I masnadieri

Di

Editore: Mondadori

3.9
(182)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 346 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804368381 | Isbn-13: 9788804368380 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia

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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Reading Challenge 2016 - Categoria: un libro che hai in casa da sempre, ma che hai sempre evitato;

    o di come decido di litigare con Schiller che si difende dicendo: “Nenenenene, non mi prendi sono mor ...continua

    Reading Challenge 2016 - Categoria: un libro che hai in casa da sempre, ma che hai sempre evitato;

    o di come decido di litigare con Schiller che si difende dicendo: “Nenenenene, non mi prendi sono morto, non mi prendi!”

    Ho evitato questo dramma fino ad oggi per due motivi un po’ vergognosi: anzitutto perché la letteratura tedesca non m’attira e non la capisco; il secondo, è che ho sempre letto poco teatro, perché il teatro si va a vedere più che leggerlo. E invece a Roma andare a teatro è una cosa che più che farsi non si fa.

    Ma i Masnadieri (che bella parola!) si leggono con il batticuore e col fiatone, si leggono volando e lasciandosi conquistare dall’impeto: almeno fino a che non si arriva ad un punto in cui si poggia il libro, si guarda Schiller in faccia e si domanda: «Ahò zì, ma che sei impazzito?». Perché improvviso colpisce il nonsense; o forse ho io gli occhiali di Beckett. Ma con ordine.

    Continua su: http://www.bestiariomagazine.it/reading-challenge/2016/05/02/masnadieri-f-schiller/

    ha scritto il 

  • 4

    E’ difficile confrontarsi con opere di una certa caratura che appartengono ai classici del dramma moderno se non si sono lette prima ad esempio le opere di Shakespeare; intanto per la scrittura e la s ...continua

    E’ difficile confrontarsi con opere di una certa caratura che appartengono ai classici del dramma moderno se non si sono lette prima ad esempio le opere di Shakespeare; intanto per la scrittura e la struttura del testo propriamente teatrale ed in secondo luogo perché tali Autori riescono a condensare nel volgere di poche frasi significati e proposizioni talmente grandi e profonde che per un lettore medio come me equivale a perdersi in un dedalo metafisico.
    E’ comunque un gran bel viaggio nei profumi dell’animo umano e pazienza se se ne riesce a cogliere solo una piccola parte.
    I protagonisti di questo dramma a me sono sembrati sostanzialmente due, l’uomo e la natura, la ragione che vuole svincolarsi per i propri sollazzi ed egoismi dalle catene che il creato con le sue regole la costringe; non a caso nonostante tutto il racconto sia intriso di violenze omicidi e nefandezze quando il protagonista Franz Moor chiede al prete Moser quale sia il peccato più grande che l’uomo possa commettere egli risponde il parricidio, quel legame sacro di sangue che lega gli uomini più di ogni altra cosa.
    L’odio di Franz nei confronti della natura che l’ha generato brutto e privo di qualità si scaglierà nei confronti del padre e del fratello primogenito Karl dando il via ad una serie di azioni malvagie che come effetto avranno anche quello di rafforzare l’indole negativa del fratello esiliato.
    Il titolo infatti si riferisce a quella masnada di uomini alla cui testa si pone il comandante Karl che imperverserà uccidendo e depredando nella foresta boema; è una strada che intraprenderà portatovi non solo dalla sua indole ma anche e soprattutto dagli inganni del suo fratello minore Franz e che lo porterà inevitabilmente ad un confronto finale e tragico con il proprio destino.
    Ogni protagonista alla fine farà i conti con la propria anima, il malvagio Franz proverà ad aggrapparsi alla religione ma nel solo tentativo di ripudiarla cercando di consolarsi con il fatto che un vendicatore delle anime non esista, il padre ancora vivo si dannerà per non avere assolto al compito assegnatoli dalla natura patriarcale e l’altro fratello Karl in cui si mescola maggiormente la spinta dell’uomo ad affrancarsi dal compito assegnatoci.
    Non sembra esservi scelta per l’uomo e neanche una redenzione finale nel caso di un suo rinsavimento, per il giovane Schiller(aveva vent’anni quando lo scrisse) l’uomo può solo soccombere al proprio destino, al limite, aggiungo io, può solo limitarne i danni.

    ha scritto il 

  • 5

    Chi è questo Schiller?

    "E' già l'una passata; a mezzanotte mi sono seduto a leggere... sono andato avanti infreddolito e tremante... Ho dovuto interrompere. Mio Dio! Chi è questo Schiller? Questo Sconvolgitore del Cuore. Ha ...continua

    "E' già l'una passata; a mezzanotte mi sono seduto a leggere... sono andato avanti infreddolito e tremante... Ho dovuto interrompere. Mio Dio! Chi è questo Schiller? Questo Sconvolgitore del Cuore. Ha scritto la sua tragedia attorniato da demoni urlanti? Sto tremando come una foglia... ho paura. Come abbiamo potuto dire che Milton era sublime."

    Così si esprimeva Coleridge, e io di fronte alle sue parole mi sento un animo del tutto freddo e arido ─ per non esser riuscito a provare le stesse cose... per non essermi goduto la lettura in tale ipersensibile delirio!
    Eppure I masnadieri è una portentosa esplosione di odio. Una ribellione insensata al mondo e ad ogni convenzione, per puro desiderio di distruzione ─ senza nemmeno una qualche volontà di ricostruire: al mondo ridicolo e "castrato" dei padri i figli oppongono un secco rifiuto, non lo vogliono ereditare!
    Perciò nulla ha più importanza e la cecità della rabbia è totale, non risparmia niente e nessuno...

    Che cosa siamo diventati se oggi tutto ciò può perfino apparire più divertente che pauroso!

    ha scritto il 

  • 5

    Mi sono avvicinata a questa tragedia del giovanissino Schiller, lo Shakespeare tedesco, incuriosita dal fatto che è un'opera molto amata da Dostoevskij adolescente. In effetti vi si trovano molti temi ...continua

    Mi sono avvicinata a questa tragedia del giovanissino Schiller, lo Shakespeare tedesco, incuriosita dal fatto che è un'opera molto amata da Dostoevskij adolescente. In effetti vi si trovano molti temi approfonditi in gran parte dell'opera del grande scrittore russo: Male e Bene, Delitto e Pentimento, Fede e Ateismo, Odio e Amore, ma soprattutto il fatto che tutto questo frequentemente si trova a coesistere nello stesso essere umano, per sua natura duplice e ambiguo.

    ha scritto il 

  • 4

    Grandi nel Bene,grandi nel Male

    Noi siamo i Masnadieri:briganti e assassini.
    Sangue che scorre per Onore,per Vendetta,per Giustizia,per Amore.
    L'odio di un uomo mai stato amato verso il padre cieco e sciocco,verso il fratello così f
    ...continua

    Noi siamo i Masnadieri:briganti e assassini.
    Sangue che scorre per Onore,per Vendetta,per Giustizia,per Amore.
    L'odio di un uomo mai stato amato verso il padre cieco e sciocco,verso il fratello così fortunato e adorato.
    Una rivalsa che si consuma sacrificando chiunque vi venga coinvolto,un riscatto che brucia l'anima.
    Non c'è redenzione,non c'è una via di mezzo per questi personaggi;la mediocrità è totalmente espulsa da questi uomini straordinari nel cui animo convivono l'Estremo Male,l'Estremo Bene.Schiller vuole svelarci la Grandezza dell'animo umano,liberata da ogni inibizione sociale e familiare:una via di non ritorno,in cui i fratelli Moor si muovono come veri eroi romantici,grandi,nobili e dannati.

    ha scritto il 

  • 2

    Insomma, una lettura d'obbligo più che di piacere. Poi dipende dai punti di vista. Oltre qualche momento di lirica bellezza, si avverte come un qualche cosa di troppo costruito, di non "spontaneo" da ...continua

    Insomma, una lettura d'obbligo più che di piacere. Poi dipende dai punti di vista. Oltre qualche momento di lirica bellezza, si avverte come un qualche cosa di troppo costruito, di non "spontaneo" da parte dell'autore.

    ha scritto il 

  • 3

    Una storia carina e particolare come non poche. Una storia d'altri tempi proprio del genere teatrale il quale mostra come l'amore di un padre per i propri figli può travagliare il cuore di uno di essi ...continua

    Una storia carina e particolare come non poche. Una storia d'altri tempi proprio del genere teatrale il quale mostra come l'amore di un padre per i propri figli può travagliare il cuore di uno di essi se non di tutti e due e che porta alla tragedia o a ingegnosi macchiavellismi pur di entrarvi nelle grazi e ottenerne il bene idilliaco tanto agognato nei propri sogni. Piacevolmente conquista il lettore e lo porta per filosofismi e impegni scenici che fanno apprezzare il tono dell'opera e l'intreccio-intrigo del tutto.

    ha scritto il 

  • 0

    Scritto a fine settecento, l’opera drammatica di Schiller è tra le prime a codificare narrativamente, e anche con figurazioni di contenuto simbolico e politico, il mito del bandito, ma anche lo scontr ...continua

    Scritto a fine settecento, l’opera drammatica di Schiller è tra le prime a codificare narrativamente, e anche con figurazioni di contenuto simbolico e politico, il mito del bandito, ma anche lo scontro tra due fratelli e lo scontro generazionale con i padri. Infatti, prima dei suoi “masnadieri”, a trattare lo scomodo tema dei fratelli rivali e nemici ci aveva pensato, tra gli altri, anche Daniel Schubart che, nel 1775, con il suo “Per la Storia del Cuore Umano” narra di due fratelli tra loro antitetici, di cui quello focoso e passionale si chiama Carl, mutuando così l’antieroe schilleriano. Ma Schiller va oltre la faida familiare, il suo è un testo filosofico e politico. Da che mondo è mondo, il mito del bandito ribelle ha radici popolari e pre-politiche che non lo proiettano in un preciso schieramento morale a fungere da modello culturale partitico, bensì resta sospeso in un significato unico, senza polo opposto, per il quale non si possono sprecare giudizi aprioristici né tantomeno si possono affibiargli motivazioni moralistiche. Il bandito resta immune dalla logica della spartizione borghese, della divisione manichea del Bene e del Male. Lungo l’arco della Storia, è vero, si sono incontrati banditi che hanno operato il Bene e altri che hanno operato il Male, ma questo giudizio è morale, non etico. E anche nella storia della letteratura, e poi del cinema, ci sono stati autori che hanno preteso ricondurre il bandito, il fuorilegge, ad un’immaginario positivo o negativo a seconda dei temi trattati o delle proprie convinzioni politiche. É quindi naturale vedere nel bandito schilleriano, forse archetipo letterario del bandito sociale, la figurazione sì di un impeto titanico, vista l’epoca romantica, ma anche la figurazione di un modello culturale superiore agli schieramenti morali e politici allora imperanti e condivisi.
    Non diamo troppo peso al finale. Schiller non è stato né il primo né l’ultimo autore che ha dovuto, chiudendo la propria opera, riportare tutto ai ranghi dell’accettabile pur di non cadere in censure, veti e qualsiasi altra pratica inquisitoria. Il gesto di Karl, di consegnarsi alla giustizia dopo che la tregedia ha avuto il suo corso, è solo un orpello, una quisquiglia, un’apostrofe di poco conto. Non basta di certo questo piccolissimo, e narrativamente liquidato alla meno peggio, gesto finale a far crollare tutta la sapiente costruzione schilleriana dell’indomita. Il ribelle Karl, crea una sua agguerrita masnada non solo per scontrarsi con il fratello Franz, colpevole di aver tramato meschinamente alle sue spalle e a quelle di loro padre, ma per scontrarsi anche con tutta la società ipocrita e dispotica che il fratello rappresenta, mondo ecclesiastico compreso (anche se Franz non è credente). Se l’esempio schubartiano della parabola biblica del figliol prodigo perdonato dal padre era il significato ultimo della sua novella del 1775, in Schiller di questo messaggio evangelico non vi è traccia. Il bandito ribelle resta unico e separato dai vincoli e dalle linee guida del mondo costruito dalle gerarchie e dai rapporti di forza. Karl libera il proprio genio ribelle, ma questo non diventa costruzione di un mondo migliore, bensì fossa della sua persona. Pur non morendo realmente, Karl, a fine dramma, è solo un corpo morto che va a consegnarsi, buonisticamente, alla giustizia. Una postilla finale che fa il paio con il “Pinocchio” di Collodi. Così come il bambino-Pinocchio sorride ingenuo indicando il burattino che era, anche il Karl di Schiller si riappacifica con il pubblico lettore consegnandosi alla giustizia. In entrambi i casi, e chissà in quali altre celebri opere (vedi per esempio “Il Ritratto di Dorian Gray”), questo piccolissimo gesto borghese è in realtà una sottile e cattiva ironia con cui gli autori, invece di demolire il loro personaggio ribelle, ne consacrano le azioni fin lì raccontate. Come Gesù Cristo diventa tale quando immolato sulla croce, così ogni mito ribelle diventa patrimonio e modello culturale e popolare attraverso un’immolazione pubblica che allinea la sfera del ciò-che-crediamo-giusto con quella del adesso-dormiamo-tranquilli. In realtà sia Pinocchio che il bandito ribelle, e anche Dorian Gray, si sono perpetuati nei secoli, come modelli culturali apartitici. Ma se nel caso di “Pinocchio” la critica dominante l’ha voluto modellare secondo i dictat di una certa educazione pretina tutta italiana, il mito del bandito ribelle resta, nonostante i vari tentativi di demonizzazione o di santificazione, un modello culturale pre-critico, un’ombra platonica che non supporta nessuna riflessione sul Bene e sul Male, ma che veicola, figurandolo nel bandito stesso, l’impeto indomito degli spiriti più grandi dei loro corpi, dello scontro tra i poli dell’esistenza, tra dovere e piacere, tra legge e giustizia, tra spirito e carne, e così via, senza indicarne una soluzione. Non quindi una preferenza di uno dei due termini oppositivi, ma una reale e palpabile fruizione di entrambi. Tant’è che nei due personaggi di Kosinsky e di Spiegelberg, il protagonista Karl rivede le sue due anime, rispettivamente quella buona e quella cattiva, se così puerilmente possiamo denominarle. Allo stesso modo la sua amata Amalia vede le due facce dell’amato attraverso due concrezioni diverse: il Karl in carne ed ossa mascherato da conte di Brand e l’immagine benevole del Karl ritratto in un bel dipinto. E non è tutto. Anche il dualismo tra i due fratelli, tra il primogenito Karl, bello, buono, focoso e passionale, e il secondogenito Franz, brutto, cagionevole, collerico, conformista ed ipocrita, è rappresentato dal fatto che i due non si incroceranno mai in scena, perché sostanzialmente figurazioni di una stessa scissione moderna dell’Uomo. Se le riflessioni di Freud sono lontane ancora molti decenni, non è fantascienza credere che l’uomo già sperimentasse e proponesse al di fuori di sé la riflessione su sé stesso e sulle sue zone d’ombra. Quando a farlo è stato poi il teatro di Schiller, non solo questo disagio pre-esistenzialista ha trovato una modesta rappresentazione (“I Masnadieri” non è letterariamente un capolavoro), ma si sono trovate anche delle proiezioni politiche e sociali mutuate dal mito del bandito ribelle, di suo sì pre-politico, ma capace di assumere i segni di una rivoluzione etica e non morale, comune a tutti gli uomini di tutte le epoche.
    Il dramma schilleriano è ovviamente dedicato all’isteria esistenziale del personaggio protagonista, diviso tra Bene e Male senza saperne leggere i segni, e quindi destinato a scontrarsi con Dio senza né vincere né perdere, perché Dio non si fa vedere, si nega alla personalità sconfinata del genio ribelle. Ma è un dramma che codifica, dopo secoli di tratteggi più o meno riusciti, la figura del cattivo che poi popolerà centinaia di feuilletton otto-novecenteschi. Il personaggio di Franz è un personaggio straordinario, come tutti i cattivi del resto. Vigliacco e manipolatore, assume la valenza dell’uomo in carriera, dell’individualista negativo che percorre mezzi anti-etici pur di raggiungere uno scopo di potere e di dominio. Il testo è pieno di passaggi, singole frasi e monologhi importanti ed evocativi che danno carattere ad ogni personaggio, a partire da quello di Karl, il più coccolato dall’autore, passando per il vecchio Moor, per Amalia, il mefistofelico Spiegelberg con cui Karl, appunto, contratta, fino al personaggio di Franz. Ma cercando gli atti di orgine di una ipotetica teorizzazione sul “cattivo”, in particolare suscitano non poche riflessioni le parole del fratello malvagio. Egli stesso abbozza una teoria. Se cerchiamo ciò che fa nascere la cattiveria passeremmo in rassegna la rabbia, il dolore e la paura, tra le tante. Ebbene, il Franz di Schiller ipotizza che per distruggere la dolce e pacifica armonia dell’anima del corpo si debba ricorrere solo alla disperazione. Indicandola come furia assalitrice il fraticida e parricida Franz la innalza a prima di tutte le fiere che possono con successo portare il Male nella vita di un uomo pacifico. La riflessione manichea sul Bene e sul Male, ben ravvisabile anche ne “I Masnadieri”, lascia senza soluzione alcuna la maggior parte delle sue migliori e più autorevoli dialettiche. L’arte in sé non si prefigge un giudizio, un insegnamento retorico, un dogma moralistico sul quale poi separare i semi buoni da quelli cattivi. A coadiuvarla ci pensa quindi il mito del bandito ribelle che collocandosi al di sopra degli schieramenti e al di fuori delle impalcature culturali create ad hoc dai “senatori” dei rapporti di forza, stigmatizza pre-criticamente e pre-politicamente tutti i significati successivi alla comprensione letteraria del Mito, che resta unico e non-inquinabile modello culturale di antagonismo puro: monolite indiscusso della ribellione sociale.

    ha scritto il