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I giochi della notte

Di

Editore: Iperborea (Iperborea; 59)

4.0
(83)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 157 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8870910598 | Isbn-13: 9788870910599 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Carmen Giorgetti Cima ; Prefazione: Andrea Gibellini

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
E’ nei sogni e nella fantasia il rifugio dei bambini di Dagerman, protagonisti di tanti racconti, perché vedono e sentono troppo, con la loro sensibilità da scorticati vivi e la loro consapevolezza di perdenti, feriti dall’indifferenza. Sogni e fantasia cui non sanno più ricorrere gli adulti con la loro solitudine, l’amarezza di sentirsi traditi, estranei a se stessi, superflui agli altri, spinti, piuttosto, all’autoinganno. E’ l’ingiustizia della condizione umana contro cui Dagerman non smette mai di ribellarsi, radicata com’è nel suo essere, che dà a tutta la sua opera una straordinaria intensità.
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    Ancora solitudini, ancora disperazioni, ordinate secondo un crescendo: nei primi racconti i protagonisti sono bambini e ragazzi, poi delle coppie adulte, e nell’ultimo c’è un vecchio.
    Cosa fanno i bambini per cercare di proteggersi dalle brutture del mondo? Immaginano, si illudono di poter ...continua

    Ancora solitudini, ancora disperazioni, ordinate secondo un crescendo: nei primi racconti i protagonisti sono bambini e ragazzi, poi delle coppie adulte, e nell’ultimo c’è un vecchio.
    Cosa fanno i bambini per cercare di proteggersi dalle brutture del mondo? Immaginano, si illudono di poter controllare il mondo cercando di condurre i sogni nella vita.
    Così sono I giochi della notte che fa Aeke, per cercare di dominare l’angoscia determinata dai pianti e dai singhiozzi della madre e dall’assenza notturna del padre - in quale bar, in quale bettola .
    Il padre rientra , e “in cucina l'angoscia è così grande che sarebbe insopportabile senza un'arma, ma alla fine Aeke è talmente stanco di avere così tanta paura che senza opporre resistenza si lascia cadere a capofitto nel sonno.”
    E di giorno?
    Non resta che la fuga.

    Comincia lì, nel grumo dei primi anni di vita, a mettere radice l’albero della tristezza, da cui gemmano man mano che la consapevolezza si fa più chiara e più forte, il senso di estraneità e di disadattamento, e di smisurata solitudine.

    Essere poveri aggrava.
    In Nevischio e Carne salata e cetrioli, è il guardare le scarpe bucate a fare la differenza.
    E la vergogna.
    “Ma il giudice che avevo dentro, che doveva essere più maturo dei miei nove anni, mi disse alla fine che avevo agito da autentico vigliacco: era rubare prendere quello che noi avevamo gettato via?”

    Nei racconti centrali, Lo sconosciuto, Uomini di carattere, Gli implacabili, l’attenzione di Dagerman si pone all’interno delle dinamiche di coppia: gelosia, incomunicabilità, disaffezioni, distanze.
    Sono i racconti che, fatta eccezione per Lo sconosciuto, dalla conclusione drammatica e inaspettata, dato il cambio repentino di prospettiva, mi sono sembrati più deboli .

    La torre e la fonte è il mio preferito.
    Un epilogo, in tutti i sensi.

    “Si limitava a star lì seduto, ora dopo ora, o magari anche anno luce dopo anno luce, pervaso da una crescente stanchezza. La stanchezza va molto bene, la stanchezza va sempre bene, in particolare quando ci si esercita nell'arte amara di essere prigionieri di se stessi. Anche una grande calma e una certa capacità di mantenersi freddi vanno molto bene, perché l'uomo deve avere i nervi molto saldi per potersi sopportare.

    la premessa qui

    http://alea-iactaest.blogspot.it/2013/12/better-not-to-bet.html

    ha scritto il 

  • 4

    "La neve sul pendio era d'un tenue color sangue. Che la grande cinciallegra del cielo si fosse dissanguata sopra al mondo?"

    Poco o nulla distingue i bambini dagli adulti, in questi racconti di Dagerman. I suoi bambini, a nove anni o giù lì, sono già adulti perché hanno conosciuto il tradimento, la morte, la sofferenza (il pianto liberatorio nelle gonne di una prozia venuta dall'America), la disillusione, la violenza, ...continua

    Poco o nulla distingue i bambini dagli adulti, in questi racconti di Dagerman. I suoi bambini, a nove anni o giù lì, sono già adulti perché hanno conosciuto il tradimento, la morte, la sofferenza (il pianto liberatorio nelle gonne di una prozia venuta dall'America), la disillusione, la violenza, sia subita che esercitata, spesso senza un chiaro motivo, e, in essa, la perversione della crudeltà. I suoi adulti, invece, hanno l'innocenza dei bambini, quella tenerezza di mente, anima e carne che li rende estremamente vulnerabili e li espone, nudi, alla beffa: poiché non vogliono, o non possono (sono nati senza artigli né veleno) ferire, vengono inevitabilmente feriti (il principio del dolore - secondo il quale ciascuno deve per forza impastare la propria esistenza con una determinata quantità di male - pare attenersi, con estrema precisione, a rigorose leggi matematiche), poiché si rifiutano di diventare carnefici, finiscono per essere vittime (non esistono altre categorie alle quali un essere umano possa appartenere).
    Le sole cose che differenzino i bambini dagli adulti, che testimonino, in un certo senso, il passare degli anni (insieme al crescere della statura, al comparire delle rughe, al cadere o all'ingrigire dei capelli), sono l'atrofizzarsi, nei "grandi", della fantasia, estrema, fragile e felice difesa contro le offese degli altri (della gente, del Pubblico), lo spegnersi dei colori, il pietrificarsi della memoria che porta incisi su di sé, in graffi profondi, i segni di tutti i soprusi subiti (il bambino dimentica in fretta; per l'adulto, invece, ogni momento di cattiveria non fa altro che aggiungere centimetri di altezza alle pareti del labirinto nel quale egli si aggira smarrito).
    Il disperato allarme lanciato da Dagerman riguarda il fatto che nemmeno il chiudersi in se stessi, il cancellare, con un estremo, radicale atto di volontà, il mondo intero, è più sufficiente per salvarsi: solo la morte rappresenta una reale ed efficace protezione per l'uomo che, guardandosi in fotografia o allo specchio, fatica persino a riconoscere il proprio volto (segno che la malattia della vita ha oramai raggiunto uno stadio terminale, una degenerazione senza ritorno).

    L'innocenza (che si riflette poi nella scrittura) dello sguardo timido di Dagerman, e la sincerità del suo intento (di uno che grida la propria esasperazione scrivendo), lo assolvono, alla fine, dal crimine d'aver disegnato un quadro tanto disperato e disperante (nel mondo di D. anche i sorrisi sono maledetti, in quanto equivalgono ad un'ammissione di colpevolezza).

    Durante la lettura mi sono ritrovata spesso a pensare allo Steinbeck de I pascoli del cielo e di Al dio sconosciuto.

    ha scritto il 

  • 4

    8

    Otto racconti, otto passi verso il baratro, otto brevissimi passi. Dagerman porta la sua sofferenza verso un ulteriore scatto, scritti alcuni anni prima del suo gesto più forte, l'ultimo. Anche stavolta i protagonisti sono gli ultimi. Consigliato a chi sente crescere dentro l'ombra, per cercare ...continua

    Otto racconti, otto passi verso il baratro, otto brevissimi passi. Dagerman porta la sua sofferenza verso un ulteriore scatto, scritti alcuni anni prima del suo gesto più forte, l'ultimo. Anche stavolta i protagonisti sono gli ultimi. Consigliato a chi sente crescere dentro l'ombra, per cercare uno spiraglio di luce.

    ha scritto il 

  • 4

    " L’uomo deve avere i nervi molto saldi per potersi sopportare."

    Un libro circolare. Non è la scoperta dell’acqua calda che un siffatto testo, costituito da racconti e di cui dobbiamo accettarne come dogma la stesura editoriale senza nulla chiedere della reale cronologia, sia circolare e susciti sensazioni, emozioni e cognizioni o cognizioni, emozioni e sensaz ...continua

    Un libro circolare. Non è la scoperta dell’acqua calda che un siffatto testo, costituito da racconti e di cui dobbiamo accettarne come dogma la stesura editoriale senza nulla chiedere della reale cronologia, sia circolare e susciti sensazioni, emozioni e cognizioni o cognizioni, emozioni e sensazioni circolari.
    In breve, non sai da dove incominciare.
    Dalla cognizione, dovuta al caso di averlo letto dopo il Torless, che c’è modo e modo di “vedere” l’infanzia e di narrarne “la transizione” in essere adulto?
    Dalla sensazione che cercare nei romanzi nordici l’atmosfera, intesa nel senso fisico-meteorologico, non sia altro che trovare conferme all’emozione della scoperta che “il ritmo circadiano” non sia acqua che scorra liscia sul piano mentale dell’essere umano ma che ne determini l’esistenza?
    L’uomo senza l’alibi dello scirocco o della nebbia uggiosa, non può che guardare la realtà nella sua crudezza nei lunghi sei mesi di luce e raccontarla senza infingimenti estetizzanti in un tempo verbale presente, che è quello della vita umana se paragonato all’infinito dell’eternità.
    Un mondo crudele che manifesta se stesso non nelle guerre “nucleari” ma nei piccoli crudeli atti quotidiani, quelli della madre che coinvolgono il figlio nella sua infelice vita coniugale; quelli di cui nemmeno il nevischio riesce a coprire l’anaffettività; quelli dei ragazzini di un comune branco non riscattato nemmeno dalla vergogna (la vergogna che fa la differenza tra l’osannato Musil e lo sconosciuto Dagerman!); o la crudeltà, stupida e vuota, del pubblico che si fa beffe delle piccole certezze del vecchio cicerone, certezze necessarie a farlo sentire vivo.
    L’umanità di provincia - perché di provincia e periferia degradata, circondata e minacciata dalle inquietanti ombre di boschi bui di un'Oslo anni ’50 si racconta - è di una disumanità spaventosa che Stig Dagerman trova intollerabile.
    Disumanità che lo riguarda intimamente perché è dalla relazione con gli altri, volente o nolente, che deriva la percezione del sé.
    Non so cosa avrebbe potuto scrivere se fosse sopravvissuto. Forse avrebbe ingigantito il dolore di sè e vi si sarebbe inginocchiato davanti fino a romperci i cabbasisi.
    Ma in quel momento della sua vita, che avrebbe interrotto con un atto volontario, lui guarda all’infanzia e ai “nove anni” dei bambini proletari – perché di questi il poeta s’interessa, autobiograficamente – età che, in quel tempo lontanissimo, faceva da precoce spartiacque con quella adulta, che non è un bel vivere, senza alcuna speranza che non gli sarebbe stata grave, e non solo per il fatto che non si può sfuggirle.
    Non mi può venire in mente che Leopardi.

    P.S. Grazie all’anobina che me l’ha passato in PDF!

    ha scritto il 

  • 0

    LA DISFATTA DI STIG DAGERMAN (di Alea di Artemisia)

    Insofferente verso ogni forma di costrizione e di ingiustizia, Stig Dagerman era vicino agli ambienti anarchici, aveva curiosità multiformi e anche la sua produzione riflette la molteplicità dei suoi interessi


    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/946-la-disfatta-di-stig-dag ...continua

    Insofferente verso ogni forma di costrizione e di ingiustizia, Stig Dagerman era vicino agli ambienti anarchici, aveva curiosità multiformi e anche la sua produzione riflette la molteplicità dei suoi interessi

    http://www.ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/946-la-disfatta-di-stig-dagerman

    ha scritto il 

  • 4

    Solitudine

    “I giochi della notte” è una raccolta di racconti essenziali disposti in sequenza in modo tale che l’età dei protagonisti cresca progressivamente, quasi a voler tracciare l’arco di un’esistenza. I primi hanno come protagonisti i bambini, poi i soggetti diventano gli adulti con le loro famiglie. ...continua

    “I giochi della notte” è una raccolta di racconti essenziali disposti in sequenza in modo tale che l’età dei protagonisti cresca progressivamente, quasi a voler tracciare l’arco di un’esistenza. I primi hanno come protagonisti i bambini, poi i soggetti diventano gli adulti con le loro famiglie.

    Dagerman ha una visione negativa e senza compromessi del mondo, sente gli uomini condannati senza colpa a soffrire in silenzio, incapaci di comunicare. I bambini vivono un mondo ostile e freddo, non godono dell’infanzia ma, come gli adulti, cercano di sopravvivere rifugiandosi spesso nei sogni, cercando l’irrealtà oppure cadendo fin da subito nei vizi dei genitori.

    Ognuno è condannato a un isolamento interiore tanto più estremo quanto più a portata di mano sembrano le parole per romperlo. In parallelo a questa difficoltà di comunicazione c’è la falsità dei comportamenti sociali, dietro cui nascondersi.

    Una cosa che colpisce è il silenzio presente in quasi tutti i racconti. I racconti sono costruiti sulle pause, sulle sospensioni, sul non detto. Sembra che tutti i personaggi siano in attesa di qualcosa che non arriva mai.

    Un sottile filo di disperazione senza speranza pervade la raccolta, lasciando il lettore con una sensazione di vuoto.
    Colpisce certamente sapere che l’autore scrisse questi racconti all’età di 24 anni. E non meraviglia che purtroppo la sua visione così amara e negativa dell’umanità lo abbia portato a uccidersi a 31 anni.

    ha scritto il 

  • 4

    Sono restia a scrivere un commento di questo libro, perché temo di non trovare le parole giuste per esprimere quanto sia meraviglioso e particolare.
    Dagerman affronta problemi comuni a tutti in maniera delicata e sensibile, con una scrittura semplice e tuttavia evocativa e capace di momenti ...continua

    Sono restia a scrivere un commento di questo libro, perché temo di non trovare le parole giuste per esprimere quanto sia meraviglioso e particolare.
    Dagerman affronta problemi comuni a tutti in maniera delicata e sensibile, con una scrittura semplice e tuttavia evocativa e capace di momenti di lirismo davvero commoventi. I suoi personaggi spesso non sono portatori di valori positivi e i temi trattati non sono piacevoli, fanno parte di quel lato ombroso che abbiamo tutti e di cui abbiamo timore.
    Consigliatissimo!

    ha scritto il 

  • 5

    Uno scrittore tormentato e semi-sconosciuto e una serie di racconti bellissimi e tragici, per i quali la sola idea di lieto fine è da considerarsi offensiva. Personaggi dai contorni netti, lucidissimi nel loro male di vivere, soprattutto i bambini, che sono piccoli solo nell'età ma non nella comp ...continua

    Uno scrittore tormentato e semi-sconosciuto e una serie di racconti bellissimi e tragici, per i quali la sola idea di lieto fine è da considerarsi offensiva. Personaggi dai contorni netti, lucidissimi nel loro male di vivere, soprattutto i bambini, che sono piccoli solo nell'età ma non nella comprensione dell'orrore in cui si trovano a vivere.

    ha scritto il 

  • 0

    Otto racconti che indagano su come sia inevitabile soffrire e far soffrire. Bello. Duro. Realistico. Dagerman,testimone suo malgrado lucidissimo del dolore umano, non ce la fece a sopportare il peso e si suicidò a soli 31 anni.

    ha scritto il 

  • 4

    Dagerman è Dagerman è Dagerman

    Molte cose sono già state scritte e dette su Dagerman.
    Non posso affrire di più se non il mio personale apprezzamento per Stig che sa cogliere con fatale accortezza le esperienze umane.
    L'attimo della scoperta della solitudine, della crudeltà e della liberazione.
    Indimenticabile ...continua

    Molte cose sono già state scritte e dette su Dagerman.
    Non posso affrire di più se non il mio personale apprezzamento per Stig che sa cogliere con fatale accortezza le esperienze umane.
    L'attimo della scoperta della solitudine, della crudeltà e della liberazione.
    Indimenticabile perché fa male.

    ha scritto il 

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