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I capolavori

By Cesare Pavese

(95)

| Softcover | 9788806191665

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Book Description

Questo volume riunisce i capolavori narrativi di Cesare Pavese. Testi che dipingono con straordinaria efficacia i temi più cari alla poetica di Pavese, dall'impegno politico al disagio esistenziale, dalla perdita dell'innocenza all'ineluttabile desti Continue

Questo volume riunisce i capolavori narrativi di Cesare Pavese. Testi che dipingono con straordinaria efficacia i temi più cari alla poetica di Pavese, dall'impegno politico al disagio esistenziale, dalla perdita dell'innocenza all'ineluttabile destino dell'uomo, rivelando allo stesso tempo la tormentata personalità artistica di uno degli scrittori che hanno segnato piu in profondità il Novecento.

4 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Paesi tuoi voto: 3 stelle
    Il carcere voto: 4 stelle
    La casa in collina voto: 5 stelle
    Il diavolo sulle colline voto: 5 stelle
    Tra donne sole voto: 5 stelle
    La luna e i falò voto: 4 stelle

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    Sweetheartdrunk said on Mar 25, 2012 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    Cesare Pavese, editorialmente parlando, mi ha sempre incuriosito parecchio: non si può che lodare il suo lavoro di traduzione e diffusione dei fondamentali della letteratura statunitense. E' anche interessante notare come la sua carriera di traduttor ...(continue)

    Cesare Pavese, editorialmente parlando, mi ha sempre incuriosito parecchio: non si può che lodare il suo lavoro di traduzione e diffusione dei fondamentali della letteratura statunitense. E' anche interessante notare come la sua carriera di traduttore e quella di romanziere creino un fecondo corto circuito nella sua prosa.

    PAESI TUOI: Berto, meccanico torinese andato in malora, uscito dal gabbio si vede costretto a seguire il suo compagno di cella Talino, di cui non ha poi questa grande stima, che gli propone di lavorare nel podere paterno in occasione della mietitura.
    In una torrida estate in campagna Berto si accorgerà che Talino non è tanto babbo di minchia quanto credeva lui, con conseguenze drammatiche che però non possono spezzare più di tanto il ciclo della vita agreste, da cui si vede costretto a chiamarsi fuori con le ossa rotte (sia in senso figurato che reale ché si sa che la vita nei campi l'è dura).
    Un bell'anti-idillio agreste costellato da immagini potenti, di quelle che ti trasmettono il torridume marcescente che aleggia nelle campagne estive.

    IL DIAVOLO SULLE COLLINE: Sempre buona la prosa di Pavese, ma questo è un esempio di romanzo che è invecchiato davvero male. Storia di tre bravi guaglioni universitari che si trovano invischiati nella vita di un altro giovane, ricco e debosciato, dedito ai festini con la cocaina (additittura! mettete a letto i bambini) e ad uno strano rapporto sia con la moglie (che flirta pure con uno dei tre giovani, la scostumata. ve l'avevo detto di mettere a nanna gli infanti) che con l'amante, tesi a soddisfare - ma nenache troppo - le sue tendenze nichiliste.

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    Lorenz said on Jan 10, 2012 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    stiamo parlando dei capolavori... (9-)

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    gigi said on Nov 10, 2010 | 1 feedback

  • 6 people find this helpful

    *** This comment contains spoilers! ***

    "All the lonely people, where do they all belong?"

    Una raccolta di racconti/romanzi unica che mette al centro la figura dell'escluso: tutti i protagonisti di queste storie, isolati e solitari come sono, somigliano, malinconicamente, al loro autore. Il solo legame autentico e senza inganni che sono in ...(continue)

    Una raccolta di racconti/romanzi unica che mette al centro la figura dell'escluso: tutti i protagonisti di queste storie, isolati e solitari come sono, somigliano, malinconicamente, al loro autore. Il solo legame autentico e senza inganni che sono in grado di stabilire è quello con la propria terra e, forse, con le bestie, non certo quello con le persone o con il periodo storico che stanno vivendo.
    Tutti loro sono prigionieri, proprio come Pavese, della peculiarità fuori dal coro dei loro pensieri e delle loro voci: voci che sembrano salire al cielo in un flusso unitario e potente. In essi, però, l'autore sembra proiettare anche il sogno di una forza speciale che a lui mancò, e che è la forza di riuscire a stare soli e a non lasciarsi ammazzare da questa solitudine.
    Pavese pagò questa sua ostinazione all'isolamento (che è certamente anche un fatto di natura) e a noi restano soltanto questi splendidi racconti, pieni di paure e, paradossalmente, di speranza.

    "La casa in collina" *****
    Straordinario Pavese. Straordinario soprattutto per la coraggiosa onestà con la quale confessa, attraverso un personaggio che è suo alter-ego, la propria codardia di pensatore che fugge dalla battaglia e che, anzi, preferisce guardare la lotta da un punto protetto, privilegiato (esemplare, in questo senso, una delle ultime scene del libro, nella quale il protagonista reagisce fuggendo ad una pioggia di proiettili che pare quasi una piccola apocalisse); incredibilmente impavido il Pavese autore di questo romanzo: lui che come uomo non riuscì a sopportare la vita, riesce magistralmente in questa narrazione in prima persona, che si compie attraverso l'innesto dei suoi occhi, benedetti da uno sguardo insieme sommesso e lucido, nella testa di Corrado, ombra insinuante ed impenetrabile, personaggio quasi paradigmatico a causa della propria aerea inconsistenza ma potente quanto una parola usata a proposito.
    "La casa in collina" è, in fondo, niente altro che lo splendido racconto del mondo e della guerra dal punto di vista di un vigliacco buono e placido; questo romanzo è la cronaca di un orrore per bocca di un uomo che, seppur dotato d'una mente da intellettuale o forse proprio per questa ragione, cede in parte al peccato dell'ignavia, fuggendo quando teme che possano prenderlo, pur sapendo, forse, che nessuno verrà mai a prendere davvero lui dal momento che egli, per scelta, non ha nulla a che fare con la guerra. E, almeno nei primi tempi, la guerra (una guerra che si trascina e sembra non finire mai) concede quasi un ritorno all'infanzia: gli impulsi vigorosi e sorprendentemente responsabili di Dino, l'innocenza delle chiacchere dei partigiani, i quali, certamente non a caso, sono tutti ragazzi, la bellezza fresca ed ingenua della Cate, sono tutti diritti di questa gioventù incosciente e rabbiosa che è stata, allora, la salvezza dell'Italia. La guerra è dei giovani, fatta dai giovani, e il protagonista, ormai quasi vecchio, si sente (allo stesso modo di tutta quella gente che pensa alla guerra come ad una baruffa tra ragazzi) escluso per sempre dal mondo segreto di quegli impulsi generosi, solidali, che hanno invece animato la Resistenza italiana. Egli si limita, come in una "Divina commedia" più rurale e più sporca, ad un viaggio simbolico/metaforico attraverso i luoghi della sua infanzia, oramai corrotti e sfigurati dalla violenza, dal tempo ma che egli ritrova con gioia intatta; a guastargli appena la piacevolezza della vitalità scoperta dopo una vita di apatia, il peso della sua vigliaccheria, colpa enorme che però egli espia riflettendo in modo assolutamente lungimirante, commovente, potente, sul significato e la dignità negata di tutti quei morti che le guerre si lasciano dietro, dando loro la pace.

    "La luna e i falò" ****
    "La luna e i falò" è come un prestigio e possiede il fascino nebuloso delle figure proiettate dalle lanterne magiche sulle pareti di una stanza grande quanto il mondo; romanzo-celebrazione di qualcosa che è morto, sembra vivere esclusivamente del nutrimento che possono offrirgli echi esausti e nostalgici di ricordi passati in una ricostruzione corale alla quale tutti contribuiscono: il protagonista con i propri monologhi interiori e gli altri personaggi con il racconto.
    Il presente non esiste quasi, cancellato dall'imponenza regale di un tempo lontano, foriero di sensazioni forti e di un piacere che si rinnova, intenso, ad ogni rievocazione di quei misteri che non si vogliono ancora rivelare completamente per paura che possano perdere anche solo una piccola parte del potere seduttivo. La storia è ancora quella di un giovane straniero, che è qui doppiamente straniero: estraneo alla sua gente ed alla sua famiglia in quanto figlio di nessuno (trovatello accolto in casa non sull'onda di sentimenti compassionevoli o solidali ma per poter contare su un altro paio di braccia per il lavoro) e xenos italiano nella grande America (legato da un sentimento di appartenenza forse soltanto alla sua terra); straniero alla partenza, straniero persino al ritorno quando scopre che la posizione acquisita non gli basta per farsi amare.
    E ancora una volta Pavese sembra recuperare i temi a lui cari attraverso una riflessione sulla spietatezza della vita, sulla necessità della morte che altro non può essere se non degradazione, perdita di bellezza, di innocenza, di dignità: la famiglia si disgrega per effetto della follia, la grazia si trova sfigurata dalla malattia, la vitalità dalla morte; e anche l'evento che chiude il racconto è paradigmatico di questo sentimento di decadenza: della purezza puerile incarnata dalla Santina, che il protagonista ha conosciuta bimbetta e che non vedrà mai adulta, non resterà altro che sterile cenere grigia, prodotto mesto di un fuoco purificatore. Oramai persino la catena di struggimenti dovuti alle invalicabili distinzioni sociali (l'invidia capricciosa e rabbiosa del protagonista davanti all'inacessibilità del mondo di Silvia ed Irene; l'insofferenza lacrimosa di Silvia ed Irene per il mancato invito ad un'occasione mondana) non ha più alcuna importanza.
    Del piccolo e placido mondo antico di una volta, delle feste di paese che erano dominio di una gioventù vitale e allegra, dell'amore, dei corteggiamenti arditi, condotti con le dita sui tasti di un pianoforte, dei pizzi e dei trini, non rimane più niente all'infuori di quello che si cerca di far rivivere per mezzo del ricordo.

    "Il diavolo sulle colline" ****
    Il diavolo, emblema di seduzione, di sensualità esasperata, folle e cattiva, connesso da sempre all'idea di una perversione peccaminosa, ha per Pavese i colori e la mollezza dolce dell'ozio campestre. Perché se i delitti, i suicidi si sposano meglio con la città, con le solitudini dei freddi palazzi di cemento e delle impersonali stanze d'albergo, è nei prati che l'educazione, lo svezzamento come passaggio dall'infanzia all'età adulta, si prestano meglio ad essere compiuti, quasi che il contatto con la terra fosse parte fondamentale di questo ancestrale rito di iniziazione.
    Tra le colline, quindi, dove un mare di viti si scompone per poi ricomporsi sotto l'incantesimo del vento, dove si prova piacere, e appena un piccolo moto vergognoso, a spogliarsi nudi per annerire la pelle, sui greti dei torrenti, il diavolo (che forse si identifica per i tre amici con il desiderio d'essere già adulti, onde poi ritrarsi impauriti e volgere altrove il viso nel momento in cui la crescita si manifesta in tutta la sua orribile durezza) è ovunque, mal dissimulato, seducente; è soprattutto nell'amore fatto per gioco, con la spregiudicatezza delle ragazze viziate dagli agi e, che, sebbene adultero, ha la durata leggera di pochi giorni, forse di un'estate, e perciò pesa poco. Ancora una volta, comunque, sono le donne che, nell'ottica di Pavese, reggono il mondo: i tempi dell'universo bucolico in cui i tre protagonisti gravitano (Pieretto, Oreste ed il narratore), quasi intrappolati con una certa insofferenza elettrizzante in una gabbia di menzogne e tradimenti, sono scanditi dalla figura indecifrabile di Gabriella. Lei e Poli conoscono il mondo, e le sue brutture, sono giovani ma smaliziati, iniziati già dai primi anni di vita a quei misteri sporchi (il sesso, la droga, l'ebbrezza stordita, un poco dolce ma subdola dell'alcool) che altri conoscono tardi, o non conosceranno mai, ma è lei, probabilmente, tra i due, il vero diavolo, mentre egli, incosciente e puro nonostante un'esistenza peccaminosa che l'ha pervertito e marcito fino al midollo (ma a vivere così non ci accorge nemmeno che è peccato; se quella è la norma, deviato appare un comportamento morale), è buffo e degno di compassione quanto il povero Behemot di Bulgakov. Eppure il male non è un'intenzione bensì un accidente, Paradiso ed Inferno non esistono o meglio sono facce di un solo mistero che non si riesce né a cogliere né a decifrare perché lo si sta vivendo: l'aritificialità delicata, pulita delle feste in campagna, quando vengono gli "amici", è il paradiso (anche soltanto come tregua dal sé, troppo cerebrale o troppo vuoto) della distrazione mondana; eppure basta un nonnulla per tramutarlo in inferno mediante la tentazione di piaceri a cui ci abbandona meccanicamente oramai poiché non rappresentano più trasgessione quanto piuttosto abitudine.
    Ambientazione e sensazioni (tra le quali frustrazione, spossatezza, vitalità maldirezionata, naïveté) fanno riconoscere come "Il diavolo sulle colline" fratello, privilegiato, di "Con gli occhi chiusi" di Tozzi. I personaggi sono interessanti, su tutti il filosofo mistico ed irriverente Pieretto. Il narratore è, allo stesso modo di tutti gli altri protagonisti pavesiani, un escluso. Veloce.

    "Paesi tuoi" ***
    Romanzo breve tra i primi di Pavese, "Paesi tuoi" mostra già, dietro l'apparente semplicità della struttura narrativa e nonostante la sua indubbia brevità, il carattere disperatamente contraddittorio, quasi anarchico e certamente combattuto di questo grandissimo autore.
    La storia, quella di un carcerato che esce di prigione e si fa persuadere, dal compagno di cella, ad accettare di lavorare per il padre di quest'ultimo come macchinista, ripropone, caricandola di una nuova e profondissima angoscia, il rapporto contrastato tra città e campagna. Il protagonista, infatti, torinese astuto e amante di piaceri semplici, si troverà, d'un tratto, come precipitato dentro una morsa affascinante e letale, simile, ai suoi occhi, ad una commedia allestita da un autore invisibile e recitata da attori certamente bravi ma ferocemente brutali, dotati di una certa dose di furbizia cattiva. Egli, ingannato ed ingannatosi sulla semplicità bonaria e un po' sciocca della gente di campagna, si troverà ad assistere alla costruzione di un muro di schifosa omertà familiare che, fatalmente indistruttibile, finirà per ingaggiare con il suo istinto di giustizia, ingenuo e semplice, una lotta spietata. Il muro, che è la famiglia, soffocante, passivo nonché muto, nel suo esigere quasi ed accettare un sacrificio bestiale, si confà semplicemente alle inesorabili leggi del ciclo della vita, della natura. A fare da sfondo al romanzo, a cui lo sbigottimento smarrito del protagonista conferisce un sapore al confine tra sogno ed incubo, paradigmaticamente e ancora una volta, è il territorio delle Langhe, matrigno, con le sue colline simbolicamente accostate a dei seni di donna. Il libro, in conclusione, avversato dal regime fascista per il suo carattere fortemente insinuante (l'istituzione familiare rappresentata da Pavese si discosta enormemente dal luogo "morale" idilliaco, celebrato dal regime; allo stesso modo la rappresentazione del mondo contadino offerta dall'autore non è affatto in linea con quella propagandata dal "governo"), brutale (si narra di incesti e d'un fratricidio) e vitale (nel suo contatto naif con l'ambiente naturale) insieme, è un piccolo capolavoro, costruito sugli elementi tipici della struggente poetica pavesiana.

    "Il carcere" ***
    L'ambientazione marittima è potente, inondata di luce accieca e spossa, in un'analogia inevitabile con l'atmosfera de "Lo straniero" camusiano; anche qui la narrazione si fa morbosa, pesante, indugia su piccole sensazioni di piacere (un piacere prettamente fisico, connesso all'atto sessuale sul quale Pavese, con l'usuale raffinatezza che lo contraddistingue, non indugia in alcun modo. Ci sono corpi imperlati di sudore che si sommano, palpebre serrate e respiri leggeri, nel buio pudico e segreto di una stanza in affitto; ci sono sogni di passioni destinate a restare virtuali per donne che paiono capre e, selvatiche, camminano scalze) e di oppressione.
    L'incipit è folgorante, preciso e potente poiché proietta già il lettore nel mezzo della storia; le riflessioni sui confini della libertà umana presenti già nella prima pagina, in effetti, esauriscono quasi tutto il senso di questo breve romanzo dal sapore autobiografico. Qui esse sono compenetrate nella vicenda narrata che è quella di un uomo, chiamato l'"ingegnere", costretto al confino in una piccola località marittima. Anche qui, come in "Paesi tuoi", il protagonista è un eterno escluso, estraneo alle dinamiche del paese scivola sulla superficie impentrabile ed elastica costruita dalla gente, zotica e selvaggia, che lo ingloba senza mai integrarlo completamente. Romanzo costruito sui tempi ed i sentimenti dell'attesa, "Il carcere" è un intimo percorso di maturazione che seduce senza convincere pienamente.

    "Tra donne sole" *****
    Celebrazione, commemorazione ed epigrafe della figura femminile di un tempo, "Tra donne sole" è un'opera di incredibile lucidità. In essa Pavese racconta l'estetismo pulito dei salotti torinesi, frequentati da figure bizzarre, donne che agiscono come uomini su tutti, nonché artisti che, ignorando il piacere vitale e creativo della genesi di un'opera, si perdono invece a celebrare tristi funzioni per qualcosa che è morto. Insofferenti, portatrici di una fragilità malinconica che dissimulano con difficoltà, le donne di Pavese sono libere (qui hanno la libertà che il denaro concede loro o, nel caso della protagonista/narratrice, quella che le dà l'attività lavorativa di donna indipendente): esse, "animali razionali" come l'autore lo stesso autore le definì, reggono il piccolo mondo in cui vivono tra le mani dalle unghie curate. Con questo breve romanzo Pavese dimostra di avere assimilato la lezione di Hemingway; la chirugia di una prosa costruita su frasi breve e dialoghi a freccia, pungenti ed insinuanti, richiama quella del celebre scrittore americano: come non riconoscere poi nella figura di Momina un eco della Brett di "Fiesta"? In un altro senso, però, il racconto ha anche una dimensione di inquietante preveggenza; nel personaggio silenzioso e perennemente imbronciato di Rosetta, Pavese proietta quei tragici ed incancellabili sogni di morte, che lo perseguitano da tutta una vita. Il rituale di suicidio della ragazza è costruito con una sensbilità delicata, pulita allo stesso modo di un'opera d'arte (Rosetta è la sola artista autentica di tutto il libro), così come lo sarà quello dell'autore, anche se la morte nella realtà non potrà mai eguagliare in poesia quella letteraria. Ella, però, come lui, nello sguardo grigio, affossato, dolcemente triste, non sa trovare una ragione al proprio gesto: c'è soltanto un desiderio ossessivo d'evasione e la volontà di non aspettare oltre, di scegliere il modo più rapido per fuggire.
    Un romanzo sulle donne, di donne, quindi, questo spettacolare palcoscenico tra passato e presente, commedia e tragedia, dove la protagonista, simile ad una paldina o ad una dea benevola, s'insinua in un microcosmo di tiranne e schiavi, compiangendo, divenendo vittima anch'essa ma senza cognizione; gli uomini non hanno parte nella storia se non quella di porci patetici, e non potrebbe essere altrimenti in un'atmosfera violentemente saffica, perversa quasi, ma con raffinatezza piena di stile. Anche Torino, ammaliatrice, è come una donna che cambia per adattarsi ai cambiamenti imposti dallo scorrere del tempo; da prostituta giocosa ed inebriata, a maitresse sfatta ma avvolta in una autorevole austerità. Triste come una lenta eutanasia dei sentimenti.

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    alice said on May 17, 2010 | 3 feedbacks

Book Details

  • Rating:
    (95)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
  • Softcover 687 Pages
  • ISBN-10: 8806191667
  • ISBN-13: 9788806191665
  • Publisher: Einaudi (ET Biblioteca, 38)
  • Publish date: 2008-01-01
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