I formalisti russi

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Ha scritto il 09/01/16
una (imprescindibile) goduria
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Ha scritto il 09/02/14
Fondamentalmente disapprovo l'analisi dei meri aspetti formali di un testo per discernerne l'essenza. Tuttavia riconosco che un accanimento così scientifico su questo fondamentale ha talvolta risultati sorprendenti e accattivanti. Concetti ed esposiz ...Continua
Ha scritto il 14/10/11
contiene il saggio di Viktor Sklovskij "L'arte come procedimento". E un saggio di Osip Brik di cui non ricordo il titolo.
Potrà importare tanto o poco, ma tutto mi caro, sommamente caro, di quanto scritto da Sklovskij.
Brik era marito di Lili
...Continua
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Ha scritto il 14/10/11
Illuminante.
Ha scritto il 11/11/09
Ho fatto fatica a leggerlo questo libro. Pure confesso che ne ho saltato un paio di tratti (ma con motivazioni quasi inoppugnabili, credo), cosa quest’ultima che a me non è mai riuscita facile, che anzi m’ha cagionato vari rimorsi eccetera.

E c

E comunque. Ci troviamo qua in presenza di una summa, d’una scelta di testi tratti da quella galassia di testi e sollecitazioni che va sotto il nome di formalismo (russo).
Nel corso della lettura è stato un incrociarsi di sensazioni o, per meglio dire, di sollecitazioni. Saranno state due, predominanti, o tre.

Innanzitutto v’era l’agire di una prospettiva storica. Constatavo infatti di come in quella piccola fetta di ventesimo secolo antecedente la rivoluzione bolscevica abbia visto in Russia una notevolissima fioritura nelle arti d’avanguardia.

O quantomeno a partire da lì, almeno fino a quando il subentrare dello stalinismo duro lo ha permesso. Non solo dunque il futurismo in letteratura e pittura (da compagni di strada del futurismo cominciarono il loro lavoro teorico gli studiosi proto formalisti dell’Opojaz), ma anche un denso e importante lavorio simbolista (o tardosimbolista) enucleatesi nell’opera di Brjusov o Belyi o Blok ecc.

E anche il risveglio lirico, quasi neoclassico dell’acmeismo di Gumilev, della Achmatova del genio Mandel’stam. E dove parliamo di teatro, abbiamo sì Mejer’chold e Vachtangov e Stanislavskij, ma per converso troviamo pure Diaghilev e Bakst. Eccetera eccetera.

Se tutto questo non bastasse nella Russia di quei tempi, nazione sull’orlo del baratro che la getterà in una delle più fosche tragedie della storia recente (o della storia e basta proprio), fiorì al fianco delle avanguardie una scuola critica, appunto il cosiddetto formalismo, termine peraltro rigettato dagli studiosi usualmente raggruppati sotto questa etichetta.

Opojaz, l’acronimo più corretto, ciò stando a quanto scrive Roman Jakobson, sta per Società per lo studio del linguaggio poetico. Il nome dice molto, e derivandone una descrizione grezza dei lavori del gruppo: il testo è per i teorici dell’Opojaz un meccanismo provviste di sue proprie leggi e come tale è analizzabile a partire dalla struttura prima, la quale si compone di iterazioni sintattiche, elementi spuri, tic linguistici, dialettismi, e confluenze, o ripetizioni, o elementi comuni ad altre opere o tradizioni.

Riesce facile inferire di come il “formalismo” russo sia stato il progenitore dell’assai successivo strutturalismo francese. In questo, sua caratteristica interessante è la natura tendenzialmente antidogmatica, cosa non scontata in un sistema critico volto a percepire “oggettivamente” il testo letterario.

Scrive Boris Ejchenbaum, uno dei massimi esponenti dell’Opojaz: “fondamentale per i formalisti non è il problema dei metodi dello studio della letteratura, ma quello della letteratura come ‘oggetto’ di studio. In sostanza, non parliamo e non discutiamo di nessuna metodologia. Parliamo e possiamo parlare solamente di alcuni principi teorici, che non ci sono stati suggeriti da questo o quel problema metodologico od estetico bell’e pronto, ma dallo studio del materiale concreto delle sue specifiche peculiarità”. Quindi anche ricerca sul campo, nella materia viva del testo. Mi pare molto chiaro.

Altra cosa che enuncio velocemente, è la connotazione anti simbolista (e conseguentemente anti idealistica) della critica formale, fattore questo che a mio avviso ha funzionato come coltura batterica, humus “interno” (alle patrie lettere russe) per la nascita dell’Opojaz.

Ciò a significato, sempre a mio modest’avviso a connotare il formalismo come una scienza nativa e, in qualche misura, naif. Questa la seconda sensazione nel corso della lettura.
Per completezza, scrivo di aver saltato il lungo saggio di Osip Brik su Ritmo e sintassi nella poesia russa. ...Continua

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