I piccoli maestri

Di

Editore: Mondadori IOscar scrittori del novecento, Oscar narrativa)

4.1
(576)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 268 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804452978 | Isbn-13: 9788804452973 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Maria Corti

Disponibile anche come: Altri , Copertina morbida e spillati , Copertina rigida

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 3

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: onesto, intenso, vero.

    DUE FRASI per commentarlo:
    Seppur io non sia molto amante del genere “diario di guerra” questo romanzo mi è piaciuto per la sua schiettezza ed ...continua

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: onesto, intenso, vero.

    DUE FRASI per commentarlo:
    Seppur io non sia molto amante del genere “diario di guerra” questo romanzo mi è piaciuto per la sua schiettezza ed intensità: il protagonista è laureato in filosofia (dettaglio non da poco considerati i riferimenti a Kafka e al Cristianesimo, ad esempio) e combatte da partigiano un po’ strampalato e alquanto improvvisato, durante la seconda guerra mondiale, sull’Altopiano di Asiago.
    Bellissimo il rapporto che si crea tra il protagonista e la natura, in particolare il bosco in cui si nasconde assieme ai suoi compagni: la montagna diventa la sua irrinunciabile ed affascinante “Tebaide”.

    UNA CITAZIONE per ricordarlo: “L’armistizio venne sotto forma di urlo, verso sera: noi stavamo seduti davanti alle tende con le mani incrociate sulla pancia; un alpino attraversò il campo di corsa, inciampando sulle sterpi, tirando calci a quel che capitava, gavette, armi. Faceva un urlo come uno che vogliono scannare e scappa via già sbucciato dai coltelli. Si sentiva che diceva: “L’è finìa!”. Credeva fosse finita.”

    CONSIGLIATO A: chi vuole leggere un bel romanzo sui partigiani scritto da un partigiano che non è per forza un “super eroe”.

    ha scritto il 

  • 4

    L'ala trotzkista dei badogliani

    In realtà non so se il mio sentimento corrisponde davvero a quattro stelle piuttosto che a tre e mezza o tre e tre quarti, perché mio malgrado devo ammettere che non mi ha proprio emozionato come altr ...continua

    In realtà non so se il mio sentimento corrisponde davvero a quattro stelle piuttosto che a tre e mezza o tre e tre quarti, perché mio malgrado devo ammettere che non mi ha proprio emozionato come altri libri sulla Resistenza. Però mi ha anche insegnato un punto di vista più completo, più realistico e meno epico. Calvino aveva scelto di raccontare la Resistenza dal punto di vista di un bambino; in tanti hanno scelto di offrire su quegli eventi uno sguardo freddo e lucido come Fenoglio e Pavese ma anche Bertoli e Dusi; un altro che ho apprezzato molto è Tobino: ne "Il Clandestino" usa un punto di vista particolare, interno ed esterno al tempo stesso.
    In questo libro Meneghello racconta scorrevolissimo la Resistenza, con un tono molto più scanzonato rispetto gli autori sopra citati, e contemporaneamente i suoi contenuti sono molto più filosofici ed estetici di quegli stessi autori. Non ha il tono e l'incedere di un'epopea, ma la racconta bene proprio perché sa sottolineare le differenze tra le figure più e meno epiche.

    Cercando di analizzare la cosa in modo semplice: chi, sin dall'otto di settembre, ha scelto di salire sui monti per nascondersi e organizzarsi, o era fin troppo consapevole della tragedia che si stava svolgendo sotto i suoi occhi e cui gli toccava prendere parte, oppure era troppo incosciente e si è buttato a capofitto nella nuova piega che l'avventura stava prendendo, senza stare troppo a pensarci su. E mentre i protagonisti dei libri che ho citato sopra sembrano sempre appartenere alla prima categoria, l'avventura raccontata da Meneghello per lui stesso e i suoi compagni sembra essere della seconda categoria. A distanza di tanti anni dagli eventi narrati (il libro è del '64), l'autore riesce a ridare voce all'incoscienza e all'ingenuità dei suoi vent'anni. Il punto di partenza del suo racconto è il non aver nessuna considerazione e nessuna pretesa per sé e per i suoi compagni. Le citazioni che ho sottolineato e che rappresentano questa posizione sono tantissime, sin dall'inizio dove dice "Non eravamo mica buoni, a fare la guerra" oppure "La nostra piccola guerra si sposta sul piede di casa" o ancora per definire la sua banda dice "noi quattro ragazzotti" e anche "noi quattro gatti".

    E lo stesso Meneghello ci tiene a sottolineare la differenza le due categorie di partigiani, tra i ragazzotti come lui e i suoi amici e quegli altri che sin dall'inizio venivano visti come figure epiche e leggendarie. Lui e i suoi amici sono "maestri" nel senso che sono borghesi intellettuali: "C'era più grammatica tra noi, più sintassi, più eloquenza, più dialettica, più scienze naturali pure e applicate che in ogni altra squadra partigiana dal tempo dei Maccabei." In un passaggio dice che loro sono dei "privati" nel senso che non sono lì per seguire l'ideologia di un partito piuttosto che di un altro, ma solo e unicamente la loro coscienza/incoscienza. E così questo racconto che può sembrare burlone e ironico in realtà è un tentativo di estrema sincerità e di estrema analisi, il tentativo di ulteriori discernimenti oltre alla solita distinzione tra rossi e azzurri. Forse un racconto fin troppo filosofico ed estetico, perché anche se lo fa scherzandoci su, resta il fatto che si sofferma a fare le distinzioni tra chi era vestito così e chi era vestito cosà, racconta delle scarpe e del vestiario e degli armamenti non solo per raccontare episodi pratici di guerra e di disagio della vita alla macchia, ma anche per raccontare il significato intrinseco di una camicia o di un mocassino o di un fucile o di una pistola o una bomba. Altro esempio: sottolinea come loro sono stati tra i pochi a rifiutarsi di assumere nomi di battaglia in quanto "l'utilità ci pareva dubbia e come fatto di stile ci ripugnava". Ecco che ci si rimette di mezzo la questione dello 'stile'. In teoria "Mentre russi e alleati tiravano il collo al nazismo, noi cercavamo almeno di tirarlo alla retorica", ma poi nella pratica finiscono per dare all'estetica e allo stile molta più importanza di quanta gliene abbiano data gli altri. A onor del vero devo pur notare che, a guerra finita, quando viene invitato a scrivere l'articolo di fondo per il giornale che deve uscire il giorno dopo la liberazione, Meneghello rifiuta perché sostiene di non avere nulla da insegnare a nessuno e vuole rientrare - pur con difficoltà - nei ranghi della sua condizione di studente.

    In questo libro la Resistenza è l'ambientazione, ma in verità più che l'azione c'è un quadro della quotidianità dall'autunno del '43 alla primavera del '45. Oltre a ribadire sempre la differenza tra chi era partigiano per estrema consapevolezza e chi per estrema incoscienza, emerge fortemente anche la differenza tra borghesi e popolani, tema che invece negli altri libri sulla Resistenza finisce per restare piuttosto marginale. In un momento storico così particolare, le due classi si sono annusate tra loro, hanno lavorato gomito a gomito per gli stessi obiettivi eppure non si sono mai veramente mescolate, le distinzioni restano sempre e comunque, e Meneghello non manca di sottolinearle: in qualità di borghesissimo studente di filosofia, egli osserva i popolani, a tratti ironizza, ma per lo più li invidia e li ammira. "Si parlava di darsi una mano gli uni cogli altri, tra paesani, come si fa in un calamità naturale"
    "Che bellezza, studenti e popolani armati, in marcia per questi magnifici greppi; noi gli portiamo un grano di radicalismo, loro hanno tesori di sapienza pragmatica."
    "Si sentiva che questa gente, su pei monti, e anche nelle pianure, aveva sempre a che fare con le durezze elementari della vita, e pareva che al confronto noi fossimo dei ragazzi viziati che ci mettevamo nei guai, e poi andavamo a farci assistere da loro: e loro ci assistevano".

    Pur con tutta la sua filosofia - o forse proprio grazie ad essa - riesce comunque a sottolineare con chiarezza aspetti che in altri libri restano un po' più nebulosi, riesce a proporre delle panoramiche complete (come già ho potuto trovare nel libro di Tobino), ad esempio: "Spuntava da sé l'idea di andare in montagna. Era associata con la sensazione che il fermento popolare dei primi mesi fosse ormai sbollito, l'occasione perduta. Ora bisognava arrangiarsi da sé […]L'unica cosa su cui potevamo orientarci, in mezzo al paese crollato, era quella che faceva di noi un gruppo, il legame con l'opposizione culturale e intellettuale. Noi la conoscevamo solo in qualche persona e in qualche libro; ci sentivamo soltanto neofiti e catecumeni, ma ci pareva che ora toccasse proprio a noi prendere questi misteri e portarceli via dalle città contaminate…"
    E ogni volta, dopo i rastrellamenti da parte dei tedeschi o dopo che per qualche motivo la banda finiva per disperdersi: "Andava così, disfatta una incarnazione della banda cominciava subito a formarsene un'altra […] Dove c'erano due o tre di noi si può dire che c'era la banda […]Era la cosa migliore in tutta questa faccenda, che avevamo davvero un senso collettivo, e la presenza di due o tre non ti dava una mezza banda, ma la banda tout court."

    Ultima citazione, stagliuzzo così da non tirarla troppo per le lunghe, ma contiene tutta l'anima del libro, sia nel tono ironico che nel filosofeggiare. In fin dei conti, già questo episodio da solo vale le quattro stelle.

    "Dunque", conclusi " se voi mettete fuori la chiacchiera che noi siamo badogliani, noi diremo che voi siete troskisti. Lo sai chi era Trotzki?"
    "Era una carogna" disse Simeone.
    "Sbagliato" dissi. "Era bravo più o meno come Lenin, e ancora più brillante."
    "Non sarete mica troskisti?" disse Simeone.
    "Ma sì" dissi, "l'ala troskista dei badogliani"

    ha scritto il 

  • 0

    un racconto intenso ed approfondito dell'esperienza di un gruppo di partigiani del Veneto. Privo di retorica, ma capace di restituire la passione, la semplicità, l'eroismo di quanti abbandonarono le l ...continua

    un racconto intenso ed approfondito dell'esperienza di un gruppo di partigiani del Veneto. Privo di retorica, ma capace di restituire la passione, la semplicità, l'eroismo di quanti abbandonarono le loro occupazioni quotidiane e le loro famiglie per liberare l'Italia dai nazisti e dai fascisti. I piccoli maestri li chiama Meneghello. Maestri di un pensiero che non si fa mugugno, rimbrotto vittimistico, ma si traduce in azione concreta per modificare il corso delle cose.

    ha scritto il 

  • 4

    Ad Alta Voce Radio 3 RAI

    http://adaltavoce.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-9fe19bce-1c27-4b63-b41e-2d7581d21374?set=ContentSet-9424e9d6-f95e-4298-a5b2-fa8a9a55c8e7&type=A

    Sono attivista dell'ANPI e non mi perdo una comm ...continua

    http://adaltavoce.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-9fe19bce-1c27-4b63-b41e-2d7581d21374?set=ContentSet-9424e9d6-f95e-4298-a5b2-fa8a9a55c8e7&type=A

    Sono attivista dell'ANPI e non mi perdo una commemorazione né una lapide. Penso che la Resistenza sia stata una delle pagine migliori del nostro paese.
    Ciò nonostante questo romanzo, con la sua ironia dissacrante, mi è piaciuto molto proprio perché dipinge i partigiani con molta umanità senza l'alone di eroismo e di retorica che troppe volte è stato loro attribuito. Invece, secondo me, erano proprio come Meneghello li descrive: dei ragazzi, con le loro ingenuità, le loro imprecazioni, il loro appetito, il loro sogno di un'Italia diversa.

    Michele di Mauro è bravissimo a rendere anche la cadenza veneta nei dialoghi.

    ha scritto il 

  • 4

    L'anti-retorica di Meneghello è probabilmente il punto di forza del romanzo; ma anche lo stile così asciutto, intriso di ironia sottile ma lapidaria, forse per certi versi anche "poco italiana", essen ...continua

    L'anti-retorica di Meneghello è probabilmente il punto di forza del romanzo; ma anche lo stile così asciutto, intriso di ironia sottile ma lapidaria, forse per certi versi anche "poco italiana", essendo l'autore un italiano piuttosto atipico (che ha lavorato e vissuto a Reading negli anni in cui ha scritto le sue cose migliori).

    "I piccoli maestri" non è un capolavoro al pari di "Libera nos a malo", pur rimanendo come quest'ultimo un testo unico e da leggere se si è in cerca di un punto di vista piuttosto originale sulla Resistenza.
    Anche qui, lo sguardo del narratore, come nel romanzo precedente, riesce a essere, in qualche maniera, antropologico: vuoi per la sua attenzione ai dettagli e alle piccole cose, vuoi per la varietà di caratteri umani incontrata nel corso della narrazione. Narrazione che, come dice lo stesso Meneghello nella nota finale, non è necessariamente prerogativa di un libro come questo; che nelle intenzioni dello scrittore veneto, a detta sua, non doveva manco essere un romanzo tout-court.
    E alla fine, secondo me, è riuscito benissimo in questo intento.

    ha scritto il 

  • 4

    bel romanzo resistenziale, dalla lingua vivissima e di molto differente dagli altri romanzi resistenziali che ho letto
    diverso tutto nel tono, nel senso di spaesamento, di pudico patriottismo teso ver ...continua

    bel romanzo resistenziale, dalla lingua vivissima e di molto differente dagli altri romanzi resistenziali che ho letto
    diverso tutto nel tono, nel senso di spaesamento, di pudico patriottismo teso verso un'italia che (ancora) non c'è, e che non ci sarà
    (quel fallimento porterà al "dispatrio" di meneghello, immagino)

    la mia sensazione fortissima è che anche nel fango, nella nebbia, nel freddo, sui monti ed in pianura, tra la moltitudine di morti di cui è crivellato, questo racconto sia tutto circonfuso dal sole
    io l'ho visto tutto pieno di sole
    sarà per il timbro leggerissimo ed ironico, quasi alieno eppure così dentro la materia che tratta

    ha scritto il 

  • 4

    Letteratura partigiana assolutamente non-eroistica e non-retorica che fa quasi il giro e ti sembra di non aver letto granché di edificante. Ma forse perché non c'è moltissimo da edificare, non so. ...continua

    Letteratura partigiana assolutamente non-eroistica e non-retorica che fa quasi il giro e ti sembra di non aver letto granché di edificante. Ma forse perché non c'è moltissimo da edificare, non so.

    ha scritto il 

  • 5

    piccoli grandi maestri della Resistenza

    E' la guerra e c'è da capire da che parte stare.
    Gigi, Livio, Dante, Mario e gli altri lo capiscono in fretta; sono " i piccoli Maestri", quelli che lasciano gli studi e, senza preparazione militar ...continua

    E' la guerra e c'è da capire da che parte stare.
    Gigi, Livio, Dante, Mario e gli altri lo capiscono in fretta; sono " i piccoli Maestri", quelli che lasciano gli studi e, senza preparazione militare, salgono su in montagna per fuggire ai rastrellamenti dei tedeschi, alle incursioni dei fascisti. Loro lo sanno che essere catturati non significa diventare prigionieri, lo sanno che la fine sarebbe immediata. Talvolta col pensiero vanno ai "villeggianti della guerra", rimasti chiusi nelle loro case, immersi nei libri " ad avvantaggiarsi nella vita e nella carriera." Il bagaglio culturale a poco serve tra partigiani. I più vengono dal popolo come il Castagna, il capo, che niente sa di formule filosofiche e storiche e sociologiche. Non si può parlare di "ethos" col Casagna. Lui parla così:

    "Domandai quindi al Castagna: «Perché siete qua voi altri?».
    Il Castagna disse: «Come perché?».
    «Come mai che vi siete decisi a venire qua?»
    «E dove volevi che andassimo?» disse il Castagna.
    «E quando finisce la guerra, cosa pensate di fare?».
    «Andiamo giù, no?»
    «E cosa farete, quando siete giù?»
    «I saccheggi» disse il Castagna. (mi sembrò di capire che pensasse ai festeggiamenti)
    «E poi?» dissi «dopo i saccheggi?»
    Il Castagna si mise a guardarmi, e disse: «Voi siete studenti, no?».
    Io feci segno di sì, e lui disse: «Si vede subito che siete finetti».
    «Castagna» dissi. «Non credi che bisognerebbe provare a cambiare l’Italia? Non andava mica bene, come era prima. Si potrebbe dire che siamo qui per quello.»
    «A dirtela proprio giusta,» disse il Castagna «a me dell’Italia non me ne importa mica tanto.»
    «Ma t’importerà chi comanda a Canòve, no?»
    Disse che si sapeva già, chi avrebbe comandato a Canòve.
    «Sentiamo» dissi.
    «Il sottoscritto» disse il Castagna.
    «Solo per qualche giorno.»
    «Facciamo qualche settimana.»
    «E dopo?» dissi io.
    «Dopo andrà su un governo, no?»
    Gli domandai se non gli interessava che governo andasse su.
    -lui mostrò le mani piene di calli e disse:
    «Vedi?» disse il Castagna. «Quando va su un governo, noialtri dobbiamo lavorare.»
    «Anche se fossero fascisti?» dissi.
    «Eh no, per la madonna» disse lui. «I fascisti non sono mica un governo.»
    «Già» dissi io. «I fascisti sono...» Cercavo una formula salveminiana.
    «Rotti in culo» disse il Castagna.
    Questo era il suo ethos. Mi disse anche cosa avrebbe fatto se per disdetta tornassero su proprio loro.
    «Allora,» disse «torniamo su anche noi. Torniamo qua.»

    Gente così nei monti dell'Altopiano di Asiago, istruita e illetterata, spaesata e sola, sognatrice e determinata, inesperta e coraggiosa.
    E l'autore, che ricorda la sua esperienza di piccolo Maestro a distanza di vent'anni, narra senza alcun vanto anche di un'azione riuscita.
    Perché vantarsi di essere partigiani, non toglie il peso dei compagni morti. Come ad accarezzare il ricordo, Luigi Meneghello, descrive quelle rocce innevate e poi fiorite, quei boschi, quei profumi che "sono passati dentro come nodi della coscienza e ci sembrano ancora il paesaggio più incantevole che conosciamo".
    Perché c'era gioventù, perché c'era libertà.

    ha scritto il 

  • 5

    Limpidezza della narrazione, linguaggio fluido e senza sbavature, capacità di raccontare l'orrore dell'occupazione nazi-fascista e la lotta partigiana senza retorica e con molta partecipazione affett ...continua

    Limpidezza della narrazione, linguaggio fluido e senza sbavature, capacità di raccontare l'orrore dell'occupazione nazi-fascista e la lotta partigiana senza retorica e con molta partecipazione affettive e capacità autocritica. LM è un narratore che illumina ed educa il lettore con apparente nonchalance ed estrema raffinatezza narrativa.

    ha scritto il 

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