I dimenticati

Storia degli americani che credettero a Stalin

Di

Editore: Longanesi (Il Cammeo)

3.9
(16)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 510 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8830426628 | Isbn-13: 9788830426627 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Corrado Piazzetta

Disponibile anche come: eBook

Genere: Biografia , Storia , Politica

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Descrizione del libro
Nei primi anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street del 1929 e la grave crisi economica che ne seguì, centinaia di americani, spinti più da necessità materiali che da motivazioni ideologiche, partirono per l'Unione Sovietica attratti dalle lusinghe di un regime che prometteva lavoro e felicità per tutti. Portavano con sé il baseball e il jazz. Dopo un inizio che lasciava presagire un buon inserimento nella realtà, umana e industriale, della nuova patria, poco alla volta si resero conto che quello non era il decantato paradiso dei lavoratori. Dapprima fu loro confiscato il passaporto e dovettero assumere la cittadinanza sovietica, cosa che rendeva assai difficile il loro ritorno a casa. Poi, quando il Terrore staliniano strinse nella sua morsa milioni di persone, furono i primi a cadere, privi di qualsiasi aiuto da parte dell'ambasciata americana appena aperta e restia a proteggere chi aveva lasciato gli Stati Uniti. Seguendo le alterne vicissitudini di due giocatori di baseball (e di molti altri americani) deportati nei gulag della Kolyma e di Burepolom, il libro racconta una storia di illusioni perdute che dalle purghe staliniane giunge fino ai nostri giorni. I due protagonisti, insieme a qualche altro sopravvissuto, dopo quasi mezzo secolo riuscirono a tornare. Ai più la loro straordinaria vicenda umana parve quasi una bizzarra curiosità riemersa come per incanto dal passato: come un'anomalia della Storia.
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    «Quando capiterà a te, saprai che era vero».

    Nel 1948, il ministro della Difesa italiano Luigi Gasparotto riferì che «il novantaquattro per cento dei prigionieri italiani nei campi di concentramento r ...continua

    «Quando capiterà a te, saprai che era vero».

    Nel 1948, il ministro della Difesa italiano Luigi Gasparotto riferì che «il novantaquattro per cento dei prigionieri italiani nei campi di concentramento russi sono morti».

    Uno dei più odiosi crimini del comunismo fu l’inganno perpetrato contro chi, con intenzioni oneste e vero senso di giustizia, ci aveva creduto.
    Il libro, rigorosamente documentato, porta alla luce una storia di emigrazione ignota ai più: gli Americani che, negli anni Trenta, sconvolti dalla grande depressione e illusi dall’esperimento sovietico, partirono per l’URSS.
    Non è certo spoiler anticipare il finale: la maggior parte di loro morì male; equiparati ai cittadini sovietici percorsero l’intera trafila del terrore staliniano: delazioni, arresti, detenzioni, torture, internamento nei lager o esecuzione immediata.

    Se l’URSS fu l’esecutrice materiale di questo crimine, ad altri va imputata una grande responsabilità. Questioni di realpolitik e di affari, come quelli dell’industriale americano per eccellenza, Henry Ford, le necessità della guerra e l’invio di personaggi inadeguati (eufemismo) all’ambasciata di Mosca e, ancora, assurda burocrazia o vergognosa ignavia. Un cocktail di concause che determinò l’impossibilità (volontaria o meno) di salvare cittadini americani ingannati da ciò in cui credevano.
    Da cui il silenzio gravato per anni su questa vicenda storica non solo, com’è ovvio, da parte russa, ma anche negli USA.

    Nella complessità di un fenomeno come l’URSS di Stalin questa vicenda non può essere considerata a se stante. Va intrecciata alla storia sovietica di quegli anni: Tzouliadis non può non richiamare il funzionamento della macchina del terrore, di cui esiste un’abbondante letteratura; abbondanza che non è riuscita a convincere tutti, peraltro, tanto che abbiamo ancora, all’alba del 2016, persone convinte della bontà del comunismo.
    Del resto perfino chi aveva visto negò: quanti illustri viaggiatori occidentali videro e poi raccontarono tutt’altro tornati a casa, per difendere un ideale di paradiso comunista che, al di qua della cortina di ferro, rappresentava una buona fonte di prestigio e di lucro; la storia più sconcertante riportata nel libro è quella di un convinto comunista, che vide di persona l’orrore, eppure se ne tornò negli Stati Uniti per elogiare la Russia sovietica – essendo famoso aveva, a differenza dei poveri cristi, libertà di uscita dal regno del terrore – e divenne, lui nero, un autorevole attivista dei diritti civili; salvo finire con lo stendere un velo di silenzio quando gli ponevano domande sulla sua epopea sovietica.

    Pur disponendo di un serbatoio molto capiente per alimentare l’arcipelago Gulag, triturando anche chi veniva da fuori, come accadde a questi Americani, ma c’erano anche Spagnoli reduci della guerra civile, Greci, Italiani… ecco, pur avendo potenziali schiavi a sufficienza, la macchina sovietica sentiva ugualmente l’esigenza di andare a stanarli altrove.
    Dopo aver punito i suoi stessi cittadini e soldati per essere stati prigionieri dei nazisti, passati da lager a lager senza soluzione di continuità, riservò lo stesso trattamento ai nemici prigionieri di guerra, ma non bastava ancora; ci sono testimonianze di persone sequestrate all’estero, in Germania, in Polonia, in Romania per finire nei gulag; e la storia dei soldati americani catturati dai Cinesi durante la guerra di Corea, consegnati ai Russi per fare la stessa fine. Uno Stato criminale, che violava le elementari regole di convivenza con gli altri Paesi.
    Vi era certamente il muro segretezza che il regime era riuscito a costruire attorno al Paese più vasto del mondo, ma ancora una volta non mancarono le responsabilità di chi, per questioni di opportunità, non volle intervenire.

    La citazione del nostro ministro Gasparotto ci ricorda una discussione avvenuta in Italia qualche anno fa e, come quasi sempre in questi casi, finita nel nulla: Togliatti avrebbe potuto salvare i nostri alpini prigionieri in Russia? È vero che Stalin glieli offrì ma lui declinò la cortesia per avere un ulteriore argomento da gettare addosso al fascismo (come se fosse necessario il sacrificio di migliaia di uomini per dare contro a una dittatura i cui crimini erano lampanti). Leggendo il libro di Tzouliadis si sarebbe tentati di dire che difficilmente Stalin avrebbe mai fatto una proposta del genere, poiché chi entrava nell’arcipelago Gulag non ne usciva; restiamo col dubbio ma compiangiamo la sorte di tanti nostri soldati che perirono non in guerra ma in campi di schiavitù e sterminio efficientemente in funzione anche in tempo di pace.

    Questo libro aggiunge poco di nuovo alla storia dei genocidi perpetrati in Unione Sovietica; certo, fa luce su una storia quasi sconosciuta e ha il coraggio di denunciare responsabilità e connivenze dell’occidente; ma finisce per essere una testimonianza ulteriore sull’orrore staliniano, in parte proseguito anche dopo la morte di Iosif Vissarionovič.
    Un libro, quindi, che confermerà la visione di chi non vede nel comunismo che diventa Stato nulla di idilliaco, ma che difficilmente potrà smuovere chi si compiace della propria ottusità e continua a vivere di un mito la cui pervicacia è solo un’altra faccia dell’orrore: dopo aver colpito i corpi, è ancora in grado di esercitare una seduzione sulle menti.

    ha scritto il 

  • 4

    lettura notevole

    uno squarcio su un pezzo rilevante della storia recente, di come le persone non siano quel che sembrano e soprattutto di come vecchi orrori allunghino le loro ombre sulla storia moderna
    qualche miglia ...continua

    uno squarcio su un pezzo rilevante della storia recente, di come le persone non siano quel che sembrano e soprattutto di come vecchi orrori allunghino le loro ombre sulla storia moderna
    qualche migliaio di operai americani emigrarono in unione sovietica per sfuggire alla depressione del '29 e finirono maciullati - letteralmente! - negli ingranaggi dello stalinismo; la parte piu' rilevante pero' e' come siano stati deliberatamente dimenticati dalla loro patria natia

    ha scritto il 

  • 5

    “I Dimenticati – Storia degli Americani che credettero in Stalin”, titolo originale: ”The Forsaken”, di Tim Tzouliadis, editrice Longanesi, traduzione di Corrado Piazzetta, iSBN 978-88-304-2662-7.
    Non ...continua

    “I Dimenticati – Storia degli Americani che credettero in Stalin”, titolo originale: ”The Forsaken”, di Tim Tzouliadis, editrice Longanesi, traduzione di Corrado Piazzetta, iSBN 978-88-304-2662-7.
    Non siamo abituati a pensare che l’ex Unione Sovietica fosse, nei suoi primi decenni di vita, meta di un significativo flusso migratorio dall’estero. Furono quindi accolti, non solo i molti intellettuali simpatizzanti dell’ideale comunista, ma anche un non trascurabile numero di lavoratori, accompagnati dalle loro famiglie che credevano realmente nella capacità del nuovo sistema di offrire migliori possibilità di progresso economico e sociale rispetto a quanto fosse possibile nei rispettivi luoghi di origine. Anche dagli USA, durante la fase più acuta della Grande Depressione partirono molte migliaia di cittadini americani in cerca di fortuna; in parte lo fecero per motivi ideologici, ma i più lo fecero perché delusi dal fallimento del “sogno americano”, nella genuina speranza di sfuggire alla miseria e alla disoccupazione e attratti dalle lusinghe di un regime che prometteva lavoro, progresso sociale e prosperità. I destini di questi uomini e delle loro famiglie finirono per accomunarsi con quello degli altri cittadini sovietici che, a milioni, finirono stritolati dal “Terrore” staliniano.
    L’Autore ricorda la storia e le incredibili e tragiche traversie di alcuni di loro in un libro che, personalmente, ho trovato bellissimo, spaventoso, coinvolgente e sconvolgente e che riesce a ricostruire efficacemente le immagini, le violenze fisiche e psicologiche, il contesto storico, i personaggi coinvolti, le enormi responsabilità e le complicità che permisero di portare a termine, avallare ed anche a passare sotto silenzio le purghe staliniane, uno dei peggiori eventi criminosi del ventesimo secolo, fino alla morte del dittatore Joseph Vissarionovich Dzhugashvili Stalin. Non si parla evidentemente dei soli protagonisti sovietici, ma anche di tutti quegli americani (e non solo) più o meno potenti che sapevano o sospettavano ma che si rifiutarono di intervenire persino in quei casi in cui le purghe coinvolsero i propri connazionali. La galleria del cinismo, dell’ignoranza ed anche solo della stupidità e della superficialità è lunghissima nonché davvero inquietante perché coinvolge non solo centinaia di figure più o meno di spicco fra i politici, gli addetti ai servizi di sicurezza, gli intellettuali, i giornalisti, i sindacalisti e gli artisti, ma arriva fino ai vertici del potere a partire dal presidente Franklin D. Roosevelt, dal suo successore Harry Truman, dal vice-presidente Henry Wallace, dal segretario del Tesoro in carica durante il New Deal Henry Morgenthau, includendo l’allora ambasciatore a Mosca Joseph Davies, insieme ad industriali del calibro di Henry Ford e icone del giornalismo come Walter Duranty. Fra i personaggi famosi pochissimi dei nomi citati ne escono con la testa alta o almeno con ampie attenuanti, fra questi, ho avuto il piacere di vedere citato lo scrittore John Steinbeck che, seppur inizialmente simpatizzante dell’esperimento comunista, ebbe il coraggio di ricredersi di fronte ai crimini dello stalinismo; anche Winston Churchill, in fondo riesce a non sfigurare, il vecchio, cinico, pragmatico, caustico politico inglese, di fronte a Stalin, e contrariamente a Roosevelt, mai si illuderà di aver di fronte di più che un miserabile, rozzo assassino.

    ha scritto il 

  • 4

    La drammatica e pressochè scoosciuta vicenda delle migliaia di cittadini statunitensi emigrati negli anni trenta in Unione Sovietica e lentamente spariti nel sistema detentivo stalinista con buona pac ...continua

    La drammatica e pressochè scoosciuta vicenda delle migliaia di cittadini statunitensi emigrati negli anni trenta in Unione Sovietica e lentamente spariti nel sistema detentivo stalinista con buona pace di Roosvelt e della politica di amicizia fra USA e URSS

    ha scritto il 

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    Prof Harvey Klehr's top FiveBooks on Communism in America

    Professor Harvey Klehr has chosen to discuss Tim Tzouliadis’s The Forsaken: An American Tragedy in Stalin’s Russia , on FiveBooks as one of the top five on his subject - Communism in America, saying ...continua

    Professor Harvey Klehr has chosen to discuss Tim Tzouliadis’s The Forsaken: An American Tragedy in Stalin’s Russia , on FiveBooks as one of the top five on his subject - Communism in America, saying that:

    "...This is a fairly recent book which is wonderful and very depressing. It is an account of a large number of Americans who were living in Russia in the 1930s. Many of these people were caught up in the purge trials and hundreds of them were killed..."

    The full interview is available here: http://thebrowser.com/books/interviews/harvey-klehr

    ha scritto il