I Guermantes

Di

Editore: Einaudi

4.5
(445)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 288 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8806124722 | Isbn-13: 9788806124724 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: M. Bonfantini

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Tascabile economico , Rilegato in pelle , eBook

Genere: Arte, Architettura & Fotografia , Biografia , Narrativa & Letteratura

Ti piace I Guermantes?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
Ordina per
  • 0

    [Dopo qualche pagina ho avuto il primo ripensamento sulla mia ricerca della Ricerca. Proprio non ci riuscivo, a entrare in sintonia con questo capitolo. Poi ce l’ho fatta, sia chiaro, altrimenti non s ...continua

    [Dopo qualche pagina ho avuto il primo ripensamento sulla mia ricerca della Ricerca. Proprio non ci riuscivo, a entrare in sintonia con questo capitolo. Poi ce l’ho fatta, sia chiaro, altrimenti non sarei qui a raccontarlo. E ad ammirare il sacrifizio di chi ha fatto a meno di teorie, ideologie e moralismi e ha voluto sperimentare l’ormai imbalsamata aristocrazia dall’interno. Perché quasi sempre, più dell’invettiva, la maniera efficace per delegittimare, screditare, ridicolizzare qualcosa o qualcuno è, semplicemente, mostrarlo così com’è.]

    -

    Al solito di spunti ce ne sono anche troppi: ogni volta che inizi una frase il saggio è in agguato. Colori, sordità, sonno e sogno: il blocco dello scrittore (quanto ti diverti a prenderci in giro?), ribadito anche in questo capitolo della Ricerca, non risparmia nulla. L’avvento del telefono e della fotografia (non bisogna sottovalutare l’impatto di una tecnologia di massa sulla letteratura: sapessi che rivoluzione immaginativa è stata per i tuoi colleghi la diffusione del cellulare!); i soldati francesi alla vigilia dell’inutile strage che vivono spensierati e il massimo dell’eroismo che riescono a concepire è la protezione accordata a un giovane letterato ipocondriaco.
    Ho amato la divagazione, che accompagna il cameo di Albertine (con che finezza ti limiti a dire che l’hai trovata più rotondetta? lasciando noi a elucubrare sui cambiamenti che hai effettivamente riscontrato sul suo seno, sui fianchi, sul sedere) sulla donna che conquistiamo, dotata di un dinamismo plastico e cromatico che la fa variare a seconda del nostro stato d’animo e della fase in cui si trova il nostro rapporto con lei. A differenza della donna statica, invariante, che ci viene presentata da una mezzana: personalmente non ho mai usufruito del servizio, quindi mi rimetto con fiducia al tuo parere.
    Tra le tante signore di cui ci parli, ti tocca conoscere anche lei: quella che viene a prendersi la tua adorata nonna. E anche se, come si conviene a un giovane che, malgrado le sue malattie immaginarie o meno, è bulimico di vita, non dedichi troppe pagine a questa storia, si capisce che ti ha lasciato segni. Sin da quando hai preso di coscienza che quell’essere amato aveva già avuto una serie di morti, prima della definitiva: della bellezza, dell’intelligenza, della forza con cui ti ha sempre sostenuto, della memoria di tutto quello che eri e che avevi affidato alla sua custodia, fino alla penultima, la più sconvolgente: l’incapacità di riconoscerti. Ho esperienza in materia, possiamo scambiarci empatie: quando muore una persona che ci è stata vicina per lunghi anni inevitabilmente si porta via una parte di noi. Non c’è consolazione e niente colma il vuoto: dobbiamo, volenti o nolenti, crescere noi per compensare quanto ci è stato tolto.

    Ma la mia immaginazione, mi dipingeva non quello che sapevo, ma ciò che vedeva: ciò che vedeva, vale a dire ciò che le mostrava il nome.
    Voglio cominciare dall’aspetto più patetico di tutta la storia: ti volevi scopare (permettimi un po’ di libertà semantica) la signora di Guermantes e la signoria di Stermaria solo perché sono la duchessa Oriane di Guermantes e la viscontessa Alix di Stermaria con quel suo sapore di Bretagna. Il tuo sogno erotico era il nome. Permettimi di esprimere perfino un po’ di scetticismo sulla loro effettiva bellezza: erano davvero belle perché nobili o perché nobili sei stato obbligato a trovarle belle? Non importa in fin dei conti. Perché la tua coraggiosa confessione di aver ceduto a questo ridicolo ci servirà, in eterno, a riflettere su una questione fondamentale: l’attribuzione del personaggio, che deve tassativamente essere come previsto dalla funzione, dal ruolo, dall’origine. Dal nome (e questo vale sia in positivo che in negativo, dopo ne riparliamo).
    Ti rendi conto che sulle oltre seicento pagine di questo campione del tuo blocco dello scrittore, la maggior parte sono dedicate a un ricevimento pomeridiano e a una cena? E che cosa avviene in entrambe le circostanze? Nulla. Ed è questo nulla che, eroicamente sperimentato di persona, hai voluto raccontarci. Per mettere una pietra definitiva sopra un modo di intendere il mondo, quello dell’ereditarietà di qualità e vizi. Ti do una pessima notizia: non è servito a nulla. Sparita la nobiltà, abbiamo sentito il bisogno di rimpiazzarla. Certo, abbiamo esteso la possibilità di accedere alla casta dei benedetti, come ci aveva provato il vostro N regalando titoli ai suoi soldati (con grande orrore di Guermantes e affini). Ma, gira gira, siamo ancora qui ad attribuire ruoli sulla base della funzione, del ruolo, dell’origine. Del nome.
    In bene o in male.
    Già. Perché, mentre fingendo di esaltarla assesti il tuo colpo alla razza dei nobili, ci racconti di un’altra razza. Per ricordarci che quel crimine, avvenuto per mano tedesca pochi decenni dopo la tua Ricerca, viene da lontano. E la gloriosa Francia della rivoluzione e della libertà e dell’uguaglianza e della fratellanza e dei diritti non ne era immune (un tuo collega, Sartre, sentirà il bisogno di ribadire il concetto in un libretto breve ma feroce). L’eterno antisemitismo. Che a quel tempo aveva trovato la scusa (pochissime espressioni di antisemitismo nella Storia hanno avuto il coraggio di ammettere di esserlo in sé e per sé, in genere han sempre cercato le giustificazioni per la loro manifestazione) di Dreyfus, che per la sua origine, per il suo nome, non poteva che essere colpevole. E con lui tutti quelli della sua razza (anche se a questo termine, allora riservato a neri e altri popoli considerati non particolarmente umani, si preferiva quello di nazione, l’ebreo come straniero: niente di nuovo).
    Io la leggo così. Come non possiamo attribuire a priori qualità a una persona (o a una razza) perché ha una certa origine, un certo nome (e su questo sei esplicito), non possiamo attribuire a priori vizi a una persona (o a una razza) perché ha una certa origine, un certo nome. Demolendo un pregiudizio positivo, io la leggo così, ci inviti (anche se non in maniera ugualmente esplicita) a diffidare di quelli negativi. Non fai il panegirico, l’apologia, degli ebrei: non funzionerebbe. Preferisci mostrarci l’ottusità, l’inconsistenza, la cattiveria degli antisemiti. E come in altri momenti in cui sospendi la tua mania di esplicitare tutto, lasci a noi il compito a casa: traetene le conclusioni.
    La verità non ha bisogno di venir pronunciata per essere detta.

    Chiudo il libro con una curiosità: ci sei poi andato col povero Swann alla cena della principessa di Guermantes? Ma, soprattutto, chiudo il libro con un’amarezza. Al solito, evitando i giudizi morali ovvi, che possono perfino infastidire facendo sentire il lettore un ottuso incapace, certe cose, di capirle da sé, ci regali (che bel regalo!) uno dei finali più sordidi di tutta la storia della letteratura. Un’ulteriore aggiunta che devi aver ritenuto necessaria per quella piccola minoranza che, dopo oltre seicento pagine, non era ancora convinta di quel che volevi dirci. E allora, una tantum, ben venga anche il pugno nello stomaco delle scarpine rosse della duchessa.

    -

    Per un istante, dal resuscitato cinguettio che recava con sé in quella tal passata primavera, noi possiamo estrarre, come dai suoi tubetti un pittore, la sfumatura precisa, dimenticata, misteriosa e fresca di quei giorni che credevamo pur di ricordare, quando, simili a un mediocre artista, ci accontentavamo di dare a tutto il nostro passato disteso su di una stessa tela i toni convenzionali e sempre eguali della memoria volontaria.
    ***

    La resurrezione al risveglio, dopo quel benefico accesso di alienazione mentale che è il sonno, deve somigliare in fondo a ciò che accade quando ritroviamo un nome, un verso, un motivo dimenticato. E forse la resurrezione dell’anima dopo la morte è concepibile come un fenomeno di memoria.
    ***

    Noi non vediamo mai le persone amate fuorché nel sistema animato, nel movimento perpetuo della nostra incessante tenerezza, la quale prima di permettere che le immagini offerte dal loro viso arrivino fino a noi, le prende nel suo turbine, le agita contro l’idea che noi abbiamo di loro, da sempre, le fa aderire e coincidere con essa.
    ***

    … noi lavoriamo in ogni momento a dare una certa forma alla nostra vita, ma lo facciamo copiando, nostro malgrado, come un disegno, i tratti della persona che siamo e non di quella che ci piacerebbe essere.
    ***

    … i soli veri vantaggi mondani sono quelli che creano vita, che possono sparire senza che il beneficiario abbia da cercare di trattenerli o divulgarli, perché nello stesso giorno cento altri ne prendono il posto.
    ***

    Per i migliori fra noi, lo studio delle arti, l’amore delle cose antiche, le collezioni, i giardini, sono soltanto degli «Ersätze», dei surrogati, degli alibi. Nel fondo della nostra botte, come Diogene, noi cerchiamo un uomo.
    ***

    … e mi dicevo che sarebbe interessante cercar di precisare tutti i rapporti, poco studiati finora, a quel che mi sembrava, fra la bontà e la cattiveria in uno stesso cuore.
    ***

    Tutto ciò che abbiamo di grande ci viene dai nervosi: sono stati loro, e non altri, a fondare le religioni e a creare capolavori. Mai il mondo non saprà quanto deve loro; e soprattutto quanto essi hanno sofferto per produrlo.
    Avete qui sul tavolo un libro di Bergotte. Se guariste dal vostro nervosismo, non vi piacerebbe più. E come mi sentirei il diritto di togliervi le gioie che esso vi procura, in cambio di una integrità nervosa che non ve ne darebbe nessuna? Ma queste stesse gioie, sono un efficace rimedio, forse il più efficace di tutti.

    ***

    Essa mi aveva ora restituito i pensieri, i dolori che, dalla mia infanzia, le avevo confidati per sempre. Non era morta ancora, ma io ero già solo.
    ***

    La malattia della nonna diede modo a varie persone di manifestare un eccesso o una mancanza di simpatia che ci fecero stupire …
    ***

    Quel che mi rattristava in quelle ricerche era di apprendere che quasi tutte le case erano abitate da gente infelice.
    ***

    … il che non toglie che, venticinque anni più tardi, quando le idee ebbero avuto il tempo di situarsi nella storia e il dreyfusismo di assumere una certa eleganza, i figli, bolscevizzati e ballerini, di quegli stessi giovani nobili dovessero dichiarare agli «intellettuali» che li interrogavano che certamente, se fossero vissuti in quel tempo, sarebbero stati per Dreyfus: senza sapere, d’altronde, quel che era stato l’«Affare» più di quanto ne sapessero sulla contessa Mélanie de Pourtalès o sulla marchesa di Galliffet, altri splendori già spenti il giorno della loro nascita.

    ha scritto il 

  • 5

    Ho affrontato con timore questo libro, sapendo che era il più lungo, il più frivolo per gli argomenti trattati e invece Proust riesce a trasformare ogni banalità salottiera in un lungo, divertente spe ...continua

    Ho affrontato con timore questo libro, sapendo che era il più lungo, il più frivolo per gli argomenti trattati e invece Proust riesce a trasformare ogni banalità salottiera in un lungo, divertente spettacolo che fa riflettere e sorridere insieme. Non mancano pagine drammatiche e struggenti come quelle sulla malattia della nonna tanto amata e su Bergotte. Il Narratore desidera fortemente conoscere e frequentare i duchi di Guermantes , si adopera in ogni modo per essere invitato alla loro corte esclusiva, subisce il fascino irresistibile della Duchessa Oriane e per quasi tutto il libro le tenta tutte finchè riesce a farsi invitare. Come tutte le cose che si desiderano e si amano appena ottenute in qualche modo subentra la delusione; descrivendo minuziosamente i personaggi , riportando i dialoghi tra questa coppia che non si è mai amata,ma che è così affiatata da essere un esempio di come l’aristocrazia conservi se stessa, il Narratore ne ammira la classe, l’intelligenza e la furbizia , ma si rende conto di quanto siano frivoli e poveri dal punto di vista umano e pare prendere le distanze da quell’atteggiamento snobistico. Pagine esilaranti sono quelle dedicate all’incontro con il barone di Charlus, un’accoglienza che provoca una reazione rabbiosa da parte del Narratore. Toccante, alla fine, l’episodio di Swann che, malato, viene congedato in fretta per l’ennesimo appuntamento mondano. Vorrei solo aggiungere che la lettura della Recherche ha su di me un effetto di attrazione irresistibile, ci deve essere dentro qualcosa di magico, una specie di incantesimo.

    “ Il duca non provava il minimo ritegno a parlare dei suoi malesseri, e di quelli di sua moglie, a un moribondo, perché, interessandogli di più, gli sembravano più importanti. Così, fu solo per buona educazione e buonumore che, dopo averci gentilmente riaccompagnati fino al portone, gridò con voce stentorea, come fosse su un palcoscenico, a Swann ch’era già nel cortile:
    < < E voi, mi raccomando, non lasciatevi impressionare dalle scemenze dei medici. Che diamine! Sono degli asini. Siete solido come il Pont-Neuf. Ci seppellirete tutti! >> “

    ha scritto il 

  • 5

    Proust

    Narratore tangenziale, osservatore partecipante, sedotto (ma mai completamente) dalla nobiltà che frequenta, ne registra i vezzi e i vizi con chiarezza e una prosa piana e spietata. Pagine e pagine di ...continua

    Narratore tangenziale, osservatore partecipante, sedotto (ma mai completamente) dalla nobiltà che frequenta, ne registra i vezzi e i vizi con chiarezza e una prosa piana e spietata. Pagine e pagine di dialoghi apparentemente di pigra letteratura che sfociano in quadri di dissacrante e disarmante denuncia di un mondo al suo finire. Inaspettatamente attuale, un manifesto di una società in decadenza, allora come ora. Al terzo gradino della scala Proustiana, non vorrei finirla più.

    ha scritto il 

  • 5

    Che dire di questo tomo se non che conferma la grandezza dell'opera, un'opera quasi pop, molto moderna, che unisce momenti sublimi a momenti scarsamente significativi. Come non ammirare la chiusa dell ...continua

    Che dire di questo tomo se non che conferma la grandezza dell'opera, un'opera quasi pop, molto moderna, che unisce momenti sublimi a momenti scarsamente significativi. Come non ammirare la chiusa dell'opera che, dopo decine di pagine dove sembra che Proust faccia melina, giusto per raccontarci un po' di vita mondana, ci stupisce con una delle pagine più alte e più vere sulla società del suo tempo, una critica così feroce neanche in un pamphlet dell'epoca poteva essere più efficace, solo descrivendo in punta di penna alcune battute e scambi fra i personaggi. La cosa geniale è che descrivendo quell'attimo, quell'attimo stesso diventa universale e diventa una rappresentazione della vita sociale di tutti i tempi quindi immortale, tanto che leggendolo oggi pare più che attuale, profetico anche per il futuro. Con Proust siamo davanti a uno specchio, noi e quello che ci sta intorno.

    ha scritto il 

  • 5

    Nessuno scrittore tanto quanto Proust è stato capace di trasformare se stesso e la sua vita alla materia della propria opera, facendone non solo qualcosa di fortemente autobiografico, ma anche di int ...continua

    Nessuno scrittore tanto quanto Proust è stato capace di trasformare se stesso e la sua vita alla materia della propria opera, facendone non solo qualcosa di fortemente autobiografico, ma anche di introspettivo e “individualista”.
    Il terzo volume della Recherche, La parte dei Guermantes, in tal senso si distingue e declina l’aspetto autobiografico in modo singolarissimo, dispiegando davanti ai nostri occhi una fitta rete di riferimenti reali che senza l’aiuto delle note (e nella mia edizione occupano più di 200 pagine!) sarebbe impossibile decifrare e apprezzare nella loro complessità.

    “(...) Ma qui ci troviamo di fronte a uno scrittore che esplicitamente gioca con le sue fonti e i suoi modelli come il gatto col topo, che inserisce nei suoi lunghi periodi scherzosi rovesciamenti di situazioni reali, contemporanee o del passato, che si diverte a manipolare l’esistenza o l’accaduto per farne una specie di romanzo-collage, di romanzo-satura, di romanzo-conglomerato, in una visione del mondo e della letteratura che tende a fare dell’una il grandioso pastiche o il contrappunto dell’altro. (...) Nei Guermantes l’azione tende a zero e la conversazione a infinito. Ma questo atteggiamento “conversante” non ha un suo spessore narrativo che possa prescindere dai riferimenti: i discorsi di Oriane, di Basin, di Charlus (...) sono tutti sostanziati di riferimenti. Questi costituiscono l’oggetto primario del parlare; non si aggiungono al testo per commentarlo, svelarlo o contraddirlo; sono il testo, la sua struttura portante, lo scheletro architettonico che collega e coordina tutto il resto.
    (dall’introduzione all’edizione Mondadori)

    Insomma, nei Guermantes qualsiasi personaggio, relazione, episodio, aneddoto, finanche il singolo gesto o la singola battuta, trae la sua origine o dalla Storia, così come è stata appresa da Proust, attingendo senza riserve a genealogie e parentele di tutte le più importanti (ma spesso anche secondarie, dimenticate, estinte) famiglie nobili nello spazio dell’intera Europa e nell’arco di oltre due secoli, o dalla sua esperienza personale; spesso da entrambe. A fronte del personaggio “inventato”, quindi, si pongono ben due modelli di realtà intrecciati fra loro: quella “storica”, indiretta, e quella privata, intima (ricordo che in più di un’occasione amici e conoscenti di Proust si sono risentiti e hanno persino “rotto” i rapporti, per essersi riconosciuti in uno dei personaggi del romanzo; così come, al contrario, è successo che Proust stesso si sia “vendicato” di alcuni sgarbi ricevuti, attraverso le pagine della sua opera). Il risultato è qualcosa di unico, a patto che si sia ben consapevoli dell’origine tutt’altro che fittizia di ciò che stiamo leggendo: è come assistere a un grandioso spettacolo, di cui ogni singolo elemento ha tanto più valore in quanto non corrisponde a mera citazione, nè a pura invenzione, ma a una via di mezzo fra queste due.
    Per questa ragione, dei volumi letti finora questo è il primo in cui la tendenza introspettiva e centripeta tipicamente proustiana cede il passo a un confronto diretto con la Storia, anche con riferimenti al passato più recente (esempio lampante il rilievo dato all’affare Dreyfus).

    Quanto ai contenuti di questo terzo capitolo, ho letto più volte che lo scopo dell’autore sarebbe quello di mostrare tutta la “pochezza” che si cela nei rinomati e altisonanti salotti dell’aristocrazia parigina del tempo (quelli connessi al famigerato faubourg Saint-Germain), la cui presunta inaccessibilità da parte del Narratore li aveva trasformati in qualcosa di mitologico, quasi soprannaturale. In realtà, per quanto l’ironia e l’intento dissacratorio siano innegabili, è anche vero che la descrizione di questi salotti non manca di fascino: queste riunioni, e in particolar modo la possibilità di accedervi o meno, erano regolati da legge molto ferree, non solo quelle dettate dell'etichetta, ma anche (e peggio!) dalle opinioni pubbliche e dalle simpatie/antipatie personali, di modo che un mancato invito (ma persino un invito stesso!) dipendeva spesso da interessi, favori, dispetti, ripicche, vere e proprie "strategie" di mondanità, e la semplice “lista” dei salotti nei quali si era "ammessi" poteva definire la popolarità o meno di un personaggio. Una volta introdotti, poi, le cose non diventavano più semplici, anzi: ogni atteggiamento, espressione, gesto, intenzione e intonazione, era il frutto di scelte attente e calibrate, in un continuo gioco di affettazione e dissimulazione.

    Su tutto ciò, domina e brilla la duchessa di Guermantes, incontrastata protagonista di questo volume, l’unica che racchiude in sè il Genio di famiglia – che fa preferire loro l’intelligenza alla nobiltà, l’anticonvenzionale all’etichetta, salvo poi “onorare coi fatti ciò che disprezzano con le parole” – e lo “spirito dei Guermantes”, di fatto il suo carisma personale. Proprio in virtù di questo charme, a Oriane sono permesse cose che a nessun altro, magari di più alto lignaggio, sarebbe concesso; il suo fascino conquista tutti, Narratore compreso (che se ne innamorerà), salvo poi scoprire, una volta varcata la tanto sospirata soglia, che la realtà è ben lontana dai banchetti olimpici e dalle celestiali conversazioni che si era immaginato. Ma questa non è una novità, e io credo che la “colpa” non sia tanto della duchessa e della sua cerchia, ma del Narratore stesso, che fedele a se stesso non smette di costruire castelli intorno alle cose che lo attraggono, creandosi aspettative che, com’è ovvio, non potranno che restare deluse. Lui stesso ammette questa sua “debolezza” (era ora!), per cui l’onestà intellettuale lo spinge a riconoscere comunque le “qualità” dei Guermantes e della duchessa in particolare: un’ ”autentica cortesia aristocratica”, una squisitezza, una nobiltà – non del cuore, ma dei modi – che, seppure private ormai dei propri contenuti, sopravvivono come retaggio che si trasmette persino contro la propria volontà (vedi Saint-Loup e la sua presunta “modernità” anti-aristocratica).

    Tutto questo sono I Guermantes... il resto è Proust: lo conosco, lo amo e mi inchino sempre davanti alla sua poesia.

    ha scritto il 

  • 4

    Apro l'e-reader per iniziare un nuovo pezzo di Recerche, mi viene un lampo. cerco nella libreria. lo trovo . Un libretto edito nel '76. 'invito alla lettura di Proust', Mursia. Me l'aveva regalato il ...continua

    Apro l'e-reader per iniziare un nuovo pezzo di Recerche, mi viene un lampo. cerco nella libreria. lo trovo . Un libretto edito nel '76. 'invito alla lettura di Proust', Mursia. Me l'aveva regalato il mio vecchio amico libraio, quando la sua libreria era un centro d'incontro...
    La dediica: 'A ...perchè impari a conoscere Proust e con lui la vita e i sentimenti'.
    Ho fallito almeno due volte la lettura di questa impegnativa opera, ma ora ci siamo, ho preso il passo giusto e la voglia. Forse dovevano passare 40 anni, conoscere, quel poco che si può, la vita e i sentimenti per riuscire a farcela, anche grazie a una persona vicina.
    Grazie a lei e all'amico libraio, i cui nomi iniziano con la stessa lettera. Appunto, i Nomi...

    ha scritto il 

  • 4

    [...] Ci siamo portati dietro le idee di "bellezza", "grandiosità di stile", "pathos", che a rigore potremmo illuderci di riconoscere nella banalità di un talento, di un volto corretti; e invece il no ...continua

    [...] Ci siamo portati dietro le idee di "bellezza", "grandiosità di stile", "pathos", che a rigore potremmo illuderci di riconoscere nella banalità di un talento, di un volto corretti; e invece il nostro intelletto si misura con l'insistenza di una forma della quale non possiede alcun equivalente mentale, da cui deve estrarre un'essenza ignota.[...] Ed è per questo che le opere veramente belle, se le ascoltiamo con sincerità, sono quelle destinate a deluderci di più, giacché la collezione delle nostre idee non ne ospita nessuna che corrisponda a un'impressione individuale.

    Caro Marcel, come non asserire le tue parole; tu stesso sei rimasto accecato, inizialmente, da giovani puerili fantasticherie legate al nome dei Guermantes, poi rivelatosi, ahimè per i tuoi sogni, distaccato dai costumi più alti e cortesi che lo caratterizzavano ormai da secoli: dissolutosi col Novecento.

    ha scritto il 

  • 3

    Il dono della sintesi

    La sintesi, per un regista, uno scrittore, un artista in generale, è una qualità essenziale. Immaginate un regista che si limiti a filmare tutto ciò che vede e lo riproponga nudo e crudo, senza montag ...continua

    La sintesi, per un regista, uno scrittore, un artista in generale, è una qualità essenziale. Immaginate un regista che si limiti a filmare tutto ciò che vede e lo riproponga nudo e crudo, senza montaggio. Ne verrebbe fuori un mattone amorfo di sei ore, sfocato e inefficace. Un'autore dotato di sintesi mette a fuoco i suoi obiettivi, seleziona ciò che lo interessa e lo propone con un'economia di scrittura che acutizza e dirige le sensazioni del fruitore. Credo che Proust fosse patologicamente incapace di sintesi. Duecento pagine gli occorrono per descrivere un pranzo dalla duchessa di Guermantes: duecento pagine di dialoghi riportati con puntiglio. Oggi lo chiameremmo "sbobinamento".
    Rare sono le occasioni in cui Proust è veramente efficace, ma significative: accade ogni volta che racconta un evento capace di coinvolgerlo emotivamente. Queste situazioni si contano sulle dita di una mano: la morte della nonna, la visita a Charlus, l'annuncio della morte imminente di Swann. In queste occasioni, Proust è inaspettatamente secco ed efficace. In tutto cinquanta pagine su mille, capaci di commuovere, colpire e far fermare il lettore a riflettere.
    Tutto il resto, a dispetto della prosa lenta, scorre veloce e non lascia tracce.

    ha scritto il 

  • 4

    La seconda metà dell'opera molto lenta, a volte noiosa, ma non per demerito di Proust, la qual cosa sarebbe una bestemmia, bensì perché noiosa e oserei anche insulsa è l'alta società parigina di cui P ...continua

    La seconda metà dell'opera molto lenta, a volte noiosa, ma non per demerito di Proust, la qual cosa sarebbe una bestemmia, bensì perché noiosa e oserei anche insulsa è l'alta società parigina di cui Proust ci svela ogni vergogna, ogni dappocaggine, ogni ipocrisia e futilità, fino a provare rabbia e, nelle ultimissime pagine, addirittura orrore.
    Per cui, si faccia attenzione a non confondere intenti con demeriti: se risulta forse più lento dei precedenti, non incolpate Proust. Sempre sia lodato.

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per
Ordina per