I fantasmi di pietra

Di

Editore: Arnoldo Mondadori

3.8
(693)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 279 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8804555432 | Isbn-13: 9788804555438 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Paperback , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea scattata il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle sono ancora abitate. È una popolazione di fantasmi quella che Corona suscita ripercorrendo, casa per casa, le strade che un tempo risuonavano di voci, del rumore degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno.
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  • 0

    Me peins...Ricordo...

    Non so più quante volte ho ripercorso con la mente le strade del vecchio paese. Più, di certo, che nella realtà, dove, andare avanti e indietro come un pensionato traballante, riempie qualche manciat ...continua

    Non so più quante volte ho ripercorso con la mente le strade del vecchio paese. Più, di certo, che nella realtà, dove, andare avanti e indietro come un pensionato traballante, riempie qualche manciata di giorni, ogni anno.
    Prendendomi in giro, mi hanno promesso che diventerò “paesano” onorario.:)
    Intanto, gioisco per tutti quelli che si emozionano passeggiando per le vie col libro del Mauro come guida. La ragazza pensierosa o la famiglia rumorosa con la mamma che legge a voce alta e d’un tratto si interrompe .Si consulta, ma la casa dovrebbe esser li; e li, non c’è…Proprio come la strada , che nel racconto inizia, la trovi sui tuoi passi, poi, girando l’angolo ogni riferimento se ne va.
    E riparti con nuovi indizi.

    Ci son rimasto male anch’io ..più volte ,quando credevo di aver capito.
    E qui sta il gioco dello scrittore. A scapito di fastidi-o per rispetto vero- il solito: ogni riferimento a persone e luoghi ….salvo alcuni amici, i personaggi sono inventati e il paese serve solo a contenerli. E, incontrandolo ti dice che lui inventa ,e fa apposta a mischiare le cose e ci vuole lui a spiegare….
    E io, testardo come lui ci ho messo dieci anni .E mi son già ritrovato a portare aiuto a qualche curioso e indeciso visitatore perso nelle sue “ricerche”.
    E ,anche io sto cercando ancora. E ho perso già persone care lungo la strada. Qualche volta a distanza di anni le certezze riguardo quel tal posto le ho dovute abbandonare. Proprio come nella vita…
    Giurin giureta!:) I posti descritti, ci sono davvero Le quattro strade principali che Lui colora con bravura con le stagioni, ci sono eccome!
    E, se per animare le vie, lo scrittore racconta e si immerge in personali ricordi o inventa di sana pianta, ad ogni porta chiusa , possiamo dare un’anima .E, qualche volta, anche un volto.

    Bianca, stanca, si appoggia alla parete di via Pascoli dove Carla ha riaperto la vecchia casa al viaggiatore . Mi guarda. Gli occhi azzurri guardano lontano elencando commossa i vecchi abitatori della casetta.
    E’ felice che qualcosa rivivrà. E, nuove persone si aggiungono al mio elenco.
    Difficile ma possibile, usare il libro come “strumento topografico” Nelle pagine ,Erto vecchia c’è tutta. Dalle Spesse – testimone del disastro colla chiesetta privata a ricordare chi abitava quei posti situati alla periferia sud del paese –vicino al paravalanghe e prima dell’ inizio del paese-
    Albina, ultima custode del posto la ritrovi alle funzioni domenicali e poi sulle tombe dei suoi cari.

    Tra le pagine ,le vecchie osterie fuorimano e abbandonate rivivono .I l lungo tratto di strada in curva che porta al camposanto ( quello dei vecchi tassi spesso citati nei racconti del Mauro), unisce la periferia all’abitato .Mi par ogni volta di tornare a sconosciute sensazioni di dejavu. Come se la strada facesse da confine tra passato e presente. La casa dell’ amico Claudio, poco oltre. E, la casa della Tina. E i suoi fiori.

    E nelle storie, tutta Erto ritorna viva. Tutta la via Roma e le strade sopra e sotto.Le insegne delle mitiche osterie delle storie del Mauro..sono ancora visibili.Trovi anche le fontane. le vasche delle concimaie.... Sopra e sotto la chiesa di san Bartolomeo. La soprafuoco , in alto e la più bassa con la chiesetta di s. Rocco al cimitero, e Beorchia guardando verso san Martino…..
    In questa direzione-dove il paese finisce verso nord ed esce sullo stradone-, i ruderi del nuovo cimitero mai usato. Muri con sasso a vista. Un bijoux! Solo, nelle intenzioni di chissà quale luminare .Tipo gli “alveari “ della nuova Longarone( Il costruttore, in questi posti ,ha dimenticato un accenno di sorriso)
    Non c’ è mai stato sepolto nessuno. Il posto ,guarda il Vajont ma ….Sembra che oltre allontanare gli abitanti dal centro storico anche il luogo dell’ultima dimora dovesse-, “scomodo”- esser allontanato dai luoghi cari.
    Si diceva che il vecchio fosse pericolante. Come tutto il paese.. Ma , ancora sotto i vigili tassi , giovani e vecchi di Erto scelgono la vecchia loro ultima dimora. Dall’alto, guarda il Vajont, la val Mesaz e il lago residuo…Più a destra guardando il calar del sole i lastroni del Toc dove è iniziato disastro del 63…

    Certe storie ,io non le avrei messe ma si dice possano piacere.
    Dopotutto il libro è suo. Io .ho solo ricordato qualcosa che ho potuto toccar con mano.

    Ho dell’altro .Ricorderò e scriverò..

    ha scritto il 

  • 5

    Di norma mi innervosisco, quando un libro - corto, per giunta - mi dura quasi un mese. Questa volta non è accaduto, anzi. Sarei potuta andare avanti per un anno, a leggere due paginette de I fantasmi ...continua

    Di norma mi innervosisco, quando un libro - corto, per giunta - mi dura quasi un mese. Questa volta non è accaduto, anzi. Sarei potuta andare avanti per un anno, a leggere due paginette de I fantasmi di pietra. Perché scorre lento, come le stagioni a Erto. Avrei voluto leggerne un episodio al giorno, per non sentirmi sola una volta giunta alla fine di questo viaggio meraviglioso. Un viaggio nel silenzio, nell´abbandono.
    Di casa in casa, attraversiamo Erto vecchia, respirando l´odore di chi lì dentro ha vissuto. Il silenzio della tragedia è sempre lì, non ci abbandona mai. Piccoli spunti polemici non mancano, ma Corona qui è soprattutto nostalgico. E la nostalgia per un paradiso perduto é incolmabile.
    Corona ci racconta storie che sono a metà tra realtà e leggenda, che avremmo potuto udire dai nostri nonni. Forse è per questo che a tratti mi sarebbe piaciuto che fosse un audiolibro.

    Li scrive lui, non li scrive lui. È un alcolista, non lo è. Ma chissenefrega. Quando c´è la magia della narrazione c´è tutto.

    ha scritto il 

  • 5

    l'umanità di piera e Lares

    E dopo aver letto questo libro ho dovuto andare a Erto, perché da quanto mi ha coinvolto, emozionato, commosso, illuminato, dovevo andare a rendere un tributo a quei vecchi ammassi di pietre squadrate ...continua

    E dopo aver letto questo libro ho dovuto andare a Erto, perché da quanto mi ha coinvolto, emozionato, commosso, illuminato, dovevo andare a rendere un tributo a quei vecchi ammassi di pietre squadrate e larice, custodi di vite, allegoria dell'esistenza umana, muti testimoni di un epoca che non c'è più. I fantasmi di Pietra è la storia recente di Erto narrata dai suoi vecchi e pittoreschi edifici abbarbicati l'un l'altro sul ciglio di un burrone, ma è anche la storia di una svolta, la storia di un progresso divorante che è arrivato troppo presto, tutto e subito, senza dar tempo a quella comunità di montanari di poterlo assimilare, portandoli repentinamente alla morte. Non è solo la tragedia del Vajont che ha ucciso Erto, quella l'ha piuttosto accelerata ferendola di immani lutti, ma Erto sarebbe morta comunque da lì a poco, come è morta un'epoca dove c'era cuore, dove c'era umanità, dove si viveva di concreto e non di virtuale. Non c'è ottimismo, ma una rude malinconia che penetra il cuore come una lama intrisa di poesia e lirismo di cui erano custodi quei semplici saggi che erano i nostri nonni. Ogni Paese dovrebbe avere un Corona non per vendere carriole di libri, ma per ricordare un passato che ci aiuti ad affrontare un futuro che ci sta sfuggendo di mano.

    ha scritto il 

  • 5

    Meraviglioso!

    Uno dei miei libri preferiti di Mauro Corona. Una passeggiata tra le viuzze di Erto, paese sul ripido, per conoscerne la sua essenza più vera, la storia dimenticata di ogni suo abitante, i misteri di ...continua

    Uno dei miei libri preferiti di Mauro Corona. Una passeggiata tra le viuzze di Erto, paese sul ripido, per conoscerne la sua essenza più vera, la storia dimenticata di ogni suo abitante, i misteri di ogni ogni casa, i segreti di ogni pietra.... In questa sorta di Spoon River ertana, Corona fa rivivere e rende eterno il suo paese quasi del tutto abbandonato dopo la tragedia del Vajont, raccontando aneddoti, descrivendo piccoli e grandi avvenimenti, tramandandone la memoria. Ogni oggetto ha una storia, ogni casa è speciale e unica. Tutto ha vita tra i fantasmi di pietra, tutto è intriso di un passato che è necessario conoscere affinchè il presente trovi un senso. Romanzo magico!

    ha scritto il 

  • 3

    Ci sono volute 176 pagine per entrare nella Erto onirica di Corona, una faticaccia, ma una volta entrato mi son trovato bene, pronto a prendermi una bella sbronza sui gradini della chiesa!

    ha scritto il 

  • 4

    realisticamente onirico

    Una lettura veramente piacevole: scorrevole, intrigante, onirico ma al tempo stesso realistico. Mi è piaciuto molto, è evidente che può essere letto su diversi livelli: come autobiografia romanzata, c ...continua

    Una lettura veramente piacevole: scorrevole, intrigante, onirico ma al tempo stesso realistico. Mi è piaciuto molto, è evidente che può essere letto su diversi livelli: come autobiografia romanzata, come "romanzo storico" di una Erto pre-Vajont, come un insieme di racconti in stile Marquez ma ambientati in montagna...Ci si possono vedere tante cose in questo libro, oppure nessuna . penso che dipenda dalla sensibilità e dal vissuto di chi legge. E' la classica magia dei libri: a chi piace (perché piace? in fondo rimane sempre un po' un mistero) e a chi no (solitamente più facile da motivare).
    A me è piaciuto, molto. La strage del Vajont (non mi pare appropriato chiamarla tragedia, termine nel quale ravvedo il potente gioco del destino, e non le conseguenze di atti umani pensati ed attuati con ferrea volontà)fa parte del mio io, non perché l'abbia vissuta, o perché qualcuno dei miei parenti ne sia rimasto vittima, o perché sono nata a Belluno, penso sia un fatto di sensibilità. Sembra una vicenda ideata su misura per toccare tutte quante le mie corde più recondite. Di fatto il mix tra realtà sociale di montagna anni cinquanta(che non mi è sconosciuta essendo la mia nonna nata e vissuta a lungo in uno sperduto paesino della montagna carnica) strage del Vajont, racconto pseudo-onirico mi ha colpito al cuore. Bellissimo!!!!

    ha scritto il 

  • 4

    E' una passeggiata lungo Erto vecchia ormai diventata un fantasma.Dal racconto di Mauro Corona emergono dal passato una miriade di racconti,aneddoti e leggende che coinvolgono il lettore e non lo la ...continua

    E' una passeggiata lungo Erto vecchia ormai diventata un fantasma.Dal racconto di Mauro Corona emergono dal passato una miriade di racconti,aneddoti e leggende che coinvolgono il lettore e non lo lasciano indifferente.

    ha scritto il 

  • 5

    Anche gli oggetti hanno un'anima: una prosa che è poesia

    Erto: un paese arrampicato sulla montagna, abbandonato dopo la tragica notte del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc nel sottostante invaso del Vajont, scatenando uno tsunami arti ...continua

    Erto: un paese arrampicato sulla montagna, abbandonato dopo la tragica notte del 9 ottobre 1963, quando una frana precipitò dal Monte Toc nel sottostante invaso del Vajont, scatenando uno tsunami artificiale che portò via oltre duemila vite e un’antica civiltà contadina. Corona ripercorre al ritmo delle stagioni le antiche strade una volta ferventi di vita, ora desolatamente vuote. Le case, le stalle, le botteghe, abitate un tempo da contadini e artigiani, abbandonate dai loro abitanti sono crollate, ripiegandosi su stesse, lasciando mucchi di pietre, stanze vuote, finestre scardinate senza vetri, sul pavimento invaso dalle ortiche e dal sambuco attrezzi dimenticati, coperti dalla polvere degli anni, perché anche gli oggetti hanno un’anima e, trascurati, muoiono. Alcuni sembrano aspettare ancora la mano dell’antico padrone, altri, rassegnati, si sono arresi al trascorrere del tempo come i loro proprietari ormai scomparsi. Eppure una gerla, una panca di legno intagliato, una stufa, una figura scolpita nella pietra sanno richiamare alla memoria dell’autore un viso, un personaggio, giochi di bambini ora vecchi, episodi buffi o tragici, storie d’amore o di violenza, antiche leggende e mestieri tramandati x generazioni. Forse non è solo la storia di Erto, ma di tanti paesi di montagna abbandonati, grigi e ormai confusi con la pietra che li circonda, le finestre occhiaie vuote e senza vita, i camini senza fuoco, perché oggi più nessuno vuole faticare x ottenere ciò che la civiltà dei consumi offre facilmente. E’ inutile, è vero, rimpiangere il passato, perché il mondo si evolve ineluttabilmente, ma fa piacere che qualcuno ancora ricordi e ci aiuti a ricordare. Scrive in prosa Corona, ma le sue storie sono poesia, e come le canzoni di Fabrizio De André, bellissime ma deprimenti. C’è sempre un sentore di morte, una rassegnazione al destino ultimo degli umani, una malinconia interiore che l’alcol può attenuare, ma non cancellare. Un piccolo, delicato capolavoro.

    ha scritto il 

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