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I fantasmi di pietra

Di

Editore: Arnoldo Mondadori

3.9
(666)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 279 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8804555432 | Isbn-13: 9788804555438 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Paperback , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea scattata il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle sono ancora abitate. È una popolazione di fantasmi quella che Corona suscita ripercorrendo, casa per casa, le strade che un tempo risuonavano di voci, del rumore degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno.
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  • 4

    E' una passeggiata lungo Erto vecchia ormai diventata un fantasma.Dal racconto di Mauro Corona emergono dal passato una miriade di racconti,aneddoti e leggende che coinvolgono il lettore e non lo la ...continua

    E' una passeggiata lungo Erto vecchia ormai diventata un fantasma.Dal racconto di Mauro Corona emergono dal passato una miriade di racconti,aneddoti e leggende che coinvolgono il lettore e non lo lasciano indifferente.

    ha scritto il 

  • 5

    Anche gli oggetti hanno un'anima: una prosa che è poesia

    Erto: un paese arrampicato sulla montagna, abbandonato dopo la tragica notte del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc nel sottostante invaso del Vajont, scatenando uno tsunami arti ...continua

    Erto: un paese arrampicato sulla montagna, abbandonato dopo la tragica notte del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc nel sottostante invaso del Vajont, scatenando uno tsunami artificiale che portò via oltre duemila vite e un’antica civiltà contadina. Corona ripercorre al ritmo delle stagioni le antiche strade una volta ferventi di vita, ora desolatamente vuote. Le case, le stalle, le botteghe abitate un tempo da contadini e artigiani, abbandonate dai loro abitanti sono crollate, ripiegandosi su stesse, lasciando mucchi di pietre, stanze vuote, finestre scardinate senza vetri, sul pavimento invaso dalle ortiche e dal sambuco attrezzi dimenticati, coperti dalla polvere degli anni, perché anche gli oggetti hanno un’anima e, trascurati, muoiono. Alcuni sembrano aspettare ancora la mano dell’antico padrone, altri, rassegnati, si sono arresi al trascorrere del tempo come i loro proprietari ormai scomparsi. Eppure una gerla, una panca di legno intagliato, una stufa, una figura scolpita nella pietra sanno richiamare alla memoria dell’autore un viso, un personaggio, giochi di bambini ora vecchi, episodi buffi o tragici, storie d’amore o di violenza, antiche leggende e mestieri tramandati x generazioni. Forse non è solo la storia di Erto, ma di tanti paesi di montagna abbandonati, grigi e ormai confusi con la pietra che li circonda, le finestre occhiaie vuote e senza vita, i camini senza fuoco, perché oggi più nessuno vuole faticare x ottenere ciò che la civiltà dei consumi offre facilmente. E’ inutile, è vero, rimpiangere il passato, perché il mondo si evolve ineluttabilmente, ma fa piacere che qualcuno ancora ricordi e ci aiuti a ricordare. Scrive in prosa Corona, ma le sue storie sono poesia, e come le canzoni di Fabrizio De André, bellissime ma deprimenti. C’è sempre un sentore di morte, una rassegnazione al destino ultimo degli umani, una malinconia interiore che l’alcol può attenuare, ma non cancellare. Un piccolo, delicato capolavoro.

    ha scritto il 

  • 4

    L'autore passeggia per Erto vecchia e inizia a raccontare: per ogni stagione, per ogni via, per ogni casa abbandonata, si risvegliano i ricordi. Il contenuto è dunque apparentemente inconsistente, fat ...continua

    L'autore passeggia per Erto vecchia e inizia a raccontare: per ogni stagione, per ogni via, per ogni casa abbandonata, si risvegliano i ricordi. Il contenuto è dunque apparentemente inconsistente, fatto solo di immagini, impressioni, leggende e aneddoti, sulla falsa riga di precedenti illustri come Dostoevskij (Note invernali su impressioni estive) e Rigoni Stern (Stagioni). Ma nonostante sia un libro tutto fatto di immagini e senza una vera trama, scorre molto bene, liscio come olio, non mi ha per nulla annoiato.
    Emerge chiaramente il tema del conflitto tra le tradizioni di un mondo antico e contadino in contrasto con la modernità, la contemporaneità e la tecnologia, i tempi frenetici di oggigiorno. Corona non intende in nessun modo demonizzare il "mondo moderno" ma fa capire chiaramente al lettore la sua forte nostalgia per quello antico. Una nostalgia che in qualche passaggio sembra un po' fine a sé stessa oppure un po' contraddittoria, come accade di sentire leggendo alcuni scritti di Paolo Rumiz.
    L'abbandono dei piccoli centri, in realtà è un problema di tutta Italia. Tutti i paesi di montagna, ma anche le piccole frazioni della bassa, stanno facendo questa fine perché soccombono al conflitto tra antico e moderno, anche là dove non c'è stato il Vajont né altri tipi di catastrofe: i piccoli centri vengono abbandonati, punto e basta. E poi non è nemmeno solo una questione tra antico e moderno, ma è proprio un cambiamento radicale della società e delle abitudini: l'abbandono dei paesini e della montagna tutta, il ritmo di vita sempre più frenetico e dipendente dalle tecnologie sono solo i sintomi più evidenti di una malattia ben più grande e complessa. Difficile anche solo stabilire se la si possa chiamare malattia.
    Questo libro contiene anche una piccola autobiografia: parlando dei luoghi dove si è vissuta l'infanzia, è impossibile non parlare della propria famiglia, della propria crescita, lasciarsi andare a qualche sfogo e considerazione, fare un bilancio della propria esistenza, questo libro per l'autore è un modo per fare i conti con sé stesso. Mi ha ricordato mia nonna che rimpiangeva i suoi vent'anni. O meglio: era all'inizio degli anni '80, mia nonna lamentava che ai suoi tempi andava tutto meglio: c'erano meno delinquenti, il cibo era più buono e più sano, la gente si voleva più bene, e via discorrendo altre banalità simili. Al che mio babbo le fece giustamente notare "mamma, quello che tu stai rimpiangendo in realtà sono i tuoi vent'anni". Allo stesso modo, questo libro che fa la descrizione di un paese fantasma, dove sono rimasti solo i morti e le pietre, in realtà è un gioioso canto di nostalgia per la propria infanzia.

    ha scritto il 

  • 5

    Anche gli oggetti hanno un'anima. Una prosa che è poesia.

    Erto: un paese arrampicato sulla montagna, abbandonato dopo la tragica notte del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc nel sottostante invaso del Vajont, scatenando uno tsunami arti ...continua

    Erto: un paese arrampicato sulla montagna, abbandonato dopo la tragica notte del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc nel sottostante invaso del Vajont, scatenando uno tsunami artificiale che portò via oltre duemila vite e un’antica civiltà contadina. Corona ripercorre al ritmo delle stagioni le antiche strade una volta ferventi di vita, ora desolatamente vuote. Le case, le stalle, le botteghe abitate un tempo da contadini e artigiani, abbandonate dai loro abitanti sono crollate, ripiegandosi su stesse, lasciando mucchi di pietre, stanze vuote, finestre scardinate senza vetri, sul pavimento invaso dalle ortiche e dal sambuco attrezzi dimenticati, coperti dalla polvere degli anni, perché anche gli oggetti hanno un’anima e, trascurati, muoiono. Alcuni sembrano aspettare ancora la mano dell’antico padrone, altri, rassegnati, si sono arresi al trascorrere del tempo come i loro proprietari ormai scomparsi. Eppure una gerla, una panca di legno intagliato, una stufa, una figura scolpita nella pietra sanno richiamare alla memoria dell’autore un viso, un personaggio, giochi di bambini ora vecchi, episodi buffi o tragici, storie d’amore o di violenza, antiche leggende e mestieri tramandati x generazioni. Forse non è solo la storia di Erto, ma di tanti paesi di montagna abbandonati, grigi e ormai confusi con la pietra che li circonda, le finestre occhiaie vuote e senza vita, i camini senza fuoco, perché oggi più nessuno vuole faticare x ottenere ciò che la civiltà dei consumi offre facilmente. E’ inutile, è vero, rimpiangere il passato, perché il mondo si evolve ineluttabilmente, ma fa piacere che qualcuno ancora ricordi e ci aiuti a ricordare. Scrive in prosa Corona, ma le sue storie sono poesia, e come le canzoni di Fabrizio De André, bellissime ma deprimenti. C’è sempre un sentore di morte, una rassegnazione al destino ultimo degli umani, una malinconia interiore che l’alcol può attenuare, ma non cancellare. Un piccolo, delicato capolavoro.

    ha scritto il 

  • 5

    In queste pagine parla il cuore di Mauro Corona. Il dramma del Vajont raccontato lo si vive assieme a lui, mentre cammina nel paese fantasma dopo la tragedia sembra di essere al suo fianco, la descriz ...continua

    In queste pagine parla il cuore di Mauro Corona. Il dramma del Vajont raccontato lo si vive assieme a lui, mentre cammina nel paese fantasma dopo la tragedia sembra di essere al suo fianco, la descrizione di quello che è rimasto di Erto è cosi coinvolgente che non ci lascia indifferenti. Fa vivere il paese morto, i racconti dei suoi ricordi ci fa conoscere come era Erto prima della tragedia, ci fa conoscere il suo paese, le sue tradizioni, la gente che ha abitato ogni singola casa con le loro storie, i loro drammi, le loro abitudini. Sembra di sentire il buon odore del fumo dei camini, l'odore del letame, il chiacchierio della vita felice del paese, il vociare degli artigiani al lavoro, le discussioni delle bettole, e tanto tanto altro. Grande Corona che resta radicato nella sua amata terra e non lascia morire i ricordi, grande rispetto a tutti quelli che non ci sono più.

    ha scritto il 

  • 3

    Passionale ma..

    ...a tratti davvero noiosissimo, troppe le descrizioni, si, ma fondamentalmente il problema non è nemmeno quello, sono le descrizioni ripetute che danno fastidio

    ha scritto il 

  • 4

    “E’ la punizione che il Signore riserva agli sciocchi orgogliosi: arrivare troppo tardi. Le cose bisogna farle per tempo, quando è ora, altrimenti non tornano più”.
    Erto. Un paese abbandonato, silenzi ...continua

    “E’ la punizione che il Signore riserva agli sciocchi orgogliosi: arrivare troppo tardi. Le cose bisogna farle per tempo, quando è ora, altrimenti non tornano più”.
    Erto. Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte Toc precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle, di cui restano solo i muri insidiati dall'abbraccio delle edere e delle ortiche, sono ancora abitate.
    È una popolazione di fantasmi che Mauro Corona suscita ripercorrendo porta a porta, casa per casa, le quattro strade deserte che un tempo risuonavano di voci, dal suono degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno. Una tazza, una falce, una gerla, un secchio da mungitura, una bottiglia lasciata a metà di quel vino che dava forza e smemoratezza, ogni oggetto richiama in vita, nella memoria di Mauro Corona, un personaggio, un fatto buffo o tragico, una leggenda, una storia d'amore o di terrore, come un vento di tempesta o un soffio di primavera.
    “ Anche l’uomo se pensa al tramonto diventa migliore”.
    Camini spenti, senza più né fuoco né cenere, dalla cui bocca sembrano uscire voci famigliari e perdute per narrare, prima che il tempo le cancelli, antiche storie di uomini e di spettri, di animali benefici e maligni, di piante venefiche e taumaturgiche, di diavoli ghignanti e scherzosi, di odori.
    “ Gli odori si tengono a memoria, basta nominarli e ti vengono sotto il naso, li senti come se fossero lì”.
    Ne nasce un racconto commovente ed esaltante che si snoda lungo l'arco delle quattro stagioni: inverno, primavera, estate, autunno. Schiere di anime riprendono corpo e ci uniscono a loro, per un breve istante, mosse da una inappagata sete di vita; bambini scomparsi tornano a scivolare veloci nel cuore ghiacciato della vecchia Erto; spiriti maligni ansimano nelle soffitte; la Vecia de Or, che prega una Madonna dal volto di uomo, burla fino alla morte chi cerca avidamente il suo tesoro; nella casa del Solitario si gioca alla morra: mai soldi, solo vino; dichiarazioni di eterno amore, suppliche, bestemmie, incise sugli intonaci di San Rocco rievocano un amore o un odio; in un'ampolla è conservata l'acqua limpida in cui si sciolse il corpo di Neve Corona Menin, la fanciulla di ghiaccio; la voce del piffero magico risuona nelle notti di luna piena. Uomini, animali, piante e cose, ognuno riaccende la propria scintilla di vita.

    ha scritto il 

  • 5

    ho letto Corona tanto tempo fa con un senso di fastidio, forse perché lo avevo appena visto recitare sè stesso in tv. Riletto ora, nel silenzio, senza preconcetti, l'ho trovato eccezionale.
    Grazie al ...continua

    ho letto Corona tanto tempo fa con un senso di fastidio, forse perché lo avevo appena visto recitare sè stesso in tv. Riletto ora, nel silenzio, senza preconcetti, l'ho trovato eccezionale.
    Grazie all'amico che me lo ha consigliato :)

    ha scritto il 

  • 4

    Mauro Corona racconta il paese vecchio dividendo la narrazione nelle quattro stagioni;
    ricorda quello che non c'è più camminando nella vecchia Erto.
    Ricordi di un passato recente e di quello più remot ...continua

    Mauro Corona racconta il paese vecchio dividendo la narrazione nelle quattro stagioni;
    ricorda quello che non c'è più camminando nella vecchia Erto.
    Ricordi di un passato recente e di quello più remoto.
    Il presente è praticamente a zero ma la speranza per il futuro è grande.

    ha scritto il 

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