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I duellanti

Di

Editore: l'Unità / Edizioni e/o

4.0
(549)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 95 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: A000007099 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Gandi Leonardo

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida , eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descrizione del libro
Traduzione di Leonardo Gandi.
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  • 4

    Esiste un'edizione di questo racconto lungo che riporta, a complemento del titolo, la dicitura: "Una storia di onore e follia". Ebbene, mai sottotitolo fu più appropriato. La singolare oscurità della penna di Conrad applicata all'epoca napoleonica, questo è "I duellanti". Non poteva che venirne f ...continua

    Esiste un'edizione di questo racconto lungo che riporta, a complemento del titolo, la dicitura: "Una storia di onore e follia". Ebbene, mai sottotitolo fu più appropriato. La singolare oscurità della penna di Conrad applicata all'epoca napoleonica, questo è "I duellanti". Non poteva che venirne fuori una vera perla.

    ha scritto il 

  • 4

    Ben scritto,riesce in poche pagine,ad affrescare una epoca ed i suoi uomini,a tipizzarne l'interiorità e a mostrarne le debolezze ed i punti di forza che pur anacronistici,suscitano interesse per lettori figli di un tempo in cui tutto è relativo.

    ha scritto il 

  • 4

    Incontri e scontri di due soldati molto diversi tra loro, simboli di qualcos'altro, antitetici ma, difficilmente separabili. Sullo sfondo del mondo napoleonico si affrontano in un duello che riprendono, a tratti, per tutta una vita.


    Molto interessante. Ben scritto, ricco di un simbolismo ...continua

    Incontri e scontri di due soldati molto diversi tra loro, simboli di qualcos'altro, antitetici ma, difficilmente separabili. Sullo sfondo del mondo napoleonico si affrontano in un duello che riprendono, a tratti, per tutta una vita.

    Molto interessante. Ben scritto, ricco di un simbolismo che traspare man mano. Stile semplice, diretto.

    ha scritto il 

  • 0

    La postfazione dell’edizione e/o è più che altro una riflessione su questo racconto che ha avuto, anche se a fatica, un grande consenso di pubblico suscitando, d’altro canto, le reazioni negative della critica – quasi l’effetto opposto delle altre opere di Conrad.


    Malgrado non sia n ...continua

    La postfazione dell’edizione e/o è più che altro una riflessione su questo racconto che ha avuto, anche se a fatica, un grande consenso di pubblico suscitando, d’altro canto, le reazioni negative della critica – quasi l’effetto opposto delle altre opere di Conrad.

    Malgrado non sia né “Lord Jim” né “Cuore di tenebra”, qualunque stroncatura del racconto è ingenerosa.
    Forse la psicologia dei due protagonisti non è approfondita abbastanza per gli standard di Conrad. Ma la narrazione coinvolge nella vicenda assurda del duello tra Féraud e D’Hubert. L’ambientazione storica riesce a ricostruire con poche pennellate un’epoca, e la sintesi migliore è forse nell’incontro di D’Hubert con gli ultimi due padrini di Féraud, rappresentanti di una generazione che può solo ricordare le glorie della gioventù ma deve ammettere, infine, di essere stata sconfitta:
    Padroni d’Europa solo ventiquattro mesi prima, avevano già l’aria di fantasmi decrepiti; sembravano, in quei cappotti stinti, meno consistenti delle loro ombre esigue che cadevano nere sul bianco della strada: grottesche ombre militari di vent’anni di guerre e di conquiste.

    Se Féraud è lo schiavo delle passioni, il razionale D’Hubert non trova del resto nessuna via d’uscita logica e di buon senso, accettando con senso di ineluttabilità anche l’assurdo – che si manifesta sin dall’inizio, quando cede alle leggi dell’onore e si rifiuta di ignorare semplicemente il rivale che lo minaccia con una spada, anche se soli in una stanza.
    È da una piccola decisione che nasce la storia, peraltro fatta di duelli “finti”, combattimenti spietati più che altro, senza regole né padrini né dottori d’ordinanza.

    E se nel finale sembra che D’Hubert si salvi grazie all’amore e alla generosità, mentre Féraud si perde per la sua solitudine e chiusura, è lecito domandarsi che cosa sarebbe successo se anche l’ultimo duello si fosse chiuso con l’ennesima “patta”. Probabilmente non sarebbe stato l’ultimo.
    Quando si vive in epoche storiche dominate da grandi passioni e gloriosi ideali, in fondo, non si guarisce mai.
    (Ma un conto è l’accettazione del proprio destino, un altro è l’esaltazione dei propri errori, fenomeno che in Italia abbiamo conosciuto in anni molto più recenti.)

    E infine, forse l’unica morale della storia?, stare molto attenti a chi si disprezza, potrebbe essere il nostro anonimo benefattore.

    ha scritto il 

  • 4

    Capita raramente che un film mi risulti essere più bello dell'opera letteraria da cui è tratto

    Ed è il caso de I duellanti, per quanto il libro sia notevole per lo stile asciutto e potente della narrazione.

    ha scritto il 

  • 4

    Questo racconto rappresenta anche il mio primo approccio felice ad un audiolibro. Sarà per la voce calda ed espressiva di Pedicini, sarà perché nel frattempo lavoravo alla mia prima sciarpa ai ferri, fatto sta che l'esperienza è stata ampiamente positiva. Sarà, soprattutto, perché I Duellanti è u ...continua

    Questo racconto rappresenta anche il mio primo approccio felice ad un audiolibro. Sarà per la voce calda ed espressiva di Pedicini, sarà perché nel frattempo lavoravo alla mia prima sciarpa ai ferri, fatto sta che l'esperienza è stata ampiamente positiva. Sarà, soprattutto, perché I Duellanti è un racconto lineare ma serrato, in cui i personaggi si muovono con destrezza proprio come in un duello. D'Hubert e Feraud rappresentano il dubbio e l'assoluto, la ragione e l'istinto, i due lati contrastanti di ogni uomo che si affrontano, quotidianamente, dentro di noi senza che nessuno dei due abbia definitivamente la meglio sull'altro.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo è un Conrad decisamente diverso da quello più conosciuto, almeno da me, e cioè il Conrad di Tifone, Lord Jim, o di Cuore di tenebra ma non per questo meno intrigante. Anzi, a ben pensarci, non mancano anche qui tematiche presenti negli altri lavori. Questo breve romanzo va ben oltre, inf ...continua

    Questo è un Conrad decisamente diverso da quello più conosciuto, almeno da me, e cioè il Conrad di Tifone, Lord Jim, o di Cuore di tenebra ma non per questo meno intrigante. Anzi, a ben pensarci, non mancano anche qui tematiche presenti negli altri lavori. Questo breve romanzo va ben oltre, infatti, la semplice narrazione di avvenimenti storici e suscita molti spunti di riflessione. Attraverso le vicende che contrappongono i due protagonisti si possono adombrare le vicende che contrappongono Napoleone all’Europa, si evidenzia poi la frizione sempre esistita tra l’antica nobiltà, rappresentata dal generale D’Ubert, pur presente non solo nella società ma anche tra le file dell’esercito napoleonico e quel nuovo ceto sociale emergente, che viene dalla borghesia o dalla campagna, rappresentato dal generale Feraud. Però si possono cogliere anche echi di rimpianto della giovinezza passata e l’associazione di questa con lo stato di guerra!! Benché il motivo del duello rimanga assurdo fino alla fine, la contrapposizione tra i due protagonisti coinvolge non solo il codice d’onore, ma anche l’amor proprio, la vita e l’anima stessa. Pur nella loro diversità sembrano due gemelli siamesi, dei quali l’uno non può fare a meno dell’altro. E’ come, infatti, se l’uno fosse l’ombra dell’altro; insieme però compongono il tutto, l’unico!

    ha scritto il 

  • 5

    Se ben ricordo, nella sua biografia (Il mondo di ieri) Stefan Zweig scrive che Napoleone Bonaparte, per il solo fatto di aver dimostrato nei fatti le possibilità offerte dai tempi nuovi a un giovane coraggioso e ambizioso, per quanto di modeste origini, aveva causato una rivoluzione persino maggi ...continua

    Se ben ricordo, nella sua biografia (Il mondo di ieri) Stefan Zweig scrive che Napoleone Bonaparte, per il solo fatto di aver dimostrato nei fatti le possibilità offerte dai tempi nuovi a un giovane coraggioso e ambizioso, per quanto di modeste origini, aveva causato una rivoluzione persino maggiore di quella di Robespierre, scatenando l’entusiasmo di una o più generazioni, fino ad allora represse dalle costrizioni di una rigida struttura sociale.
    Due ragazzi ambiziosi di quei tempi sono i protagonisti del racconto, due giovani tenenti della Grande Armée, Gabriel Feraud, collerico guascone figlio di un fabbro del sud, e Armand d’Hubert, riflessivo borghese del nord, un po’ incline alla malinconia.
    Iniziata da Feraud per un pretesto, la loro rivalità diventa leggendaria in tutto l’esercito e terminerà solo molto tempo dopo, dopo i Cento Giorni, la restaurazione e l’esilio del Piccolo Caporale a S. Elena. Di mezzo, le tante campagne napoleoniche, dal trionfo di Austerlitz alla disastrosa ritirata dalla Russia. Un grande massacro che interrompe di tanto in tanto il massacro privato dei due Ussari.
    La fine della guerra non è la fine della loro guerra, l’irriducibile Feraud non accetta il confino impostogli come bonapartista e D’Hubert, che ha accettato il nuovo-vecchio regime, si troverà chiamato a un’ultima, sorprendente resa dei conti.

    Ho pensato per un po’ a cosa scrivere del racconto, che certo potrebbe essere letto come un’allegoria della guerra in senso stretto, o della guerra tra istinto (Feraud) e ragione (D’Hubert). Ripensando alla prefazione di Conrad al libro “A set of six” in cui è raccolto, filosofeggiando mi sembrerebbe di fare torto all’ironia e al “self-restraint” dell’autore, quindi mi limito a riportare due frasi che non potrei comunque eguagliare per efficacia.
    Per Conrad, il racconto infatti sarebbe “nulla più che un serio, e persino (sic!) onesto, tentativo di realizzare un esempio di racconto storico” (“The truth is that in my mind the story is nothing but a serious and even earnest attempt at a bit of historical fiction”).
    In realtà è molto di più, un raffinatissimo, elegante, avvincente, spiazzante viaggio nel tempo, alla ricerca dello “Spirito dell’Epoca, mai semplicemente militarista pur nel lungo scontro armato, piena di gioventù, quasi infantile nella sua esaltazione del sentimento, genuinamente eroica nella sua fede” (“the Spirit of the Epoch--never purely militarist in the long clash of arms, youthful, almost childlike in its exaltation of sentiment--naively heroic in its faith”).

    Angolo multimediale: queste sono le illustrazioni originali della prima edizione del racconto, pubblicato come opera a sé stante con il titolo "The point of honor".

    http://pinterest.com/rosenkavalier/the-duel-the-point-of-honor-joseph-conrad/

    Angolo cineforum: non penso sia necessario ricordare la splendida riduzione cinematografica di Ridley Scott, il duello a cavallo, Harvey Keitel per un attimo trasfigurato dal tramonto nell’esiliato di S. Elena.

    http://www.youtube.com/watch?v=t3ksvHXBHH0

    ha scritto il 

  • 5

    “No, ma ho visto il film”: finora lo dicevo pure io, ahimé (ma solo a me stesso, vergognandomene), a proposito del racconto di Conrad e dell’opera prima del giovane Ridley Scott. Alla fine devo dire che è una bella gara, anche perché per una buona parte il film non è che una splendida e fedele tr ...continua

    “No, ma ho visto il film”: finora lo dicevo pure io, ahimé (ma solo a me stesso, vergognandomene), a proposito del racconto di Conrad e dell’opera prima del giovane Ridley Scott. Alla fine devo dire che è una bella gara, anche perché per una buona parte il film non è che una splendida e fedele trasposizione visiva del racconto: nebbiose atmosfere aurorali, prima dei duelli; divise, lunghe pipe e provocatorie trecce degli ussari; piglio incazzoso di Harvey Keitel, un Feraud perfetto; fredda eleganza ma psicologia altrettanto elementare di D’Hubert-David Carradine; tremende (letteralmente) scene sulla ritirata di Russia, non sai se migliori quelle sulla carta o quelle sullo schermo…
    Però le mie letture giovanili mi ricordavano, di Conrad o almeno di quello di alcuni suoi romanzi e racconti lunghi, una certa freddezza tutta inglese, fine ‘800. Invece l’ho trovato felicemente continentale, “ottocentesco” (anche se il racconto è del 1908!), corposo: descrizioni alla brava, fatte di pochi particolari quasi sprezzanti sui soldati napoleonici e sui militari in genere; soprattutto intreccio, personaggi e molta ironia, neanche troppo sottile. Insomma, diritto e tagliente come un rasoio.
    D’altra parte, basta l’invenzione (? In realtà Conrad lavorò su ricordi familiari) di un intreccio del genere a tenere il lettore incollato alle pagine: ogni volta i due rischiano di morire, ogni volta sei ansioso di sapere chi vinca il duello e come mai sopravvivano entrambi, giacché sai che il racconto prosegue… E poi, il duello: caso o destino; coraggio, abilità o semplicemente culo sfacciato; punto d’onore o obbligo sociale, meccanismo infernale da cui è impossibile sfuggire. E ‘sti due pazzi passano l’esistenza a sfidarsi e battersi fra di loro, ogni volta rischiando onore, carriera, che pure intanto avanza, e la vita stessa!
    In realtà, tutto ciò all’inizio. Più in là il racconto, persino un po’ all’improvviso, si apre a considerazioni personali dell’autore, molto ottocentesche, su storia e politica: splendide e meno severe di quel che ci si poteva aspettare (prima che inglese, Conrad era stato anche francese, e polacco e altro) quelle sull’impresa napoleonica o sulla ritirata di Russia; notevole, un duello anche questo, il colloquio col famoso Fouché, colloquio parecchio diverso da quello del film (dalle battute peraltro memorabili). Con la Restaurazione il protagonista D’Hubert è costretto a mettere la testa a partito, progetta un matrimonio e, dopo essersela giocata cento volte sui campi di battaglia e sul terreno dei duelli, s’affeziona, senza accorgersene, alla vita. Ma inatteso, salvato dalle fucilazioni proprio da lui, riecco Feraud, implacabile come una maledizione: lui sì tetragono alle sollecitazioni della Storia e della vita, ottuso, frustrato, incapace di adattarsi ai tempi e perciò a suo modo eroico. E lo sfida, ancora una volta, a duello. All’ultimo, decisivo duello: e ora, forse per la prima volta, D’Hubert teme per la sua incolumità, per il suo prossimo matrimonio, per tutta la sua vita.
    Insomma, qui "I duellanti" sembra diventare un racconto di formazione, o forse il racconto di formazione d’una generazione, quella dei soldati di Napoleone sopravvissuti alle battaglie e alle vendette della Storia. Tutta questa parte viene scarnificata dal film, per la verità ottenendo maggiore omogeneità, abilmente e un po’ arbitrariamente sintetizzata in uno scontro fra fedeli costi-quel-che-costi dell’Empereur, in una parola tra i “soldati”, da un lato, e riciclati, individualisti, in una parola i “borghesi”, dall’altro. Ma per la verità tutto ciò è solo accennato, nel film, trasmettendo alla fine un sentore un po’ algido, “inglese”, a tutta la pellicola; laddove invece la novella, impostata inizialmente su un’ironia sottile e impersonale, sembra finire persino per eccedere in pathos e in empatia col protagonista.
    Ma queste alla fin fine non sono che chiacchiere; ciò che conta davvero, come sempre, è il “magnetismo animale”, come dicevano i dotti Scorpions, della narrazione. E qui ce n’è in abbondanza.

    ha scritto il 

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