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I redenti

Gli intellettuali che vissero due volte

Di

Editore: Corbaccio

3.7
(21)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 369 | Formato: Altri

Isbn-10: 8879727141 | Isbn-13: 9788879727143 | Data di pubblicazione: 

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
Pochi intellettuali si opposero al regime fascista; pochi protestaronoapertamente contro le leggi razziali. Furono molti, invece, quanti siformarono all'interno delle istituzioni fasciste di cultura e che poi, con il1943, abbracciarono gli ideali dell'antifascismo e della resistenza, vivendoquesta svolta come un'esperienza di "redenzione". Mirella Serri ricostruisce,anche sulla base di documenti inediti, segmenti della biografia dei moltiintellettuali italiani che non furono "dissimulatori onesti", e neppure"voltagabbana", ma uomini che "vissero due volte" e che rappresentano ildoloroso processo di maturazione di un'Italia democratica all'interno di unregime totalitario messo in crisi dalla guerra mondiale.
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  • 1

    ammetto di avere tendenze masoschiste. sembra scritto da un'ubriaca, temo non sia così. peccato perché l'argomento poteva essere anche trattato in maniera interessante. e invece c'ha messo le mani MIRELLASERRI. capita.

    ha scritto il 

  • 4

    Fare i conti con il passato non è mai facile, in Italia è come il curling: uno sport praticato da 500 persone su una popolazione di più di 60 milioni.
    Dopo 65 anni parlare di intellettuali che dopo aver prestato il proprio cervello e la propria dignità al fascismo e che si sono riciclati, alcuni ...continua

    Fare i conti con il passato non è mai facile, in Italia è come il curling: uno sport praticato da 500 persone su una popolazione di più di 60 milioni. Dopo 65 anni parlare di intellettuali che dopo aver prestato il proprio cervello e la propria dignità al fascismo e che si sono riciclati, alcuni alla velocità della luce, verso altre e nuove strade (soprattutto verso la grande ala protettrice di Togliatti) resta ancora un argomento spinosissimo... Forse perché si avrebbe voluto che tutti dimenticassero quei 20 anni dolorosi e vergognosi.

    ha scritto il 

  • 4

    La repubblica dei redenti e l'inferno dei perduti

    Paolo Persichetti
    14 ottobre 2005


    «Uomini e no», con questa drastica alternativa Elio Vittorini aveva rappresentato la radicale alterità contenuta nella scelta di combattere il fascismo. Una decisione a cui lui stesso era giunto con un po’ in ritardo, se è vero che ancora nel 1942 prese pa ...continua

    Paolo Persichetti 14 ottobre 2005

    «Uomini e no», con questa drastica alternativa Elio Vittorini aveva rappresentato la radicale alterità contenuta nella scelta di combattere il fascismo. Una decisione a cui lui stesso era giunto con un po’ in ritardo, se è vero che ancora nel 1942 prese parte in Germania ad un convegno con Giaime Pintor e in cui era presente Goebels. copj13aspTempo dopo dalle pagine del Politecnico, come ricorda Luisa Mangoni in un saggio sugli intellettuali tra fascismo e antifascismo, sempre Vittorini rispondeva alle numerose lettere scritte da giovani nei quali si poteva leggere l’angoscia «di non poter più essere uomini dopo esser stati “non uomini”». Li invitava «a convincersi di non esser colpevoli… strumenti sì del fascismo, ciechi dinanzi a quello che il fascismo era, vittime di quello che sembrava, deboli, non forti, ma non fascisti». D’altronde come avrebbero potuto sapere? Si chiedeva, dimenticando un po’ troppo facilmente gli antifascisti che marcivano nelle galere o al confino. «L’antifascismo era all’estero, e la sua voce giungeva deformata in Italia come tutto il resto che giungeva in Italia dall’estero: deformato». In fondo questi giovani, spiegava pensando probabilmente a se stesso, «non erano reazionari… erano per un progresso sociale, per una migliore “giustizia sociale”, per l’eliminazione del latifondo e la socializzazione delle grandi imprese. Il fascismo disse loro di essere questo». Il fascismo come malinteso, dunque. Un equivoco che avrebbe tratto in inganno le buone intenzioni di una generazione inquieta che, in modo inconsapevole oppure dissimulando astute forme di nicodemismo, con fare ermetico o approntando diaboliche strategie entriste, praticava l’antifascismo in camicia nera, anticipando la resistenza nei salotti, nelle redazioni, nei posti al sole del regime, tra littoriali, militanze nei Guf, prebende del Minculpop, lettere di raccomandazione al Duce, elogi della filmografia nazista e dei carri armati dell’asse. Un curioso modo antifascista d’essere fascisti: «Voi non siete stati fascisti. Il vostro modo di esserlo, fino a qualunque data lo siate stati, è stato un modo “antifascista”». Antifascisti forse, ma senza esser mai stati antirazzisti dopo le leggi segregazioniste del 1938. In questi brevi passi ripresi dal Vittorini-pensiero si racchiude molto della sostanza di quel salto pindarico che permise a una larga generazione di intellettuali di «vivere due volte», come ha scritto Mirella Serri nel suo saggio, I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948. Certo, la vicenda è complessa e non nuova agli studi, per questo non può essere liquidata con sprezzanti tirate moralistiche, di cui invero quegli intellettuali “redenti” furono spesso (non tutti per fortuna) spietati maestri durante le loro seconde vite. Diversi tra loro si riscattarono nella Resistenza, anche nella tragedia della morte, altri si riciclarono attraverso il frondismo, che è sempre una maniera molto elegante di restare con un piede tra due scarpe. Tuttavia la sfilza di nomi, presa anche solo per difetto, disorienta: Cantimori, Muscetta, Montale, Guttuso, Argan, Alicata, Ingrao, Lizzani, Della Perruta, Trombadori, Pavese, Pintor, Della Volpe, senza dimenticare su altre sponde Bobbio, Spadolini, Pannunzio, Scalfari, Montanelli, Bocca, Biagi, lo stesso Calamandrei e ancora, oltre Tevere, i clericofascisti come padre Agostino Gemelli. Insomma, benefattori, grandi uomini di cultura, facitori d’opinione, inter-preti della religione civile, padri della patria. Una prima chiave di lettura ci dice che, quali che siano i colori delle ideologie, questa è una classica storia d’élites, che riescono quasi sempre a traversare con pochi danni le tempeste della storia. Subentra poi la politica «entrista» che i comunisti 97888044958641condussero ai fianchi del regime, una volta abbandonata l’idea del rovesciamento armato e riconosciuta la sua natura «reazionaria di massa». Quindi la vicenda del patto Ribentrop-Molotov del 39-41, esaltata come l’alleanza delle nuove potenze monopolistiche contro le plutocrazie occidentali che stentavano a rimettersi dalla crisi (anche il new deal Roosveltiano guardava ai vantaggi dell’economia di pianificazione e in quegli anni Keynes elaborava la sua dottrina). Il vecchio programma di Verona, l’originaria fase del fascismo di sinistra, antiborghese, corporatista e monopolista, fu il collante che consentì il successo della strategia di recupero attuata da Togliatti. Un organico disegno d’egemonia che attraverso la chiusura della guerra civile, l’amnistia politica e il reclutamento delle giovani energie intellettuali del passato regime, mirava a ricomprendere la storia nazionale rifondando le basi del paese. Un disegno strategico che l’odierna storiografia liberale tende a rileggere in termini d’inevitabile continuità, culturale e ideologica, conseguenza di una supposta omologia totalitaria tra fascismo e comunismo. Dimenticando i reclutamenti nel campo laico-liberale e la posizione di Croce, la sua avversione verso le epurazioni, la metafora della grande parentesi con la quale si voleva liquidare il fascismo come se nulla fosse accaduto, e soprattutto sottacendo l’altra continuità, quella degli apparati statali, della magistratura, dell’industria e della finanza fascistissima, dei senatori del regno ingrassati con le avventure coloniali del regime. Singolare atteggiamento quello della storiografia liberale, che da una parte lancia anatemi sull’esecuzione di Gentile, ma poi denuncia la politica d’integrazione dei giovani quadri intellettuali del fascismo. Comunque continuità ci fu, ma questa avvenne proprio a scapito del marxismo. L’integrazione togliattiana dei quadri bottaiani per un verso, e dell’azionismo dall’altro, entrambi formati alla filosofia di Gentile, produsse un singolare mescolanza di cui a tutt’oggi resta insuperata la critica mossa da Asor Rosa nell’oramai lontano Scrittori e popolo. Un ibrido ideologico che fondeva strati di nazional-popolare, storicismo crociano, diamat staliniano, il tutto condito – come ha sottolineato Romano Luperini – da una visione dell’impegno improntato alla vita morale, ad ideali genericamente umanisti che vedevano nell’intellettuale il sale della terra. «Io non mi sono iscritto al partito comunista italiano per motivi ideologici», scriveva Vittorini a Togliatti, «Quando mi sono iscritto non avevo ancora avuto l’opportunità di leggere una sola opera di Marx, o di Lenin, o di Stalin… Aderii ad una lotta e a degli uomini». Non a caso si dovettero attendere gli anni sessanta perché si affermassero in Italia i fermenti di un neomarxismo liberato dagli effluvi gentiliano-bottaiani e gli anni settanta perché questo divenisse pratica politica. Per questo oggi sarebbe più utile una riflessione storica sulle conseguenze politico-culturali di quella stagione, piuttosto che l’attenzione un po’ scandalistica sulle rivelazioni di passati celati, memorie edulcorate, rimozioni, reticenze e autoindulgenze, per giunta condotte in molti casi di pari passo con la più spietata inclemenza verso quelle generazioni che negli anni settanta tradussero concretamente la loro ricerca di una società diversa, che non si accontentava più del compromesso sociale-istituzionale uscito dal dopoguerra. Per costoro, al contrario, non c’è stata nessuna indulgenza, alcun tentativo di capire, ancora meno una politica di recupero, nessuna delle tre amnistie concesse dal fascismo ai suoi nemici, ma solo carcere ed esilio. Il vero problema, dunque, non è il prima semmai il dopo. In fondo, tutti dovrebbero avere il diritto di sbagliare, di crescere, di trarre lezione dall’esperienza. Allora dovrebbe far riflettere questo passato repubblicano fatto di redenti e di perduti, di salvati e di sommersi.

    ha scritto il 

  • 3

    www.operanarrativa.com

    Un libro che è un’indagine, volto a recuperare, analizzando a fondo, con tante citazioni, un aspetto della nostra storia recente che come si dice a più riprese, è stato dimenticato, calato nell’oblio di una memoria che ha preferito guardare altrove.
    L’autrice di questo libro indaga, dicevamo ...continua

    Un libro che è un’indagine, volto a recuperare, analizzando a fondo, con tante citazioni, un aspetto della nostra storia recente che come si dice a più riprese, è stato dimenticato, calato nell’oblio di una memoria che ha preferito guardare altrove.
    L’autrice di questo libro indaga, dicevamo, su un periodo assai delicato, a cavallo dell’ultima grande guerra, partendo dall’impengo di Bottai, fedele servitore del Regime, il quale ha messo insieme un gruppo variegato di intellettuali, molti dei quali hanno dato mostra di sé dapprima come sostenitori del fascimo, quindi come fedeli partner del Pci, sotto l’ala protettiva di un Togliatti con pochi scrupoli.
    Un testo questo che apre molte vie di riflessione, un testo che va approfondito con ricerche successive perché quest parte di storia è stata dimenticata da troppe “voci”. Non è sempre una lettura semplice, infatti a volte ci si perde in divagazioni che un po’ disorientano e allontanano il lettore dall’argomento principale, ma è un libro che deve essere giudicato nel suo insieme, nell’affresco globale che offre al lettore.
    È stata davvero un’operazione di “dissimulazione” quella dei tanti intellettuali che hanno fatto propaganda sulle pagine di Primato o le riviste del GUF, oppure è più corretto immaginare che la Storia, cambiando, ha offerto nuove vie a questi uomini, vie che tutti hanno saputo prendere senza esitazione?
    Politica e Cultura insieme, in questo testo che indaga alcuni lati oscuri della nostra cultura, dando alcune risposte e favorendo tanti altri dubbi.
    Un testo per lettori appassionati di storia come di letteratura. O anche per semplici curiosi. Per poi magari approfondire alcuni personaggi che decisamente emergono su tutti gli altri, anche con un certo fascino.

    ha scritto il 

  • 0

    Finalmente l'ho finito!!!! Allora il libro è pesantino, sia perchè è tanto e sia per come è scritto, certo che deve essere costato molta fatica alla prof. che l'ha scritto. Quindi la premio dicendo che ha dà una parte ha sprecato tempo e dall'altra ci voleva giustamente guadagnare.....Vabbè dicia ...continua

    Finalmente l'ho finito!!!! Allora il libro è pesantino, sia perchè è tanto e sia per come è scritto, certo che deve essere costato molta fatica alla prof. che l'ha scritto. Quindi la premio dicendo che ha dà una parte ha sprecato tempo e dall'altra ci voleva giustamente guadagnare.....Vabbè diciamo che mi sento buona e una parolina carina la voglio mettere.
    Alla fine, fine, fine il libro era interessante.

    ha scritto il