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I sentieri del cielo

Di

Editore: Rizzoli

3.9
(52)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 326 | Formato: Altri

Isbn-10: 881701995X | Isbn-13: 9788817019958 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descrizione del libro
Calabria, 1963. Sulle montagne remote della Sila, nello scenario mitico di una natura maestosa e selvaggia, lo squadrone di cavalleria guidato dal maggiore Albertis insegue una banda di ribelli capitanati da uno spietato guerrigliero contadino, Evangelista Boccadoro. L'intero sud è in fiamme, e gruppi di combattenti armati sono in rivolta contro l'esercito calato nel meridione dopo la spedizione dei Mille e la caduta dei Borboni per annettere le regioni dell'ex Regno delle due Sicilie a una nuova nazione: l'Italia. La prima guerra combattuta dallo stato italiano è un conflitto etnico scandito da atrocità e massacri, stupri, fucilazioni e migliaia di morti fra i banditi, i militari e la popolazione civile. E così anche il duello ossessivo e tragico fra il maggiore Albertis e Boccadoro semina una lunga scia di sangue in una terra arcaica, misteriosa e dilaniata da una povertà sconvolgente. E soprattutto, agli occhi dei soldati italiani, abitata da un popolo di barbari superstiziosi e primitivi che non vogliono sottomettersi alle leggi della civiltà.
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  • 4

    La violenza che pervade I Sentieri del Cielo di Luigi Guarnieri scuote le fondamenta del nostro mito più aulico: il Risorgimento.


    Il libro, ambientato nel 1863, racconta la storia di un ufficiale dell'esercito piemontese e dei suoi uomini cui è stato ordinato di dare la caccia ad un impre ...continua

    La violenza che pervade I Sentieri del Cielo di Luigi Guarnieri scuote le fondamenta del nostro mito più aulico: il Risorgimento.

    Il libro, ambientato nel 1863, racconta la storia di un ufficiale dell'esercito piemontese e dei suoi uomini cui è stato ordinato di dare la caccia ad un imprendibile brigante calabrese, Evangelista Boccadoro.

    Il romanzo è lungi dal rispettare i cliché dell'immaginario popolare italiano, da lungo tempo sfatati dalla letteratura specializzata ma sempre vivi nella retorica nazionale. I soldati italiani sono rappresentati come truppe d'occupazione straniere in una terra loro aliena, impenetrabile. Attorniati da donne velate, medici-stregoni albanesi, usanze misteriose, toponimi inquietanti, i piemontesi si aggirano sperduti in un mondo di cui non capiscono le regole. E nemmeno la lingua.

    Riportati alla vita al di fuori della cornice scolastica in cui siamo abituati a studiarli, i protagonisti del Risorgimento ci mostrano come vi fosse ben poca "riunificazione" in quell'atto forzato. Le ambizioni imperialiste di casa Savoia, piuttosto, portarono ad uno scontro cruento tra una società mediterranea agricola ed una società europea industriale, i cui estremi difficilmente potevano esser fatti combaciare. Peraltro non si tratta dell'unico scontro del genere in corso in quegli anni. Dall'altra parte dell'oceano qualcosa di simile avveniva, sebbene la due parti in conflitto fossero meno aliene l'una all'altra rispetto al caso italiano. La Guerra Civile americana e il Risorgimento, in effetti, hanno in comune l'esser stati entrambi due aggressioni imperialiste da parte di società dinamiche industriali ai danni di società statiche agricole, mascherate da una patina di propaganda idealista: la fine della schiavitù da un lato, la fantomatica riunificazione nazionale dall'altro. Non che i due ideali non abbiano avuto alcun appiglio alla realtà o che non siano stati un moto per le persone che parteciparono a quegli eventi, anzi. Semplicemente, e scusatemi la marxata, non ne costituivano la struttura.

    E non è un caso che I Sentieri del Cielo ricordi un altro libro che a sua volta distrugge il mito americano del XIX secolo: il bellissimo Meridiano di Sangue di Cormac McCarthy (sebbene il libro non tratti della Guerra Civile ma della sua prosecuzione, ovvero dei rapporti con Messico ed Indiani). I punti in comune secondo me sono molti. La violenza estrema, che sporcando di sangue la Storia la trascina a forza fuori dall'empireo della propaganda, risbattendola nella polvere in cui è nata. Il rifiuto, una volta demolito il mito della parte vincente, di accettare la santificazione degli sconfitti: gli Indiani americani di McCarthy non sono degli hippy saggi e pacifisti, sono semplicemente una popolazione di cacciatori raccoglitori costretta ad una guerra all'ultimo sangue contro gli Europei. E quando compaiono sulla scena, in un capitolo memorabile, piombano sulla colonna di cowboy in un turbine di violenza. Allo stesso modo i briganti di Guarnieri sono ben lungi dall'essere eroi romantici o degli idealisti combattenti per la libertà. Violenti fino alla bestialità, vendicativi, in sostanza criminali. Il Brigantaggio è lo specchio di una società rurale antichissima che cerca di scrollarsi di dosso le briglie impostele dal dominatore piemontese che brucia villaggi, violenta e massacra gli abitanti di quella terra cui, a parole, voleva "riunificarsi." E lo fa reagendo con la stessa aggressività che nei decenni precedenti aveva diretto contro la nobiltà latifondista.

    Infine al centro di entrambi i libri troviamo due figure diverse eppure parallele, a metà tra la realtà e la leggenda. In Meridiano di Sangue il Giudice, in I Sentieri del Cielo Evangelista Boccadoro. Lo Spirito della Guerra e lo Spirito della Vendetta.

    Se siete avvelenati dal nazionalismo da operetta che dilaga negli ultimi anni in Italia, leggete I Sentieri del Cielo: è come iniettarsi una dose di antidoto. Se invece volete soltanto leggere un bel romanzo d'avventura beh, leggetelo lo stesso. Sempre che siate di stomaco forte.

    ha scritto il 

  • 1

    Mediocre.
    Assolutamente anonimo come stile, niente di più, e solo potenzialmente interessante per la storia narrata.
    Potenzialmente, dico, perché purtroppo alla prova della lettura il tutto crolla come un castello di carte.
    Perché "condire" con una serie di carneficine il racconto, entrando spess ...continua

    Mediocre. Assolutamente anonimo come stile, niente di più, e solo potenzialmente interessante per la storia narrata. Potenzialmente, dico, perché purtroppo alla prova della lettura il tutto crolla come un castello di carte. Perché "condire" con una serie di carneficine il racconto, entrando spesso in dettagli scabrosi, se non per tenere viva l'attenzione del lettore? Anche perché so che episodi come quelli descritti accaddero davvero, ma non era necessario in un romanzo essere così pignoli e morbosi.I personaggi non hanno un grande spessore, restano sagome proiettate su uno scenario- grandioso, ma incapace di farle risaltare.

    ha scritto il 

  • 4

    Storia cruciale, racconto potente

    Il maggiore Albertis fa parte di quella schiera di soldati (i “piemontesi”) spediti al sud appena dopo la proclamazione dell’Unità, a combattere quella che solo da poco è stata riconosciuta come una vera e propria guerra. Insieme a lui, dalla sua parte, il fedele attendente Ormani, il sanguigno s ...continua

    Il maggiore Albertis fa parte di quella schiera di soldati (i “piemontesi”) spediti al sud appena dopo la proclamazione dell’Unità, a combattere quella che solo da poco è stata riconosciuta come una vera e propria guerra. Insieme a lui, dalla sua parte, il fedele attendente Ormani, il sanguigno sergente Ronchi, il pensieroso tenente Ranieri, il caporale Malgara, il soldato Conforti e l’amato cavallo Traktir… Dall’altra parte, i briganti. Uno in particolare, da inseguire sulle montagne della Sila. In mezzo, tutto un mondo dove povertà, miseria, incomprensione, superstizioni si mescolano ad azioni efferate, crudelissime, sanguinose, eppure naturali. Perché Guarnieri non cerca la nostra benevolenza o il nostro orrore. Racconta. Racconta, a volte, con una sorta di freddezza che, alla fine, rende umane e comprensibili le gesta più tremende, da una parte e dall’altra. Da una parte e dall’altra, perché di certo non c’è nessun giudizio, in questa storia, nessun buono e nessun cattivo. Soltanto persone che si sono trovate in una condizione in cui ogni traccia di umanità sembra doversene fuggire (e chi cerca di trattenerla dentro di sé fatica a farlo, e non viene risparmiato dal destino). La scrittura è precisa, sicura, ricca, e l’intreccio costringe ad avanzare nei capitoli, e poi a rallentare, e a dirsi: basta, e a dover andare avanti. Quasi all’unisono con i sentimenti dei protagonisti (e le lacrime inaspettate di uno di loro segnano il punto in cui si desidera davvero che tutta quella sofferenza finisca alla svelta). Non facile, anche per lo sfondo e le annotazioni storiche precise in cui è situata la vicenda, ma da leggere.

    ha scritto il 

  • 5

    Ci è stato insegnato che, per vivere, dobbiamo sempre fare una distinzione tra Bene e Male, tra quello che è giusto fare e quello che invece non lo è, tra Eroi “senza macchia e senza paura” e Antieroi, e così via. Visto così, il mondo non dev’essere così difficile da capire. I buoni in Paradiso, ...continua

    Ci è stato insegnato che, per vivere, dobbiamo sempre fare una distinzione tra Bene e Male, tra quello che è giusto fare e quello che invece non lo è, tra Eroi “senza macchia e senza paura” e Antieroi, e così via. Visto così, il mondo non dev’essere così difficile da capire. I buoni in Paradiso, i cattivi all’Inferno. Ma la vita e, soprattutto, la Storia, ci insegnano che i buoni non sono poi così buoni e i cattivi, in fondo, non hanno intenzioni tanto cattive. Nel suo romanzo, Luigi Guarnieri ci ricorda che il desiderio umano di vittoria e di autoaffermazione, la maggior parte delle volte mascherato da “trionfo della civiltà sulla barbarie”, giustifica ogni cosa: l’omicidio, lo stupro, il furto. Inutile ricordare che questo discorso rimane estremamente attuale in ogni paese dilaniato da una guerra. La Calabria di fine Ottocento è simile alla Spagna che l’illuminista Francisco Goya canzonava nei suoi Caprichos e nelle Pitture nere: è una terra di magia ancestrale, di superstizione, di fanatismo religioso. La natura, a partire dai declivi rocciosi della Sila, ne lascia intravedere la magia, con albe livide e tramonti sanguigni; la civiltà dei cosiddetti “piemontesi” non l’ha ancora sfiorata, non ne ha ancora modellato il volto: essa resta inaccessibile, incantata, estranea agli occhi del maggiore Albertis e dei suoi uomini. Il brigantaggio, sentito dal nord Italia come una piaga sociale, come un’erba maligna da estirpare al più presto, diventa, in Calabria, l’ultima resistenza, l’ultimo “trionfo dell’irrazionalità”, contro l’unificazione imminente, contro la povertà dilagante, contro il venir meno dell’antica magia di una terra primitiva e selvaggia. Il popolo protegge i briganti come Evangelista Boccadoro, li fa diventare leggenda: sono uomini immortali che, come la Madonna, “volano in cielo” senza farsi un graffio in terra, prefigurazioni dei miti del ’68, i “belli e dannati”, gli idoli del popolo e i difensori dei loro diritti. E’ contro questa resistenza che il maggiore Albertis e il suo squadrone impattano, è contro di essa che combattono con ogni mezzo, alcuni in maniera spietata e cieca, altri con una segreta ammirazione per le leggende popolari e i riti magici che la popolazione pratica da secoli, forse da millenni. Una cultura “altra” dalla loro ne rafforza il carattere, alimenta i loro istinti e la loro fantasia e ne aumenta la ferocia. Al sangue si risponde col sangue, alla violenza con la violenza, al silenzio con il silenzio, e così via, in un susseguirsi di giorni l’uno simile all’altro in cui la mente risponde ad un solo comando: portare a casa la pelle, a qualsiasi costo. La grande incognita di questo libro è una, importante, urgente da capire quando si tratta di Storia: da che parte dobbiamo stare? Chi sono i buoni? Chi sono i cattivi? E c’è da dire che è proprio questo ciò che rende appassionante e, in un certo senso, magico, questo libro.

    ha scritto il 

  • 4

    per capire perchè il Mezzogiorno è ancora IL problema del nostro paese, questo romanzo crudo e duro come la terra della Sila, ci fa capire come la violenza e la repressione non possano mai aiutare l'integrazione

    ha scritto il 

  • 0

    “…come sempre, la verità completa non sarebbe mai venuta fuori. La verità è solo una leggenda, pensò. Un racconto, una storia. Un’invenzione.” (p. 314)


    A romanzo quasi concluso, tra le battute di uno degli ultimi capitoli, Luigi Guarnieri svela il segreto, la traccia seguita per dipingere ...continua

    “…come sempre, la verità completa non sarebbe mai venuta fuori. La verità è solo una leggenda, pensò. Un racconto, una storia. Un’invenzione.” (p. 314)

    A romanzo quasi concluso, tra le battute di uno degli ultimi capitoli, Luigi Guarnieri svela il segreto, la traccia seguita per dipingere il grande affresco sanguinario de I sentieri del cielo, la chiave di lettura per capire, infine, che mille volti può assumere la verità, quando si immerge tra le parole di un racconto, di una storia, di un romanzo. Un romanzo che sembra avere due voci, quella matura e consapevole del racconto storico, documentato, una voce che descrive attentamente, con dovizia di particolari, la guerra al brigantaggio, una guerra che non ascolta né risparmia nessuno. E poi un’altra, che sfiora la dolcezza della poesia, eterea, impalpabile, è la voce che descrive albe e tramonti, paesaggi primordiali, notti senza stelle che si spalancano sui sonni tormentati dei protagonisti, per i quali gli unici sogni possibili hanno le tinte fosche degli incubi. “Notti buie, spente, battute da un vento siderale…” Visioni, sagome scure, inafferrabili, oppure figure ben precise, che persino dialogano con coloro a quali fanno visita, così verosimili da trarre in inganno anche il lettore, al quale solo al risveglio vien detto che si trattava solo di un sogno. La realtà stessa raccontata ha i colori scuri del sangue rappreso, della fame, della morte, e sono continue le istantanee di un mondo che non conosce regole. È molto bello un passaggio presente nel capitolo trentasette, quando il tenente Ranieri ripensa all’orrore e alla devastazione che accompagna il loro ‘dovere’; ancora una volta un immenso cielo azzurro a fare da controcanto alle amare riflessioni del tenente e alle immagini dei volti delle donne, degli uomini e dei bambini uccisi durante una delle loro stragi. E poi, poco dopo, il maggiore Albertis lo guarda e gli confessa la loro unica colpa, essere soldati e per questo seguire la guerra. Non solo la guerra contro i briganti, contro Evangelista Boccadoro, ma qualunque guerra, perché la guerra “era qualcosa che esisteva in una dimensione del tempo e dello spazio che non prevedeva nessun’altra legge al di fuori della guerra stessa” (p. 248). E ancora, il desiderio di uccidere. Realizzato la prima volta, o lo si abbandona per sempre, o lo si vivrà come un’abitudine. E se si sceglie la seconda via, non vi sarà più nulla al quale appellarsi, fuorché il proprio destino. Un destino implacabile che costringerà a seminare morte ancora e ancora e ancora. Ecco uno dei fili rossi che percorrono il romanzo, la mancanza di uno spiraglio, di un’idea di cambiamento che non paghi il prezzo della violenza e del dolore. Nessuno viene risparmiato, a volte neppure dopo la morte. Il sentimento della pietà è solo un’ombra, che ogni personaggio descritto cerca e rinnega allo stesso tempo. Come l’amore. L’unico luogo possibile per raccontare promesse o sentimenti d’amore è rappresentato dai versi in dialetto calabrese, echi di canzoni popolari che affiorano sulle labbra dei protagonisti. Come se le emozioni legate all’amore non potessero essere descritte dallo stesso ritmo della prosa e dalla stessa lingua che racconta la violenza del quotidiano, ma avessero bisogno della musicalità del verso e di un registro altro dato appunto dal dialetto, non a caso poco comprensibile da buona parte dei protagonisti stessi del romanzo.

    ha scritto il 

  • 5

    Wu Ming 1 su I sentieri del cielo

    [...] E' una controinsurrezione pure quella portata avanti dal maggiore Albertis, "vecchio avanzo di Crimea", in una Calabria che è Vietnam ante litteram, nel macellaiesco romanzo di Luigi Guarnieri.
    Dalla fine della Repubblica Romana sono trascorsi appena quattordici anni, ma nel frattempo il Ri ...continua

    [...] E' una controinsurrezione pure quella portata avanti dal maggiore Albertis, "vecchio avanzo di Crimea", in una Calabria che è Vietnam ante litteram, nel macellaiesco romanzo di Luigi Guarnieri. Dalla fine della Repubblica Romana sono trascorsi appena quattordici anni, ma nel frattempo il Risorgimento ha "vinto": con le eccezioni di "Trento e Trieste" e dello Stato Pontificio, l'Italia è unita. Si fa per dire. L'ex-Regno delle due Sicilie è infiammato da una guerriglia incomprensibile, combattuta da "tribù primitive, tribù selvagge come quelle dell'Africa o della Papuasia", orde di "bruti superstiziosi in preda agli istinti più bestiali", vestiti di pelli e stracci, che "invece di parlare emettono grugniti da scimmioni". Lo stato sabaudo risponde con una repressione sanguinaria fino all'indicibile: massacri di civili, villaggi rasi al suolo, esecuzioni sommarie, torture che sfidano la descrizione. In una delle prime scene, il maggiore Albertis, per costringere un brigante a fare la spia, gli incenerisce i piedi con una torcia. Guarnieri, grande cultore dell'Ottocento e del periodo post-risorgimentale (suo il bellissimo L'atlante criminale, biografia narrativa di Cesare Lombroso), mette in scena le origini violente della questione meridionale. Pur evidenziando le infamie, i tradimenti, la politica classista e gli errori politici dello stato unitario nei territori ex-borbonici, e pur riconoscendo - e denunciando - le cause sociali del "brigantaggio", l'autore non cade nella trappola "terzomondista" di descrivere i briganti come cavalieri senza macchia né paura, intrepidi combattenti per la libertà, antesignani di Che Guevara. C'è un'enorme differenza tra il comprendere le ragioni dei briganti e il giustificarne le azioni. Qui gli eccidi compiuti dai banditi sono eguali e contrari a quelli compiuti dal regio esercito. Le torture praticate nei covi sono speculari a quelle praticate nelle caserme. Qualcuno ha giudicato "troppo violento" il nostro Manituana perché c'erano tre o quattro scene "forti". A costoro sconsiglio fortemente di leggere I sentieri del cielo. La descrizione iperrealistica della guerra non fa sconti di alcun tipo: stupri, squartamenti, mutilazioni, impalamenti, persone scuoiate vive. C'è un capitolo (il 18) che procura autentico dolore fisico. I deboli di stomaco e facili agli incubi sono invitati a saltarlo. Se vogliono un riassunto di cosa succede alle pagine 114-124, mi mandino una mail ché glielo racconto io. I sentieri del cielo è uno dei romanzi più al dente che ho letto, semi-crudo e pieno di sangue. In quanti saranno riusciti a finirlo? Ma è giusto: andò esattamente così, va sempre esattamente così. Forse poteva essere più breve, ma Guarnieri lavora sull'accumulo di atrocità, benché in un modo molto diverso da quello di Jonathan Littell. Anzi, in modo diametralmente opposto. Leggete questo e leggete Le benevole, poi ne riparliamo. La guerra sucia contro i briganti è descritta dal punto di vista dei militari di un commando scelto, task-force di controguerriglia la cui missione è stanare e uccidere Evangelista Boccadoro, crudele capobanda che oggi definiremmo media-conscious, relativamente colto e sapiente nel diffondere e amministrare la propria leggenda. Leggendo, non entriamo mai nella testa di un brigante o comunque di un autoctono, siamo sempre dietro lo sguardo "oggettivante" di Albertis e dei suoi uomini. I contadini calabresi parlano quasi sempre col discorso indiretto, molto di rado viene concessa loro la parola. Nemmeno nei pochi "incontri ravvicinati del terzo tipo" in cui un soldato si stupisce della ricchezza della cultura popolare locale, nemmeno nei momenti di sospensione e incanto (l'incontro coi vecchi reduci delle guerre napoleoniche), nemmeno in quei frangenti sentiamo la voce di un "indigeno". In diversi hanno paragonato questo libro a Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Stranamente, nessuno ha ancora ricordato Black Flag di Evangelisti. Eppure i due libri hanno diverse cose in comune. Alla prima riga del sesto capitolo, pagina 42, chi ha letto Black Flag sente accendersi un led nel cervelletto [...] [La recensione prosegue qui: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa14.htm#guarnieri ]

    ha scritto il