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I compagni sconosciuti

Di

Editore: Einaudi

3.8
(44)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 105 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806166883 | Isbn-13: 9788806166885 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 5

    Non capirsi, cercarsi e trovarsi. Un momento storico difficile da raccontare che lucentini sa dipingere con poche efficaci pennellate. Una lettura veloce e meravigliosa.

    ha scritto il 

  • 3

    Tre stellette alla memoria

    Ho letto che fu pubblicato nel ’51, nel primo dopoguerra.
    Deve avere un po’ frastornato quest’esercizio di stile, rivolto più all’entourage “intellettuale che ai lettori! Fin quasi alla fine del racconto, ho pensato che fosse un incubo del protagonista, che riviveva ciò che aveva realmente ...continua

    Ho letto che fu pubblicato nel ’51, nel primo dopoguerra.
    Deve avere un po’ frastornato quest’esercizio di stile, rivolto più all’entourage “intellettuale che ai lettori! Fin quasi alla fine del racconto, ho pensato che fosse un incubo del protagonista, che riviveva ciò che aveva realmente passato nella Vienna bombardata e occupata, in cui si mescolavano il russo, il tedesco, il polacco in un esperanto approssimativo. Un vivere l’alienazione della torre di Babele.
    E invece no! E’ tutto vero. Vorrebbe essere un inno alla solidarietà tra i popoli dopo la catastrofe, la dimostrazione che nonostante il muro delle lingue, se si vuole e ci si mette il cuore, ci si capisce eccome! Sarà anche vero, anzi è sicuramente vero ma solo se ci si trova in quello stato necessità. Perché quando si vuole trasmettere questo messaggio ad un lettore fuori da quel contesto, allora sì che è questi a rimanere estraniato a chiedersi che vor dì. Perché non si tratta solo di curare una gamba in cancrena di un sifilitico o di salvare un disgraziato che vuole buttarsi giù da un ponte, che sarebbero bastati Florence Nightingale e un passante lappone, ma si racconta di amicizie e di corrispondenze di amorosi sensi, tutte cose bellissime ma altamente improbabili se si fossero svolte così come Lucentini ce le racconta. Perché al di là del linguaggio verbale è nota la fondamentale importanza di quello corporeo dei gesti, degli sguardi e della mimica facciale che lo scrittore si guarda bene dal comunicarci.

    ha scritto il 

  • 4

    Frammento di viaggio al termine della notte. Sorprendente pur nella personale desuetudine degli ultimi tempi ad una scrittura "neorealista" e ad un racconto che non vuole dire una Storia ma solo raccogliere schegge di intima disperazione.

    ha scritto il 

  • 5

    Spesso il male di vivere ho incontrato

    Che scrittore, Lucentini! Con poco riesce a tratteggiare un'epoca e qui, soprattutto, sempre con poco dispiega pian piano un'angoscia (che da "grande", in seguito, quasi ripudierà), un male di vivere che in tante forme e gradazioni tutti hanno più o meno conosciuto dai venti ai trent'anni. Ma mai ...continua

    Che scrittore, Lucentini! Con poco riesce a tratteggiare un'epoca e qui, soprattutto, sempre con poco dispiega pian piano un'angoscia (che da "grande", in seguito, quasi ripudierà), un male di vivere che in tante forme e gradazioni tutti hanno più o meno conosciuto dai venti ai trent'anni. Ma mai saputo descriverla con tanta potente delicatezza e ineluttabilità.

    ha scritto il 

  • 3

    2007

    Non sono in grado di giudicarne l’impatto innovativo. E’ sicuramente scarno, essenziale, senza vie traverse che allontanino il protagonista dal suicidio.
    Uno, dalla vita ai margini, un po’ perché vive di contrabbando in una Vienna dopoguerra multilingue e multi profuga, e un po’ perché ma ...continua

    Non sono in grado di giudicarne l’impatto innovativo. E’ sicuramente scarno, essenziale, senza vie traverse che allontanino il protagonista dal suicidio.
    Uno, dalla vita ai margini, un po’ perché vive di contrabbando in una Vienna dopoguerra multilingue e multi profuga, e un po’ perché malato di sifilide (?) ferito da una fucilata che non guarisce mai, abbandonato da una che non si sa, decide di morire. “””Averci la salute, e uno se ne sbatte i coglioni di tutto il resto. Però, se uno si ricorda bene, anche quando uno ci aveva la salute, era lo stesso””” Qualcuno, anime buone, cerca di dargli affetto e calore umano ma l’idea fissa è quella e uno, se ce l’ha, non rinuncia, anzi i rapporti umani, proprio perché tali, fanno soffrire di più.
    “””Ma come torna indietro, uno, per queste strade che uno non conosce?”” Non si può.
    Lo vedrei bene in un adattamento teatrale …..
    Ricca la postfazione.
    Se vi dà fastidio la presenza di dialoghi in più lingue (tedesco, polacco, russo) lasciate perdere. Anche se proprio questo è uno dei motivi che induce un effetto di alienazione.

    ha scritto il 

  • 4

    Franco Lucentini, romano (1920-2002), dopo il carcere per antifascismo giovanile, fece una sua strana bohème che lo condusse a Vienna e a Praga invece che a Parigi, dove arrivò nel 1952 e dove (lo racconta Carlo Fruttero in "Mutandine di chiffon") si sostentava con un'eccentrica dieta di cioccola ...continua

    Franco Lucentini, romano (1920-2002), dopo il carcere per antifascismo giovanile, fece una sua strana bohème che lo condusse a Vienna e a Praga invece che a Parigi, dove arrivò nel 1952 e dove (lo racconta Carlo Fruttero in "Mutandine di chiffon") si sostentava con un'eccentrica dieta di cioccolato e uova e campava di quadri e traduzioni. Vienna gli ha ispirato questo racconto composto nel 1949 e pubblicato nel 1952 (inaugurò la collana einaudiana di Vittorini "I gettoni"). Franco, uno sbandato forse coinvolto in affari di piccolo contrabbando (in un incidente al confine gli hanno sparato a una gamba, la ferita non si rimargina a causa di una malattia che forse è la sifilide), vive nel settore sovietico di Vienna, a casa di una vedova ceca che vende giornali allo Schotten-Ring. In preda allo sconforto, tenta di buttarsi da un ponte ma è salvato dal soldato sovietico Dagnìl, che lo porta in una baracca dove vive con Maniuscia, una polacca scampata al lager, e con il suo bambino. Il tepore di quella solidarietà e di quella bontà semplice per qualche tempo lo portano a riconsiderare la possibilità di vivere. Ma l'estraneità lo riassale e, dopo un picnic alla Gloriette, si congeda dai suoi "compagni sconosciuti" per avviarsi verso il fiume, verso un epilogo che non è detto. L'angoscia del Nulla, l'orrore-attrazione per il Vuoto. Una Vienna livida, da "Il terzo uomo", ma riscaldata dalla qui inutile "banalità del bene". Un racconto alieno nell'Italia di quegli anni che voltava le spalle alle rovine della guerra (ma c'era "Germania anno zero" di Rossellini). Un racconto mistilingue: i dialoghi sono in tedesco, ceco, polacco, russo. Franco è l'extracomunitario in un mondo di profughi. Una precarietà esistenziale che è anche metafora. "E alla fine approderemo all'amore, ma come profughi", cantava Leonard Cohen.

    ha scritto il 

  • 1

    Cocente delusione: qualche domanda a chi ha apprezzato questo racconto

    "Il protagonista ha scoperto che i rapporti umani fanno soffrire. E più sono dolci, affettuosi, semplici, giusti, più - qui sta la tragedia - fanno soffrire"


    Comperato sull'onda dell'entusiasmo dopo aver letto questa frase che è e resta maestosa nel suo essere la lucida conquista di un gr ...continua

    "Il protagonista ha scoperto che i rapporti umani fanno soffrire. E più sono dolci, affettuosi, semplici, giusti, più - qui sta la tragedia - fanno soffrire"

    Comperato sull'onda dell'entusiasmo dopo aver letto questa frase che è e resta maestosa nel suo essere la lucida conquista di un grumo di verità e disperazione. Houellebecqiana mezzo secolo prima. L'altra ingenuità che ho commesso è stata supporre che qualche traccia dell'estro narrativo, perlomeno della scorrevolezza dei bestseller in coppia con Fruttero si rivelasse in nuce già in questa prova. Se avessi dato retta anche alle successive tre-quattro frasi della quarta di copertina, avrei compreso che avevo a che fare con un'opera di avanguardia (per il 1951) e che la voce del narratore "è pronta a esprimersi in ceco, in tedesco, in russo, in polacco": due cose che avrebbero dovuto mettermi in guardia. Per rassicurare il lettore - comune mortale e non poliglotta - io curatore avrei puntualizzato che l'idioma prevalente è l'italiano...

    La prima domanda è: perchè tediare il lettore con dialoghi - di per sè scarni ed elementari - fatti da intere frasi in lingua straniera, che poi evidentemente, due volte su tre, devono essere seguiti dalla traduzione? D'accordo siamo nella Vienna postbellica, il protagonista è italiano, lo smarrimento, il disfacimento, la povertà e tutto quanto ne consegue; ma io lettore, una volta reso edotto del contesto, me la posso anche immaginare la barriera linguistica che c'è fra i dialoganti! E' lecito chiedere alla narrativa di NON essere pedissequa, vischiosa e iperreale come un'intercettazione telefonica?

    La seconda domanda riguarda la portata rivoluzionaria dell'uso della terza persona da parte del soggetto: "il protagonista dei Compagni sconosciuti allude a se stesso con il pronome indefinito uno" si legge nell'introduzione. Ciascuno di noi lo fa nel parlare corrente, il che non vuol dir nulla. Ma non mi sembra che nella fattispecie del libro questo scarto assuma una coloritura particolare, sia foriero di significati altri rispetto a quelli di mia madre quando la si sente predicare "Uno fa tanto per tenere in ordine..."
    Questi i miei due quesiti, che pongo agli sporadici lettori a mo' di gruppo di discussione, in tutta modestia e aspettandomi anche tirate d'orecchio. Del resto il mio disappunto va anche oltre, ma queste due questioni mi hanno quasi irritato.

    ha scritto il