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I dispiaceri del vero poliziotto

Di

Editore: Adelphi (Fabula, 243)

4.1
(170)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 304 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese

Isbn-10: 8845926559 | Isbn-13: 9788845926556 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Ilide Carmignani ; Prefazione: Juan Antonio Masoliver Ródenas ; Postfazione: Carólina Lopez

Disponibile anche come: eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Il sogno di ogni vero lettore non è forse di ritrovare, anche solo per poco, i personaggi di un libro che ha appassionatamente amato? Ebbene, lo vedrà realizzarsi, per la prima volta, in questo romanzo, dove riappaiono alcuni dei personaggi di 2666. Per poterli incontrare di nuovo, però, dovrà accettare il rischio di intraprendere un viaggio quasi iniziatico, all’interno di una foresta in cui le piste si confondono e si aggrovigliano. Ma il vero lettore non esiterà, e si trasformerà lui stesso nel vero poliziotto del titolo: colui che (come Bolaño) "cerca invano di mettere ordine in questo dannato romanzo». Inoltrandosi dunque nella trama fittissima e imprevedibile di queste pagine, scoprirà, per esempio, che il professor Amalfi­tano è approdato in Messico dopo essere stato espulso dall'Università di Barcellona per omosessualità, e ne conoscerà il nuovo amante, un irresistibile falsario di dipinti di Larry Rivers (mentre dell’ex amante, un poeta malato di Aids, leggerà le impagabili lettere); e rivedrà anche l’incan­tevole Rosa Amalfitano, di cui sembra innamorarsi il poliziotto Pedro Negrete, incaricato di indagare sul professore insieme allo scherano Pancho, erede di una dinastia di donne violate... Nel frattempo si lascerà sedurre, il vero lettore, da digressioni letterarie impertinenti, classifiche irriguardose, biografie fittizie, atmosfere inquietanti, sogni rivelatori. Con l'im­per­tur­babile senso del ritmo e la dovizia visionaria delle sue storie, Bolaño saprà i­pnotizzare il suo lettore-po­liziotto, imponendogli un modo di raccontare nuovo e sorprendente. Sicché, alla fine, l'unico «dispiacere» che quegli proverà sarà di vedere i personaggi, già da sempre in fuga, sottrarsi ancora una volta: come se, terminato il libro, «saltassero letteralmente fuori dall'ulti­ma pagina e continuassero a fuggire».
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  • 5

    EL LUGAR DEL AMOR

    ho finito oggi pomeriggio, verso sera. da ieri è freddissimo e ci sono albe e
    tramonti così secchi e glaciali. mattini di vetro, così puliti, netti, precisi.
    i contorni delle cose sono più affilati di ...continua

    ho finito oggi pomeriggio, verso sera. da ieri è freddissimo e ci sono albe e
    tramonti così secchi e glaciali. mattini di vetro, così puliti, netti, precisi.
    i contorni delle cose sono più affilati di luce ed è bellissimo leggere così.
    leggere e ogni tanto dare uno sguardo intorno.ho finito di leggere con uno strano senso di spaesamento insieme a voglia di vivere, una tonalità affettuosa verso
    persone e cose. come se l'immersione profonda in alcune parti mi avesse lavato
    lo sguardo sulla realtà che mi circonda. ho finito anche con un senso di
    profonda commozione insieme a una certa tenerezza e amicizia. e non so se
    questo è acuito dal fatto che non scriverà più, che è morto e che non leggerò
    più di quello che c'è. eppure sai leggere i suoi libri è come leggere di un
    amico fraterno che scrive. e non sento neppure un'ombra di malinconia.
    quanto coraggio, quanto coraggio non tanto per il libro in sè, quanto per
    tutti i libri che fanno anche questo e per quelli che non sono ancora stati
    scritti e per quelli che non saranno mai scritti...

    EL LUGAR DEL AMOR

    Siempre, más allá de tus hombros veo al mundo.
    Chispea bajo los temporales.
    Es un pedazo de madera podrida, un farol viejo
    que alguien menea como a contracorriente.
    El mundo que nuestros cuerpos
    (que nuestra soledad) no pueden abolir,
    un siglo de zapadores y hombres
    ranas debajo de tu almohada,
    en el lugar en que tus hombros
    se hacen más tibios y más frágiles.
    Siempre, más allá de tus hombros
    (es algo que ya nunca podremos evitar)
    hay una lista de desaparecidos,
    hay una aldea destruida,
    hay un niño que tiembla.

    IL POSTO DELL’AMORE
    Sempre, oltre le tue spalle vedo il mondo.
    Scintilla sotto i temporali.
    È un pezzo di legno putrido, un lampione vecchio,
    che qualcuno agita come controcorrente.
    Il mondo che i nostri corpi
    (che la nostra solitudine) non possono abolire,
    un secolo di zappatori e uomini
    rane sotto il tuo cuscino,
    nel posto in cui le tue spalle
    diventano più tiepide e più fragili.
    Sempre, oltre le tue spalle
    (è una cosa che mai più potremo evitare)
    c’è una lista di scomparsi,
    c’è un villaggio distrutto,
    c’è un bambino che trema.
    Herberto Padilla
    http://www.infol.it/lupi/testi/fuori_dal_gioco.pdf
    *Vedi anche Mario Vargas Llosa-La letteratura è fuoco- Contro Vento e Marea, Vol.II ed. Scheiwiller- pag. 94/97.

    ha scritto il 

  • 5

    Di come la vita promette molto a molti, e non mantiene con nessuno.
    Di come è passato il tempo in cui “stare svegli voleva dire sognare”, e di come il sonno riserva ormai solo incubi.
    Di come la vita ...continua

    Di come la vita promette molto a molti, e non mantiene con nessuno.
    Di come è passato il tempo in cui “stare svegli voleva dire sognare”, e di come il sonno riserva ormai solo incubi.
    Di come la vita dispensa sorprese, e tranelli, e inganni e colpi bassi e colpi mortali, e di come può capitare a ciascuno di noi che un mattino da “ottoni ci si risvegli trombe”, per dirla con Rimbaud, il poeta-ragazzo che “cammina da solo nella notte”, così evocato, così sempre presente in queste pagine.
    Di come nuove vite ci si aprono davanti, a volte, e nuove strade e nuove promesse che seguiremo con la stessa ostinazione della prima volta, con la stessa fiducia e serietà e speranza e cocciutaggine infantile, pur sapendo che anche queste non porteranno da nessuna parte.
    Di come siamo tutti detectives selvaggi, o solo inselvatichiti, alla ricerca di qualcosa che sempre si sottrae, tracce di verità, una giustificazione, un bisbiglio, un alibi, uno scampolo di senso che non c’è, un tesoro nascosto, la luce anche solo di un fiammifero nel buio, quel pedir fuego che in un lampo e per un lampo ci sottrae alla solitudine.
    Di come nulla dura, e di come la morte è la sola promessa che la vita mantiene.
    Di come un’intera generazione è stata spazzata via dall’aids, dalle droghe, da troppa vita.
    Di come il dio che credevamo guidasse le nostre vite si rivela alla fine solo un funesto illusionista, un dio di morte beffardo come Toltecatl che ghigna in un murales da quattro soldi.
    Di come ciascuno di noi, nonostante questo, conserva la sua personale, piccola, patetica camicia hawaiana nascosta sotto il materasso, sgargiante di colori e ammuffita e puzzolente.
    Di come ciascuno di noi può incontrare il suo mago incantatore da strapazzo, capace di far spuntare la regina e il re di cuori nei luoghi e nei momenti più impensati, là dove non sapevamo che fossero.
    Di come ciascuno di noi persegue, nonostante e contro l’evidenza, il tentativo disperato di dare ordine al caos, alla rovina, all’assenza di senso.
    Di come la giovinezza, la bellezza, la forza si sbriciolano nel tempo.
    Di come il deserto ricoprirà un giorno Santa Teresa, Padilla, Rosa, questo Amalfitano-albatros esiliato nel mondo, testimone, critico, lettore, sempre e dappertutto deriso e scandaloso, con gli occhi spalancati sulla “futilità degli sforzi” e l”ingenuità della lotta”.
    Di come la letteratura e la poesia esigono coraggio, e di come sopravviveranno sempre e comunque alla polvere e all’autore, e continueranno a vivere oltre le pagine, dando al lettore la possibilità di altre vite, di altre gioie, di altri dolori.

    “Nell’adolescenza avrei voluto essere ebreo, bolscevico, negro, omosessuale, drogato e mezzo matto, e come se non bastasse monco, ma sono diventato solo un professore di letteratura. Meno male, pensava Amalfitano, che ho potuto leggere migliaia di libri. Meno male che ho conosciuto i Poeti e che ho letto i Romanzi. Meno male che ho letto. Meno male che posso ancora leggere.”

    L’arte è - per me - quella che getta luce sugli angoli oscuri, che illumina il mondo anche solo con la velocità di un lampo, che apre nuove strade e sentieri secondari e allontana dalla strada diritta e larga, che fruga e stana ciò che è nascosto, e dà voce a qualcosa che forse già c’era ma se ne stava lì, in un cono d’ombra, muto, inconsapevole e ignorato.
    E’ quella che riesce a parlare, gridare, bisbigliare, balbettare oltre il tempo, lo spazio, la materia di cui è fatta, e a suscitare l’epifania di una comprensione o solo un grumo informe di emozioni che precedono il senso. E’ quella da cui può nascere un’idea chiara o distinta, o solo una contrazione involontaria alla bocca dello stomaco, un semplice clic nel cervello, dopo il quale, però, niente sarà come prima.
    L’opera di Bolano per me è tutto questo.

    ha scritto il 

  • 5

    I nomi, i luoghi, i temi sono quelli di 2666 e degli altri testi di Bolano. In più, come tutti i libri postumi, questo è stato collazionato da mani altrui, in forma certamente non definitiva. E tuttav ...continua

    I nomi, i luoghi, i temi sono quelli di 2666 e degli altri testi di Bolano. In più, come tutti i libri postumi, questo è stato collazionato da mani altrui, in forma certamente non definitiva. E tuttavia è un romanzo strepitoso, come lo sono certi grandi romanzi incompiuti (mi viene in mente Gadda, o Musil). La trama si aggroviglia passo passo, ma ciò che emerge non è un nodo informe, quanto una delicata trina, dove ogni filo, nel suo tortuoso percorso, contribuisce al raffinato disegno finale. I personaggi, anche quelli che vivono nello spazio di poche righe, sono pieni di corpo e volume, occupano con determinazione lo spazio letterario. E la riflessione sulla scrittura, i libri, la lettura, la poesia, la critica, in una parola la metaletteratura, è una presenza costante e una continua sponda: suggerisce interpretazioni, scioglimenti, soluzioni che, però, non esistono. Ma non concordo col curatore che indica nel lettore il 'vero poliziotto' del titolo, i cui dispiaceri risultano proprio dall'impossibilità di sciogliere la trama. No, il lettore non è un detective, non ha bisogno di verità, ma di ciò che in queste pagine abbonda e trasuda: di letteratura.

    ha scritto il 

  • 4

    Cari i miei pirlotti, leggere e viaggiare sono in fondo la stessa cosa e quando te ne puoi stare sul tuo yacht di 20 metri senza niente da fare tutto il giorno hai un sacco di tempo per leggere e per ...continua

    Cari i miei pirlotti, leggere e viaggiare sono in fondo la stessa cosa e quando te ne puoi stare sul tuo yacht di 20 metri senza niente da fare tutto il giorno hai un sacco di tempo per leggere e per pensare e in più viaggi. (Oltre che risolvere dei Samurai-Sudoku extra hard che voialtri col cazzo).
    Mentre io e il mio servo milanese Gilberto scendiamo lungo la costa thailandese occidentale devo ripensare a Genesio, un ragazzo che conobbi a Rebibbia tanti anni fa, un piccolo spacciatore che si era messo nei casini per un affare finito a coltellate. Genesio divorava libri uno dietro l'altro in cella e me lo disse proprio che così si dimenticava dove stava. Mi parlò molto della sua adolescenza, un ragazzo come tanti, poi tutto era cominciato ad andargli male e negli ultimi tempi non aveva neanche una casa sua dove stare. Dormiva un po' qua un po' là, dove capitava. Per Genesio l'importante era non fermarsi mai, anche in carcere gli riusciva benissimo grazie ai libri.

    Ecco che ci allontaniamo dalla costa in direzione di quell'isola dove hanno girato qualche anno fa quel film di merda con Di Caprio. Genesio individuava il proprio fallimento nel non essere mai riuscito a concludere nulla nella sua vita, nel non avere mai portato a termine niente. Si sbagliava. Portare le cose a termine non conta un cazzo. La conclusione non coincide necessariamente con la fine. Possiamo bene raggiungere i nostri obiettivi prima del termine e questo è vero al punto che spesso è conveniente mollare tutto a un certo punto. No coglioncelli, non aspettate di vedere la fine, l'essenziale è puntare in alto, fottersene e avere coraggio, fosse anche un coraggio particolare come un pozzo di pietra in mezzo a una palude. Finire sarebbe in fondo pensare di essere arrivati da qualche parte, invece non ci si deve fermare mai. La conclusione non è la cosa più importante.

    ha scritto il 

  • 3

    Il romanzo, presentato come una sorta di seguito di 2666, è in realtà qualcosa di diverso. È un'opera iniziata negli anni '80 e su cui l'autore lavorò fino alla morte; le varie parti hanno raggiunto d ...continua

    Il romanzo, presentato come una sorta di seguito di 2666, è in realtà qualcosa di diverso. È un'opera iniziata negli anni '80 e su cui l'autore lavorò fino alla morte; le varie parti hanno raggiunto diverse fasi di elaborazione, e questo si riflette nella qualità della scrittura, decisamente discontinua. E' un romanzo che ci racconta qualcosa sulla genesi di un altro romanzo. Alcuni personaggi, alla luce della lettura di 2666, sembrano più dei prototipi (sviluppati poi in modo coerente e organico nell'opera “maggiore”), altri vengono al contrario approfonditi. È forse questa contraddizione a rendere I dispiaceri del vero poliziotto un'operazione non del tutto riuscita: un libro interessante solo per gli amanti dello stile dell'autore (e in particolare di 2666).

    ha scritto il 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/04/i-dispiaceri-del-vero-poliziotto-roberto-bolano/

    “E cos’è che impararono gli allievi di Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/10/04/i-dispiaceri-del-vero-poliziotto-roberto-bolano/

    “E cos’è che impararono gli allievi di Amalfitano? Impararono a recitare a voce alta. Mandarono a memoria le due o tre poesie che più amavano per ricordarle e recitarle nei momenti opportuni: funerali, nozze, solitudini. Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall’anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell’anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada dei gesti gratuiti, dell’eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo s’imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l’amore”.
    (Roberto Bolaño, “I dispiaceri del vero poliziotto”, ed. Adelphi)

    Una circostanza del tutto casuale, che ho raccontato sul finire di un precedente articolo, è alla base della mia tardiva scoperta di Roberto Bolaño, autore del quale finora non avevo letto nulla, ma che prossimamente andrò a scovare nelle librerie e/o nelle biblioteche. “I dispiaceri del vero poliziotto” è il titolo, peraltro la cosa che mi è piaciuta di meno, di questo che è l’ultimo lavoro di Bolaño; nella prefazione al testo, è spiegato come lo scrittore avesse concepito questo romanzo dalla fine degli anni ’80, e fosse giunto, poco prima della morte, nel 2003, a una sorta di sistemazione definitiva di un’opera che di “sistematico” ha poco. Il vero poliziotto del titolo non è Pedro Negrete, commissario capo messicano incaricato di pedinare il professor Amalfitano, bensì il lettore, che è avvinto dalla prosa di Bolaño ed è costretto a inseguire le tante storie che si dipanano da quella principale, grazie a citazioni, digressioni, racconti fatti dai personaggi su altri personaggi, che poi (ma questo confronto io non ho potuto farlo) rimandano a protagonisti di altri romanzi di Bolaño.
    I personaggi di questo romanzo sono ai limiti, ai margini dell’esistenza, sia pure per motivi molto diversi. Malati, discriminati, costretti all’esilio, incarnano la provvisorietà dell’esistenza e con essa della scrittura, impossibilitata a cogliere tutte le sfumature della nostra vita, inabile a raccontarci tutto, ma costretta a fornirci solo elementi, talvolta davvero labili, sui quali dovremo lavorare con la nostra immaginazione per scoprire cosa ne è stato di quel personaggio al quale ci stavamo affezionando e che invece ci sfugge, in fuga verso un altro luogo, un’altra avventura che noi, imprigionati in questo romanzo, non potremo conoscere. Bolaño morì lasciando incompiuto il romanzo, ma sarebbe errato dire che sia incompleto, perché a me è parso che proprio l’incompletezza ne costituisca un elemento fondamentale; i singoli episodi narrati potrebbero essere letti anche come ciascuno a sé stante, ma sono legati l’un l’altro, anche se bisogna essere ben saldi sulla sedia per non lasciarsi sviare dalle parentesi narrative che l’autore apre, dalle storie che s’inseguono l’una con l’altra, con un personaggio professore che traduce uno scrittore, il quale scrive su altri scrittori e via seguitando, in un gioco di scatole cinesi che però non è un mero esercizio stilistico, perché nel romanzo di Bolaño i contenuti ci sono, e sono le riflessioni sull’amore, sulla discriminazione, sulla violenza, sulla morte, sulla malattia, sulla ricerca della felicità.
    I protagonisti sono molteplici, e starà al lettore scegliere quale storia lo avrà più intrigato, ma tra i tanti spiccano il cileno Oscar Amalfitano e Joan Padilla, legati da una relazione omosessuale che costerà al primo l’epurazione dalla facoltà di Barcellona, dove insegna letteratura e filosofia, dopo aver peregrinato in diversi stati sudamericani, patendo anche il carcere; il secondo è uno studente, con il quale Amalfitano intreccia una relazione che sconvolgerà la sua esistenza, non tanto perché è la prima esperienza omosessuale, quanto perché gli costerà l’esilio. Amalfitano, infatti, è costretto a riparare in Messico, assieme alla figlia Rosa, loro due lasciati dalla moglie deceduta anni prima. Dal Messico, Amalfitano continuerà a scriversi con Padilla, e le loro lettere saranno lo spunto perché Bolaño ci presenti altri personaggi, per esempio lo scrittore francese Arcimboldi, del quale, a un certo punto, ci saranno presentati degli estratti di romanzi. Il tutto può apparire contorto, ma Bolaño è abilissimo nel confonderci senza farci incavolare, anzi tendendoci avvinti alla storia, che poi si arricchirà di altri personaggi che qui non anticipo.
    Quando mi sento spinto a leggere voracemente un libro, ma al tempo stesso una forza contraria che mi trattiene perché non voglio arrivare alla fine, voglio godermelo più a lungo, allora sospetto di aver trovato un autore che non mollerò finché non avrò letto tutte le sue opere. Con Bolaño è accaduto ciò e quindi, adesso che ho finito “I dispiaceri del vero poliziotto”, parto alla ricerca delle altre sue opere, sulle quali sto già prendendo adeguate informazioni.

    “Seduto all’imbrunire nella veranda della sua casa messicana, Amalfitano pensò che era strano che non avesse letto Arcimboldi a Parigi, quando i suoi libri erano a portata di mano. Come se all’improvviso gli si fosse cancellato il nome dalla testa, mentre sarebbe stato logico cercare e leggere tutti i suoi romanzi. Aveva tradotto La rosa illimitata in un momento in cui nessuno fuori dalla Francia si interessava ad Arcimboldi, tranne pochi lettori ed editori argentini. E gli era piaciuto così tanto, si era rivelato così stimolante. Quei giorni, ricordava, i mesi precedenti alla nascita di sua figlia, erano stati forse i più felici della sua vita. Edith Lieberman era diventata una donna così bella che a volte sembrava risplendere di una luce compatta: sdraiata a letto, sul fianco, nuda e morbida, le gambe un po’ piegate, le labbra chiuse in un’espressione di sicurezza che lo disarmava, come se attraversasse istantaneamente tutti gli incubi. Sempre indenne. Lui resisteva a lungo a guardarla. L’esilio, al suo fianco, sembrava un’avventura senza fine. la testa gli ribolliva di progetti. Buenos Aires era una città sull’orlo del baratro, ma tutti sembravano allegri, a tutti piaceva vivere e parlare e fare progetti. La rosa illimitata e Arcimboldi erano stati (allora lo aveva capito pur dimenticandolo in seguito) un regalo. Un regalo prima di entrare con sua moglie e sua figlia nel tunnel. Che cosa poteva essere successo? Perché non aveva continuato a cercare quelle parole? Cos’era stato ad addormentarlo a tal punto? La vita, sicuramente, che ci mette sotto il naso i libri necessari solo quando sono assolutamente necessari, o quando le pare e piace. Ora avrebbe letto, tardi, gli altri romanzi di Arcimboldi”.

    ha scritto il 

  • 5

    Il labirinto delle mancanze

    A “I dispiaceri del vero poliziotto” Roberto Bolaño (1953-2003) iniziò a lavorare già negli anni Ottanta ma non licenziò mai la sua versione definitiva. Per questo quando è uscito postumo, nel 2011, n ...continua

    A “I dispiaceri del vero poliziotto” Roberto Bolaño (1953-2003) iniziò a lavorare già negli anni Ottanta ma non licenziò mai la sua versione definitiva. Per questo quando è uscito postumo, nel 2011, non furono risparmiate critiche da coloro che vollero vedervi una pura speculazione commerciale.

    Sono radunate nei “Dispiaceri”, tutte le caratteristiche e i temi del miglior Bolaño: i personaggi e i luoghi di “2666” (ma non solo), le fantasmagorie letterarie di “La letteratura nazista in America” (ma non solo), la moltiplicazione degli scenari di “I detective selvaggi” (ma non solo) , le enumerazioni e le classificazioni parossistiche (davvero epica quella dell'incipit, mutuata dai “Detective”: “Per Padilla, ricordava Amalfitano, la letteratura era eterosessuale, omosessuale e bisessuale. I romanzi, in genere, erano eterosessuali. La poesia, invece, era assolutamente omosessuale. Nel suo immenso oceano distingueva varie correnti: frocioni, froci, frocetti, checche, culi, finocchi, efebi e narcisi.”), i riferimenti malinconici e drammatici alla storia delle rivoluzioni sudamericane di “Amuleto” (ma non solo), l'affascinazione per le storie degli ultimi, dei perdenti e dei reietti che permea ogni suo libro ("Nell'adolescenza avrei voluto essere ebreo, bolscevico, negro, omosessuale, drogato e mezzo matto, e come se non bastasse monco, ma sono diventato un professore di letteratura. Meno male, pensava Amalfitano, che ho potuto leggere migliaia di libri"), infiniti tunnel, botole e passaggi più o meno segreti verso e da praticamente tutti i testi della sua bibliografia “ufficiale”.

    Archiviate senza bisogno di una risposta certa le perplessità a cui accennavo all'inizio sul tipo di operazione editoriale e le due note al testo che si premurano di offrirgli risposte plausibili, anche filologiche, va detto dunque che “I dispiaceri” da una parte non delude i più affezionati lettori di Bolaño, anzi li conforta e contribuisce ad arricchire alcuni temi e tracce lasciati in sospeso negli altri libri, dall'altra può essere preso in considerazione come una perfetta porta di ingresso nell'opera del grandissimo autore cileno, che, via via che ci si addentra dentro di essa, assume sempre più l'aspetto di un unico grande libro labirintico e senza uscita, o forse con un numero infinito di uscite. Viene a tal proposito in mente la definizione che Thomas Bernhard dava del teatro, ma che potrebbe essere benissimo adattabile a una ipotetica definizione della narrativa bolaniana: “Il teatro è l'insieme di tutte le mancanze di via d'uscita”. Un labirinto di mancanze in cui la vita e la letteratura sembrano a volte davvero la stessa cosa, come imparano gli allievi del professor Oscar Amalfitano, protagonista principale del libro:

    "Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall'anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell'anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l'abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada maestra dei gesti gratuiti, dell'eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo si imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l'amore."

    ha scritto il 

  • 0

    "I dispiaceri del vero poliziotto"

    A “I dispiaceri del vero poliziotto” Roberto Bolaño (1953-2003) iniziò a lavorare già negli anni Ottanta ma non licenziò mai la sua versione definitiva. Per questo quando è uscito postumo, nel 2011, n ...continua

    A “I dispiaceri del vero poliziotto” Roberto Bolaño (1953-2003) iniziò a lavorare già negli anni Ottanta ma non licenziò mai la sua versione definitiva. Per questo quando è uscito postumo, nel 2011, non furono risparmiate critiche da coloro che vollero vedervi una pura speculazione commerciale.

    Sono radunate nei “Dispiaceri”, tutte le caratteristiche e i temi del miglior Bolaño: i personaggi e i luoghi di “2666” (ma non solo), le fantasmagorie letterarie di “La letteratura nazista in America” (ma non solo), la moltiplicazione degli scenari di “I detective selvaggi” (ma non solo) , le enumerazioni e le classificazioni parossistiche (davvero epica quella dell'incipit, mutuata dai “Detective”: “Per Padilla, ricordava Amalfitano, la letteratura era eterosessuale, omosessuale e bisessuale. I romanzi, in genere, erano eterosessuali. La poesia, invece, era assolutamente omosessuale. Nel suo immenso oceano distingueva varie correnti: frocioni, froci, frocetti, checche, culi, finocchi, efebi e narcisi.”), i riferimenti malinconici e drammatici alla storia delle rivoluzioni sudamericane di “Amuleto” (ma non solo), l'affascinazione per le storie degli ultimi, dei perdenti e dei reietti che permea ogni suo libro ("Nell'adolescenza avrei voluto essere ebreo, bolscevico, negro, omosessuale, drogato e mezzo matto, e come se non bastasse monco, ma sono diventato un professore di letteratura. Meno male, pensava Amalfitano, che ho potuto leggere migliaia di libri"), infiniti tunnel, botole e passaggi più o meno segreti verso e da praticamente tutti i testi della sua bibliografia “ufficiale”.

    Archiviate senza bisogno di una risposta certa le perplessità a cui accennavo all'inizio sul tipo di operazione editoriale e le due note al testo che si premurano di offrirgli risposte plausibili, anche filologiche, va detto dunque che “I dispiaceri” da una parte non delude i più affezionati lettori di Bolaño, anzi li conforta e contribuisce ad arricchire alcuni temi e tracce lasciati in sospeso negli altri libri, dall'altra può essere preso in considerazione come una perfetta porta di ingresso nell'opera del grandissimo autore cileno, che, via via che ci si addentra dentro di essa, assume sempre più l'aspetto di un unico grande libro labirintico e senza uscita, o forse con un numero infinito di uscite. Viene a tal proposito in mente la definizione che Thomas Bernhard dava del teatro, ma che potrebbe essere benissimo adattabile a una ipotetica definizione della narrativa bolaniana: “Il teatro è l'insieme di tutte le mancanze di via d'uscita”. Un labirinto di mancanze in cui la vita e la letteratura sembrano a volte davvero la stessa cosa, come imparano gli allievi del professor Oscar Amalfitano, protagonista principale del libro:

    "Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall'anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell'anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l'abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada maestra dei gesti gratuiti, dell'eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo si imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l'amore."

    Martino (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)

    ha scritto il 

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    Romanzo postumo, che nelle intenzioni dell'autore doveva essere un'opera monstre, di oltre ottocentomila pagine. Uno degli incipit più potenti e provocatori della letteratura contemporanea (la classif ...continua

    Romanzo postumo, che nelle intenzioni dell'autore doveva essere un'opera monstre, di oltre ottocentomila pagine. Uno degli incipit più potenti e provocatori della letteratura contemporanea (la classificazione degli scrittori in froci e frocioni) da il via ad un'alternarsi di pagine di grande letteratura (penso, ad esempio, al secondo capitolo, dove Amalfitano racconta chi era, al ricordo del soldato sivigliano, alle cinque generazioni di Marie Expòsito, alla storia del generale Sepùlveda), di critica letteraria, di riflessioni sulla storia, di fantasia sfrenata (la bibliografia di Arcimboldi) … che catturano e trascinano il lettore in un viaggio che si vorrebbe non finisse mai.
    La solita scrittura “piena” a cui ci ha abituato Bolaño, che sembra tracimare in tutte le direzioni, un libro che è impossibile (o meglio: inutile) cercare di riassumere, fatto di tante storie collegate tra loro ma anche in grado di camminare da sole, un libro “eccentrico”, che è come le strade di Santa Teresa che “erano proiettate fuori, urbane e al tempo stesso aperte verso la campagna, una campagna di grandi spazi misteriosi”, un libro carico di vitalità, di voglia di dire e di fare, un romanzo “polifonico” che vuol raccontare “quante voci possiamo sentire nel corso di un giorno o di un'esistenza”.
    Bolaño è un demiurgo che crea le sue storie impastando fango e sogni, letteratura e terra delle strade di Sonora, gioia e amarezza, coraggio e paura, presenza e assenza, felicità e sensi di colpa, sempre alla ricerca della verità delle cose per trovare “se non la ragione, una dannata giustificazione, e se non una giustificazione, il canto, appena un mormorio, ma indelebile”, il tutto ammantato da un velo di malinconia che passa come un vento caldo, a folate, su tutto il libro.

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    Arriva sugli scaffali delle nostre librerie, per le edizioni Adelphi, I dispiaceri del vero poliziotto, l’atteso romanzo postumo di Bolano, progetto concepito negli anni ottanta, rimaneggiato fino al ...continua

    Arriva sugli scaffali delle nostre librerie, per le edizioni Adelphi, I dispiaceri del vero poliziotto, l’atteso romanzo postumo di Bolano, progetto concepito negli anni ottanta, rimaneggiato fino alla fine, e frutto, nella veste redazionale in cui lo leggiamo oggi, di un attento e fedele lavoro di collazione tra i due lasciti incompiuti dello scrittore, uno manoscritto, l’altro telematico. Romanzo in fase di lavorazione ma lineare e combaciante in sé stesso, dove tutto e niente sembra lasciato al caso, e dove, nell’intricato dedalo del segno narrativo, i personaggi e le storie si perdono, ma poi inevitabilmente si ritrovano, pur non fugando il dubbio che la scrittura del cileno ama innestare. Ennesimo lavoro, questo, che si inchina, così come il suo mentore letterario Borges, al simbolo del labirintico narrativo, attraverso cui personaggi ed eventi si moltiplicano in un caleidoscopico reiterarsi di motivi uguali e pur diversi, e in cui il lettore affezionato si riconosce e si diletta.

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