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I fantasmi di pietra

Di

Editore: Arnoldo Mondadori

3.9
(654)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 279 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8804555432 | Isbn-13: 9788804555438 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Paperback , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea scattata il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle sono ancora abitate. È una popolazione di fantasmi quella che Corona suscita ripercorrendo, casa per casa, le strade che un tempo risuonavano di voci, del rumore degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno.
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  • 3

    Passionale ma..

    ...a tratti davvero noiosissimo, troppe le descrizioni, si, ma fondamentalmente il problema non è nemmeno quello, sono le descrizioni ripetute che danno fastidio

    ha scritto il 

  • 4

    “E’ la punizione che il Signore riserva agli sciocchi orgogliosi: arrivare troppo tardi. Le cose bisogna farle per tempo, quando è ora, altrimenti non tornano più”.
    Erto. Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte Toc prec ...continua

    “E’ la punizione che il Signore riserva agli sciocchi orgogliosi: arrivare troppo tardi. Le cose bisogna farle per tempo, quando è ora, altrimenti non tornano più”.
    Erto. Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte Toc precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle, di cui restano solo i muri insidiati dall'abbraccio delle edere e delle ortiche, sono ancora abitate.
    È una popolazione di fantasmi che Mauro Corona suscita ripercorrendo porta a porta, casa per casa, le quattro strade deserte che un tempo risuonavano di voci, dal suono degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno. Una tazza, una falce, una gerla, un secchio da mungitura, una bottiglia lasciata a metà di quel vino che dava forza e smemoratezza, ogni oggetto richiama in vita, nella memoria di Mauro Corona, un personaggio, un fatto buffo o tragico, una leggenda, una storia d'amore o di terrore, come un vento di tempesta o un soffio di primavera.
    “ Anche l’uomo se pensa al tramonto diventa migliore”.
    Camini spenti, senza più né fuoco né cenere, dalla cui bocca sembrano uscire voci famigliari e perdute per narrare, prima che il tempo le cancelli, antiche storie di uomini e di spettri, di animali benefici e maligni, di piante venefiche e taumaturgiche, di diavoli ghignanti e scherzosi, di odori.
    “ Gli odori si tengono a memoria, basta nominarli e ti vengono sotto il naso, li senti come se fossero lì”.
    Ne nasce un racconto commovente ed esaltante che si snoda lungo l'arco delle quattro stagioni: inverno, primavera, estate, autunno. Schiere di anime riprendono corpo e ci uniscono a loro, per un breve istante, mosse da una inappagata sete di vita; bambini scomparsi tornano a scivolare veloci nel cuore ghiacciato della vecchia Erto; spiriti maligni ansimano nelle soffitte; la Vecia de Or, che prega una Madonna dal volto di uomo, burla fino alla morte chi cerca avidamente il suo tesoro; nella casa del Solitario si gioca alla morra: mai soldi, solo vino; dichiarazioni di eterno amore, suppliche, bestemmie, incise sugli intonaci di San Rocco rievocano un amore o un odio; in un'ampolla è conservata l'acqua limpida in cui si sciolse il corpo di Neve Corona Menin, la fanciulla di ghiaccio; la voce del piffero magico risuona nelle notti di luna piena. Uomini, animali, piante e cose, ognuno riaccende la propria scintilla di vita.

    ha scritto il 

  • 5

    ho letto Corona tanto tempo fa con un senso di fastidio, forse perché lo avevo appena visto recitare sè stesso in tv. Riletto ora, nel silenzio, senza preconcetti, l'ho trovato eccezionale.
    Grazie all'amico che me lo ha consigliato :)

    ha scritto il 

  • 4

    Mauro Corona racconta il paese vecchio dividendo la narrazione nelle quattro stagioni;
    ricorda quello che non c'è più camminando nella vecchia Erto.
    Ricordi di un passato recente e di quello più remoto.
    Il presente è praticamente a zero ma la speranza per il futuro è grande. ...continua

    Mauro Corona racconta il paese vecchio dividendo la narrazione nelle quattro stagioni;
    ricorda quello che non c'è più camminando nella vecchia Erto.
    Ricordi di un passato recente e di quello più remoto.
    Il presente è praticamente a zero ma la speranza per il futuro è grande.

    ha scritto il 

  • 4

    9 ottobre 1963
    A causa della costruzione della diga del Vajont un'enorme frana si stacca dalle pendici del monte Toc e precipita nel lago artificiale generando un'ondata immane che travolge i paesi sottostanti.
    Il disastro del Vajont costò la vita ad oltre 1900 persone.
    Mauro Co ...continua

    9 ottobre 1963
    A causa della costruzione della diga del Vajont un'enorme frana si stacca dalle pendici del monte Toc e precipita nel lago artificiale generando un'ondata immane che travolge i paesi sottostanti.
    Il disastro del Vajont costò la vita ad oltre 1900 persone.
    Mauro Corona in questo suo libro ci racconta del suo paese, Erto, andato in gran parte distrutto in quella notte maledetta. L'autore vaga per le vie del paese, suddividendolo in quattro parti e, percorrendone una per ogni stagione, ci propone spezzoni di vita attuale che si mescolano ai ricordi del passato. Ad ogni passo una casa crollata, una ristrutturata, una chiesa, un laboratorio, una stalla o un'osteria suscitano immagini ed emozioni, proposti sotto forma di brevi racconti più o meno legati gli uni agli altri. Storie di intere famiglie che hanno perso la vita nel disastro, di sopravvissuti che hanno abbandonato per sempre il paese e di pochi temerari che hanno trovato la forza di ricostruire e continuare a vivere in un paese pressoché deserto.
    Attraverso storie vere, scherzi più o meno divertenti, leggende, alcune macabre, e descrizioni colme di aggettivi l'autore ci porta con lui in queste contrade e sembra quasi di aver incontrato veramente le persone, di aver annusato gli odori (del fieno, del letame, del vino...) di aver scivolato sulla neve con quei bambini felici e di essere stati nelle botteghe degli artigiani ad assistere al loro meticoloso lavoro di scultura del legno o di realizzazione degli attrezzi per il lavoro nei campi e nei boschi.
    Un libro che mi ha emozionato molto e mi ha fatto ricordare i paesi, semplici e contadini, e i ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza dei miei genitori. Mi è piaciuto molto il modo di scrivere di Corona e il suo saper coinvolgere il lettore, anche se sul finale ho trovato le storie e i personaggi simili tra loro, quasi ripetitivi.

    ha scritto il 

  • 3

    Ripetitivo

    Molto bello per le prime 70-80 pagine, poi ci si aspetta una svolta, e invece il libro continua per altre 200 sullo stesso tono: snocciola una serie di episodi di persone che avevano animato le case, la chiesa, le osterie del paese di Erto quando questo era ancora vivo, prima cioè che il disastro ...continua

    Molto bello per le prime 70-80 pagine, poi ci si aspetta una svolta, e invece il libro continua per altre 200 sullo stesso tono: snocciola una serie di episodi di persone che avevano animato le case, la chiesa, le osterie del paese di Erto quando questo era ancora vivo, prima cioè che il disastro dal Vajont lo spazzasse via. Alla lunga il gioco, all'inizio godibile, si fa ripetitivo.

    ha scritto il 

  • 4

    Interessante descrizione topografica di come era strutturato il paese di Erto, prima della tragedia del Vajont. Il triste ricordo del luogo della giovinezza è a volte impreziosito dalle interpretazioni dell'autore:.."Proseguo come un nomade verso occidente. I nomadi cavalcano sempre verso il tra ...continua

    Interessante descrizione topografica di come era strutturato il paese di Erto, prima della tragedia del Vajont. Il triste ricordo del luogo della giovinezza è a volte impreziosito dalle interpretazioni dell'autore:.."Proseguo come un nomade verso occidente. I nomadi cavalcano sempre verso il tramonto"...

    ha scritto il 

  • 3

    Nel titolo c'è tutto.

    Dispiace abbandonare un libro dopo un centinaio di pagine ma dispiace altrettanto proseguire la lettura quando ci si accorge di essere impossessati dalla noia.
    Non posso affermare che "I fantasmi di pietra" sia scritto male, il linguaggio è né troppo semplice né troppo complesso, ma forse, ...continua

    Dispiace abbandonare un libro dopo un centinaio di pagine ma dispiace altrettanto proseguire la lettura quando ci si accorge di essere impossessati dalla noia.
    Non posso affermare che "I fantasmi di pietra" sia scritto male, il linguaggio è né troppo semplice né troppo complesso, ma forse, visto l'argomento, era auspicabile una struttura diversa.
    Una lunga passeggiata nel passato, ruderi di case con le loro storie e le storie di chi le ha abitate, dei veri e propri fantasmi di pietra come ci avvisa il titolo.
    Tutto questo sarebbe anche poetico se non diventasse troppo ripetitivo. Una sequela di personaggi con le loro vicende, forse troppo simili a quelle che ho sempre sentito raccontare in famiglia per apprezzarle con interesse, o forse sono semplicemente troppe e disposte troppo in fila indiana, una dietro l'altra.
    Credo che una costruzione del racconto meno lineare avrebbe reso lo snodarsi del libro più coinvolgente e meno noioso ai miei occhi.

    ha scritto il 

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