I Viceré

La Biblioteca di Repubblica - Ottocento, 42

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

4.2
(1897)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 672 | Formato: Cofanetto | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8889145420 | Isbn-13: 9788889145425 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Giorgio Patrizi

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , eBook , Copertina rigida , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
In questa perfetta macchina narrativa, costruita secondo i più rigorosi precetti del verismo, le vicende si inseguono, si intrecciano, si contrappongono per seguire atto dopo atto la saga famigliare degli Uzeda, aristocratica dinastia siciliana, travolta dai rivolgimenti che porteranno all’Unità d’Italia. Con un inedito senso della Storia, De Roberto, uno dei più grandi maestri dell’800 italiano, penetra fra gli intrighi, i ricatti, le meschinità che ogni membro della famiglia metterà in atto per conservare i propri privilegi di casta, svelando così le dinamiche e le follie del potere.
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  • 5

    Che dire di questo romanzo? Ho amato ogni sua pagina, sono stata conquistata dallo stile di De Roberto, dal suo sguardo ironico e cinico allo stesso tempo, dalla sua visione amara e disillusa della re ...continua

    Che dire di questo romanzo? Ho amato ogni sua pagina, sono stata conquistata dallo stile di De Roberto, dal suo sguardo ironico e cinico allo stesso tempo, dalla sua visione amara e disillusa della realtà, dalla sua capacità di orchestrare scene ampie dove la folla è la vera protagonista ( il primo capitolo con il funerale di donna Teresa e l'ultimo con il comizio di Consalvo) ma anche di concentrare lo sguardo su un singolo personaggio, di scandagliarne con precisione i pensieri e i sentimenti.

    Tutti gli Uzeda sono, a turno, protagonisti della scena e De Roberto ci dà la possibilità di conoscerli in profondità, tutti diversi ma in realtà tutti uguali, accomunati dal germe della follia che li rende monomaniaci ed egoisti, avidi e ostinati, in perenne lotta tra di loro. Non c'è un vero protagonista, ma il narratore, come fosse un abile regista, alterna vedute ampie e primi piani senza mai perdere di vista l'obiettivo, senza mai mancare di continuità o annoiare. E' scontato dire quanto le sue riflessioni sociali, politiche e storiche siano assolutamente moderne, e tante volte mi è capitato di leggere riflessioni che sembravano scritte oggi stesso, tanto bene si adattano alla realtà dei nostri tempi, ai fatti che viviamo oggigiorno. Probabilmente perché, come dice Consalvo nel suo ultimo memorabile discorso, "la storia è una monotona ripetizione."

    Insomma, è un classico che mi ha conquistato appieno e sorpreso per la sua modernità di temi e di linguaggio, ma mi ha anche sorpreso il fatto che sia così poco considerato nella nostra letteratura, a mala pena accennato nei manuali di scuola mentre meriterebbe, a mio modesto parere, un posto d'onore nell'olimpo delle nostre lettere.

    ha scritto il 

  • 2

    "I Pazzi" invece de "I Viceré" .. questo doveva essere il titolo!

    Questo romanzo storico è stato un parto plurigemellare! Un mese per leggerlo. Un mese di inquietudine insieme a tutte le disgrazie di questa famiglia. Gli Uzeda sono dei pazzi, degli egoisti e dei vol ...continua

    Questo romanzo storico è stato un parto plurigemellare! Un mese per leggerlo. Un mese di inquietudine insieme a tutte le disgrazie di questa famiglia. Gli Uzeda sono dei pazzi, degli egoisti e dei voltagabbana. Non vi è in tutte le 500 pg un personaggio positivo. Vi è una cattiveria in tutto il libro che ad un certo punto mi ha dato alla testa e mi ha annoiato. 200 pagine in meno e sarebbe stato molto più godibile. Uno stile di scrittura degno di nota ma è stato troppo.
    Il lettore viene catapultato in questa famiglia di botto e ne esce nello stesso modo, non ha un vero inizio e una vera fine,
    Odio tutti gli Uzeda e sarà che sono abituata ad avere sempre un personaggio per cui "tifo" in ogni libro che leggo, qui la mancanza l'ho sentita tantissimo e mi ha fatto scendere il giudizio.
    Lucrezia che mi piaceva abbastanza a metà libro mi ha disgustata; Raimondo scompare da metà libro e non si sa che fine abbia fatto; Matilde pensa alle corna e non hai figli; Chiara non ne parliamo; Don Blasco è l'unico pazzo serio; Teresa jr si è giocata l'amore della sua vita per adattarsi; Consalvo forse è l'unico che ha un cambiamento sensato ma è il primo ad ammettere che sono una razza di pazzi.
    Non è il mio genere, ahimé...

    ha scritto il 

  • 4

    "La storia è una monotona ripetizione"

    Dalla Sicilia feudale a quella parlamentare il cambiamento è solo nella forma.
    La storia dell'estesa famiglia Uzeda-nobile casata che discende dai Vicerè spagnoli- si dipana in tre generazioni.
    Una sp ...continua

    Dalla Sicilia feudale a quella parlamentare il cambiamento è solo nella forma.
    La storia dell'estesa famiglia Uzeda-nobile casata che discende dai Vicerè spagnoli- si dipana in tre generazioni.
    Una splendida lettura dove tanti personaggi e caratteri fanno procedere il racconto passandosi il testimone e prima poi tutti confermando tanto l'orgoglio per i nobili natali quanto cupidigia e rapacità nell'accaparrarsi "la roba".
    L'avvio è dato dalla morte della principessa Teresa Uzeda. Il suo testamento darà la piega agli avvenimenti successivi.
    Narrato con ironia e sarcasmo leggiamo della farsa risorgimentale che vede mascherare il vecchio potere nelle nuove forme della Repubblica; a ciò si mescolano le vicende di palazzo: matrimoni, nascite, litigi, morti...
    Magistrale!

    " «Le avranno forse detto che un’elezione adesso costa quattrini; ma si rammenti quel che dice il Mugnòs del Viceré Lopez Ximenes, che dovette offrire trentamila scudi al re Ferdinando per restare al proprio posto… e ci rimise i denari! In verità, aveva ragione Salomone quando diceva che non c’è niente di nuovo sotto il sole! Tutti si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al sistema elettorale perché i voti si comprano. Ma sa Vostra Eccellenza che cosa narra Svetonio, celebre scrittore dell’antichità? Narra che Augusto, nei giorni dei comizi, distribuiva mille sesterzi a testa alle tribú di cui faceva parte, perché non prendessero nulla dai candidati!…»

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Capolavoro, avrei voluto leggerlo tutto d'un fiato e invece per forze di causa maggiore mi è toccato sbocconcellarlo. La scrittura ottocentesca mi riconcilia con il mondo, e inoltre qui De Roberto sa ...continua

    Capolavoro, avrei voluto leggerlo tutto d'un fiato e invece per forze di causa maggiore mi è toccato sbocconcellarlo. La scrittura ottocentesca mi riconcilia con il mondo, e inoltre qui De Roberto sa usare di un'ironia eccezionale che rende la lettura a dir poco gustosa.
    Un classico verista è un libro due volte classico: doppia garanzia, per il lettore, di potersi affidare alle pagine per sentirsi raccontare esattamente quello che cercava.

    Nel momento in cui giunge la notizia della morte di Teresa Uzeda principessa di Francalanza, il lettore si trova nel cortile del palazzo e viene letteralmente investito da una ridda di nomi, don, marchesi, duchesse, contini, cugini, cognati, servitori, leccapiedi - altrimenti detti lavapiatti - e comparse di ogni genere. Partendo così dalle vicende della famiglia Uzeda negli anni '50 del XIX sec, si snodano tante storie siciliane, una dentro l'altra e una più antica dell'altra. Storie di nobili e di viceré, di liti tra rivali e liti tra fratelli, storie di eredità e di miseria, storie di antichi palazzi e conventi, storie di colera, di guerre e di amori. E ovviamente anche storie di opportunismi economici e politici che si inseriscono inesorabilmente nella storia dell'unità d'Italia. La linea temporale del racconto è discontinua, parte dalla metà degli anni '50 fino alle elezioni del 1882 con salti di un anno o due tra un episodio e l'altro.
    Se la storia di Filumena Marturano, nella trasposizione cinematografica è diventata "Matrimonio all'italiana", "I Viceré" potrebbe benissimo diventare "Famiglia all'italiana": tutti uniti nei particolari momenti di difficoltà e quando devono confrontarsi con soggetti o fattori esterni al nucleo familiare, ma sempre pronti a scannarsi tra loro per ottenere un vantaggio personale, per primeggiare o per seguire una convenienza del momento, dividendosi in due o più fazioni o più spesso in un tutti contro tutti, specialmente nei casi che riguardano eredità e testamenti.
    Senza una trama o un intreccio veri e propri, il racconto ruota infatti tutto intorno alle vicende relative al testamento della principessa defunta e alla divisione dei beni, e vi si fotografa la situazione e la evoluzione della famiglia e del contesto all'interno di cui essa si muove. L'unità d'Italia viene presentata dal punto di vista di una famiglia di nobili, quindi gente che si sa muovere bene per saltare sul carro del vincitore e raggiungere sempre i propri obiettivi, hanno in famiglia un deputato, un sindaco, un avvocato, una badessa e un priore, non restano esterrefatti di fronte alle novità introdotte con il nuovo regno, come invece accade ai poveracci, ad esempio come accade a Cecilia ne "Il mulino del Po" quando deve andare in comune per regolare gli affari relativi al matrimonio e al riconoscimento dei figli, una cosa che fino a pochi anni prima era esclusivo appannaggio della parrocchia.
    Esemplificativi e significativi sono i finali di ciascuna delle tre parti che compongono "I Viceré".
    Al termine della prima parte la famiglia ha finalmente un suo rappresentante al parlamento del nuovo regno: "E vedi lo zio come fa onore alla famiglia: quando c'erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il parlamento, lo zio è deputato!"
    Al termine della seconda parte, pur senza una frase emblematica, si fa più evidente lo sfacelo morale, economico e fisico della famiglia - caratteristica comune non più solo la cocciutaggine ma anche una certa forma incipiente di follia - che in nessun modo è disposta a cedere dalla sua posizione preminente. Questo disfacimento fisico, oltre che morale ed economico, viene osservato anche da Tomasi di Lampedusa quando parla di ragazze imbruttite a furia di matrimoni tra consanguinei.
    Al termine della terza e ultima parte, sono emblematici i due discorsi di Consalvo che si candida a deputato: uno con il quale egli si presenta al pubblico e agli elettori, e un altro, diametralmente opposto, con il quale egli si spiega e si giustifica delle proprie azioni, a sé stesso oltre che alla zia. E la conclusione da tutti già citata: "No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa".

    L'economia, la politica, l'opportunismo: il contesto è ottocentesco ma il nocciolo della questione presentata è estremamente attuale. Si apprende come, dalla notte dei tempi, le tradizioni e i meccanismi del feudalesimo entrino direttamente nella seconda metà del diciannovesimo secolo praticamente senza colpo ferire, questo grazie al latifondismo ma anche grazie ai meccanismi della Storia in sé, che cambia nella forma ma non nella sostanza. Anzi, direi proprio che si dimostra con estrema chiarezza il feudalesimo che si trasporta materialmente, armi e bagagli, nel ventesimo secolo. La frase che rende celebre 'Il Gattopardo', ossia che occorre che tutto cambi affinché tutto resti com'è, è già qui ben presente laddove Consalvo spiega che il mutamento, da un regime all'altro, da un partito all'altro, è più apparente che reale: "La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano […] ma la differenza è tutta esteriore. […] Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento." E d'altro canto, non si può negare che le teorie del giovane principe, il quale intende candidarsi come deputato, siano perfettamente (e tristemente) aderenti ed applicabili alla realtà di oggigiorno: "Egli sapeva che le dichiarazioni di democrazia non gli potevano nuocere presso gli elettori della sua casta, poiché questi non lo credevano sincero ed erano sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro; dall'altro canto sentiva che le accuse di aristocrazia non lo pregiudicavano molto presso la gran maggioranza di un popolo educato da secoli al rispetto ed all'ammirazione dei signori, quasi orgoglioso del loro fasto e della loro potenza."
    C'è una critica feroce e pessimistica al risorgimento, così feroce come oggi nessuno credo si permetterebbe di scriverne. Io stessa se qualche volta mi azzardo ad esprimere la mia opinione sull'inno d'Italia che non mi piace affatto, trovo immediatamente qualcuno pronto a replicare in maniera aggressiva. Figuriamoci cosa si farebbe a uno scrittore che si permettesse di dimostrare in maniera alquanto concreta che coloro i quali guadagnavano dal regime precedente, si sono agilmente riciclati in quello successivo all'unità di Italia, e questo senza avere particolari abilità o scaltrezze, anzi spesso contraddicendosi e cacciandosi nei guai, e tirandosene fuori sempre e solo con la forza del "lei non sa chi sono io".

    Il paragone con "Il Gattopardo" viene spontaneo in quanto le due storie sono ambientate nella stessa terra, negli stessi giorni, con protagonisti tra loro molto simili; ma qui per certi versi la storia viene raccontata al contrario: mentre il principe di Salina si riconosce stanco, ammette che la nobiltà di cui egli fa parte sta vivendo una decadenza sotto più punti di vista, e in un certo qual modo accetta di mandare avanti i personaggi come Sedara perché tutto possa cambiare affinché nulla cambi; invece qui gli Uzeda non sono affatto stanchi di trafficare e faticare per mantenersi sulla cresta dell'onda, non ammettono nessuna decadenza e non sono per nulla disposti a cedere un briciolo di quello che credono loro prerogativa a un Palmi o a un Giulente.
    Un protagonista che non compare ne "Il gattopardo" è l'epidemia di colera che a più ondate sospinge le genti a riparare nelle campagne.
    Apparentemente assenti in entrambi i romanzi le organizzazioni mafiose, che pure hanno radici lontane nei secoli e che a quell'epoca dovevano essere già organizzate parecchio bene.

    Quanto amo il romanzo ottocentesco. Questo "I Viceré" me lo sono gustato, per certi versi, quanto "Il mulino del Po". I due libri hanno lo stesso senso di grande epopea, lo stesso punto di fusione tra la Storia e le singole piccole storie. Qui, nello specifico, c'è una epopea tutta di eroi in negativo, non ci sono personaggi di cui innamorarsi come Lazzaro Scacerni, cui affezionarsi o per cui provare anche solo empatia: ogni membro della famiglia ha i suoi peculiari difetti che lo rendono odioso, ma sono di quei personaggi divertenti che si lasciano odiare proprio con passione e con l'interesse per sapere di più delle loro vicende. Le cinque stelle le riservo per i 'pezzi grossi', questo è uno di quelli.

    ha scritto il 

  • 5

    "Ah, razza putrida e schifosa! Ah, porco Viceré che la creasti!"

    Fin da quando egli era entrato in convento, non avendo più affari propri, la sua costante preoccupazione era stata di ficcare il naso in quello degli altri. (pag. 100)

    Ma don Blasco era fatto così, ch ...continua

    Fin da quando egli era entrato in convento, non avendo più affari propri, la sua costante preoccupazione era stata di ficcare il naso in quello degli altri. (pag. 100)

    Ma don Blasco era fatto così, che quando qualcuno gli dava ragione egli mutava opinione per dargli torto. (pag. 107)

    Chiara, infatti non era una bellezza, e la madre, dapprima per dissuaderla dal matrimonio, poi per indurla ad accettare quel partito, le ripeteva tutti i santi giorni: "Che non ti guardi allo specchio? Non vedi quanto sei brutta?Chi vuoi che ti pigli?...", ma Chiara, di rimando: "Nessuno, tanto meglio! Se Vostra Eccellenza non voleva maritarmi? Mi lasci stare in casa!...". (pag. 109)

    Sì, andarsene via... E ad un tratto ella comprese una cosa più terribile di tutte: che ciò era impossibile, perché ella lo amava. All'idea di non vederlo più, al pensiero di rompere quella cara e dolce comunione di anime, ella sentì lacerarsi il cuore. E poiché non più lampi interrotti, ma una luce cruda illuminava adesso il suo pensiero, ella riconobbe che non lo amava soltanto per la compagnia spirituale, ma tutto, anima e corpo, come prima, come sempre... (pag. 595)

    ha scritto il 

  • 5

    un classico? molto di più!

    Questo romanzo è stato a prender polvere sullo scaffale per dieci anni. Per qualche motivo, ho sempre pensato che fosse noioso e nel tempo i nuovi acquisti me lo hanno fatto lasciare da parte.
    Adesso ...continua

    Questo romanzo è stato a prender polvere sullo scaffale per dieci anni. Per qualche motivo, ho sempre pensato che fosse noioso e nel tempo i nuovi acquisti me lo hanno fatto lasciare da parte.
    Adesso che l'ho letto credo di poter capire perché questo libro sia tra i classici: è assolutamente incredibile! C'è tutto: storia d'Italia, uno sguardo sulla politica e sulla religione, il cambio generazionale della famiglia Uzeda. Gli Uzeda appartengono a quella che sta diventando la vecchia nobiltà, senza riuscire ad adattarsi al cambiamento che avviene nel paese.
    Tutto comincia dalla morte della vecchia madre e dalla lettura del testamento. Da quel momento si susseguono anni di intrighi, litigi, accuse, minacce, disgrazie, scelte sbagliate, azioni sconsiderate, tradimenti, amori, pentimenti, ripensamenti, pazzia. Gli Uzeda sono pazzi, gelosi ed egoisti.
    La narrazione è magnifica, con i focus su ognuno dei familiari e i quello che ognuno dice o viene a sapere degli altri.
    Un classico che merita davvero di essere definito tale.

    ha scritto il 

  • 5

    "Si dubita sempre delle cose più belle"

    Come spesso accade, soprattutto in Italia, il destino delle cose belle e importanti è pieno di avversità e ostacoli. I vicerè non sfugge a questa regola, surclassato nella diffusione scolastica dal pi ...continua

    Come spesso accade, soprattutto in Italia, il destino delle cose belle e importanti è pieno di avversità e ostacoli. I vicerè non sfugge a questa regola, surclassato nella diffusione scolastica dal più confortante "I promessi sposi" e chissà quanto la vena filocattolica di quest'ultimo non abbia avuto il suo peso, nonostante il libro di De Roberto sia considerato da molti l'unico grande romanzo ottocentesco italiano e in contrasto con il libro di Manzoni non risparmia una critica feroce alla Chiesa e al Risorgimento (due elementi che possono spiegare molte cose). Sicuramente la critica senza appello di Croce ha avuto la sua influenza avendolo definito "un'opera pesante che non illumina l'intelletto" ma se avrete l'ardire di superare i pregiudizi vi troverete fra le mani un grandissimo libro e sarete ampiamente ripagati.

    ha scritto il 

  • 4

    Enorme! Quasi quasi stavo soccombendo sotto la quantità di pagine di questo romanzo. E si che mi piacciono queste vicende di Beautiful familiari storici, tutti contro tutti, scandali e intrighi, ma ad ...continua

    Enorme! Quasi quasi stavo soccombendo sotto la quantità di pagine di questo romanzo. E si che mi piacciono queste vicende di Beautiful familiari storici, tutti contro tutti, scandali e intrighi, ma ad un certo punto i personaggi stavano cominciando a diventare delle maschere finte, anche se divertenti. E poi con l'ultima generazione i personaggi hanno ripreso anima: non nel senso di simpatici, ma vivi e reali. E la visione del mondo di Consalvo è freddamente lucida e attuale: fa un salto di un secolo e arriva dritta al nostro oggi.

    ha scritto il 

  • 5

    "NO, LA NOSTRA RAZZA NON E' DEGENERATA: E' SEMPRE LA STESSA." (Consalvo Uzeda)

    Il romanzo italiano più importante della letteratura italiana dopo "I promessi sposi", a detta di Sciascia: e possiamo credergli (nonostante il tabù imposto per decenni dal giudizio negativo di Croce ...continua

    Il romanzo italiano più importante della letteratura italiana dopo "I promessi sposi", a detta di Sciascia: e possiamo credergli (nonostante il tabù imposto per decenni dal giudizio negativo di Croce su De Roberto).
    La conclusione della molteplice vicenda della famiglia degli Uzeda sono le parole di Consalvo, l'uomo nuovo, che ha intrapreso la carriera politica nel neonato regno d'Italia.
    Queste parole riverberano di luce amara tutto il racconto e hanno lo stesso valore proverbiale ed epigrafico di quelle, citatissime, del "Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa.
    Dichiarano lo stesso trasformismo. La stessa palude dove il potere ristagna e da cui illude il mondo con i falsi bagliori della retorica politica. Cambiano i discorsi, la realtà rimane la stessa. Anzi: forse peggiora.
    Queste parole mostrano la delusione storica dello stesso De Roberto; la consapevolezza etica dell'impossibilità di conciliare l'ideale e il reale; il divario, sempre più ampio tra le buone intenzioni (di cui, si sa, l'inferno è lastricato) e le cattive opere (umane, umane, e ancora troppo umane).

    ha scritto il 

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