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I quaderni di Malte Laurids Brigge

Di

Editore: Mondadori

3.9
(401)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 198 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Francese , Spagnolo , Svedese , Catalano

Isbn-10: 8804407964 | Isbn-13: 9788804407966 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Copertina morbida e spillati , Copertina rigida , eBook

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Philosophy

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Descrizione del libro
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    Questo libro, che non è un romanzo senza essere appieno un diario, stupisce come altri testi contemporanei per la sua capacità di anticipazione.
    La crisi del Novecento, la mancanza di punti di riferimento, il buttarsi alla cieca in braccio a ideologie mortali, i drammi sociali riconducibili ...continua

    Questo libro, che non è un romanzo senza essere appieno un diario, stupisce come altri testi contemporanei per la sua capacità di anticipazione.
    La crisi del Novecento, la mancanza di punti di riferimento, il buttarsi alla cieca in braccio a ideologie mortali, i drammi sociali riconducibili a drammi personali di una modernità che ha disorientato completamente l’uomo, togliendogli i punti di riferimento del passato senza sostituirli con capisaldi altrettanto sicuri.
    Nei “Quaderni di Malte Laurids Brigge”, ma non solo, si trova tutto questo. Ed è normale chiedersi: ma se tutto è questo era già chiaro negli anni dieci del secolo, perché nessuno si è messo in allarme, non si è fermato a riflettere, non ha preso le precauzioni? Perché tutto è stato accettato come inesorabile?
    Sono scettico sulla possibilità di trovare risposte.
    Per questo mi limito a godermi questi capolavori della letteratura.

    L’autoanalisi è il filo conduttore del libro. Quell’autoanalisi che, esasperata, porta a sviscerare tutto, a dissezionare, a ridurre in atomi, impedendo qualsiasi movimento, progetto. Impedendo di vivere insomma.
    Ed è tanto più perniciosa perché non tira fuori nulla di nuovo dall’uomo, ma semplicemente amplifica quanto già – di negativo – esiste.
    E ora di nuovo questa malattia, che mi ha sempre colpito in modo così strano. Sono certo che la si sottovaluta. Proprio come si esagera l’importanza di altre malattie. Questa malattia non ha alcun suo carattere specifico, assume i caratteri di colui che afferra. Con sicurezza sonnambolica trae fuori da ciascuno il suo pericolo più profondo, che sembrava svanito, e glielo ripresenta dinanzi, vicinissimo, per l’ora più prossima.

    Nella forma del non-romanzo emergono con forza i frammenti. Pur in una cornice unica, alcune riflessioni hanno vita propria, come quest’analisi sulla memoria.
    E con ciò che ritorna, si risolleva tutta una confusione di ricordi smarriti che gli pendono addosso come alghe umide su un oggetto riaffiorante dalle acque. Vite di cui non si sarebbe mai saputo nulla vengono a galla e si mescolano con ciò che realmente è stato, e rimuovono un passato che si credeva di conoscere: poiché in ciò che vien su c’è una forza riposata e nuova, mentre ciò che durava presente è stanco per essere stato troppo spesso ricordato.
    La stessa memoria che può dare una percezione nuova, ahimè: negativa, della propria vita.
    Ho pregato per avere la mia infanzia, ed essa è tornata, e sento che è ancor sempre dura come un tempo e che non è servito a nulla invecchiare.

    Il tema dell’infanzia ritorna per denunciare un altro errore tipico: pensare che la vita crescerà da sola, che per ogni dolore ci sarà una compensazione, che con le giuste premesse si arriverà in automatico ai buoni risultati. Come se ci fossero delle soluzioni di continuità, come se l’adulto guardasse al bambino che fu senza che ci sia nulla nel mezzo, il giorno dopo giorno da cui dipende tutto.
    Confidavo che uno se ne sarebbe accorto quando la vita si fosse per così dire rovesciata e avesse cominciato a giungere solo dall’esterno, come giungeva solo dall’interno prima. Mi figuravo che allora sarebbe stata chiare e univoca e impossibile da fraintendere. Per nulla facile, anzi piena di pretese, intricata e difficile per me, ma pur sempre visibile. Il senza limiti, proprio dell’infanzia, lo sproporzionato, il mai ben visibile, tutto questo sarebbe stato allora superato. Certo, non si riusciva a prevedere come. In fondo, tutto continuava sempre a crescere e si chiudeva da ogni parte, e quanto più si guardava fuori, tanto più interno si faceva insorgere dentro di sé: Dio sa da dove giungesse. Ma probabilmente cresceva fino a un culmine estremo e poi si schiantava di colpo.

    Il terribile. La cognizione del terribile. Siamo anni luce lontani dalle lacrimae rerum degli antichi. Del resto è quello che si sente nelle “Elegie duinesi”: persino l’angelo è diventato un essere terribile agli occhi dell’uomo. Ma non è cambiato l’angelo. È cambiato il modo di vedere dell’uomo. È l’uomo moderno, che porta fuori di sé il processo di autoanalisi, lo fa dissezione della realtà e poi vi trova il terribile.
    (Perché invece di lamentarsi non si prova a cambiare approccio?)

    C’è qualcosa di buono, almeno? L’arte. La musica. Che ti prende dove sei, ti lancia verso l’alto e quando ricadi non è più dov’eri prima. La metafora è chiarissima, ma le parole che la raccontano sono vera poesia.

    Ci si potesse allora fermare all’arte. Ma c’è il resto della vita. E ormai sono stati posti tutti i presupposti per viverla male. Rilke impietoso: la paura è alimentata da una forza intimamente nostra. Non viene da fuori, insomma, ce la creiamo.
    Ma da allora ho imparato ad avere paura con la vera paura, che cresce soltanto se cresce la forza che la genera. Non abbiamo alcuna idea di quella forza, tranne che nella nostra paura. Perché essa è così inconcepibile, così pienamente contro di noi, che il nostro cervello si decompone nel punto in cui ci costringiamo a pensarvi. E tuttavia, da qualche tempo, credo che sia la nostra forza, tutta la nostra forza, che è ancora troppa per noi. È vero, non la conosciamo, ma non è proprio ciò che è più nostro quel che conosciamo di meno?

    Tra i tanti voglio ricordare due episodi che ho amato. La storia del cane morente che rivolge un rimprovero al bambino suo padrone per non averlo protetto dalla morte, rimproverando al contempo se stesso per aver sopravvalutato l’essere in cui aveva posto la sua fiducia.
    E il racconto sul vicino di San Pietroburgo, già struggente in sé ma che si apprezza per la maestria di Rilke nel ricreare alla perfezione lo stile e le atmosfere della grande narrativa russa.

    Avviandosi alla fine del testo l’atmosfera si fa sempre più cupa. Il senso della morte sembra aver investito tutto.
    All’esterno molte cose sono cambiate. Non so come. Ma nell’interno e dinanzi a Te, mio Dio, nell’interno dinanzi a Te, spettatore: non siamo noi senza azione? Scopriamo, sì, che non sappiamo la parte, cerchiamo uno specchio, vorremmo struccarci ed eliminare il falso ed essere veramente. Ma qua e là ci resta ancora attaccato un pezzo di travestimento, che dimentichiamo. Una traccia di esagerazione rimane nelle nostre sopracciglia, non notiamo che gli angoli della nostra bocca sono piegati. E andiamo in giro così, zimbelli e creature dimezzate: né uomini veri né attori.

    Eppure, anche se in chiave negativa, viene abbozzata una soluzione. E non è certo qualcosa di originale o dirompente. Il grande errore di un intero secolo è stato di accettare tutto come una constatazione, e non come un monito, un invito a riflettere, a cercare di invertire la rotta là dove possibile.
    (Siamo dunque sinceri, noi non abbiamo alcun teatro, così come non abbiamo un Dio: per averli occorre essere comunità. Ciascuno ha le sue particolari idee e le sue paure e ne mostra agli altri quel tanto che gli è utile e gli si confà. Continuiamo ad assottigliare il nostro capire, affinché possa bastare, invece di chiedere urlando, la muraglia di una miseria comune, dietro la quale l’incomprensibile abbia il tempo di raccogliersi e accrescersi.)
    Il dramma dell’uomo moderno che non è tanto incapace di amare, ma terrorizzato all’idea di essere amato da rifiutare l’amore, che sia quello di Dio o di chi per lui o quello dei suoi simili. È così che il processo di disgregazione diventa poi inarrestabile.

    ha scritto il 

  • 4

    "Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe a scrivere dieci righe che fossero buone"

    La geografia interiore (quella scolpita ed accarezzata dalle maree dell'anima, dai movimenti tellurici del cuore, dai temporali della coscienza, dalle aurore boreali dell'intelligenza) è la sola che conti. Con il giusto sforzo ed una quantità sufficiente di tempo, si spera di riuscire ad esplorar ...continua

    La geografia interiore (quella scolpita ed accarezzata dalle maree dell'anima, dai movimenti tellurici del cuore, dai temporali della coscienza, dalle aurore boreali dell'intelligenza) è la sola che conti. Con il giusto sforzo ed una quantità sufficiente di tempo, si spera di riuscire ad esplorarla abbastanza per poterne poi fare un ritratto se non proprio fedelissimo almeno vagamente somigliante (su di una cartina che è piuttosto una carta astronomica, trapunta di stelle e tagliata da linee che le uniscono).

    Ho letto molti libri contenenti un vago progetto di vita. Nel romanzo del poeta, a differenza che negli altri, questo progetto di vita è definito in modo chiaro attraverso i suoi punti essenziali; per sopravvivere bene è necessario:
    - rivolgere continuamente gli occhi verso l'interno, cercarvi la luce che, a ragione, dovrebbe esserci, ed alimentarla ogniqualvolta essa minacci di estinguersi
    - alzare, al tempo stesso, gli occhi al cielo per cercare le stelle
    - consumarsi come oggetti d'amore (poiché essere amati è cosa che logora)
    - e rigenerarsi nell'amare (poiché l'amore provato è sentimento che rinnova, in colui che ama, la vita)

    Ho pregato per avere la mia infanzia, ed essa è tornata, e sento che è ancor sempre dura come un tempo e che non è servito a nulla invecchiare

    ha scritto il 

  • 3

    Imparare a vedere


    Rilke rimane un poeta, e questo romanzo rimane in larga parte poesia. Il grande errore del lettore è quello di leggere questo libro come un romanzo qualsiasi. Sbagliato. Se non si impara a vedere insieme al poeta è impossibile cogliere le sfumature di quest'opera. ...continua

    Imparare a vedere

    Rilke rimane un poeta, e questo romanzo rimane in larga parte poesia. Il grande errore del lettore è quello di leggere questo libro come un romanzo qualsiasi. Sbagliato. Se non si impara a vedere insieme al poeta è impossibile cogliere le sfumature di quest'opera.

    Queste tre stelle non sono un giudizio in assoluto. Sono più un monito e un proposito per il sottoscritto: imparare a leggere e poi rileggerlo.

    ha scritto il 

  • 1

    Dio che rottura di balle apocalittica. Leggere Rilke fa figo ma mi sfugge il motivo.


    *


    Diciamoci la verità, Rilke era un grandioso trombone tanto che si attribuì per tutta la vita delle origini nobili che non aveva, tanto che non mancò di sigillare le sue missive con uno stemma su c ...continua

    Dio che rottura di balle apocalittica. Leggere Rilke fa figo ma mi sfugge il motivo.

    *

    Diciamoci la verità, Rilke era un grandioso trombone tanto che si attribuì per tutta la vita delle origini nobili che non aveva, tanto che non mancò di sigillare le sue missive con uno stemma su cui imperavano due levrieri. Dato il soggetto è improbabile trovare nei suoi libri tracce di ironia o di leggerezza.
    I quaderni di Malte Laurids Brigge non tradiscono le aspettative relative alla pesantezza. Per quanto sia pregevole il fatto che non sia un romanzo e che rappresenti, nella sua lallazione incoerente e pluristilistica, un momento di rottura nei confronti della tradizione letteraria classica, poi è stato fatto molto di meglio. Forse c'è della malinconia sul fondo di questi quaderni, magari anche della poesia ma sono così disperse fra incursoni gotiche fuori contesto che anche un lettore arzillissimo, dopo decine di pagine di inumana lentezza e assoluta incosistenza, fatica a coglierle.
    Volendo azzardare un parallelismo fuori luogo con l'immenso Pessoa del libro dell'inquietudine la differenza fondamentale è nell'atteggiamento. Pessoa può osservarsi con umiltà e quasi sorridere della sua inconsistenza, tralasciarsi per lasciare spazio alle atmosfere, alla poesia; Rilke, imprescindibile a se stesso, rende la sua prosa pesante, imponente, ipoteticamente venerabile ma, di fatto, le pagine assumono la stessa consistenza del marmo e non si girano.
    In sintesi: scriteriato e ammorbante risulta appesantito da svariati chili di nobiltà tarocca.

    ha scritto il 

  • 5

    scrivere per imparare a guardare e vedere il mondo e la vita.
    cercare i dettagli e scriverne per non perderli.
    cercando i dettagli e scrivendoli impari a scrivere e a vivere.
    e questo deve fare e imparare l'artista.
    il giorno in cui ci riuscirà anche l'uomo comune il mondo ...continua

    scrivere per imparare a guardare e vedere il mondo e la vita.
    cercare i dettagli e scriverne per non perderli.
    cercando i dettagli e scrivendoli impari a scrivere e a vivere.
    e questo deve fare e imparare l'artista.
    il giorno in cui ci riuscirà anche l'uomo comune il mondo sarà migliore
    pur sapendo che "la vita è un eterno giorno di scuola"
    ci sarà sempre da imparare e da scrivere.
    senza giudicare.

    ha scritto il 

  • 4

    Non disturbate i poveri mentre sognano

    I quaderni di Malte Laurids Brigge appartengono a un Rilke meno confuso, meno inquieto e provinciale del Rilke che conobbi e amai ai tempi degli studi, quando di fatto veniva citato da noi umanisti necessariamente un po’ bohemienne per rimorchiare le studentesse del primo anno. Perché quando ...continua

    I quaderni di Malte Laurids Brigge appartengono a un Rilke meno confuso, meno inquieto e provinciale del Rilke che conobbi e amai ai tempi degli studi, quando di fatto veniva citato da noi umanisti necessariamente un po’ bohemienne per rimorchiare le studentesse del primo anno. Perché quando hai venti, venticinque anni , e dividi un appartamento squallido nel centro di qualche grande città, senza o con pochi soldi in tasca e inventandoti un futuro da poeta, per qualcuno puoi sembrare anche affascinante, purché a un certo punto tu smetta la parte del poeta e ti metta sotto a consumare e guadagnare. A sancire la fine del tuo periodo egocentrico e l'inizio della vita periferica.

    I quaderni sono un romanzo ipotetico scritto da un lirico. E come dichiara in postfazione Giorgio Zampa, il lirico e il prosatore sono posti su piani linguistici e morfologici-sintattici diversi. Insomma.
    Il risultato è che la narrazione, seppur costruita apparentemente in maniera sufficientemente organica come dovrebbe essere un romanzo, si rivela in realtà ambigua e avanza a sbalzi e lampi.
    La storia più o meno si può riassumere con l’arrivo a Parigi di Malte Laurdis, nobile decaduto con vocazione di poeta che prende una stanza in affitto nel Quartiere Latino. L’unico altro indizio topografico e temporale che veniamo a sapere è che Malte giunge a Parigi a fine estate. Dopodiché non viene rivelato quasi piu’ nulla, se non molto implicitamente.
    Cosa avviene all’abbastanza giovane Malte è un brusco e brutale incontro con la metropoli, con la durezza del modo di vivere, con la solitudine e con la difficoltà di un lavoro impossibile. E alla fine Malte sembra soccombere (ma non lo sappiamo). Di sicuro capisce qual è la differenza tra il suo sogno di vivere un’esistenza da poeta e la vita con cui si è scontrato invece a Parigi.

    Il poeta che sognava di essere Malte, il poeta che sognavamo di essere noi, non abitava a Parigi, ma in una silenziosa casa sui monti. "Uno che suonava come una campana nell’aria pura. Un poeta felice, che raccontava della sua finestra o dagli sportelli vetrati di una vecchia libreria.
    Questo è proprio il poeta che avrei voluto diventare anch’io. "Perché sa tante cose degli uomini e delle donne, e anch’io avrei voluto sapere molto di loro. Sapere anche di fanciulle vissute cento e duecento anni fa; non importa che siano morte, ma sapere tutto. Questo è l’essenziale. Pronunciare i loro nomi, nomi lievi, tracciati sottilmente, coi ghirigori d’un tempo, nelle loro lunghe lettere, e i nomi adulti delle loro amiche più grandi, in cui risuonava già un po’ di destino, un po’ di delusione e di morte. Immaginare in un cassetto le loro scrivanie di mogano le loro lettere sbiadite e i fogli sciolti dei loro diari in cui sono compleanni, gite estive, ancora compleanni. Un cassetto in cui conservavano abiti primaverili, abiti bianchi indossati la prima volta a Pasqua, in realtà destinati all’estate che non si poteva aspettare e basta. Immaginare di avere una sorte felice, sedere nella stanza silenziosa di una casa ereditata, tra oggetti calmi, stabili, e ascoltare fuori, nel soave giardino verdechiaro, l’orologio del villaggio.
    Sedere guardando una calda striscia di sole pomeridiano e sapere molte cose di fanciulle scomparse ed essere un poeta.
    E pensare che anch’io sarei potuto diventarlo, se avessi potuto abitare da qualche parte nel mondo, in una delle tante case di campagna chiuse, di cui nessuno si cura. Mi sarebbe bastata un’unica stanza luminosa. Vi sarei vissuto con le mie vecchie cose, i ritratti, le foto, i libri. E avrei avuto una poltrona, e fiori e cani, o un gatto ad accentuare il silenzio della casa, e un solido bastone per passeggiare nei sentieri sassosi. E niente altro. Solo un libro, rilegato in pelle color avorio, coi risguardi di vecchia carta fiorata, nel quale avrei scritto. Avrei scritto molto, perché avrei avuto molti pensieri e ricordi di molte persone.

    Ma è andata altrimenti, anche a me, Malte. Dio sa perché. La mia poltrona, i miei libri e i miei ritratti marciscono nel granaio di una casa in cui non mi è stato concesso di vivere, e io stesso, sì, io stesso, Malte, ho una casa ma non ho un tetto sopra di me, e mi piove negli occhi.

    ha scritto il 

  • 5

    Rainer Maria Rilke, il poeta dell’inquietudine moderna. Il ritmo della sua vita e della sua poesia è un continuo oscillare tra le cose e Dio, di un Dio che non è al di là ma è diventato il grande mistero dell'umano. I Quaderni di Malte Laurids Brigge possiamo vederli come il tragico documento ...continua

    Rainer Maria Rilke, il poeta dell’inquietudine moderna. Il ritmo della sua vita e della sua poesia è un continuo oscillare tra le cose e Dio, di un Dio che non è al di là ma è diventato il grande mistero dell'umano. I Quaderni di Malte Laurids Brigge possiamo vederli come il tragico documento letterario di un naufragio che si concluderà nel grembo della propria psiche.
    Non è facile quindi pensare ai Quaderni come una sorta di diario di un dissociato psichico, incapace di ordinare il proprio disordine interiore. In balia delle onde, mosso dall’oceano mutevole del proprio lirismo, le esperienze reali diventano trasfigurazioni della fantasia, e la fantasia una proiezione dell’esperienza reale, in un amalgama contenente sogni e deliri, ricordi d’infanzia, massime filosofiche, immagini lugubri o romantiche, impressioni di viaggio, rievocazioni di personaggi storici, e poi angosce, impeti emotivi, abbandoni, estasi e pianti. Tutto questo senza alcuna logica, una linea di progressione o un criterio di successione.
    Un libro difficile da definire: né diario vero e proprio, né romanzo, né autobiografia, né libro di meditazione, ma necessariamente tutto questo ed altro ancora.
    Un susseguirsi di sogni e di fantasia, ma se ne ridurrebbe la complessità. Leggerlo è come guardare un cielo stellato ad occhio nudo; cercare d’interpretarlo, invece, è guardare lo stesso cielo con un telescopio, e osservare, come in un incantesimo, quegli innumerevoli particolari che ad occhio nudo erano invisibili.
    Ciò che Rilke ha compiuto, entro il mito di Malte Laurids Brigge, in un analogo processo, è il cammino del figliol prodigo della famosa parabola biblica, cioè prima il distacco dal mondo, poi un ritorno al passato e alla fine un avvicinamento all’amore perfetto, cioè Dio. Ciò che i Quaderni, inconsapevolmente, annunciano è quello che per quasi due millenni ha fatto la tradizione filosofica occidentale, dall’antica Grecia agli illuministi di fine ‘700: il distacco dal materialismo effimero della vita e il ritrovamento dell’anima nell’eternità di Dio, l’immortalità dell’anima e la finitezza del corpo, una dimensione soprasensibile e una sensibile, una concezione metafisica dell’esistenza e una verità intangibile. Il cammino di Malte, protagonista ed alter ego, conduce a una realtà esteriore e lontana dall’intimità e dalla consapevolezza del proprio sé, in cui non si è più compresi da nessuno, ma attraverso cui si comprende ciò che gli uomini disprezzano e temono più di ogni altra cosa: la solitudine.
    Così il dramma umano di Rilke rappresenta insieme il naufragio dell’inquietudine e il salvataggio nella divinità, cioè nell’unità eterna di Dio. Ma questa necessità inquieta della quiete, questa ricerca della Verità e della Conoscenza, e quindi della Felicità, risultano essere, dall’inizio dei tempi, il passaporto alla Vita dell’Umanità intera, e di cui Rilke  è stato il portavoce e uno dei più grandi simboli dell’Europa moderna.

    ha scritto il 

  • 4

    "Io imparo a vedere. Non so perché tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva. Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada." (pp. 2, 3)


    "Sono un principiante anche nell’essere me stesso." (p. 55)< ...continua

    "Io imparo a vedere. Non so perché tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva. Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada." (pp. 2, 3)

    "Sono un principiante anche nell’essere me stesso." (p. 55)

    ha scritto il 

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