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I fantasmi del cappellaio

Di

Editore: CDE

4.1
(652)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 238 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo , Inglese

Isbn-10: A000053392 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Laura Frausin Guarino

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Fiction & Literature , Foreign Language Study , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Una piccola città, La Rochelle, immersa in una gelida pioggia autunnale; borghesi apparentemente insospettabili che giocano a bridge; una serie di strani delitti che viene improvvisamente a turbare la vita della città; e due personaggi (il cappellaio, agiato e rispettabile commerciante, e il "piccolo sarto" armeno con addosso il suo irrimediabile odore di aglio e di miseria) che si osservano in una comunicazione tragica e segreta: due sguardi consapevoli, due punti di vista contrapposti e complementari fino alla reciproca dipendenza, fino alla complicità, si affrontano in una sorta di controcampo investigativo di altissima tensione drammatica.
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  • 5

    I fantasmi del cappellaio di Georges Simenon

    SINOSSI


    Una piccola città, La Rochelle, immersa in una gelida pioggia autunnale; borghesi apparentemente insospettabili che giocano a bridge; una serie di strani delitti che viene improvvisamente a turbare la vita della città; e due personaggi (il cappellaio, agiato e rispettabile ...continua

    SINOSSI

    Una piccola città, La Rochelle, immersa in una gelida pioggia autunnale; borghesi apparentemente insospettabili che giocano a bridge; una serie di strani delitti che viene improvvisamente a turbare la vita della città; e due personaggi (il cappellaio, agiato e rispettabile commerciante, e il "piccolo sarto" armeno con addosso il suo irrimediabile odore di aglio e di miseria) che si osservano in una comunicazione tragica e segreta: due sguardi consapevoli, due punti di vista contrapposti e complementari fino alla reciproca dipendenza, fino alla complicità, si affrontano in una sorta di controcampo investigativo di altissima tensione drammatica.

    RECENSIONE

    La particolarità di questo giallo risiede indiscutibilmente nel sapere già da subito chi è l'assassino. Ragion per cui, il lettore non deve perder sonno nello scervellarsi nel tentativo di cogliere un passo falso, un banale errore o una meccanica disattenzione che possano scoprire l'oscura trama omicida, perchè è già tutto e subito sotto i suoi occhi. Eccolo lì, il serial killer, il cappellaio Labbé, scoperto da un piccolo sarto armeno, che, pur non passando in secondo piano, finisce con il diventare la naturale complementarietà dell'altro, perché entrambi finiscono con il diventare complici, in quanto condividono un orribile segreto.
    È del tutto particolare la genesi di questo romanzo, tanto che vale la pena di raccontarla. Nel 1947 Simenon, nel periodo in cui soggiornò negli Stati Uniti, scrisse il racconto Il piccolo sarto e i cappellaio, da cui trasse una versione sostanzialmente analoga, ma con un diverso finale, che intitolò Benedetti gli umili, e che, tradotta in inglese, vinse il premio per il miglior racconto poliziesco al concorso annuale indetto dall'"Ellery Queen's Mystery Magazine". Il piccolo sarto e il cappellaio assomiglia molto a "I fantasmi del cappellaio", anche se il punto di vista della narrazione è dato dal piccolo sarto Kachoudas, con i suoi tormenti e che, quando scopre che il vicino di casa è l’assassino ricercato dalla polizia, esita a lungo, incerto fra la paura e il desiderio di riscuotere la taglia.
    La riscrittura effettuata da Simenon rende più corposa l'opera, analizza in modo incisivo la complessa psiche di un assassino seriale, conducendo il lettore dentro un mondo di ombre indistinte, popolato di incubi, di cui il cappellaio Labbé è al contempo artefice e vittima. E' un gioco di rara finezza, condotto sull'esile filo del rasoio (è sempre possibile uno scivolone che tolga la tensione, ma Simenon lo evita magistralmente). Ambientato a La Rochelle, in un autunno grigio, freddo e piovoso, la narrazione procede nella realtà di una comunità di modeste dimensioni, in una vita tutto sommato ripetitiva e monotona, fatta di ore e ore trascorse al bar per la ormai irrinunciabile partita di bridge, a cui la borghesia non può mancare, perché ormai è diventato un suo rito, un momento di contatto fra chi conta e si conosce da tempo immemorabile.
    Ma questa tranquillità propria della piccola provincia viene bruscamente interrotta dagli omicidi, per strangolamento, di alcune signore anziane, e bene in vista, del luogo. A uno di questi assisterà anche il piccolo sarto Kachoudas, che già nutriva qualche sospetto sul suo dirimpettaio, il cappellaio Labbé. Questi se ne accorge e se ne compiace, perché ora può dividere con un altro, peraltro assai pavido, il suo terribile segreto. Il serial killer, mano a mano che uccide, con la polizia che brancola nel buio, crede di incarnare il potere assoluto, si convince di essere perfetto, ma, come sempre accade in questi casi, il vestito monolitico che si è costruito addosso per un caso fortuito registra un piccolo strappo; s'incrina così la folle e totale fiducia in se stesso e da allora sarà una progressiva esasperazione, una ripetuta e crescente sfiducia che finirà con il portarlo fra le braccia degli inquirenti.
    La capacità di Simenon di analizzare gli individui, di entrare nella loro psiche qui raggiunge vertici straordinari e se la maggior parte dell’attenzione è riservata al serial killer, anche per gli altri personaggi c’è un interesse rilevante per il loro comportamento, per i fantasmi che agitano la loro mente, in primis per il piccolo sarto armeno, quel Kachoudas che più di tutti patirà il segreto di cui è venuto a conoscenza e che nel volgere di pochi giorni, complice la sua coscienza, finirà per travolgerlo.
    E' difficile non restare affascinati da questo romanzo, mai greve, avvincente pagina dopo pagina, con il lettore che gradualmente proverà un sentimento di pietà non solo per le vittime, ma anche per l'assassino, vittima lui stesso di se stesso. Voto finale: ???

    RECENSIONE A CURA DI CAVIGLIA

    Passa a trovarci
    www.ilclubdellibro.it

    ha scritto il 

  • 4

    Ipnotico

    La storia di questo romanzo è lunga e la troverete nella premessa, questo non farà che confermarvi la genialità di Simenon e la sua ricerca di una perfezione nell'arte del narrare. La sua versione finale funziona eccome, è come un lento sprofondare nella pazzia del cappellaio, la voce narrante,si ...continua

    La storia di questo romanzo è lunga e la troverete nella premessa, questo non farà che confermarvi la genialità di Simenon e la sua ricerca di una perfezione nell'arte del narrare. La sua versione finale funziona eccome, è come un lento sprofondare nella pazzia del cappellaio, la voce narrante,si precipita con lui un passo alla volta quasi in maniera estenuante e il piccolo sarto armeno, seppur comprimario, rimane un personaggio di quelli che non si dimenticano. Simenon si può scegliere a occhi chiusi.

    ha scritto il 

  • 4

    La storia del cappellaio assassino seriale e del suo rapporto con il piccolo sarto armeno che ha il negozio proprio di fronte fu una vera fissazione per Simenon nei suoi primi mesi di residenza negli Stati Uniti: cominciò con un breve racconto, poi seguì un’opera un po’ più lunga, infine – nel 19 ...continua

    La storia del cappellaio assassino seriale e del suo rapporto con il piccolo sarto armeno che ha il negozio proprio di fronte fu una vera fissazione per Simenon nei suoi primi mesi di residenza negli Stati Uniti: cominciò con un breve racconto, poi seguì un’opera un po’ più lunga, infine – nel 1948 – ecco giungere il romanzo. L’edizione Adelphi in mio possesso contiene il primo e il terzo, oltre al capitolo conclusivo del secondo (che, intitolato ‘Benedetti gli umili’, vinse il premio ‘Ellery Queen’), il che consente di seguire l’evoluzione del progetto: se il lavoro iniziale ha forse una maggiore compattezza narrativa, quello conclusivo ha dalla sua il colpo di genio del ribaltamento della prospettiva, che consente all’autore di scandagliare nel profondo una discesa verso la follia. Il protagonista del romanzo è, infatti, il signor Labbè, titolare di una cappelleria ed esponente della buona borghesia in una città di provincia (La Rochelle): la lunga malattia della moglie ne ha fatto vacillare il già instabile equilibrio psichico spingendolo a dar sfogo alle sua misoginia in pulsioni omicide (non è uno spoiler, a Simenon non interessa raccontare chi è stato, ma perché l’ha fatto). La sua lucida follia – il personaggio pensa, scrive e dice mille volte di non essere pazzo – utilizza come punti d’appoggio la sfida lanciata alle autorità che indagano sull’omicidio di sei anziane, ma anche l’interazione a distanza con il sarto che vive dall’altra parte della strada e che passa dal sospetto alla certezza di come stanno le cose pur restando incerto sul da farsi: i soldi della taglia fanno gola, ma chi si fiderebbe di un povero immigrato?. Quando il meccanismo si inceppa, anche perché il contrappeso dell’armeno viene a mancare a causa di una malattia, Labbè inizia a perdere il controllo della situazione, scendendo prima in modo graduale e poi sempre più velocemente nella pazzia fino all’inevitabile conclusione. Un percorso psicologico descritto con cura e profondità che, da un punto di vista iniziale più allargato, stringe sempre di più l’attenzione sul cappellaio nello stesso tempo in cui quest’ultimo si chiude in se stesso cominciando a pensare che tutto il mondo congiuri contro di lui. Un’analisi di una personalità disturbata, assai frequente nel Simenon ‘americano’, che viene condotta soprattutto con la narrazione di azioni e stati d’animo, mentre le descrizioni sono ridotte al minimo: le parole scorrono in frasi perlopiù brevi e costruiscono un noir davvero buio pur senza la presenza di una qualsiasi arma da fuoco. Tutto questo, però, non fa de ‘I fantasmi del cappellaio’ un libro perfetto: se la prima parte restituisce, con un ritmo opportunamente lento, l’opprimente atmosfera di provincia (un’altra delle specialità dello scrittore belga) in cui vive sotto il pelo dell’acuqa – e con ogni probabilità si aggrava – la patolagia del protagonista tra un negozio in decadenza e il rito serale della partita al caffè, la seconda metà subisce un’accelerazione non sempre giustificata, a partire dal modo affrettato e un po’ goffo con cui il povero sarto viene tolto dalla scena. Si tratta, comunque, di aspetti che non inficiano certo il piacere della lettura, perché Simenon sa come tener desta l’attenzione con storie che finiscono sempre per regalare un sottile malessere.

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/01/26/i-fantasmi-del-cappellaio-georges-simenon/


    “Col passare degli anni aveva finito per dare ai suoi movimenti una cadenza quasi da balletto. Gli veniva spontaneo. Non aveva più bisogno di pensarci, tanto è vero che, quando per una circostanza fort ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/01/26/i-fantasmi-del-cappellaio-georges-simenon/

    “Col passare degli anni aveva finito per dare ai suoi movimenti una cadenza quasi da balletto. Gli veniva spontaneo. Non aveva più bisogno di pensarci, tanto è vero che, quando per una circostanza fortuita il ritmo cambiava, prima di rimettersi in moto restava per un po’ immobile, disorientato, come un meccanismo guasto. Mentre la vasca si riempiva, ad esempio, metteva i vestiti nell’armadio, la giacca su una gruccia, i pantaloni ben tesi con la piega giusta; poi preparava ai piedi del letto i calzini, la camicia, il colletto e la cravatta. Ogni cosa andava fatta al momento giusto, e raramente gli capitava d’invertire l’ordine dei suoi gesti. Che erano, se ci si dava la pena di contarli, centinaia, addirittura migliaia, e messi insieme finivano per riempire tutta la giornata.”
    (Georges Simenon, “I fantasmi del cappellaio”, ed. Adelphi)

    “I fantasmi del cappellaio” ha confermato le buone impressioni che avevo avuto su Simenon leggendo, pochi giorni fa, “L’uomo che guardava passare i treni”. Anche in questo romanzo, come nell’altro, l’autore ci porta a scavare nelle motivazioni, nelle paure, nelle strategie di un assassino, che ci è svelato sin dall’inizio della storia. Simenon rielaborò questo testo in più occasioni; per la precisione, da un primo racconto, scritto nel 1947 e intitolato “Il piccolo sarto e il cappellaio”, estrasse una prima versione del romanzo, “Benedetti gli umili”, ma poi, insoddisfatto o forse solo con il desiderio di cambiare punto di vista alla storia, la riscrisse dando vita, appunto, a “I fantasmi del cappellaio”. I titoli prescelti, peraltro, aiutano a capire quale sia il cambiamento più rilevante nel passaggio dal primo racconto al romanzo finale. Nel primo, la vicenda è focalizzata sulle impressioni del piccolo sarto, che scopre di avere un assassino come dirimpettaio; nel romanzo, invece, Simenon scava nella figura dell’omicida, Leon Labbé, per tutti “il cappellaio”, anche se conserva il sarto, l’armeno Kachounas.
    Il romanzo è avvincente perché Simenon riesce, con una scrittura secca, evocativa più che logorroica, a trasmetterci le inquietudini sia del cappellaio sia del sarto, dovute a motivi complementari. Il primo, infatti, che a inizio romanzo ha già ucciso e ha intenzione di completare la sua opera, si accorge, a seguito di un episodio, che l’altro, il sarto, potrebbe aver capito che l’assassino è lui e quindi denunciarlo. Il secondo, che noi lettori vediamo soltanto riflesso, non ha la certezza che sia così e inizia un pedinamento facilitato, peraltro, oltre che dalla vicinanza abitativa, dalla comune frequentazione del bar, dove sono soliti trovarsi anche il commissario che esegue le indagini e i giornalisti che raccontano il tutto, ai quali l’anonimo (per loro, non per noi) assassino manda lucidi messaggi atti a spiegare come i suoi omicidi siano dettati, a suo dire, non dalla follia, ma da una necessità.
    Il cappellaio è un uomo molto razionale, freddo, che non lascia trasparire nulla delle ambiguità che si celano dietro la sua esistenza da commerciante di provincia. Il sarto, invece, paga il suo essere estraneo all’ambiente e benché sappia qualcosa sul conto del primo, esita a rivelarlo, anche per una circostanza che potrebbe far cadere proprio su di lui, perfetto capro espiatorio, le colpe dell’altro. Simenon è abile nel giostrare con la paura e le tensioni reciproche dei due, ma ancora di più nel mostrarci come il cappellaio, più ancora che degli altri, debba avere paura dei fantasmi che popolano la sua mente. Il romanzo, infatti, si rivela essere, alla lunga, una lenta e inesorabile discesa nella follia del cappellaio, proprio lui, assassino freddo e forse inafferrabile sul piano puramente pratico, ma incapace di sopportare le fobie che gli montano dall’interno.

    ha scritto il 

  • 4

    Così impari a snobbare i vecchi "gialli"...

    Non avevo mai letto nulla di Simenon,(non so perchè, troppo "di genere"? Troppo demodè?), poi l'ennesimo regalo inaspettato me lo ha fatto capitare nella borsa di una delle mie trasferte e devo ammettere che è stata una gran fortuna, per un lettore pigro come me, che qualcun altro abbia deciso di ...continua

    Non avevo mai letto nulla di Simenon,(non so perchè, troppo "di genere"? Troppo demodè?), poi l'ennesimo regalo inaspettato me lo ha fatto capitare nella borsa di una delle mie trasferte e devo ammettere che è stata una gran fortuna, per un lettore pigro come me, che qualcun altro abbia deciso di farmelo conoscere.
    E'strano perchè sembra una scrittura molto piana e regolare, senza grandi svolazzi e colpi di scena, ma riesce incredibilmente a rendere ambienti, rumori, odori e pensieri in modo reale e affascinante. Roba che quasi sentivo la puzza di fumo nei caffè, o l'odore di "pecora grassa" della bottega del sarto, per non parlare della assoluta naturalezza e logicità dei rovelli del cappellaio...
    Adelphi lo ha pubblicato con in appendice il racconto, una specie di prima versione con doppio finale, da cui poi Simenon tirerà fuori questo bel romanzo.
    Francamente la lettura del racconto, se aiuta a capire l'evoluzione della storia nella testa di Simenon, toglie un po' di magia al romanzo, forse avrei preferito tenermelo così, intonso. Arzigogolare su come Simenon ci sia arrivato, sa un po' di autopsia, ma vabbè, il romanzo comunque merita davvero tantissimo.

    ha scritto il 

  • 4

    Ogni volta che ho tra le mani un romanzo di Simenon dico a me stessa: "Questo è il miglior Simenon che abbia mai letto". Ma dopo aver letto "I fantasmi del cappellaio" credo che non lo ripeterò più. Io amo questo scrittore: mi piace la sua prosa asciutta, essenziale, eppure così penetrante. Come ...continua

    Ogni volta che ho tra le mani un romanzo di Simenon dico a me stessa: "Questo è il miglior Simenon che abbia mai letto". Ma dopo aver letto "I fantasmi del cappellaio" credo che non lo ripeterò più. Io amo questo scrittore: mi piace la sua prosa asciutta, essenziale, eppure così penetrante. Come sempre il delitto in sè è marginale alla storia, poichè l'anima del romanzo è la psicologia dei personaggi attorno ai quali si snoda la vicenda. Qui c'è quello che oggi chiameremmo "serial killer", un insospettabile uomo per bene la cui identità viene svelata fin dalle prime pagine. Poco alla volta entriamo nel mondo interiore del cappellaio, tormentato e folle, e quella facciata di apparente normalità viene sgretolata un pezzo dopo l'altro fino alla scoperta della drammatica verità. Un vero gioiello.

    ha scritto il