e altisonanti salotti dell’aristocrazia parigina del tempo (quelli connessi al famigerato faubourg Saint-Germain), la cui presunta inaccessibilità da parte del Narratore li aveva trasformati in qualcosa di mitologico, quasi soprannaturale. In realtà, per quanto l’ironia e l’intento dissacratorio siano innegabili, è anche vero che la descrizione di questi salotti non manca di fascino: queste riunioni, e in particolar modo la possibilità di accedervi o meno, erano regolati da legge molto ferree, non solo quelle dettate dell'etichetta, ma anche (e peggio!) dalle opinioni pubbliche e dalle simpatie/antipatie personali, di modo che un mancato invito (ma persino un invito stesso!) dipendeva spesso da interessi, favori, dispetti, ripicche, vere e proprie "strategie" di mondanità, e la semplice “lista” dei salotti nei quali si era "ammessi" poteva definire la popolarità o meno di un personaggio. Una volta introdotti, poi, le cose non diventavano più semplici, anzi: ogni atteggiamento, espressione, gesto, intenzione e intonazione, era il frutto di scelte attente e calibrate, in un continuo gioco di affettazione e dissimulazione.

    Su tutto ciò, domina e brilla la duchessa di Guermantes, incontrastata protagonista di questo volume, l’unica che racchiude in sè il Genio di famiglia – che fa preferire loro l’intelligenza alla nobiltà, l’anticonvenzionale all’etichetta, salvo poi “onorare coi fatti ciò che disprezzano con le parole” – e lo “spirito dei Guermantes”, di fatto il suo carisma personale. Proprio in virtù di questo charme, a Oriane sono permesse cose che a nessun altro, magari di più alto lignaggio, sarebbe concesso; il suo fascino conquista tutti, Narratore compreso (che se ne innamorerà), salvo poi scoprire, una volta varcata la tanto sospirata soglia, che la realtà è ben lontana dai banchetti olimpici e dalle celestiali conversazioni che si era immaginato. Ma questa non è una novità, e io credo che la “colpa” non sia tanto della duchessa e della sua cerchia, ma del Narratore stesso, che fedele a se stesso non smette di costruire castelli intorno alle cose che lo attraggono, creandosi aspettative che, com’è ovvio, non potranno che restare deluse. Lui stesso ammette questa sua “debolezza” (era ora!), per cui l’onestà intellettuale lo spinge a riconoscere comunque le “qualità” dei Guermantes e della duchessa in particolare: un’ ”autentica cortesia aristocratica”, una squisitezza, una nobiltà – non del cuore, ma dei modi – che, seppure private ormai dei propri contenuti, sopravvivono come retaggio che si trasmette persino contro la propria volontà (vedi Saint-Loup e la sua presunta “modernità” anti-aristocratica).

    Tutto questo sono I Guermantes... il resto è Proust: lo conosco, lo amo e mi inchino sempre davanti alla sua poesia.

    ha scritto il 

  • 4

    Apro l'e-reader per iniziare un nuovo pezzo di Recerche, mi viene un lampo. cerco nella libreria. lo trovo . Un libretto edito nel '76. 'invito alla lettura di Proust', Mursia. Me l'aveva regalato il ...continua

    Apro l'e-reader per iniziare un nuovo pezzo di Recerche, mi viene un lampo. cerco nella libreria. lo trovo . Un libretto edito nel '76. 'invito alla lettura di Proust', Mursia. Me l'aveva regalato il mio vecchio amico libraio, quando la sua libreria era un centro d'incontro...
    La dediica: 'A ...perchè impari a conoscere Proust e con lui la vita e i sentimenti'.
    Ho fallito almeno due volte la lettura di questa impegnativa opera, ma ora ci siamo, ho preso il passo giusto e la voglia. Forse dovevano passare 40 anni, conoscere, quel poco che si può, la vita e i sentimenti per riuscire a farcela, anche grazie a una persona vicina.
    Grazie a lei e all'amico libraio, i cui nomi iniziano con la stessa lettera. Appunto, i Nomi...

    ha scritto il 

  • 4

    [...] Ci siamo portati dietro le idee di "bellezza", "grandiosità di stile", "pathos", che a rigore potremmo illuderci di riconoscere nella banalità di un talento, di un volto corretti; e invece il no ...continua

    [...] Ci siamo portati dietro le idee di "bellezza", "grandiosità di stile", "pathos", che a rigore potremmo illuderci di riconoscere nella banalità di un talento, di un volto corretti; e invece il nostro intelletto si misura con l'insistenza di una forma della quale non possiede alcun equivalente mentale, da cui deve estrarre un'essenza ignota.[...] Ed è per questo che le opere veramente belle, se le ascoltiamo con sincerità, sono quelle destinate a deluderci di più, giacché la collezione delle nostre idee non ne ospita nessuna che corrisponda a un'impressione individuale.

    Caro Marcel, come non asserire le tue parole; tu stesso sei rimasto accecato, inizialmente, da giovani puerili fantasticherie legate al nome dei Guermantes, poi rivelatosi, ahimè per i tuoi sogni, distaccato dai costumi più alti e cortesi che lo caratterizzavano ormai da secoli: dissolutosi col Novecento.

    ha scritto il 

  • 3

    Il dono della sintesi

    La sintesi, per un regista, uno scrittore, un artista in generale, è una qualità essenziale. Immaginate un regista che si limiti a filmare tutto ciò che vede e lo riproponga nudo e crudo, senza montag ...continua

    La sintesi, per un regista, uno scrittore, un artista in generale, è una qualità essenziale. Immaginate un regista che si limiti a filmare tutto ciò che vede e lo riproponga nudo e crudo, senza montaggio. Ne verrebbe fuori un mattone amorfo di sei ore, sfocato e inefficace. Un'autore dotato di sintesi mette a fuoco i suoi obiettivi, seleziona ciò che lo interessa e lo propone con un'economia di scrittura che acutizza e dirige le sensazioni del fruitore. Credo che Proust fosse patologicamente incapace di sintesi. Duecento pagine gli occorrono per descrivere un pranzo dalla duchessa di Guermantes: duecento pagine di dialoghi riportati con puntiglio. Oggi lo chiameremmo "sbobinamento".
    Rare sono le occasioni in cui Proust è veramente efficace, ma significative: accade ogni volta che racconta un evento capace di coinvolgerlo emotivamente. Queste situazioni si contano sulle dita di una mano: la morte della nonna, la visita a Charlus, l'annuncio della morte imminente di Swann. In queste occasioni, Proust è inaspettatamente secco ed efficace. In tutto cinquanta pagine su mille, capaci di commuovere, colpire e far fermare il lettore a riflettere.
    Tutto il resto, a dispetto della prosa lenta, scorre veloce e non lascia tracce.

    ha scritto il 

  • 4

    La seconda metà dell'opera molto lenta, a volte noiosa, ma non per demerito di Proust, la qual cosa sarebbe una bestemmia, bensì perché noiosa e oserei anche insulsa è l'alta società parigina di cui P ...continua

    La seconda metà dell'opera molto lenta, a volte noiosa, ma non per demerito di Proust, la qual cosa sarebbe una bestemmia, bensì perché noiosa e oserei anche insulsa è l'alta società parigina di cui Proust ci svela ogni vergogna, ogni dappocaggine, ogni ipocrisia e futilità, fino a provare rabbia e, nelle ultimissime pagine, addirittura orrore.
    Per cui, si faccia attenzione a non confondere intenti con demeriti: se risulta forse più lento dei precedenti, non incolpate Proust. Sempre sia lodato.

    ha scritto il 

  • 5

    Prosegue il percorso di formazione e di conoscenza del giovane narratore. Un cambiamento di casa lo porta molto vicino a quei favolosi Guermantes, che da fanciullo aveva idealizzato come divinità. Do ...continua

    Prosegue il percorso di formazione e di conoscenza del giovane narratore. Un cambiamento di casa lo porta molto vicino a quei favolosi Guermantes, che da fanciullo aveva idealizzato come divinità. Dopo aver esaminato e in parte dissacrato la società borghese che emerge nel primo libro, “Dalle parte di Swann”, dopo aver provato i primi tormenti d’amore ed essersi staccato pian piano dalla protezione familiare nel secondo volume “All’ombra delle fanciulle in fiore”, eccolo pronto a togliere il velo alle maschere e alle simulazioni della più alta classe sociale. Gli antichi feudatari delle terre di Combray, i Guermantes, legati alla antica storia di Francia, non sono diversi dagli altri: nei loro salotti emergono conversazioni banali, si evidenziano debolezze, ignoranze, boria magari travestita da una simulata originalità esteriore .Ma l’avvicinamento è lungo; prima ci sono la conoscenza con il giovane Saint-Loup, nipote dei Guermantes, con la permanenza del protagonista nella guarnigione militare del giovane ufficiale,la frequentazione del salotto della zia della amata duchessa Guermantes, la signora di Villeparisis, la conoscenza con il famoso Barone di Charlus, anche lui un Guermantes, la morte della cara nonna, il ritorno di Albertine, ormai matura e disponibile. E poi il famoso pranzo dalla Duchessa, lunghissimo ed estremamente vario, perché vi appaiono moltissimo personaggi illustri,di cui godibili sono i ritratti psicologici, come la principessa di Parma o il signor di Borodino. L’affresco che emerge è vivace ma abbastanza impietoso e pervaso da una sottile vena umoristica.

    ha scritto il 

  • 4

    E' un peccato che alcune persone definiscano la scrittura di Proust lenta e pesante, in particolare in questo volume, quando invece ogni suo racconto "intermezzo" è un fluire così disteso, ogni sua pa ...continua

    E' un peccato che alcune persone definiscano la scrittura di Proust lenta e pesante, in particolare in questo volume, quando invece ogni suo racconto "intermezzo" è un fluire così disteso, ogni sua parola una vibrazione delle corde della sensibilità... le sue evocazioni e i suoi discorsi si stendono come uno dei sentieri di Combray, traboccanti di simbolismo e di sottigliezza, ogni sua allusione è rivelatrice, senza dover ricordare che il suo stile è così unico, così assolutamente irripetibile...

    ha scritto il 

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