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I fratelli Karamazov

2 Voll

Di

Editore: Edito-Service (Orpheus Libri. I Classici Russi)

4.6
(4622)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 1022 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Tedesco , Svedese , Francese , Olandese , Portoghese , Catalano , Polacco , Finlandese

Isbn-10: A000141013 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Agostino Villa ; Illustratore o Matitista: Pietro Sarto

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Altri , Cofanetto , Copertina morbida e spillati , Rilegato in pelle , eBook

Genere: Fiction & Literature , Philosophy , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
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  • 4

    “I Fratelli Karamazov”, titolo originale: “Brat'ja Karamazovy”, di Fëdor Dostoevskij, traduzione di Agostino Villa, edizioni Einaudi, ISBN: 978-88-06-22033-4.

    A mio avviso l’opera di Dostoevskij merit ...continua

    “I Fratelli Karamazov”, titolo originale: “Brat'ja Karamazovy”, di Fëdor Dostoevskij, traduzione di Agostino Villa, edizioni Einaudi, ISBN: 978-88-06-22033-4.

    A mio avviso l’opera di Dostoevskij merita ancora la sua fama di capolavoro, quanto meno per la rilevanza che ancora caratterizza alcuni dei temi trattati e a causa della notorietà che lo circonda e che continua ad alimentarne la critica.
    A parte queste considerazioni ed anche un po’ più modestamente, è bene aggiungere che il romanzo è bello al di là e nonostante la sua fama un po’ ingombrante. Una volta cominciata l’opera e non appena ci si sia abituati ad uno stile ormai un po’ superato, si arriva ad un punto dove, come per ogni buon racconto, si desidera semplicemente sapere come andrà a finire la faccenda e cosa succederà ai diversi comprimari. Da un altro punto di vista, però, se si tiene conto che i personaggi e le situazioni descritte cominciano a sentire il peso degli anni e ad apparire, di conseguenza, un po’ forzati, forse comincia ad essere legittimo ritenere di poter sottrarsi al compito di digerirne la non modesta mole senza sentirsi per questo troppo in colpa verso il nostro vecchio professore di letteratura del liceo.

    Personalmente, dopo “Delitto e Castigo” del medesimo Autore aspettavo l’occasione per leggere anche quest’opera e, in particolare, ero interessato a inquadrare più esattamente all’interno della stessa il famoso e forse abusato pezzo della “Leggenda del Grande Inquisitore” che appare nel libro quinto del romanzo. L’occasione me l’ha data la recente uscita di un saggio incentrato sul medesimo argomento “Liberi Servi – Il Grande Inquisitore e l’enigma del Potere” di Gustavo Zagrebelsky (Einaudi ISBN 978-88-06-20458-7). A questo punto, ho sciolto gli indugi e le vele!
    Ho trovato che “La leggenda” regga ancora e pienamente la fama che la circonda; per me si tratta di un pezzo di grande letteratura. Forse, però, se si è interessati solo ad essa, non vale la pena di leggersi tutte le 1033 pagine che costituiscono la presente edizione al solo scopo di inquadrarla al meglio.

    A me, per altro, queste mille e passa pagine non sono pesate e vorrei anche aggiungere che sarebbe assai limitativo ridurre la bellezza e l’importanza di quest’opera alle poche decine di pagine attraverso le quali si sviluppa “La leggenda”. Essa costituisce, infatti, sicuramente una parte notissima ed importante del romanzo, ma non può comunque assumere una tale evidenza da potersi sostituire ad esso e neppure per poterlo rappresentare efficacemente e completamente.

    ha scritto il 

  • 5

    Dopo quasi quarant'anni

    ho avuto il coraggio di riprenderlo in mano. Ovviamente temevo una delusione, come quando si rincontra un vecchio amore, e il tempo passato è tanto, e si temono le rughe, e gli occhi senza più la luce ...continua

    ho avuto il coraggio di riprenderlo in mano. Ovviamente temevo una delusione, come quando si rincontra un vecchio amore, e il tempo passato è tanto, e si temono le rughe, e gli occhi senza più la luce d'una volta, e i capelli diradati, e si ha paura di essere defraudati di un grande ricordo, derubati del nostro passato. Invece... che Scrittore, che Autore! E' stata di nuovo passione, subito, sin dalle prime pagine, è stato straniamento, amore, e ora mi perdo nel romanzo come allora, ragazzetta che lo leggeva di notte accanto alla finestra con le tapparelle sollevate, perché era tardi e mio padre mi aveva imposto di spegnere la luce.
    *********************
    Solo per chi avesse voglia di sapere com'è andata

    ++++++++++++++++++++++++++++++++
    La libreria è in sala, un brutto mobile di panforte impiallacciato, solo le antine sono in legno massello, mamma dice che è noce, papà dice che è radica di quercia. Anche questo è stato motivo di un litigio tremendo.
    Il mobile sta addossato alla parete di destra, appena si entra. Ha preso il posto del buffet con gli specchi e a me manca un po’ la mia immagine rimandata all’infinito mentre ceniamo. D’altra parte anche le mamme d’Irene e di Viridiana hanno cambiato mobilio: il buffet e il contro buffet non si usano più, appartengono agli anni Cinquanta e al dopoguerra. Ormai quel periodo è finito.
    Tra i libri di papà scopro una vecchia Divina Commedia illustrata dal Doré, un librone che sollevo a fatica e che sfoglio con devozione. Ci sono libri di politica, testi di Gramsci, Il Capitale di Karl Marx. C’è una raccolta del quotidiano “L’Avanti” e molti saggi. Ma anche tanti romanzi. Da una parte gli italiani: Berto, Berretta, Bianciardi, Cassola, Levi, Morante, Moravia, Pavese, Pratolini, Pasolini, Silone, Tobino; dall’altra gli stranieri, soprattutto Hemingway e Steinbeck.
    Un libro m’incuriosisce. E’ rosso con due strisce nere in costa.
    Mi avvicino, lo prendo.
    E’ mezzanotte passata ma ancora sto leggendo.
    Mio padre s’incavola se vede che mi attardo sui romanzi – studia matematica invece di perdere tempo! Se sei bocciata quest’anno ti spedisco diritto a lavorare! – e mi costringe a spegnere la luce presto. Non vuole neanche che veda la televisione oltre le nove di sera, soprattutto se canta Gianni Morandi di cui a me non può importare di meno, ma basta che papà veda sullo schermo una faccia giovane e vagamente rockeggiante per fargli scattare la furia censoria: niet!
    Ma stasera aspetto che lui e mamma se ne vadano a letto, poi sollevo adagio la tapparella della sala dove dormo ormai da qualche anno. I miei fratelli sono rimasti nella cameretta, nei letti appoggiati alla parete. Non so più se Giulio dorme con la bocca semiaperta e sorride, o se Marco nel sogno fa Vff, vff a qualche pirata che vuole portarselo via.
    Da fuori arriva un chiarore tenue e spettrale: i lampioni della strada mandano un alone giallo che pare malato. Per fortuna c’è anche la luna che illumina a cono parte del balcone, ha un brillio più netto, distinguo i vasi vuoti dei fiori che se ne stanno impilati, silenziosi, uno dentro l’altro.
    Mi appoggio ai vetri della finestra, il libro girato verso la luce, e riprendo a leggere I Fratelli Karamazov: Ivan sta salutando il fratello Alioscia prima di andarsene per sempre. Se avrò veramente la forza di guardare le foglioline tenere – riprese Ivan – sarà solo ricordandomi di te, Alioscia, che le amerò. Mi basterà sapere che in un angolo di mondo esisti tu per non perdere la voglia di vivere, per non considerare il mondo con disgusto. Ti basta? se vuoi, prendi pure le mie parole per una dichiarazione d’amore.
    Decido subito che dedicherò a Marco queste righe. Per un po’ di tempo è stato male, gli venivano dei gran febbroni, si addormentava esausto, si svegliava battendo i denti per il freddo, chiamava disperato mamma, una volta sono corsa anch’io, gli ho preso la mano e l’ho sentita di ghiaccio, lui tremava come una foglia poi improvvisamente ha cominciato a sudare.
    La settimana prima l’hanno ricoverato per degli accertamenti, quando è uscito dall’ospedale gli ho chiesto che cosa gli avevano trovato i dottori.
    “Ipertensione endocranica”, mi ha risposto serio.
    Per consolarlo gli scriverò queste righe sul diario, così quando a scuola le leggerà saprà che gli sono vicina.
    E’ notte fonda quando finalmente decido di andarmene a letto.
    Il sonno mi ha afferrata all’improvviso, una colata di piombo che m’impedisce di tenere gli occhi aperti. Guardo la mia stanza: gli oggetti conosciuti palpitano nell’oscurità, il lenzuolo bianco del divano letto è una strana creatura accucciata nell’attesa che la raggiunga. Mi dirigo verso quel chiarore cercando di non sbattere contro i mobili. Qualcosa mi risucchia in un baratro nero dove finalmente potrò riposare. Mi sdraio e aspetto di sprofondarci. Dopo cinque minuti mi rigiro, afferro il cuscino e ci ficco sotto la testa. Non riesco a addormentarmi. Nelle vene sento vibrare un’energia che è adrenalina pura, è il fiume di parole che ho letto che ora scorre incessante si agita mormora mi toglie il sonno. D’un tratto mi dico che un giorno vorrei anch’io scrivere così. Mi tengo stretto il mio pensiero felice e mi addormento.

    ha scritto il 

  • 3

    'il tempo scorre assai lentamente

    dimitri fiodorovic karamazòv'

    ...

    il romanzo si lascia leggere, ma è melenso e quindi non di universale accettazione e comprensione

    molto forte però

    amo il pers ...continua

    'il tempo scorre assai lentamente

    dimitri fiodorovic karamazòv'

    ...

    il romanzo si lascia leggere, ma è melenso e quindi non di universale accettazione e comprensione

    molto forte però

    amo il personaggio di dimitri

    e ovviamente alioscia mi sta sul culo

    ha ragione in quello che dice, ma l' "idiota" principe Myskin lo dice meglio

    e soprattutto non mi sta sul culo

    ha scritto il 

  • 3

    il tempo scorre assai lentamente

    dimitri fiodorovic karamazòv

    si lascia leggere, ma è melenso e quindi non di universale accettazione e comprensione

    molto forte però

    amo il personaggio di dimitri

    e ov ...continua

    il tempo scorre assai lentamente

    dimitri fiodorovic karamazòv

    si lascia leggere, ma è melenso e quindi non di universale accettazione e comprensione

    molto forte però

    amo il personaggio di dimitri

    e ovviamente alioscia mi sta sul culo

    ha ragione in quello che dice, ma il principe Myskin lo dice meglio

    e soprattutto non mi sta sul culo

    ha scritto il 

  • 0

    La mia avversione per i libri Newton & Compton è tale e tanta da spingermi a fare pubblica ammenda dell'acquisto, per la modica e discutibilissima cifra di 2,93 euro, di questa orripilante edizione. ( ...continua

    La mia avversione per i libri Newton & Compton è tale e tanta da spingermi a fare pubblica ammenda dell'acquisto, per la modica e discutibilissima cifra di 2,93 euro, di questa orripilante edizione. (vogliamo parlare della chiassosità della grafica di copertina? o dell'imbottitura della stessa, in stile bracciolo da piscina? o del bollino che recita "diffida delle imitazioni!", eccetera? No. Sorvoliamo. Anche perché sono i mali minori.)
    L'impiego sistematico da parte di questo editore di traduzioni "a basso costo" ha generato mostri ormai proverbiali; ma certe volte tale pratica dà lieti frutti inconsulti, come in questo caso, in cui la traduzione scelta (evidentemente per questioni di diritti scaduti, non certo di ricercato prestigio) è quella, datata sì (1930) ma "storica" e autorevole, di Alfredo Polledro, che fu a suo tempo figura fondamentale nella diffusione in Italia di classici russi tradotti non più dalle versioni e adattamenti francesi ma direttamente dagli originali; si cerchi a tal proposito "Polledro" in questo articolo http://rivistatradurre.it/2011/04/tradurre-dal-russo-2/. Ecco fatto. Fine ammenda ^_^

    ha scritto il 

  • 5

    L'umile amore è una forza formidabile, la più grande di tutte, non ce ne sono altre alla stessa stregua. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto osservati e vigila su di te, affinché la tua immagine non perda il suo splendore.

    Le pagine di un romanzo non possono esprimere emozioni: eppure non è pur vero che riescono a leggere il nostro cuore? Le pagine di un romanzo, come dice il mio amato Murakami, possono palpitare e, ad ...continua

    Le pagine di un romanzo non possono esprimere emozioni: eppure non è pur vero che riescono a leggere il nostro cuore? Le pagine di un romanzo, come dice il mio amato Murakami, possono palpitare e, ad assicurarmi che è così e che in questo momento, proprio a me, stanno donando un'infinità di sensazioni altalenanti sono I fratelli Karamazov. Coraggiosi, forti, fieri, cui ho amato sin dall'inizio del prologo, quando erano ancora delle immagini sfocate.
    E' trascorso quasi un mese da quando in questo romanzo - corposo, ma emozionante e di bell'aspetto - ho riscontrato solamente sensazioni piacevolissime. Tutto ebbe inizio con l'entusiastica iniziativa di una ragazza in un gruppo di Facebook. Ero certa che, nonostante i miei pomeriggi fossero quasi sempre all'insegna del tedio e della monotonia, I fratelli Karamazov mi avrebbero tenuto compagnia per un bel po' di tempo. E con una felicità imprecisata, che come un buco nel cielo filtra la luce nell'infinito, ho coltivato nel cuore la speranza che potesse piacermi.
    Non ero più sola. Ero in compagnia di tre fratelli. Tirava un vento caldo e afoso, e quella che ascoltai fu l'avvincente storia, nonché ricordo di condivisione dell'autore, di personaggi che desiderano redimere la loro anima dalle tenebre, con cui si sforzano di fuggire, pur di scorgere un barlume di speranza. Era tutto estremamente affascinante, romantico, realistico e, per certi versi, incomprensibile come un sogno. Informe e misterioso, come una punizione efficace che dà pace ma incute terrore, e che consiste nel riconoscimento della propria coscienza.

    Gli esseri umani sono tutti buoni, nessuno escluso. La vita è bella. Anche se siamo malvagi, la vita è bella. Siamo buoni e cattivi, cattivi e buoni...

    Mi sono imbattuta in queste pagine riuscendo a cogliere la bellezza, la forza, il coraggio, l'orgoglio di questi angeli tramutati in diavoli nel cui animo imperversarono bufere. Bufere lussuriose, estetiche, tremende e spaventose.
    In una manciata di pagine sono stata sedotta da una storia il cui tratto sognante, magico, aveva qualcosa di tangibile.
    Penetrando nel mio cuore, pian piano. Aggirandosi in punta di piedi, esplorando una terra ignota di cui tuttavia nessuno aveva mai raccontato.
    La mia anima era stata riempita da qualcosa che, fra una schiera di gente umile, sola, passeggera come bianche nuvole - colpevoli di azioni o gesti di cui non hanno colpa, messi da parte perché considerati privi di emozioni - mi ha permesso di ritagliarmi un posticino tutto mio. Allietando giornate spiacevoli, nello spazio ridotto della mia camera, rendendomi felice. Catapultandomi nel cuore di anime dannate, primitive, frenetiche, irrequiete, desiderosi di trovare la pace.
    Leggendo le loro vicissitudini, facendomi avvolgere dal loro desiderio di una nuova rinascita, di un cambiamento - dalla nascita di un'anima grande che, dalla coscienza sofferente, faccia rifiorire un angelo. Un eroe. - hanno funto da toccasana e rischiarato le tenebre del mio inconscio. Spiando impunemente vite che ci trascinano nella penosa contemplazione dei sentimenti, nel desiderio ardente di possedere la carne, nei gesti, nel dolore. Sofferenze che tuttavia mitigano nel tempo; coscienza che procurerà soddisfazione nel riconciliarsi a ciò che si credeva perduto.
    Osservandoli in ogni sfaccettatura. Pregando un Dio che dà il perdono, giustifichi gli atti impuri; combattendo per la realizzazione dei propri sogni, come un processo spirituale e psicologico. Come modo di trasformare il mondo, rimetterlo a nuovo, costringendo gli uomini a intraprendere una nuova strada.
    La notte salutavo i miei amici di carta e inchiostro prevedendo l'arrivederci dietro l'angolo. M'intestardivo a credere che avrei aspettato un bel po' di tempo prima che ciò accadesse ed io, per stare meglio, ci credevo, anche se sapevo di non poter ignorare quel brusco senso di vuoto che avviluppava le mie viscere, trasmettendomi una generale malinconia. E quando terminai il romanzo di Dostoevskij, allineato sullo scaffale, nella pace del giorno, non feci niente per impedirlo. Avevo letto con avidità le vicende di Aleksej, Dmitrij, Ivan e Smerdjakov e, giunta all'epilogo, la mia mente non riusciva a protendersi per dirgli addio e lasciarla andare.
    Due entità che improvvisamente si sono amalgamate. Accidentalmente si sono incrociate, intrecciate e sovrapposte per poter tessere una catena di eventi che determinassero la nostra unione. Una strana magia che mi ha permesso di accettare la storia che Dostoevskij si portava dentro, ha reso il tutto come una serie di opportunità in cui l'amore, la fratellanza sono i capostipiti della famiglia Karamazov. L'amore, come immortalità e capace di perpetuare nel tempo. Forte e sensuale, che si combina all'avidità. Alla follia. La fratellanza, come gesto di alleanza. Lealtà. Barriera contro i nemici, forte e indomabile.
    Durante il corso della lettura avevo nelle orecchie una canzone, il cui timbro è stato deciso, sincero. Fra me e loro predominava la lealtà: poco entusiasta, come un orribile acquazzone del tutto inaspettato. Ma che, nonostante tutto, ha riaffiorato in me il ricordo di alcuni particolari che ho visto leggendo il romanzo di Dostoevskij: amori folli e passionali; ricordi deteriorati dal tempo; viaggi che virano verso la redenzione. Non particolarmente importanti o straordinari, perché sono tutti eventi piccoli e banali. Ognuno però utile ad arricchire una storia che è di per se una storia, avvincente e ben scritta che, a lettura terminata, denota il mio totale appagamento nei suoi riguardi.
    Mi è stata raccontata una storia in cui le cose hanno avuto una loro forma, nitide e luminose come la luce accecante del sole. Aver letto di questi fratelli, del loro astio nei riguardi del padre, guerrieri forti e coraggiosi, ma timorosi del senso della vita e del tempo, è stato davvero fantastico. Averli affiancati in questo lungo viaggio, nella vana ricerca della loro redenzione, aver avvertito le loro paure, le loro insicurezze, - sussurrate con la voce smorzata e il respiro ansimante - smorzare quel fuoco ardente che divora il loro animo, è stato splendido. Trasmesso sentimenti contrapposti, rabbia, felicità, scivolando nei ricordi poco luminosi della mia infanzia e scontrandosi contro oscuri echi.
    I fratelli Karamazov è un'affascinante affresco. Un giro di vite di personaggi potenti, impavidi, navigati, fini conoscitori, capaci di affrontare qualunque imprevisto. Una lettura bellissima, sorprendente, zeppo di rivelazioni toccanti, su cui predomina la forza e una certa malinconia. Popolato da anime inquiete che vagano lungo la riva dell'assurdo.

    Un'ora, un minuto del suo amore non valgono forse tutto il resto della vita, sia pure fra i tormenti del disonore? Andare da lei, solo da lei, guardarla, ascoltarla, senza pensare a nulla, dimenticare tutto il resto, anche solo per questa notte, per un'ora, per un istante.

    ha scritto il 

  • 4

    Voto: 3.5/4

    Dopo tre mesi posso dire di essere uscita vittoriosa da questa nuova esperienza, quando affronto Dostoevskij mi devo preparare psicologicamente perchè so già in partenza che sarà un lungo viaggio che ...continua

    Dopo tre mesi posso dire di essere uscita vittoriosa da questa nuova esperienza, quando affronto Dostoevskij mi devo preparare psicologicamente perchè so già in partenza che sarà un lungo viaggio che mi sfiancherà e mi tormenterà l'anima; so che dovrò pazientare e sopportare interi dialoghi e digressioni su tematiche che non mi fanno impazzire e che appesantiranno un libro già di per sé non facile.

    Venendo al libro, come mi era successo con “Anna Karenina”, anche qui il mio voto è un po' incerto ed oscilla tra il tre e mezzo e il quattro per diversi motivi: innanzitutto perchè “I fratelli Karamazov” è un'opera che ha molti alti e bassi e tratta tematiche per me ostili, non è stato facile rimanere sempre concentrata, ma i lato positivo è che il romanzo mi è piaciuto, lo svolgimento della trama è interessante e Dostoevskij mi ha piacevolmente stupita con una sottilissima velatura ironica che non avevo mai notato prima.

    L'autore russo ci racconta di una famiglia, che tanto famiglia in realtà non è perchè i quattro fratelli sono nati da tre madri diverse di cui ben poco sappiamo e il padre non è una figura presente nella loro vita, composta dal capostipite Fedor Karamazov e dai suoi quattro figli Alesa, Ivan, Dmitrij e Smerdjakov.
    La prima cosa da tener presente è che Dostoevskij concentra la sua penna sul popolo e sulla miseria della vita e infatti proprio i nostri protagonisti appartengono alla media borghesia e dovranno affrontare i vari problemi che la vita gli mette davanti, spesso però essendo conseguenze delle loro azioni.

    I quattro personaggi sono molto diversi ed ognuno a loro modo rappresenta una sfaccettatura dell'autore russo che, in questo romanzo, mette molto della sua esperienza: Alesa, il fratello “buono”, quello più devoto a Dio e fedele, colui che pensa sempre il meglio di tutti e dà fiducia, è la rappresentazione della fede di Dostoevskij, il cristianesimo; Ivan, il fratello più razionale e che va dal mettere in dubbio l'esistenza di Dio al credere fermamente nel diritto alla libertà, è un po' la necessità di un mondo giusto e razionale; Dmitrij, passionale, violento e contraddittorio, è la manifestazione della “passione” per il gioco d'azzardo di Dostoevskij e infine a Smerdjakov, furbo e manipolatore, tocca la malattia che l'accomuna all'autore, l'epilessia.
    Tutti, a loro modo, hanno un pezzettino dell'autore russo e tutti a loro modo hanno una tematica che portano con loro: la contrapposizione tra bene e male, il denaro come mezzo per conquistare una donna, la fede e la componente religiosa, la libertà e il dramma dell'esistenza.

    Quello che mi ha colpito in positivo dell'opera, ricordiamoci che venne pubblicata nel 1880, è la “terribile” attualità che si manifesta non in un solo caso bensì in vari elementi: il parricidio innanzitutto è un fatto che purtroppo vediamo accadere quasi ogni giorno, quanti ragazzi presi dal raptus uccidono i genitori?!Quante volte succede senza una reale motivazione? Uccidere solo per il gusto di farlo, ed è proprio quello che succederà anche ne “I fratelli Karamazov”, uccidere perchè ci si sente potenti e liberi di farlo; anche nel processo e nel suo svolgimento ci sono elementi che sono tuttora presenti in questa specifica quotidianità come la perizia psichiatrica e i diversi dottori chiamati ad esprimere il proprio parere, le arringhe della difesa e dell'accusa sono impressionanti per la lucidità e la veridicità, addirittura Dostoevskij mette in scena il coinvolgimento dell'opinione pubblica, si dirà infatti che se ne parlerà in tutta la Russia!; a confermare l'attualità del romanzo c'è anche la parentesi di Iljusa e compagni che mostrano comportamenti giovanili non molto distanti dai giorni nostri, le prese in giro degli amici per il comportamento del genitore magari particolare o troppo apprensivo, i bulletti che aggrediscono i bambini più deboli, i gruppetti che si formano e l'elezione a capo di quello apparentemente più coraggioso degli altri; infine aggiungerei anche il rapporto padre-figlio, assai complesso da gestire, che non smetterà mai di ricorrere e qui Dostoevskij lo fa mettendo in scena un padre snaturato, senza alcuna propensione al suo ruolo, senza provare vero interesse per i figli ma solo verso donne e denaro, l'uno mai a prescindere dall'altro.

    “La vista di un padre indegno, specialmente in confronto con altri padri, padri degni, i padri degli altri ragazzi suoi coetanei, involontariamente suggerisce al giovinetto interrogativi tormentosi. Gli viene data una risposta convenzionale 'Egli ti ha generato, tu sei il suo sangue, e perciò lo devi amare'. Il giovinetto, senza volerlo, riflette. 'Ma lui mi amava quando mi ha generato? - si domanda, sempre più sorpreso.- E' forse per me che mi ha messo al mondo? Non mi conosceva, non conosceva neppure il mio sesso in quel momento, nel momento della passione, magari accesa dal vino, e forse mi ha trasmesso soltanto la tendenza all'ubriachezza, ecco tutti i suoi benefizi...Perchè, invece, io devo amare lui, solo per il fatto di avermi generato, se lui poi non mi ha mai amato?'.”

    Un ultimo aspetto che mi ha colpita, non in positivo questa volta, è la figura della donna e il modo in cui Dostoevskij ha trattato di sentimenti: parto con il dire che le madri dei fratelli Karamazov non entrano mai in scena nel romanzo e se l'autore non ci desse piccole informazioni nei primi capitoli non se ne saprebbe nulla, cadono immediatamente nel dimenticatoio; le popolane che compaiono sporadicamente sono piccole macchiette difficili anche a ricordarle, mentre le uniche due presenze costanti nell'opera sono le due donne, secondo me, centrali nella vicenda: Grusen'ka e Katerina.
    Credo che il romanzo sottolinei questo limite dell'autore: il non saper trattare delle donne e delle loro relazioni. Vengono entrambe rappresentate come donne isteriche, sempre in preda ai loro sentimenti e con comportamenti esagerati, non hanno relazioni semplici e amorevoli, tutto è confuso e niente sembra sincero o naturale; Grusen'ka , violentata e abbandonata da giovane, riesce a rialzarsi grazie ad attenzioni maschili ma non è elegante o particolarmente interessante, rapisce Dmitrij e Fedor ma non si capisce per quale motivo mentre Katerina va dove gira il vento, prima Dmitrij poi Ivan, non riesce ad esprimere i suoi veri sentimenti né con le parole né con i gesti.
    Anzi, direi proprio che loro due siano ulteriormente causa dei problemi che andranno a incidere la vita della famiglia Karamazov: sarà proprio la folle passione di Dmitrij per la prima a spingerlo ad andare da Fedor e controllare la situazione mentre la seconda sarà addirittura colei che lo condannerà definitivamente.
    Credo appunto che la donna e i sentimenti siano una tematica importante per lo svolgimento della trama ma purtroppo non c'è nessuna eleganza o delicatezza nel descriverne i sentimenti e le passioni, le relazioni che intrattengono i protagonisti sono sempre esagerante nella loro drammaticità, non c'è mai respiro.

    Giunti alla fine, c'è da dire che l'ultimo capitolo vi commuoverà certamente, nessuno resisterà alle dolci parole di Alesa ma un piccolo appunto lo devo fare al finale che risulta aperto, nessuno saprà mai cosa succederà né ad Alesa, né a Ivan né a Dmitrij e di questo me ne dispiaccio!

    E' un libro pieno di digressioni e discorsi filosofici, la componente religiosa è molto presente soprattutto nella prima parte del romanzo ma si sopporta abbastanza facilmente grazie a dialoghi che ne spezzano il ritmo, è un romanzo complesso ma che però dona vari punti di riflessione, tra alti e bassi la narrazione scorre ma sicuramente la seconda parte è molto più fluida e, dal mio punto di vista, interessante.
    (scusate la pappardella XD)

    ha scritto il 

  • 5

    A fare recensioni su Dostoyevsky e' fin troppo facile essere banali.
    Cerchero' semplicemente di esservi d'aiuto in caso stiate cercando di decidere se leggere o no questo libro: l'investimento di temp ...continua

    A fare recensioni su Dostoyevsky e' fin troppo facile essere banali.
    Cerchero' semplicemente di esservi d'aiuto in caso stiate cercando di decidere se leggere o no questo libro: l'investimento di tempo che richiede e' notevole.

    Innanzitutto, a me e' piaciuto molto. Credo sia uno di quei libri che, in un certo senso, possono cambiarti la vita.

    Non credo sia un libro per tutti: non nel senso che bisogna essere intelligenti per leggerlo, ma nel senso che lo stile puo' non piacere.

    Se cercate colpi di scena ogni dieci pagine, questo libro non fa per voi.

    Il suo fascino sta tutto nelle riflessioni di teologia, etica, morale, giuridiche, antropologiche, e chi piu' ne ha piu' ne metta.

    Una cosa e' certa: la caratterizzazione dei personaggi e' surreale.

    Buona parte del libro non fa altro che scavare nella psiche dei vari attori in scena. E' veramente incredibile.

    Di nuovo: se siete facili alla noia, lasciate stare. Se vi piace porvi domande e cercare di allargare le vostre vedute, non potete non leggerlo.

    P.S.
    Nonostante cio' che ho scritto, non intendo dire che il libro sia noioso. Niente affatto. Secondo me e' molto scorrevole. Non avessi altro da fare avrei continuato a leggere e leggere ininterrottamente.

    ha scritto il 

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