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I piccoli maestri

Di

Editore: Mondadori

4.1
(549)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804452978 | Isbn-13: 9788804452973 | Data di pubblicazione:  | Edizione 4

Disponibile anche come: Altri , Copertina morbida e spillati , Copertina rigida

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 4

    bel romanzo resistenziale, dalla lingua vivissima e di molto differente dagli altri romanzi resistenziali che ho letto
    diverso tutto nel tono, nel senso di spaesamento, di pudico patriottismo teso ver ...continua

    bel romanzo resistenziale, dalla lingua vivissima e di molto differente dagli altri romanzi resistenziali che ho letto
    diverso tutto nel tono, nel senso di spaesamento, di pudico patriottismo teso verso un'italia che (ancora) non c'è, e che non ci sarà
    (quel fallimento porterà al "dispatrio" di meneghello, immagino)

    la mia sensazione fortissima è che anche nel fango, nella nebbia, nel freddo, sui monti ed in pianura, tra la moltitudine di morti di cui è crivellato, questo racconto sia tutto circonfuso dal sole
    io l'ho visto tutto pieno di sole
    sarà per il timbro leggerissimo ed ironico, quasi alieno eppure così dentro la materia che tratta

    ha scritto il 

  • 4

    Letteratura partigiana assolutamente non-eroistica e non-retorica che fa quasi il giro e ti sembra di non aver letto granché di edificante. Ma forse perché non c'è moltissimo da edificare, non so. ...continua

    Letteratura partigiana assolutamente non-eroistica e non-retorica che fa quasi il giro e ti sembra di non aver letto granché di edificante. Ma forse perché non c'è moltissimo da edificare, non so.

    ha scritto il 

  • 5

    piccoli grandi maestri della Resistenza

    Cos'è la guerra. Uno scontro di forze dove per essere Uomini c'è da capire da che parte stare. Gigi, Livio, Dante, Mario, Enrico, Lelio e gli altri lo capiscono in fretta; sono " i piccoli Maestri", ...continua

    Cos'è la guerra. Uno scontro di forze dove per essere Uomini c'è da capire da che parte stare. Gigi, Livio, Dante, Mario, Enrico, Lelio e gli altri lo capiscono in fretta; sono " i piccoli Maestri", quelli che lasciano gli studi e, senza preparazione militare, salgono su in montagna per fuggire ai rastrellamenti dei tedeschi, alle incursioni dei fascisti. Loro lo sanno che essere catturati non significa diventare prigionieri, lo sanno che la fine sarebbe immediata. Talvolta col pensiero vanno ai "villeggianti della guerra", rimasti chiusi nelle loro case, immersi nei libri " ad avvantaggiarsi nella vita e nella carriera." Il bagaglio culturale a poco serve tra partigiani. I più vengono dal popolo come il Castagna, il capo, che niente sa di formule filosofiche e storiche e sociologiche. Non si può parlare di "ethos" col Casagna. Lui parla così:

    "Domandai quindi al Castagna: «Perché siete qua voi altri?».
    Il Castagna disse: «Come perché?».
    «Come mai che vi siete decisi a venire qua?»
    «E dove volevi che andassimo?» disse il Castagna.
    «E quando finisce la guerra, cosa pensate di fare?».
    «Andiamo giù, no?»
    «E cosa farete, quando siete giù?»
    «I saccheggi» disse il Castagna. (mi sembrò di capire che pensasse ai festeggiamenti)
    «E poi?» dissi «dopo i saccheggi?»
    Il Castagna si mise a guardarmi, e disse: «Voi siete studenti, no?».
    Io feci segno di sì, e lui disse: «Si vede subito che siete finetti».
    «Castagna» dissi. «Non credi che bisognerebbe provare a cambiare l’Italia? Non andava mica bene, come era prima. Si potrebbe dire che siamo qui per quello.»
    «A dirtela proprio giusta,» disse il Castagna «a me dell’Italia non me ne importa mica tanto.»
    «Ma t’importerà chi comanda a Canòve, no?»
    Disse che si sapeva già, chi avrebbe comandato a Canòve.
    «Sentiamo» dissi.
    «Il sottoscritto» disse il Castagna.
    «Solo per qualche giorno.»
    «Facciamo qualche settimana.»
    «E dopo?» dissi io.
    «Dopo andrà su un governo, no?»
    Gli domandai se non gli interessava che governo andasse su.
    -lui mostrò le mani piene di calli e disse:
    «Vedi?» disse il Castagna. «Quando va su un governo, noialtri dobbiamo lavorare.»
    «Anche se fossero fascisti?» dissi.
    «Eh no, per la madonna» disse lui. «I fascisti non sono mica un governo.»
    «Già» dissi io. «I fascisti sono...» Cercavo una formula salveminiana.
    «Rotti in culo» disse il Castagna.
    Questo era il suo ethos. Mi disse anche cosa avrebbe fatto se per disdetta tornassero su proprio loro.
    «Allora,» disse «torniamo su anche noi. Torniamo qua.»

    Gente così nei monti dell'Altopiano di Asiago, istruita e illetterata, spaesata e sola, sognatrice e determinata, inesperta e coraggiosa.
    E l'autore, che ricorda la sua esperienza di piccolo Maestro a distanza di vent'anni, narra senza alcun vanto anche di un'azione riuscita.
    Perché vantarsi di essere partigiani, non toglie il peso dei compagni morti. Come ad accarezzare il ricordo, Luigi Meneghello, descrive quelle rocce innevate e poi fiorite, quei boschi, quei profumi che "sono passati dentro come nodi della coscienza e ci sembrano ancora il paesaggio più incantevole che conosciamo".
    Perché c'era gioventù, perché c'era libertà.

    ha scritto il 

  • 5

    Limpidezza della narrazione, linguaggio fluido e senza sbavature, capacità di raccontare l'orrore dell'occupazione nazi-fascista e la lotta partigiana senza retorica e con molta partecipazione affett ...continua

    Limpidezza della narrazione, linguaggio fluido e senza sbavature, capacità di raccontare l'orrore dell'occupazione nazi-fascista e la lotta partigiana senza retorica e con molta partecipazione affettive e capacità autocritica. LM è un narratore che illumina ed educa il lettore con apparente nonchalance ed estrema raffinatezza narrativa.

    ha scritto il 

  • 3

    I piccoli maestri

    Bello. Una descrizione della Resistenza vista dal basso. Usa molto il parlato. i partigiani sono persone semplici, forse a tratti sembrano troppo "macchiette". Belle le descrizioni della natura e degl ...continua

    Bello. Una descrizione della Resistenza vista dal basso. Usa molto il parlato. i partigiani sono persone semplici, forse a tratti sembrano troppo "macchiette". Belle le descrizioni della natura e degli ambienti di montagna.

    ha scritto il 

  • 5

    Storia di partigiani anti-retorica e anti-eroica, un po' pasticcioni, maldestri ma appassionati e veri. Il linguaggio e' meraviglioso, l'ironia sempre presente riesce a far passare anche le cose piu' ...continua

    Storia di partigiani anti-retorica e anti-eroica, un po' pasticcioni, maldestri ma appassionati e veri. Il linguaggio e' meraviglioso, l'ironia sempre presente riesce a far passare anche le cose piu' crude.

    ha scritto il 

  • 5

    Che dire, le storie partigiane (quelle vere come questa) sono sempre una bellissima occasione di crescita.
    La storia di questi piccoli maestri che resi forti dalla loro cultura non disdegnano la lotta ...continua

    Che dire, le storie partigiane (quelle vere come questa) sono sempre una bellissima occasione di crescita.
    La storia di questi piccoli maestri che resi forti dalla loro cultura non disdegnano la lotta e il sacrificio per la libertà ha molto, moltissimo da insegnarci, ancora oggi.
    L'ironia dell'autore, poi, è davvero strabiliante nonostante la tragicità dei fatti narrati.

    ha scritto il 

  • 3

    Una visione della Resistenza

    Se devo dare un giudizio spassionato su questo libro devo dire che non mi è piaciuto.

    Seppur riconosca che il suo valore intrinseco storico e letterario sia alto per me è stata una storia noiosa, res ...continua

    Se devo dare un giudizio spassionato su questo libro devo dire che non mi è piaciuto.

    Seppur riconosca che il suo valore intrinseco storico e letterario sia alto per me è stata una storia noiosa, resa accettabile solo dalla partecipazione al gruppo di lettura su Twitter. La cosa più bella di questa situazione è stato cercare le foto nella mia scatola dei ricordi in modo da poterle abbinare alle citazioni.

    Il fatto che abbia ascoltato in famiglia storie di guerra raccontate dai nonni e dai genitori alle quali mi sono appassionata, non significa che voglia conoscere così tanti dettagli sulla resistenza e quel periodo storico in genere, preferisco fermarmi ai ricordi ascoltati durante l'infanzia come se fossero novelle, mi culla lasciare certe storie avvolte in una patina di vecchiume e di fascino.

    Il libro è scritto in una forma semplice e diretta, con fraseggi colloquiali e dialettali che calano perfettamente nella vicenda e nell'humus culturale, senza falsi moralismi e senza innalzare i protagonisti ad eroi, bensì mettendo in evidenza l'umana natura di ognuno, sottolineando la normalità, in un certo senso il ritrovarsi in una situazione quasi senza aver voluto, e questo è ciò che mi è piaciuto maggiormente.

    Non nego che in diversi punti ho saltato qualche passaggio per arrivare più velocemente verso la fine, è stata più che una lettura di piacere una lettura di dovere finalizzata alla partecipazione alla Storify di @Tworeaders. Questo libro non mi ha colpita, ma, come torno a ripetere, si tratta di una questione di mancanza d'interesse verso l'argomento e non certo una critica al valore dell'autore e del suo romanzo autobiografico.

    Le citazioni fotografiche su foto d'epoca a questo link:
    http://lemieletturecommentate.blogspot.it/2014/04/i-piccoli-maestri-di-luigi-meneghello.html

    ha scritto il 

  • 4

    Con Meneghello, dissertando dell'Italia e dei piccoli maestri...

    Molte volte mi son trovato lungo i sentieri che portano alla Sella dell'Incudine, nella parte settentrionale dell'altopiano di Asiago. Sono i boschi e le zone in cui un gruppo di studenti provenienti ...continua

    Molte volte mi son trovato lungo i sentieri che portano alla Sella dell'Incudine, nella parte settentrionale dell'altopiano di Asiago. Sono i boschi e le zone in cui un gruppo di studenti provenienti per lo più dall'università di Padova iniziarono la lotta partigiana, forze fresche del Partito d'Azione, influenzati dalle “lezioni morali”di Antonio Giuriolo e Giacomo Chilesotti entrambi morti, uccisi dai nazi-fascisti tra il '44 e il '45.Tra le montagne a schivare i rastrellamenti del 1944 c'era anche Luigi Meneghello,nato a Malo, un piccolo paese del vicentino che con“I piccoli maestri” si propose di raccontare nello specifico la scelta e l'iniziazione alla guerriglia del suo gruppo.E'un opera tra le più particolari del filone resistenziale per svariati motivi:intanto è importante riconoscere all'autore la nuova strada intrapresa, giocata soprattutto su alcuni punti: per prima cosa, i vent'anni che separano i fatti(1943/45) dallo scrivere il romanzo(1964)influiranno positivamente sull'estro creativo dell'autore, il quale ha sempre ribadito di aver scritto queste memorie con “l'esplicito proposito civile e culturale” di riuscire a raccontare la storia fuori dalla “vulgata neorealista” e quindi in chiave anti eroica e anti agiografica. In tal modo trovano il giusto spazio aspetti più complessi e meno discussi dell'esperienza giovanile e, al di la dell'intento meno riuscito di aprire un ventaglio sulla situazione della Resistenza di tutto il Veneto, è vero che in questa opera di recupero, l'eredità del neorealismo è assai fioca e per lo più limitata alla scelta tematica(nei primi dei '60 anche Pelizzaro, Tobino, Venturi e, postumo,“ Una questione privata” di Fenoglio (“Il romanzo che tutti avevamo sognato e che la nostra generazione avrebbe voluto scrivere”disse Calvino),una scelta dicevo, con un'attenta cura stilistica e dove la riflessione si sposta sempre più da collettiva ad individuale. Quindi nuovi strumenti e nuovi obiettivi che superando la dialettica spesso sterile della sinistra intellettuale, reagisce al ritorno di un fascismo in appoggio al governo Tambroni con i fatti di Genova del luglio'60 e le formazioni della “celere”di Scelba...”I piccoli maestri” quindi come esigenza di distaccarsi dalla rassicurante narrativa della Resistenza in cui, dopo un primo periodo di memorialistica vivacissima e incontrollata, con la rottura del CLN e l'inizio della “guerra fredda” la rigidità dell'ideologia prese il sopravvento indicando agli scrittori un percorso obbligato ( si veda la questione tra Togliatti e Vittorini sul “Politecnico” per farsi un idea...)di conseguenza Meneghello rivendica la sua opera come il cane sciolto di un etica civile a suo dire profondamente conformista, dove il racconto di quella banda di giovani entusiasti e scarmigliati diventa “Retrospettiva individualista” di un altra forma di realismo, quello che con orgoglio non manca di dare un resoconto veritiero, strettamente e nei dettagli“con l'autorità di chi parla di ciò che sa, e solo di ciò che sa”. Inoltre il salto temporale di ben vent'anni, permise un distacco e un sedimentarsi dei sentimenti, guadagnando in un obiettività adulta che non avesse quindi bisogno di giustificazioni o comprensioni.Chi scrive nel'63 è un uomo di 45 anni che, tornando più volte tra il monte Colombara e la Sella dell'Incudine si rende conto “di vederci più chiaro” e che “l'intera faccenda di quei nostri dolori di gioventù, si schiariva” e quindi “potevo scriverla”. Se infatti scrivere è anche una funzione del capire, Meneghello per anni non riesce a plasmare alcuni nodi che poi saranno le sequenze e l'anima dell'intero romanzo: dal puntiglio anti-retorico del negarsi un nome di battaglia al rimorso dell'impossibilità di una“guerra semplice e felice”fino al concetto del rischio e dell'incoscienza giovanile, dove i rastrellamenti, gli scontri a fuoco e le azioni di sabotaggio erano il frutto di una eccitazione in cui la paura e il fascino di una morte violenta facevano si che il dolore si mescolasse all'avventura. In un susseguirsi di allegria, poeti e lacrime
    è proprio quel senso mitologico e letterario dei piccoli maestri un' aspetto peculiare dei giovani del Partito d'Azione, formazione politica che nonostante l'impegno nella Liberazione, non riuscirà a definirsi nella politica del dopoguerra, sciogliendosi di lì a poco per essere poi dimenticata del tutto. Eppure i suoi dirigenti, tra cui molti scrittori e uomini di pensiero, ebbero una smisurata dedizione e coerenza ai valori resistenziali e ai principi dell'assemblea costituente ma soprattutto un coraggioso programma innovativo fondato sui principi della neonata Repubblica e sulla lezione federalista di Carlo Cattaneo. Non può tuttavia sorprendere che non fu raccolto dagli italiani, che scelsero sulla base di schemi mentali prefascisti in cui la demagogia e il peggio della tradizione prevalsero. E così è interessante notare come dopo la caduta nel dicembre del'45 del governo Parri e dell'unità del CLN, anche la letteratura italiana seguì assetti difensivi o comunque paralleli alle vicende del paese che dalle istanze di radicale cambiamento passò pari passo in una vera e propria restaurazione. “Senza appello- scrisse al tempo Mario Boneschi-si formò spontaneamente un nuovo fascio da combattimento per la pronta riscossa degli italiani furbi, disincantati, servili, incolti, piacevoli, menefreghisti, mai educati alla coerenza e alla serietà...in una leva di mediocri armati di mediocrità, si affermò l'Italia del particolare, atavicamente agnostica, tenacemente allergica alle opinioni decise e precise, refrattaria ai tagli netti, l'Italia del nulla si nega, nulla si ammette, tutto è”. Un bel quadro quindi, che vagamente mi ricorda qualcosa a cui ho assistito nei 40 e passa anni della mia vita...Boneschi, profeta in patria lo scrisse nel 1946/'47...e da questo grande corto circuito di un progetto di cambiamento si formò la”continuità dello stato" circondata dai tratti già visti di una piccola borghesia (disprezzante la cultura, lucrosamente religiosa, con il culto della merce e del potere)che ritroviamo nei libri di Longanesi o Guareschi. Tornando a“I piccoli maestri” quindi, Meneghello gratificato dalle esperienze anglosassoni(fu professore per 33 anni all'università di Reading e istituì un “Dipartimento di Studi Italiani” che diventerà uno fra i più fiorenti della Gran Bretagna per vivacità e varietà di interessi)si impone negli anni tiepidi dei primi governi di centro-sinistra con un richiamo alla Resistenza, un richiamo nuovo e originalissimo dove l'io narrante del libro è, nel senso della lezione proustiana, ritrovato entro un tempo perduto e quindi ricco di rimandi, ricordi, riflessioni. Tutto ciò venne interpretato attraverso una enorme svista di prospettiva, come a vederlo un triste tentativo ultimo al richiamo neorealista...se poi si aggiunge la dissacrante ironia e comicità di certe sequenze derivanti dall'umorismo di scuola anglosassone, i baroni accademici, gli intellettuali organici e i dormienti del sacro mondo dell'ANPI condannarono il tutto senza lo sforzo di chiedere o voler veramente capire. Da qui ci furono altre edizioni, non poche e ogni volta rivisitate, nel senso del togliere più che del scomporre. Non è facile infatti capire l'intenzione dell'autore in quanto più che di una rielaborazione formale, si tratta di una riduzione tesa ad eliminare ogni enfasi retorica...un'operazione etico-ideologica, che non ho sempre condiviso o capito.Meneghello infatti, nel corso degli anni ha eliminato intere sequenze del romanzo e se si confrontano le due edizioni 1964 e 1976 almeno 40 o forse più sono le pagine mancanti...ma è sempre la puntigliosa visione antieroica e un elegante approccio al testo, a dettare questi tagli. Ciò ricorda Fenoglio, sia per l'amore della lingua inglese e della sua letteratura, sia per le sofferte e chirurgiche costruzioni di tutti i suoi romanzi, da sembrare un continuo riferimento al prima, al passato e alla memoria, che assieme alla vena ironica creano momenti divertenti e picareschi ad altri in cui la tensione o il pathos sembrano elevarsi con l'eleganza di un volo planare. La composizione linguistica è infine, una piccola torre di Babele...da “ Libera nos a Malo” fino a “I piccoli maestri”, si mescolano lingue e dialetti...per me che sono veneto posso intuire la battuta nella sua essenza più profonda...e questo mi fa riflettere su quanto si perda in poesia e letteratura dalle traduzioni...ma Meneghello sembra divertirsi e metterci dell'impegno notevole in quanto il linguaggio è per lui anche differenziazione classista, di origine, di ceto...in un veneto della povertà, dove nei film neorealisti la cameriera aveva l'immancabile accento padovano/veneziano“i piccoli maestri” creano un coro così ampio come ampio è lo spazio in cui si svolge e profondo è il contesto...i luoghi che percorro ancora oggi ricordano ad ognuno la tragedia di due guerre mondiali... Meneghello riesce anche a farmi sorridere ripensando alle gesta non sempre gloriose dei suoi outloaws, quei raffinati banditi di strada inglesi, che con estrema cortesia rapinavano le carrozze di passaggio...la sua banda in più, tra una battaglia e un sequestro dissertavano di filosofi e tragedie greche...di poeti inglesi, di romantici tedeschi, con la consapevolezza pacifica di piccoli maestri, quella che fa dire all'autore ad inizio libro “Non eravamo mica buoni, a fare la guerra” e in ultima di pagina tornando a quei giorni un vecchio canto libertario " La nostra patria è il mondo intér..solo pensiero-salvar l'umanità..."Just a fucking bandit",Luigi Meneghello...

    ha scritto il 

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