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I disincantati

Di

Editore: Sellerio di Giorgianni

4.0
(32)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 611 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8838921679 | Isbn-13: 9788838921674 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: V. Mantovani

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Il proprio destino di scrittore Budd Schulberg l'affidò a una specie di scabraepopea dell'America amara. Figlio del tycoon della Paramount, e lui stesso,per un certo tempo, prediletto di Hollywood (da sue opere, vengono capolavoridel cinema come II colosso d'argilla e Fronte del porto e sua è lasceneggiatura di Un volto nella folla), ma anche comunista inciampato nellereti del Mccarthismo, spesso e volentieri elesse il mondo di Hollywood qualeosservatorio ideale. I retrobottega degli studios, scenari simbolici, per ilmescolarsi in loro di patina dorata e durezza sostanziale, della leggendaamericana frenetica e impietosa. E a questa e al suo rovescio, sono dedicatidue romanzi. Il primo, "Perché corre Sammy?", racconta il farsi dellaleggenda: un piccolo fattorino ebreo sempre di corsa che diventa un potenteproduttore, sacrificando ogni cosa d'umano alla sua assetata ambizione. Ilsecondo, questo "I disincantati", al contrario si concentra sul come muore,in America, una leggenda. Uno scrittore grande e dimenticato, che ha avutotutto, ed è stato travolto assieme a un mondo lussureggiante dalla crisidel '29, si lascia umiliare e consumare nel corpo e nella dignità in unultimo infimo lavoro da sceneggiatore di filmetti.
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  • 5

    Il più brillante scrittore dell'età del jazz tenta di risollevarsi scrivendo una sceneggiatura di second'ordine con un giovane collaboratore nella Hollywood di fine anni trenta.
    Ma un'epoca è finita e gli americani non sono mai teneri con chi si è fatto sfuggire di mano il successo.
    D ...continua

    Il più brillante scrittore dell'età del jazz tenta di risollevarsi scrivendo una sceneggiatura di second'ordine con un giovane collaboratore nella Hollywood di fine anni trenta.
    Ma un'epoca è finita e gli americani non sono mai teneri con chi si è fatto sfuggire di mano il successo.
    Dietro il protagonista si cela (per modo di dire)F.S.Fitzgerald,e il fatto che sia una storia a suo modo non lontana dalla realtà,ha accresciuto la bellezza e lo struggimento di questa lettura.

    ha scritto il 

  • 5

    Un ritratto commovente dell'ultimo Fitzgerald, scritto con affetto e ammirazione da un autore che lo ha conosciuto

    Un bellissimo romanzo a sfondo autobiografico, 600 pagine davanti alle quali si ride e si piange: il miglior tributo possibile alla figura di Fitzgerald, in cui si avvertono l'affetto, l'ammirazione e la compassione dell'allievo nei confronti del maestro ingiustamente dimenticato dai suoi contemp ...continua

    Un bellissimo romanzo a sfondo autobiografico, 600 pagine davanti alle quali si ride e si piange: il miglior tributo possibile alla figura di Fitzgerald, in cui si avvertono l'affetto, l'ammirazione e la compassione dell'allievo nei confronti del maestro ingiustamente dimenticato dai suoi contemporanei. Da leggere, magari a breve distanza da "L'amore dell'ultimo milionario", il grande romanzo incompiuto a cui Fitzgerald stava lavorando nel periodo in cui ha vissuto con Schulberg la sfortunata avventura come sceneggiatore di Hollywood all'origine di questo libro.

    ha scritto il 

  • 3

    "I fell into a burning ring of fire. I went down, down, down and the flames went higher..." *

    Impietosa la rappresentazione che Schulberg dà di Fitzgerald (o, per meglio dire, del suo alter-ego, Manley Halliday) in questo libro; ne parlò sicuramente meglio nelle interviste che rilasciò, nel corso degli anni, per raccontare il proprio rapporto con il grande scrittore americano: le cose (e ...continua

    Impietosa la rappresentazione che Schulberg dà di Fitzgerald (o, per meglio dire, del suo alter-ego, Manley Halliday) in questo libro; ne parlò sicuramente meglio nelle interviste che rilasciò, nel corso degli anni, per raccontare il proprio rapporto con il grande scrittore americano: le cose (e lo apprendo leggendo la postfazione a questo volume) andarono proprio come racconta Schulberg nella finzione letteraria; l'autore si limitò a trasfigurare se stesso in Shep, e Fitzgerald in Halliday. Mito di gioventù del giovane sceneggiatore Shep, Halliday (così come Fitzgerald lo fu, quasi inevitabilmente, per Schulberg) è ormai un uomo finito; i due si incontrano, con grande gioia di Shep che credeva Halliday addirittura morto, per lavorare su un mediocre soggetto di Shep, allo scopo di trasformarlo in un film, sotto la supervisione di un produttore volgare ed avido, scaltro senza intelligenza. Da qui una serie di vicissitudini tra il ridicolo e l'umiliante, segneranno il definitivo declino di Halliday/Fitzgerald.
    Schulberg parlò meglio di Fitzgerald nelle interviste, dicevo, che non in questo libro; ebbe modo, là, di lodare (e di rievocare con una certa dolce ed affettuosa malinconia), in primo luogo, la grande generosità di Fitzgerald, il suo altruismo (e mi conforta e mi scalda l'animo sapere, scoprire, che Fitzgerald era così: il suo fallimento personale e le difficoltà che incontrò come artista non gli impedirono mai, almeno stando alle parole di Schulberg, di prodigarsi per i giovani artisti e di essere gentile con loro, mentre la fama che s'era giustamente guadagnato, una fama, anzi, irrisoria rispetto ai suoi meriti reali, non lo fece mai essere arrogante né lo portò mai a fare sfoggio di una sua presunta superiorità). Qui, invece, Schulberg sceglie di dipingere Halliday/Fitzgerald come un vecchio (benché poco al di là della quarantina) scrittore al tramonto, alcolizzato e diabetico, amaro e cattivo. Paradigmatico diventa, nel libro, il personaggio del grande scrittore in declino, che, tanto a suo agio negli anni '20, si trova ora alla deriva (è costretto a sprecare il proprio tempo con sceneggiature mediocri e rozzi arrivisti) in un tempo che non gli appartiene affatto: intorno soltanto morti (tutti gli amici di un tempo non sono che nomi su lapidi scure, nel cimitero degli affetti), bellezze deformi (l'amata moglie Jere, modellata, naturalmente, su Zelda Fitzgerald. Una donna che è quasi un abominio: sotto una frangetta anacronistica di capelli tinti, una faccia che pare un mascherone; gambe ancora belle ma stonate in un corpo dal tronco abbondante, deforme), umiliazioni cercate e volute, di modo che velocizzino l'arrivo della vera fine. La sola, grande gentilezza che Shep/Schulberg si concede, nei confronti di Halliday (il quale, a ben vedere, si distanzia da Fitzgerald quel tanto che basta per impedire una totale identificazione tra persona reale e personaggio letterario), è quella che lo porta ad esaltare come potenziale capolavoro l'inizio dell'ultimo romanzo di Halliday, l'omologo de "Gli ultimi fuochi". Il genio redivivo, più maturo, disilluso, consapevole, in grado non solo di bissare la bellezza dei suoi precedenti lavori, ma persino di superarla. Speranze e promesse tradite.
    E poi c'è quell'ultimo, disperato vagabondaggio di Shep e Halliday per alberghi dove i portieri, gelida fotocopia l'uno dell'altro, li rifiutano sistematicamente, capace di dare alla storia, fino ad allora quasi farsesca, estrema, ridicola (in fondo si parla del grande e multicolore carro di Hollywood, il regno dell'iperbole), una sfumatura tragica. Il giovane intraprendente Schulberg che, coraggiosamente, prende le parti di una vecchia gloria (la cui vena creativa, però, non si è ancora completamente esaurita), contro un mondo di sfruttatori (che da queste pagine escono demoliti senza pietà, ridicolizzati, mostrati in tutta la loro piccolezza morale ed intellettuale), i quali, nella loro cecità, nella loro bieca ignoranza, si preoccupano soltanto di monetizzare il talento creativo.
    La scrittura di Schulberg è bella e limpida solo a sprazzi; lo è soprattutto quando egli si sforza di "spianarla" per fissare al meglio alcune riflessioni, profonde, che finiscono per prendere la forma di teorie sulla vita e sull'arte.
    Per il resto si nota il tentativo di riprendere la scrittura aerea di Fitzgerald (le descrizioni de "I disincantati" rieccheggiano, senza dubbio, quelle dei romanzi del grande scrittore), senza successo.
    A ciascuno il suo, in fondo: Schulberg è stato un grande sceneggiatore (basti vedere il drammatico e tesissimo "Un volto nella folla"), mentre Fitzgerald era un grandissimo romanziere prestato, senza felicità, al cinema.

    * "Ring of fire" - June Carter

    ha scritto il 

  • 4

    "Budd, the untalented".
    Però ha vissuto una vita di lettere e sbornie accanto alla leggenda del poeta in prosa, e alla fine ha fatto quello che doveva fare - l'ha raccontata.

    ha scritto il 

  • 3

    Questa lettura mi ha profondamente depressa.
    Sarà perché amo e stimo Scott Fitzgerald, e non ho sopportato di vederlo descritto come un vecchio, insopportabile trombone. La storia è basata su una esperienza vera, e Schulberg scrive bene, ma a mio parere ha calcato la mano eccessivamente sull ...continua

    Questa lettura mi ha profondamente depressa.
    Sarà perché amo e stimo Scott Fitzgerald, e non ho sopportato di vederlo descritto come un vecchio, insopportabile trombone. La storia è basata su una esperienza vera, e Schulberg scrive bene, ma a mio parere ha calcato la mano eccessivamente sulla deriva alcoolica, e soprattutto descrive Scottie come un relitto capace di vivere solo nel suo passato, ripetendo "Ai miei tempi" come un disco rotto. Può darsi che fosse vero. Fitzgerald era pienamente consapevole di se stesso, e di quello che era diventato. Ma leggendo la sua autobiografia, tempo fa, ho avuto l'impressione di un uomo formidabile, che non ho ritrovato nella sua gigantesca statura, in questa narrazione.
    Ma forse è una lettura di parte.

    ha scritto il 

  • 4

    Hollywood come cimitero degli elefanti

    Assistere al declino di una vecchia gloria (in questo caso uno scrittore, ex giovane “di professione”, ricalcato su F. Scott Fitzgerald) mi mette sempre a disagio. Non è il genere di spettacolo che mi fa ridere. Quindi avevo interrotto la lettura, anche se il libro era ben scritto. Poi l’ho ripre ...continua

    Assistere al declino di una vecchia gloria (in questo caso uno scrittore, ex giovane “di professione”, ricalcato su F. Scott Fitzgerald) mi mette sempre a disagio. Non è il genere di spettacolo che mi fa ridere. Quindi avevo interrotto la lettura, anche se il libro era ben scritto. Poi l’ho ripresa e son contenta, perché tutto sommato è un bel libro agrodolce.

    ha scritto il