I Viceré

Di

Editore: Baldini Castoldi Dalai

4.2
(1914)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 700 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8860736625 | Isbn-13: 9788860736628 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Cofanetto , Altri , Tascabile economico , eBook , Copertina rigida , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
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    Un libro che dovrebbe essere citato (dico citato, perche' leggerlo intero e' impresa difficile) in tutte le scuole italiane, perche' racconta l'essenza dell'Italia , di quello stato formatosi un po pe ...continua

    Un libro che dovrebbe essere citato (dico citato, perche' leggerlo intero e' impresa difficile) in tutte le scuole italiane, perche' racconta l'essenza dell'Italia , di quello stato formatosi un po per forza. E dove il vecchio si traveste da nuovo. Un bellissimo libro sulla saga della famiglia Uzeda, e sulla Sicilia, quella che non cambia mai, come nel Gattopardo.

    ha scritto il 

  • 5

    Lo confesso, se non ci fosse stata Silvia Cecchini di Liber Liber a leggermi questo mastodontico libro non ce l’avrei fatta a portarlo a termine, sicuramente non avrei superato la prima parte che è si ...continua

    Lo confesso, se non ci fosse stata Silvia Cecchini di Liber Liber a leggermi questo mastodontico libro non ce l’avrei fatta a portarlo a termine, sicuramente non avrei superato la prima parte che è sicuramente la più pesante e la più faticosa a livello mnemonico, per la grande quantità di personaggi da imparare a conoscere.

    In questo testo non si salva nessuno, ci mostra una società dove l’unico sano muore suicida; una sorta di Beautiful dell’800 in cui si fanno alleanze tra parenti serpenti, si decidono le sorti dei figli in base a regole dettate dall’interesse e tutta una serie di manovre letteralmente disgustose a livello umano. Attuale e lucido ci offre un inizio pesante e lento, poi maggiormente fruibile. De Roberto scrive un’opera meno coinvolgente emotivamente e più politicizzata di quelle del coevo ed amico Verga, ma di un enorme valore umano e storico. Dal punto di vista letterario ho trovato lo stile abbastanza scarno, dettagliato ma essenziale, apparentemente privo di partecipazione e di giudizio… che poi quando l’autore non da un giudizio esplicitamente emette sentenze ancor più efficaci.

    Leggere questi romanzi è demoralizzante, se hai un barlume di utopia, di speranza in un mondo migliore con I Viceré ci metti una pietra sopra. Qui si trova l’umanità nelle sue caratteristiche immutabili, c’è il passato, il presente ed il futuro.
    Continua su: https://lemieletturecommentate.wordpress.com/2016/04/27/i-vicere-di-federico-de-roberto/

    ha scritto il 

  • 4

    E' un ottimo libro che si inserisce nel filone del romanzo storico classico. Il suo unico difetto è l'eccessiva lentezza degli eventi, soprattutto nella prima metà; una lentezza tale che mi ha reso di ...continua

    E' un ottimo libro che si inserisce nel filone del romanzo storico classico. Il suo unico difetto è l'eccessiva lentezza degli eventi, soprattutto nella prima metà; una lentezza tale che mi ha reso difficile proseguire con la lettura. La mia tenacia è stata premiata nella seconda metà, quando le vicende della famiglia Uzeda smettono di essere fini a se stesse ma si intrecciano con gli eventi dell'unificazione d'Italia, mostrando le varie sfaccettature della nuova Italia unita e il modo in cui la società si è adattata.
    Nel complesso è un ottimo scorcio della Sicilia ottocentesca e non manca una linea comica data dallo zio Don Blasco, grasso e borbottone.

    ha scritto il 

  • 5

    “La supremazia non in una sola regione o sopra una sola casta ma in tutta la nazione e su tutti. Deputato, ministro, eccellenza, Presidente del consiglio! Viceré per davvero!”

    Arieccomi, un po’ malconcio ma ancora nel pieno delle mie facoltà letterarie (si fa per dire). Non ero partito per un giro del mondo (magari in 80 giorni), ma in maniera molto più prosaica ero lettera ...continua

    Arieccomi, un po’ malconcio ma ancora nel pieno delle mie facoltà letterarie (si fa per dire). Non ero partito per un giro del mondo (magari in 80 giorni), ma in maniera molto più prosaica ero letteralmente rimasto “intruppato” nella lettura del libro in questione, il mitico e sempre attualissimo “I Viceré”.
    Lettura tostissima e dai risvolti inaspettati, ma che al suo esordio, praticamente la prima buona metà, ha fatto balenare in me l’irrefrenabile desiderio - e sarebbe stata la prima volta - di abbandono del libro, accentuata da un’esclamazione sempre uguale alla chiusura quotidiana del grosso tomo: “Che palle ‘sti Viceré!”.
    Ma io, da autentica “capa tosta” che sono, ho continuato fino a cominciare ad intravedere l’immenso potenziale narrativo di quest’opera di De Roberto a cui il lungo prologo serve appunto per affilare la penna in attesa di tirare le stoccate decisive. La famiglia di questi famigerati Viceré, “una mala razza di predoni spagnoli, arricchiti con le ladrerie”, viene metaforizzata e portata quasi al ridicolo per rappresentare quella che è la migliore stirpe che ha sempre popolato questo paese: gli italiani; ieri come oggi, sempre gli stessi: opportunisti, voltagabbana e litigiosi.
    Passata la prima fase di disorientamento e avanzando nella lettura, si comincia a delineare, purtroppo, la vera tragedia contenuta in questo romanzo, che è l’incredibile ed assoluta modernità delle situazioni riportate, con tanto di convention elettorale di tipo berlusconiano con galoppini, faccendieri e quant’altro; come dire: questi sono gli italiani, questi erano e questi saranno per i posteri, il suo giudizio sui connazionali è drastico e soprattutto negativo, consegnando a noi ben poche speranze che questo tipo di italico andamento possa cambiare.
    De Roberto dedica tutta la struttura del romanzo a descrivere i vari modi che i Viceré impiegano per sopravvivere a loro stessi in una Italia appena unita e al centro di grossi cambiamenti, ma che pure è trattata marginalmente, come anche nel romanzo non c’è traccia di paesaggi visionari e metafisici oppure di echi profondi del verismo verghiano; il suo obiettivo sono gli italiani, in una lucida e spietata analisi che fa emergere quanto De Roberto avesse capito di questa strana compagine abitante la penisola e di cui evidentemente non aveva grossa stima.
    Questa tematica è caratterizzata molto bene in due personaggi del romanzo: il Don Blasco, frate “anomalo” sempre pronto a trinciare giudizi nei confronti dei componenti della famiglia di cui fa parte, ma soprattutto campione di adattamento, camaleontico e opportunista per quel che riguarda la sua sfera personale di benessere; e l’ultimo discendente dei Viceré, Consalvo Uzeda, che io considero il capolavoro di De Roberto. In Consalvo lo scrittore condensa tutta la storia degli Uzeda, offrendoci un esemplare di Viceré perfettamente integrato nel ruolo a cui i tempi lo obbligano, con un disincanto e una micidiale carica di cinismo, che lo portano a capire che il vero potere moderno sarà rappresentato dalla politica, che lascia assolutamente sconcertati, per quanto sembra di vedere all’opera uno di questi moderni politicanti, mezze cartucce, che appestano la nostra era.
    Durante la lettura ho dovuto fare ammenda con me stesso per il giudizio negativo che andavo formando su questo romanzo, è una lettura difficile, accompagnata da un inizio alquanto ostico, e si viene ripagati alla fine, quando tutto si disvela in quella che è la compiutezza del pensiero di questo scrittore, purtroppo ancora poco conosciuto, che non assurgerà mai alle prime pagine delle riviste letterarie per il semplice fatto di non aver parlato bene degli italiani, avendone capito e descritto la vera natura, in tutto e per tutto molto simile a quella di veri discendenti di Viceré…

    Qualche annotazione…

    “Vittorio Emanuele andava bene; l’annessione e la costituzione meglio ancora; ma rinunziare ai loro privilegi, fare d’ogni erba un fascio, questo era un po’ troppo!...”

    “A udirlo, la libertà, l’eguaglianza scritte nelle leggi erano ancora un mito: il popolo era stato cullato nell’opinione che le antiche barriere fossero state infrante; ma i privilegi esistevano sempre ed erano soltanto d’altra natura.”

    “Consalvo avanzava, pallidissimo, ringraziando appena con un cenno del capo, assordato, abbacinato, sgomentato dallo spettacolo. Dietro di lui, nuovi torrenti si riversavano nelle terrazze, nei portici, nell’arena, vincendo la resistenza dei primi occupanti; ma tuttavia migliaia di mani applaudivano, sventolavano fazzoletti e cappelli; le signore, in piedi sulle seggiole, salutavano coi ventagli e gli ombrellini, formavano gruppi pittoreschi sul fondo scuro della gran folla mascolina; e la ovazione si prolungava, le grida salivano ad acuti stridenti alle riprese della marcia, i battimani scrosciavano come una violenta grandinata sulle tegole.”

    “Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com’è, e com’è dobbiamo accettarlo. Del resto, se è vero che oggi non si sta molto bene, forse che prima si stava d’incanto?”

    ha scritto il 

  • 5

    Che dire di questo romanzo? Ho amato ogni sua pagina, sono stata conquistata dallo stile di De Roberto, dal suo sguardo ironico e cinico allo stesso tempo, dalla sua visione amara e disillusa della re ...continua

    Che dire di questo romanzo? Ho amato ogni sua pagina, sono stata conquistata dallo stile di De Roberto, dal suo sguardo ironico e cinico allo stesso tempo, dalla sua visione amara e disillusa della realtà, dalla sua capacità di orchestrare scene ampie dove la folla è la vera protagonista ( il primo capitolo con il funerale di donna Teresa e l'ultimo con il comizio di Consalvo) ma anche di concentrare lo sguardo su un singolo personaggio, di scandagliarne con precisione i pensieri e i sentimenti.

    Tutti gli Uzeda sono, a turno, protagonisti della scena e De Roberto ci dà la possibilità di conoscerli in profondità, tutti diversi ma in realtà tutti uguali, accomunati dal germe della follia che li rende monomaniaci ed egoisti, avidi e ostinati, in perenne lotta tra di loro. Non c'è un vero protagonista, ma il narratore, come fosse un abile regista, alterna vedute ampie e primi piani senza mai perdere di vista l'obiettivo, senza mai mancare di continuità o annoiare. E' scontato dire quanto le sue riflessioni sociali, politiche e storiche siano assolutamente moderne, e tante volte mi è capitato di leggere riflessioni che sembravano scritte oggi stesso, tanto bene si adattano alla realtà dei nostri tempi, ai fatti che viviamo oggigiorno. Probabilmente perché, come dice Consalvo nel suo ultimo memorabile discorso, "la storia è una monotona ripetizione."

    Insomma, è un classico che mi ha conquistato appieno e sorpreso per la sua modernità di temi e di linguaggio, ma mi ha anche sorpreso il fatto che sia così poco considerato nella nostra letteratura, a mala pena accennato nei manuali di scuola mentre meriterebbe, a mio modesto parere, un posto d'onore nell'olimpo delle nostre lettere.

    ha scritto il 

  • 2

    "I Pazzi" invece de "I Viceré" .. questo doveva essere il titolo!

    Questo romanzo storico è stato un parto plurigemellare! Un mese per leggerlo. Un mese di inquietudine insieme a tutte le disgrazie di questa famiglia. Gli Uzeda sono dei pazzi, degli egoisti e dei vol ...continua

    Questo romanzo storico è stato un parto plurigemellare! Un mese per leggerlo. Un mese di inquietudine insieme a tutte le disgrazie di questa famiglia. Gli Uzeda sono dei pazzi, degli egoisti e dei voltagabbana. Non vi è in tutte le 500 pg un personaggio positivo. Vi è una cattiveria in tutto il libro che ad un certo punto mi ha dato alla testa e mi ha annoiato. 200 pagine in meno e sarebbe stato molto più godibile. Uno stile di scrittura degno di nota ma è stato troppo.
    Il lettore viene catapultato in questa famiglia di botto e ne esce nello stesso modo, non ha un vero inizio e una vera fine,
    Odio tutti gli Uzeda e sarà che sono abituata ad avere sempre un personaggio per cui "tifo" in ogni libro che leggo, qui la mancanza l'ho sentita tantissimo e mi ha fatto scendere il giudizio.
    Lucrezia che mi piaceva abbastanza a metà libro mi ha disgustata; Raimondo scompare da metà libro e non si sa che fine abbia fatto; Matilde pensa alle corna e non hai figli; Chiara non ne parliamo; Don Blasco è l'unico pazzo serio; Teresa jr si è giocata l'amore della sua vita per adattarsi; Consalvo forse è l'unico che ha un cambiamento sensato ma è il primo ad ammettere che sono una razza di pazzi.
    Non è il mio genere, ahimé...

    ha scritto il 

  • 4

    "La storia è una monotona ripetizione"

    Dalla Sicilia feudale a quella parlamentare il cambiamento è solo nella forma.
    La storia dell'estesa famiglia Uzeda-nobile casata che discende dai Vicerè spagnoli- si dipana in tre generazioni.
    Una sp ...continua

    Dalla Sicilia feudale a quella parlamentare il cambiamento è solo nella forma.
    La storia dell'estesa famiglia Uzeda-nobile casata che discende dai Vicerè spagnoli- si dipana in tre generazioni.
    Una splendida lettura dove tanti personaggi e caratteri fanno procedere il racconto passandosi il testimone e prima poi tutti confermando tanto l'orgoglio per i nobili natali quanto cupidigia e rapacità nell'accaparrarsi "la roba".
    L'avvio è dato dalla morte della principessa Teresa Uzeda. Il suo testamento darà la piega agli avvenimenti successivi.
    Narrato con ironia e sarcasmo leggiamo della farsa risorgimentale che vede mascherare il vecchio potere nelle nuove forme della Repubblica; a ciò si mescolano le vicende di palazzo: matrimoni, nascite, litigi, morti...
    Magistrale!

    " «Le avranno forse detto che un’elezione adesso costa quattrini; ma si rammenti quel che dice il Mugnòs del Viceré Lopez Ximenes, che dovette offrire trentamila scudi al re Ferdinando per restare al proprio posto… e ci rimise i denari! In verità, aveva ragione Salomone quando diceva che non c’è niente di nuovo sotto il sole! Tutti si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al sistema elettorale perché i voti si comprano. Ma sa Vostra Eccellenza che cosa narra Svetonio, celebre scrittore dell’antichità? Narra che Augusto, nei giorni dei comizi, distribuiva mille sesterzi a testa alle tribú di cui faceva parte, perché non prendessero nulla dai candidati!…»

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Capolavoro, avrei voluto leggerlo tutto d'un fiato e invece per forze di causa maggiore mi è toccato sbocconcellarlo. La scrittura ottocentesca mi riconcilia con il mondo, e inoltre qui De Roberto sa ...continua

    Capolavoro, avrei voluto leggerlo tutto d'un fiato e invece per forze di causa maggiore mi è toccato sbocconcellarlo. La scrittura ottocentesca mi riconcilia con il mondo, e inoltre qui De Roberto sa usare di un'ironia eccezionale che rende la lettura a dir poco gustosa.
    Un classico verista è un libro due volte classico: doppia garanzia, per il lettore, di potersi affidare alle pagine per sentirsi raccontare esattamente quello che cercava.

    Nel momento in cui giunge la notizia della morte di Teresa Uzeda principessa di Francalanza, il lettore si trova nel cortile del palazzo e viene letteralmente investito da una ridda di nomi, don, marchesi, duchesse, contini, cugini, cognati, servitori, leccapiedi - altrimenti detti lavapiatti - e comparse di ogni genere. Partendo così dalle vicende della famiglia Uzeda negli anni '50 del XIX sec, si snodano tante storie siciliane, una dentro l'altra e una più antica dell'altra. Storie di nobili e di viceré, di liti tra rivali e liti tra fratelli, storie di eredità e di miseria, storie di antichi palazzi e conventi, storie di colera, di guerre e di amori. E ovviamente anche storie di opportunismi economici e politici che si inseriscono inesorabilmente nella storia dell'unità d'Italia. La linea temporale del racconto è discontinua, parte dalla metà degli anni '50 fino alle elezioni del 1882 con salti di un anno o due tra un episodio e l'altro.
    Se la storia di Filumena Marturano, nella trasposizione cinematografica è diventata "Matrimonio all'italiana", "I Viceré" potrebbe benissimo diventare "Famiglia all'italiana": tutti uniti nei particolari momenti di difficoltà e quando devono confrontarsi con soggetti o fattori esterni al nucleo familiare, ma sempre pronti a scannarsi tra loro per ottenere un vantaggio personale, per primeggiare o per seguire una convenienza del momento, dividendosi in due o più fazioni o più spesso in un tutti contro tutti, specialmente nei casi che riguardano eredità e testamenti.
    Senza una trama o un intreccio veri e propri, il racconto ruota infatti tutto intorno alle vicende relative al testamento della principessa defunta e alla divisione dei beni, e vi si fotografa la situazione e la evoluzione della famiglia e del contesto all'interno di cui essa si muove. L'unità d'Italia viene presentata dal punto di vista di una famiglia di nobili, quindi gente che si sa muovere bene per saltare sul carro del vincitore e raggiungere sempre i propri obiettivi, hanno in famiglia un deputato, un sindaco, un avvocato, una badessa e un priore, non restano esterrefatti di fronte alle novità introdotte con il nuovo regno, come invece accade ai poveracci, ad esempio come accade a Cecilia ne "Il mulino del Po" quando deve andare in comune per regolare gli affari relativi al matrimonio e al riconoscimento dei figli, una cosa che fino a pochi anni prima era esclusivo appannaggio della parrocchia.
    Esemplificativi e significativi sono i finali di ciascuna delle tre parti che compongono "I Viceré".
    Al termine della prima parte la famiglia ha finalmente un suo rappresentante al parlamento del nuovo regno: "E vedi lo zio come fa onore alla famiglia: quando c'erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il parlamento, lo zio è deputato!"
    Al termine della seconda parte, pur senza una frase emblematica, si fa più evidente lo sfacelo morale, economico e fisico della famiglia - caratteristica comune non più solo la cocciutaggine ma anche una certa forma incipiente di follia - che in nessun modo è disposta a cedere dalla sua posizione preminente. Questo disfacimento fisico, oltre che morale ed economico, viene osservato anche da Tomasi di Lampedusa quando parla di ragazze imbruttite a furia di matrimoni tra consanguinei.
    Al termine della terza e ultima parte, sono emblematici i due discorsi di Consalvo che si candida a deputato: uno con il quale egli si presenta al pubblico e agli elettori, e un altro, diametralmente opposto, con il quale egli si spiega e si giustifica delle proprie azioni, a sé stesso oltre che alla zia. E la conclusione da tutti già citata: "No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa".

    L'economia, la politica, l'opportunismo: il contesto è ottocentesco ma il nocciolo della questione presentata è estremamente attuale. Si apprende come, dalla notte dei tempi, le tradizioni e i meccanismi del feudalesimo entrino direttamente nella seconda metà del diciannovesimo secolo praticamente senza colpo ferire, questo grazie al latifondismo ma anche grazie ai meccanismi della Storia in sé, che cambia nella forma ma non nella sostanza. Anzi, direi proprio che si dimostra con estrema chiarezza il feudalesimo che si trasporta materialmente, armi e bagagli, nel ventesimo secolo. La frase che rende celebre 'Il Gattopardo', ossia che occorre che tutto cambi affinché tutto resti com'è, è già qui ben presente laddove Consalvo spiega che il mutamento, da un regime all'altro, da un partito all'altro, è più apparente che reale: "La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano […] ma la differenza è tutta esteriore. […] Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento." E d'altro canto, non si può negare che le teorie del giovane principe, il quale intende candidarsi come deputato, siano perfettamente (e tristemente) aderenti ed applicabili alla realtà di oggigiorno: "Egli sapeva che le dichiarazioni di democrazia non gli potevano nuocere presso gli elettori della sua casta, poiché questi non lo credevano sincero ed erano sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro; dall'altro canto sentiva che le accuse di aristocrazia non lo pregiudicavano molto presso la gran maggioranza di un popolo educato da secoli al rispetto ed all'ammirazione dei signori, quasi orgoglioso del loro fasto e della loro potenza."
    C'è una critica feroce e pessimistica al risorgimento, così feroce come oggi nessuno credo si permetterebbe di scriverne. Io stessa se qualche volta mi azzardo ad esprimere la mia opinione sull'inno d'Italia che non mi piace affatto, trovo immediatamente qualcuno pronto a replicare in maniera aggressiva. Figuriamoci cosa si farebbe a uno scrittore che si permettesse di dimostrare in maniera alquanto concreta che coloro i quali guadagnavano dal regime precedente, si sono agilmente riciclati in quello successivo all'unità di Italia, e questo senza avere particolari abilità o scaltrezze, anzi spesso contraddicendosi e cacciandosi nei guai, e tirandosene fuori sempre e solo con la forza del "lei non sa chi sono io".

    Il paragone con "Il Gattopardo" viene spontaneo in quanto le due storie sono ambientate nella stessa terra, negli stessi giorni, con protagonisti tra loro molto simili; ma qui per certi versi la storia viene raccontata al contrario: mentre il principe di Salina si riconosce stanco, ammette che la nobiltà di cui egli fa parte sta vivendo una decadenza sotto più punti di vista, e in un certo qual modo accetta di mandare avanti i personaggi come Sedara perché tutto possa cambiare affinché nulla cambi; invece qui gli Uzeda non sono affatto stanchi di trafficare e faticare per mantenersi sulla cresta dell'onda, non ammettono nessuna decadenza e non sono per nulla disposti a cedere un briciolo di quello che credono loro prerogativa a un Palmi o a un Giulente.
    Un protagonista che non compare ne "Il gattopardo" è l'epidemia di colera che a più ondate sospinge le genti a riparare nelle campagne.
    Apparentemente assenti in entrambi i romanzi le organizzazioni mafiose, che pure hanno radici lontane nei secoli e che a quell'epoca dovevano essere già organizzate parecchio bene.

    Quanto amo il romanzo ottocentesco. Questo "I Viceré" me lo sono gustato, per certi versi, quanto "Il mulino del Po". I due libri hanno lo stesso senso di grande epopea, lo stesso punto di fusione tra la Storia e le singole piccole storie. Qui, nello specifico, c'è una epopea tutta di eroi in negativo, non ci sono personaggi di cui innamorarsi come Lazzaro Scacerni, cui affezionarsi o per cui provare anche solo empatia: ogni membro della famiglia ha i suoi peculiari difetti che lo rendono odioso, ma sono di quei personaggi divertenti che si lasciano odiare proprio con passione e con l'interesse per sapere di più delle loro vicende. Le cinque stelle le riservo per i 'pezzi grossi', questo è uno di quelli.

    ha scritto il 

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