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I gioielli indiscreti

Di

Editore: BUR

3.5
(177)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: A000091546 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina morbida e spillati , Cofanetto

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 4

    Una volta, when we were young, i treni ormai avevano già smesso di arrivare in orario da un pezzo, ma, come in epoche più antiche, da romanzi e fumetti non ci si aspettava la totale accuratezza storic ...continua

    Una volta, when we were young, i treni ormai avevano già smesso di arrivare in orario da un pezzo, ma, come in epoche più antiche, da romanzi e fumetti non ci si aspettava la totale accuratezza storica e geografica: tanto per dire, se nella Pennsylvania intorno al 1835 Zagor viveva in una palude da Bayou della Louisiana, fra soldati americani con divise da Settimo Cavalleggeri di mezzo secolo più tardi e indiani Mohawk acconciati a mo' di Sioux, noi lettori d'un tempo non c'inquietavamo più di tanto; adesso, viceversa, i fumettari fanno le pulci a tutto: e la cosa suona parecchio ridicola, se si tien conto dell'abbondante ignoranza storica che intanto ci pullula intorno.
    Parimenti, nel romanzo del Settecento a fare colore d'Oriente favoloso bastava poco: qualche nome un po' esotico e strampalato, una pagoda qua, un minareto là; e alla mania orientalistica, tanto allora diffusa, indulse volentieri anche Diderot, ad esempio in questo romanzo. Ambientare un racconto in Cina, in India, in Turchia o, come nei Gioielli indiscreti, nel Congo (un Congo, poi, allegramente simile a un ballo mascherato di francesi vestiti un po’ da levantini e un poco da indù) garantiva un doppio vantaggio: era possibile solleticare con poco e nulla il gusto dell'esotico nel pubblico, e si poteva satireggiare a piacimento la società parigina coll’attribuirne vizî e ipocrisie a popoli lontanissimi, barbari e pagani; quanto poi la gherminella riuscisse ad ingannare i censori, è un altro discorso: ma perlomeno, entro certi limiti, si poteva obiettar loro che la lettura allegorica dipendeva da una loro maliziosa iniziativa, per quanto, in un racconto come quello del Nostro, l'allegoria risultasse davvero lucidior vitro.
    E così, voglio ben vedere chi non vedeva nel pacioso e malizioso sultano protagonista il bien aimé Luigi XV, e nella sua favorita la Pompadour: ma dopotutto Diderot non era certamente ostile alla monarchia, e i suoi reali del Congo, sebbene poco grandiosi e sacrali, risultano davvero simpatici. Piuttosto, gli strali del filosofo vanno contro ben altri tipi di personaggi: ad esempio un clero ipocrita, impiccione e vanaglorioso (a Diderot, tranquillamente ateo, non interessava polemizzare con le dottrine religiose, ma smascherare la menzogna di chi si fingeva ascetico e poi coltivava le sue tresche sotto il manto della virtù), studiosi e accademici pieni di boria e poveri di vera cultura, zerbinotti capaci di rovinare la reputazione altrui vantando imprese amorose mai compiute, dame d’ottime maniere e di pessimi pensieri, borghesucce arrampicatrici ed avide.
    Ma soprattutto c’è l’elemento libertino: arioso e sorridente, non greve come in altri autori; m’immagino quanto si saranno deliziati cavalieri e signore dell’idea di far parlare i gioielli, ossia le vulve femminili, grazie a un anello magico in possesso al sultano! Per quei tempi, tutto il libro appariva senza dubbio assai audace; oggi molti lettori lo ritengono un po’ noioso, perché ci vorrebbero trovare chi sa che; ma è un romanzo con alti e bassi, qua e là un po’ ripetitivo, caratterizzato da quella certa verbosità che caratterizza sempre il Settecento francese (ma di fronte alle interminabili tirate di Sade la verbosità di Diderot è roba da telegramma), eppure pieno anche do sorprese, di galanterie, di finezze molto francesi, di malizie tutte rococò: un gioiello anche il romanzo, insomma. Se lo si legge adagio, come sicuramente si faceva nei salotti del Settecento, lo si troverà molto gustoso.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    2

    L’ambientazione nella corte del Sultano del Congo in realtà è un espediente utilizzato da Diderot per evidenziare i vizi della corte francese a lui contemporanea. Mangogul è Luigi XV e Mirzosa la sua ...continua

    L’ambientazione nella corte del Sultano del Congo in realtà è un espediente utilizzato da Diderot per evidenziare i vizi della corte francese a lui contemporanea. Mangogul è Luigi XV e Mirzosa la sua favorita, Madame Pompadour. I gioielli delle donne confessano tutto ciò che le loro padrone hanno compiuto, senza pudore o vergogna, rovinando così la loro reputazione. L’ultimo esperimento, sulla favorita Mirzosa, ha lo scopo di dimostrare al sultano che la donna gli è fedele e il suo amore è puro. Dopo questa felice scoperta, il sultano restituisce l’anello al genio che glielo aveva donato.

    CITAZIONI:
    1. In fatto di moda, sono i folli che la dettano ai savi, le cortigiane alle donne oneste, e non c'è meglio da fare che seguirla. Guardando i ritratti degli antenati, ridiamo, senza pensare che i nostri nipoti rideranno guardando i nostri.
    2. "Non è forse vero che siamo solo delle marionette?" "Sì, qualche volta"

    ha scritto il 

  • 4

    Diderot si cimenta col romanzo licenzioso, ma naturalmente lo fa a modo suo – perché, per dirla col buon Lessing, è «un romanzo frivolo in cui s’agitano questioni gravi» – e se non è un capolavoro, di ...continua

    Diderot si cimenta col romanzo licenzioso, ma naturalmente lo fa a modo suo – perché, per dirla col buon Lessing, è «un romanzo frivolo in cui s’agitano questioni gravi» – e se non è un capolavoro, di certo vale piú di quanto io stesso non sia stato disposto ad ammettere al tempo della mia lettura!
    Quindi dovrò un giorno rileggerlo con piú attenzione, come molti altri temo: e cosí ricordarmi -una volta di piú– che la forma non è proprio la sostanza, tanto meno in uno sperimentatore letterario come Diderot...

    Nota sull’edizione: la parte piú scabrosa (tre pagine) fu scritta in inglese, latino e italiano (piú un misto di francese e spagnolo): ora, la parte in italiano è stata (ri)tradotta in francese, fatto coerente in sé, ma nondimeno posticcio – però trovo poco commendevole che non vi sia una nota che ne faccia conoscere il contenuto a chiunque: al tempo di Diderot il lettore medio sarà pur stato un poliglotta, ma non credo si debba pretenderlo oggi, in ogni caso!

    ha scritto il 

  • 3

    Un'occasione persa

    Diderot è un mostro sacro della cultura occidentale, uno dei padri dell'illuminismo, quindi appare forse fuori luogo una critica alla sua opera. Peraltro, come detto nel titolo di questa edizione Deme ...continua

    Diderot è un mostro sacro della cultura occidentale, uno dei padri dell'illuminismo, quindi appare forse fuori luogo una critica alla sua opera. Peraltro, come detto nel titolo di questa edizione Demetra de I gioielli indiscreti, si tratta di un Diderot “minore”, di un'opera che non compare tra quelle per cui conosciamo il grande scrittore e filosofo. Mi assumo quindi la responsabilità di una recensione non proprio entusiastica, segnalando sin d'ora che alla carenza di stelle contribuisce non poco l'edizione, come argomenterò poco oltre.
    Lo spunto su cui si basa I gioielli indiscreti è degno di un grande genio dissacratore della morale del suo tempo: cosa accadrebbe se le vagine, i gioielli delle signore dell'alta società avessero la possibilità di parlare e quindi si mettessero improvvisamente a raccontare, senza censure, ciò che sanno?
    Prendendo le mosse da questo spunto Diderot costruisce un romanzo ambientato in un fantomatico regno del Congo, nel quale l'annoiato Sultano Mangogul riceve dal genio Cucufa un anello magico che, girato in direzione di una signora, rende loquace il suo gioiello, che naturalmente racconta le vere abitudini sessuali della sua “padrona”. Mangogul scommette con la sua favorita Mirzoza sulla possibilità di trovare una dama realmente virtuosa, quindi - approfittando anche della facoltà di penetrare invisibile nelle stanze di chiunque – fa parlare i gioielli di numerose dame, sia conosciute per le loro avventure sia credute modelli di virtù.
    Ne deriva ovviamente un sovvertimento delle convenzioni sociali e la dimostrazione che a fronte della morale ufficiale i comportamenti reali sono dominati dalle pulsioni erotiche e dalla ricerca del piacere. Il tono di tutto il libro è molto lieve, il difficile argomento è trattato in punta di penna, senza mai scadere nella scurrilità (tranne in un solo capitolo, peraltro attribuito ad un collaboratore di Diderot), ed a latere del filo conduttore Diderot approfitta della costruzione dell'immaginario mondo del sultanato del Congo per svolgere considerazioni sul potere e sull'organizzazione sociale in genere.
    Ovviamente il Congo è la trasparente metafora della Francia dell'Ancien Régime, la capitale Banza è chiaramente Parigi e ogni personaggio messo in campo ha probabilmente il suo corrispettivo in contemporanei del nostro, come ci viene detto nella breve introduzione al testo. Purtroppo, e questo secondo me è il grande limite di questa edizione, il testo non è accompagnato da note o rimandi esplicativi che permettano di svelare a chi i personaggi si riferiscano, quali situazioni del suo tempo Diderot volesse prendere di mira, a chi e perché lanciasse i suoi strali satirici. Questo rende la lettura monca e a lungo andare fine a sé stessa, perché ovviamente senza tali supporti non è possibile apprezzare fino in fondo lo scorrere di avventure che si ripetono un po' simili l'una all'altra.
    Resta senza dubbio il tocco del grande scrittore e pensatore, del brillante polemista, resta la grande idea di far parlare le vagine (ripresa anche in tempi recenti da I monologhi della vagina, ma quando si chiude il libro si ha l'impressione di una occasione persa – a causa dell'insipienza dell'edizione - per approfondire la conoscenza di un mondo che, anche grazie al pensiero di Diderot, stava inconsciamente preparando la propria fine.

    ha scritto il 

  • 0

    Il signore dell'anello

    (metà lettura)
    Oltre un secolo e mezzo prima della Tolkeniana invenzione del più celebre monile, Diderot concepì l'anello definitivo.
    L'arma di distruzione di massa dà parola alle "bocche pelose" dell ...continua

    (metà lettura)
    Oltre un secolo e mezzo prima della Tolkeniana invenzione del più celebre monile, Diderot concepì l'anello definitivo.
    L'arma di distruzione di massa dà parola alle "bocche pelose" dell'epoca, con il potenziale di sfasciare tutte le ipocrisie su cui si basano la società, la convivenza e l'immaginario collettivo maschile.
    Come si applicherebbe alle "non più pelose" bocche di oggi?

    ha scritto il 

  • 3

    “Ci fu un tempo, come si vede, che le donne, temendo che i loro gioielli si mettessero a parlare, ne erano soffocate fino a morirne; ma ne venne un altro in cui esse furono superiori a questa paura, b ...continua

    “Ci fu un tempo, come si vede, che le donne, temendo che i loro gioielli si mettessero a parlare, ne erano soffocate fino a morirne; ma ne venne un altro in cui esse furono superiori a questa paura, buttarono via le museruole ed ebbero soltanto più dei vapori”.

    Diderot rinnegò quest’opera licenziosa e certamente il romanzo non è neanche lontanamente paragonabile ad altri suoi lavori. I “gioielli” in questioni non sono quelli che possiamo trovare in un’oreficeria, bensì, come si sarà intuito, quelli che la natura ha donato alle donne.
    La “trama” è semplice: un sultano annoiato dall’amore coniugale si fa regalare da un mago un anello che ha il potere di indurre tutti i “gioielli” a parlare. La trovata a tratti è divertente, per esempio quando nobildonne moraliste sono poi smascherate dalla “parte più sincera che si trovi in loro, e quella che ne sa di più circa quanto tu desideri conoscere”.
    Diderot non scade mai in volgarità fastidiose e inserisce qua e là anche riferimenti a sovrani, principesse e filosofi dell’epoca. Il succo, però, sono i “gioielli” e i loro racconti.
    Qualcuno potrebbe pensare che un soggetto del genere è “misogino”, perché a parlare sono solo i “gioielli” femminili, e non quelli maschili. Leggerlo, tuttavia, non mi ha destato questa impressione (e non credo sia dovuto solo al fatto che anch’io sono uomo, piuttosto al tono e all’ironia di Diderot).
    Per concludere, ribadisco che si tratta di un libro divertente nel dettaglio, ma che complessivamente non mi ha lasciato molto, salvo qualche sorriso.
    Il Diderot di “Il nipote di Rameau”, di “Jacques il fatalista” e “Il sogno di D’Alembert” è tutt’altra cosa.

    ha scritto il 

  • 4

    Un classico della letteratura erotica,dove a farla da padrone sono le situazioni più che il linguaggio in sè e dove il senso del libertinaggio di quei tempi veniva splendidamente descritto appunto in ...continua

    Un classico della letteratura erotica,dove a farla da padrone sono le situazioni più che il linguaggio in sè e dove il senso del libertinaggio di quei tempi veniva splendidamente descritto appunto in libri come questo che più che un testo erotico finisco per diventare ritratto di un'epoca e di una società che ancora oggi esercitano un forte fascino in noi.

    ha scritto il