I sette pazzi

Di

Editore: Bompiani

3.9
(181)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 299 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese , Francese

Isbn-10: A000095409 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Luigi Pellisari

Disponibile anche come: Paperback , Altri , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
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  • 1

    De la muerte che m'impuerte, pur se tiengo el raffreddòr!

    In Italia si traduce molto e si pubblica moltissimo, ma sovente, a mio giudizio, con poco discernimento: ché non sempre i relitti del passato sono degni di recupero; e non sempre ciò che possiede valo ...continua

    In Italia si traduce molto e si pubblica moltissimo, ma sovente, a mio giudizio, con poco discernimento: ché non sempre i relitti del passato sono degni di recupero; e non sempre ciò che possiede valore storico e documentario ne possiede ancora anche di letterario. I biografi di Roberto Arlt e gli storici della letteratura argentina possono trovare molto interessante questo romanzo dal punto di vista della storia delle idee, per capire che cosa e come leggeva lo scrittore, e come fossero visti i libri e i fatti di cronaca dalla gente del suo tempo, o perlomeno da lui: Lenin e Mussolini erano ad esempio, allorché queste pagine furono composte, gli eroi del momento, e non sempre si distingueva bene tra i due; il che, a ben vedere, se guardato a posteriori può sembrar che contenga un pizzico d’involontaria, maligna ironia. E i fari culturali di Arlt, e di chi sa quanti al pari di lui, erano Dostoevskij e Nietzsche. Quest’ultimo più che altro in filigrana e di riporto: un Nietzsche volgarizzato, come in ogni tempo si sono volgarizzati i pensatori di successo, e quindi compreso non per metà, ma molto meno; capace tuttavia, per ciò stesso, col suo spendibile cinismo prêt-à-porter e badilate di superomismo for dummies, di affascinare un po’ tutti, dal povero Arlt agl’imbianchini paranoici e acquerellisti falliti. Ma se appunto di Nietzsche una conoscenza diretta da parte di Arlt è dubitabile, e quand’anche vi fosse non supererebbe i limiti e le grossolanità di quella indiretta, la lettura di Dostoevskij è ampia e palese: fin troppo. Il guaio peggiore sta proprio qui: a fare il Dostoevskij delle pampas non basta prendere un mannello di situazioni, stilemi e dialoghi da romanzo di Dostoevskij, e trasferirli armi e bagagli dalla Neva sul Rio della Plata: qua viceversa troviamo proprio questo, delitti e castighi, famiglie miserrime, abulia a pioggia, discorsi sconnessi, gesti sconclusionati, notte trascorse ad arrovellarsi con la testa fra le mani, personaggi assurdi che veleggiano fra l’esaltazione e la depressione fisica e psichica più piovorna; il tutto poi senza un’ombra d’ironia, grazie alla quale perlomeno Arlt avrebbe steso una gustosa parodia. Niente, tutto e tutti si prendono dannatamente sul serio. E annoiano, annoiano in modo molesto e terribile. Poi chi ci vuol vedere la critica sociale, la critica dei costumi, la critica del capitalismo, la critica del militarismo, la critica delle dittature, la critica del potere, la critica di tutto quel che che si vuole, la veda pure: ma di sola critica, sia pur a tratti acuta, non si fa un romanzo. E questo è infatti un romanzo venuto malissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    l'ottavo pazzo

    Sono sicuramente l'ottavo pazzo perché ho apprezzato questo romanzo di arlt che forse potrebbe meritare un giudizio più magnanimo se solo accanto agli "alti" non avesse proposto sovente dei "bassi" im ...continua

    Sono sicuramente l'ottavo pazzo perché ho apprezzato questo romanzo di arlt che forse potrebbe meritare un giudizio più magnanimo se solo accanto agli "alti" non avesse proposto sovente dei "bassi" imbarazzanti . ci ho trovato molto umorismo e angoscia (strano mix), critica sociale e grotteschi personaggi che si riuniscono in strampalate congreghe e meditano pazzesche rivoluzioni. E come non rilevare la vena profetica, l'aver descritto una società in profonda crisi economica e di valori che è pronta per un bel colpo di stato. l'ideologia è secondaria, bolscevismo o fascismo, tutti insieme appassionatamente in un delirio golpista: militari e poveracci, papponi e santoni. siamo nell'argentina del 1929 e un golpe militare ci fu effettivamente nel 1930.

    E io, accodandomi ai sette pazzi, ci ho letto magari cose che non ci sono: l'assoluta mancanza di moralità nei comportamenti individuali dei personaggi, la ricerca da parte del protagonista, un inventore fallito che si disprezza, di atti anche estremi come l'assassinio (siamo dalle parti di delitto e castigo) che possanno riscattare un'esistenza vuota, visioni deformate di etica e rapporti umani, mi hanno spinto verso una lettura materialista della storia nella quale, tramite i surreali personaggi, si mostrano le forze (economiche) ciniche, violente e senza scrupoli, che agiscono nella società a livello di massa, senza che possano provare orrore o pietà. il fatto che i personaggi non vengano mai descritti mangiare o bere, che non venga mai proposto un dettaglio realistico su buenos aires, luogo di ambientazione del libro, può forse blandamente rafforzare questa interpretazione.

    Certo non è un libro accattivante, può essere cupo e angoscioso, non strizza l'occhio al lettore, ma lo impegna in un corpo a corpo che rischia di diventare pesante. La lettura risulta spesso faticosa e il libro non finisce (prosegue in un altro - il lanciafiamme) Però la ricchezza dei temi merita sicuramente una possibilità e qualche momento di vera goduria può riscattare pagine più sciatte e noiose.

    *** e 1/2

    ha scritto il 

  • 0

    Quando leggo, a proposito di un autore "il libro [titolo] è considerato il suo capolavoro" devo imparare a segnarlo come libro da non leggere...
    Ho trovato in questo romanzo le stesse tematiche già sv ...continua

    Quando leggo, a proposito di un autore "il libro [titolo] è considerato il suo capolavoro" devo imparare a segnarlo come libro da non leggere...
    Ho trovato in questo romanzo le stesse tematiche già sviluppate dall'autore in "Il giocattolo rabbioso": un rancore sordo verso la società, invidia per tutto quel che non si potrà mai avere, alienazione, ricerca di gesti estremi come distrazione. Ma nel secondo titolo citato, pur nella sostanziale semplicità narrativa, questi temi venivano sviluppati coerentemente e con un tono narrativo impeccabile, mentre nel libro qui presente vi è una confusione che porta al disorientamento.
    I primi capitoli e, più in generale, l'immaginifica prosa di Arlt sono la parte migliore della lettura. Ma la trama si perde lungo decine di divagazioni e di follie della voce narrante degli altri protagonisti (non a caso si intitola "I sette pazzi"...) il cui visionario progetto per prendere il potere mette insieme, come esempi, Lenin e Mussolini (tanto per dirne una...)
    Il protagonista in primis ragiona con un'incoerenza che va al di là persino della (il)logicità di un matto, disorientante e incomprensibile. Esiste anche un seguito di questo romanzo, ma non credo proprio che lo leggerò.
    Non metto voti ma mi sento di non consigliarlo come prima lettura di Arlt: partite dal "Giocattolo rabbioso", è meglio.

    ha scritto il 

  • 2

    Uccidere per esistere

    Ambientato a Buenos Aires nel 1929, i Sette Pazzi è un romanzo claustrofobico che, a parte qualche breve capitolo, ruota intorno al flusso di coscienza di Erdosain un giovane vecchio che deluso da ciò ...continua

    Ambientato a Buenos Aires nel 1929, i Sette Pazzi è un romanzo claustrofobico che, a parte qualche breve capitolo, ruota intorno al flusso di coscienza di Erdosain un giovane vecchio che deluso da ciò che nella vita è riuscito a realizzare sogna di cambiare il mondo e con esso la propria esistenza, compiendo qualcosa di grande e memorabile. Gli altri “pazzi” del romanzo sono personaggi di contorno, ai limiti del bozzettistico, altrettanto disillusi e cinici. Siamo dalle parti di Delitto e Castigo, dell’uccidere per sentire di esistere, dell’angoscia esistenziale causata dal disprezzo di sé. Ma, a differenza di Raskolnikov, Erdosain disprezza anche tutta l’umanità che lo circonda. E in questo, più che Dostoevskij ricorda il Bardamu del Viaggio di Cèline, che in effetti gli è quasi contemporaneo, essendo stato scritto nel ’32.

    Ne esce un romanzo cupo, deformato dalla mente contorta di Erdosain, a tratti molto noioso. Perché noi lettori, come lui, siamo schiacciati dalla pesantezza delle sue visioni negative e dalla fatuità dei suoi sogni di riscatto, senza nulla che ci risollevi lo spirito. Nel libro si salvano alcune lungimiranti intuizioni politiche e l’abilità della scrittura che ogni tanto riesce a catturare l’attenzione facendo uscire dalla noia.

    ha scritto il 

  • 3

    L'espressionismo magico (desagradable, pero fuerte)

    "Detrás del descuido de Roberto Arlt, yo siento una especie de fuerza. De fuerza desagradable, desde luego, pero de fuerza" (J. L. Borges).

    Nella Buenos Aires del 1929 girava gente di tutti i tipi.
    I ...continua

    "Detrás del descuido de Roberto Arlt, yo siento una especie de fuerza. De fuerza desagradable, desde luego, pero de fuerza" (J. L. Borges).

    Nella Buenos Aires del 1929 girava gente di tutti i tipi.
    I sette pazzi del titolo sono gli improbabili attori di una rivoluzione che avrebbe fatto la felicità degli alimentatori di teorie del complotto (se fossero esistiti all'epoca).
    Una rivoluzione nè fascista nè bolscevica, forse tutte e due insieme, alimentata da falsi miti e ancor più falsi miracoli. I migliori, quelli a cui tutti vogliono credere.
    A capo di una rivoluzione così ci vuole uno che sappia leggere il futuro, che abbia familiarità coi vaticinii. Un astrologo. E dietro di lui un inventore fallito e ladro, un rufiàn melancolico (gran nome per un personaggio, ma occhio al prossimo), un assassino senza molto cervello (che la fuerza e il descuido di Arlt battezzano "El hombre que viò a la Partera", se mi trovate un nome migliore, ricchi premi) e altri tipi che Arlt conosceva per esperienza diretta della vita tra i compadres del barrio.

    Come dice Borges, Arlt scrive in effetti con mucho descuido, molta trascuratezza.
    Ma con indubbia fuerza, una forza sgradevole, ma spesso acuminata, spesso sorprendentemente profetica. Nel 1929, molte intuizioni sono notevoli, alcune lasciano stupefatti.

    Certo, molti argomenti sono datati, inevitabilmente legati al contesto storico e sociale dell'Argentina dell'epoca. La polemica sull'industrialismo oggi fa un po' sorridere, nella deindustrializzata Europa come e ancor di più nella disastrata Argentina dopo decenni di peronismo, lo viejo e lo nuevo (e come si sa, los peronistas no son ni buenos ni malos, sino incorregibles, Don Jorge Luis diceva), e l'intermezzo di una giunta militare di cui è inutile dire.

    Vale la pena leggerlo? Quien sabe.
    Ci sono tante cose dentro, vanno cercate con pazienza perchè sono annegate in un romanzo che, innanzi tutto, non finisce (infatti, ha un seguito, Los lanzallamas, I lanciafiamme).
    Poi, rappresenta una potenzialmente micidiale combinazione di protorealismo magico (se così si può azzardare) e espressionismo onirico, che a me costa fatica seguire.
    Sempre col pedale del grottesco e dell'assurdo spinto a fine corsa.
    Demasiado para mi, compadre.
    Pero, pero, pero, al curioso di letteratura ispanica forse il libro non dispiacerà.

    Perdida la fama, perdida...
    Perdida la idiosincrasia de una metropoli,
    Là, donde senti girare la grande predica...
    E ride!... prenda questa che ne ho già
    Venduti mille tutti uguali, che è un successo,
    Che è un successo... no, mister... nella
    Grande predica, nella grande ruota che
    Gira in mezzo al mondo... a spintoni
    Nell’attualità, a spintoni in mezzo ai tram...
    Anda!

    http://www.youtube.com/watch?v=b5MtzwkSes0

    ha scritto il 

  • 3

    Da un lato ero curiosa di sapere dove questi sette pazzi andassero a parare. Dall'altro ero un po' affaticata da una sorta di ridondanza dell'angoscia che il romanzo mi proponeva. L'equilibrio raggiun ...continua

    Da un lato ero curiosa di sapere dove questi sette pazzi andassero a parare. Dall'altro ero un po' affaticata da una sorta di ridondanza dell'angoscia che il romanzo mi proponeva. L'equilibrio raggiunto, mi son presto resa conto, ha portato ad una lettura a tratti distratta: non ho saltato una riga ma diverse righe le ho lette pensando ad altro. Arrivare alla fine non mi ha fatto pentire di questa scelta, finita la lettura ho fatto scorrere le pagine del libro, come sempre faccio quando un romanzo non mi convince dal tutto, ma non son riuscita a fermarmi su nessuna pagina da rileggere. È un romanzo fortemente impregnato dei temi che caratterizzano il primo Novecento, per certi versi mi ha ricordato un quadro cubista con il suo scomporre un tema su diversi piani, ogni personaggio è un punto di vista sul vivere e a ogni punto di vista segue una visione che si sovrappone e interseca alle altre nel flusso del tempo. Il suo limite, rispetto soprattutto a Dostoevskij di cui lo si vorrebbe emulo, è che non indaga spinto dai dubbi, e da un'attitudine tragica, ma dai suoi pregiudizi: mi è sembrato leggere le idee di un Nietzsche dei barrios, più che una tragica riflessione sulla condizione umana. Leggendo la postfazione ho scoperto che, ad Arlt, la critica rimproverò una scrittura ortograficamente scorretta: non ho avuto questa impressione nella lettura e non so se questo sia dovuto alla mia distrazione o ad una traduzione che ha eliminato gli errori. Nel complesso dovrei dare due stelline e mezzo, ma ricordando i tratti più riusciti arrivo a tre.

    ha scritto il 

  • 0

    default da bond argentini

    mi sa che mi ha fregato la passione per i racconti americani. e quella dicotomica per dostoevskij. in mezzo, tra la sintesi dei primi e la dovizia del secondo, è caduto questo romanzo di arlt, su cui ...continua

    mi sa che mi ha fregato la passione per i racconti americani. e quella dicotomica per dostoevskij. in mezzo, tra la sintesi dei primi e la dovizia del secondo, è caduto questo romanzo di arlt, su cui ho faticato per evidenti diverse inclinazioni personali, fino alla resa a pag. 167 all'interrogativo esiziale numero ics alla enne: «"a cosa mi serve vivere...?" nessuno avrà interesse a conservare un'esistenza di carattere meccanico; perché la scienza ha ridotto a poca cosa ogni fede. e nel momento in cui tale fenomeno si produca, riapparirà sulla terra una peste incurabile... la pestilenza del suicidio... s'immagina, lei, un mondo di folle furenti, dal cranio essiccato, che si muovono nei sotterranei delle gigantesche città e urlano contro le pareti di cemento armato: "che cosa hanno fatto del nostro dio...?"».
    bellissime frasi, alle volte. e riflessioni impegnative, sempre. ma dostoevskij lo dice molto meglio e senza il generale senso di fatica e oppressione che, qui, mi ha fatto chiedere più volte chi me la facesse fare.
    rifletto che l'america latina fu la prima (e l'argentina la prima della prima) a subire pesantemente la débâcle del 1929. forniva materie prime agli stati uniti e quando questi chiusero i rubinetti all'import, i paesi che avevano un dannato bisogno di estinguere i loro debiti furono, invece, costretti a svalutare la moneta per tentare di esportare ancora qualcosa. paradossalmente - ma la letteratura sposa spesso l'idea di un teatro dell'assurdo - nello stesso anno arlt risponde alla povertà estrema e al crollo delle certezze con questo romanzo che unisce la disperazione a un'abbondanza immaginifica molto sudamericana. troppa abbondanza per me, e troppo sudamericana anche.
    non metto stelle, perché anche se mi è risultato ostico come pochi mi rendo conto che questo romanzo è ricco e fruttifero. lascio semplicemente andare i sette pazzi per la loro strada. grazie basaglia.

    ha scritto il 

  • 4

    Libro difficile da commentare.
    Provo a fermare qualche impressione e parto da ciò che leggo nell'introduzione di Ernesto Franco: pare che Roberto Arlt, come il suo personaggio Remo Erdosain, avesse l' ...continua

    Libro difficile da commentare.
    Provo a fermare qualche impressione e parto da ciò che leggo nell'introduzione di Ernesto Franco: pare che Roberto Arlt, come il suo personaggio Remo Erdosain, avesse l'ambizione di essere un inventore (le presunte invenzioni di Erdosain all'interno del romanzo sono alquanto improbabili: la rosa di rame, la tintoria per cani, la cravatta metallica...).
    Scrive Ernesto Franco: "Per entrambi [...], nella vita e nella finzione, l'idea della trovata geniale che come per incanto porta fama e ricchezza non ha alcunché di fantastico e felice. In essa sonnecchia piuttosto la disperazione sorda che sta nascosta in fondo al cuore di chiunque si giochi i numeri al lotto perchè non si riconosce più in nessuna realistica chance. [...] L'ultima stazione che rimane prima della fine è la fede nel colpo di fortuna individuale che superi ogni impossibile previsione e che, in quanto tale, sia svincolato dai ferrei condizionamenti delle cose e degli uomini che ci circondano."

    Ecco, mi pare che Franco riesca benissimo a descrivere la sensazione che ho provato costantemente leggendo il libro: la percezione di una disperazione sorda, all'ultimo stadio. Una disperazione in cui la natura umana non riesce ad essere più che miserevole, in cui vengono a galla tutte le meschinità, tutti i suoi aspetti più inquietanti e mostruosi. Non è più possibile neppure la speranza, ma solo dei sogni folli quanto meschini ed egoistici.

    C'è in effetti un'atmosfera molto cupa in questo romanzo. Le tinte sono forti, i toni sono sempre molto calcati, la realtà è quasi deformata in modo da apparire più squallida e mostruosa; mi sono venuti in mente certi quadri espressionisti.
    L'incipit, ad esempio, l'ho trovato formidabile in questo senso: Erdosain viene convocato nell'ufficio del suo direttore che lo accusa di furto, e la crudeltà della scena è visibile proprio in particolari come la "testa di cinghiale" del direttore e il suo "sguardo implacabile che filtrava attraverso pupille grigie come quelle di un pesce".

    Un altro aspetto di questo romanzo che ho trovato molto interessante è il fatto che alcuni personaggi (i sette pazzi, appunto, sette individui uno più improbabile e squallido dell'altro) si riuniscono per fondare una setta capeggiata dal più farneticante di loro, l'Astrologo, una setta dai piani rivoluzionari (o meglio golpisti) che, partendo da un delitto, progetta di finanziarsi con lo sfruttamento della prostituzione.
    Molto inquietante se pensiamo al fatto che questo libro è stato scritto un anno prima del golpe militare del 6 settembre 1930 in Argentina. Arlt riusciva già a cogliere la follia farneticante che evidentemente aleggiava nella vita politica del paese.
    "Ma ecco la mia idea" spiega l'Astrologo "la nuova società sarà composta da due caste, tra le quali ci sarà una distanza, diciamo una differenza intellettuale di trenta secoli. La maggioranza verrà tenuta nella più totale ignoranza e nutrita di miracoli apocrifi, che in quanto tali sono molto più interessanti dei miracoli storici, mentre la minoranza sarà depositaria esclusiva della scienza e del potere. In questo modo verrà garantita la felicità dei molti, dal momento che la persona appartenente a tale casta entrerà in contatto con il divino [...] la minoranza amministrerà piaceri e miracoli destinati al gregge"
    "[...] non so se la nostra setta sarà bolscevica o fascista. A volte sono incline a pensare che la cosa migliore sia preparare un'insalata russa che non la capisca nemmeno Dio"

    Concludendo, non so se consiglierei la lettura di questo romanzo. Spezza le vene delle mani e mescola il sangue col sudore, direbbe Fossati, non ripaga del dolore. Tuttavia ha aspetti di indubbio interesse e a suo modo è anche bello; e, in definitiva, sono contenta di averlo letto.

    ha scritto il 

  • 4

    dell'impossibilità di raccontar di un sogno

    così mi sento - nell’impossibilità di raccontare di questo libro, di renderne l’idea con un minimo di precisione - come quando ci si sveglia e si vorrebbe, e si prova, a raccontare un sogno a chi ti ...continua

    così mi sento - nell’impossibilità di raccontare di questo libro, di renderne l’idea con un minimo di precisione - come quando ci si sveglia e si vorrebbe, e si prova, a raccontare un sogno a chi ti sta accanto. Tendenzialmente, non ci provo più, perché mai mi riusciva di rendere le sensazioni, le confusioni, le imprecisioni, le assurdità del sogno. Le parole dette stonano con le visioni colte per un attimo e l’interesse dell’ascoltatore non viene risvegliato.
    Roberto Arlt, invece, è un maestro nel raccontar sogni. Qui ne racconta ben 7, sette sogni di sette uomini – Erdosain, Ergueta, Barsut, l’Astrologo, il Ruffiano melanconico, il Cercatore d’Oro e l’Uomo che vide la Levatrice - che non avendo mai trovato il proprio posto nel mondo, avendo sempre vissuto tra terra e cielo, sospesi, non appartenenti all’una o all’altro, vivendo né radicati nell’una né realizzando le proprie aspirazioni verso l’altro/alto, si uniscono in una setta ed espongono a voce alta i propri desideri, il proprio sogno, la cui realizzazione fornirà l’illusione della creazione di una realtà in cui possano collocarsi. L’astrologo teorizza: ”Cosa mai vieta che anche qui, in Argentina, esista una società segreta…? Non so se la nostra organizzazione sarà bolscevica o fascista. Certe volte mi sento portato a credere che meglio di tutto sarebbe preparare un’insalata russa tale che neanche Dio possa capirci nulla… quello che vorrei fare è un blocco nel quale si consolidino tutte le possibili speranze umane. Il mio piano è quello di rivolgermi preferibilmente ai giovani bolscevichi, a studenti e proletari intelligenti. Inoltre accoglieremo quelli che hanno un piano per riformare l’universo, gli impiegati che aspirano a diventare milionari, gli inventori falliti…, quelli licenziati da qualsiasi impiego, quelli che hanno appena subito un processo e sono rimasti per strada senza saper da che parte guardare…”. E come faranno ad attirar adepti? Nel modo in cui fan tutti, esercitando il potere che deriva dal vendere una illusione, perché l’uomo per essere felice ha bisogno di appoggiare le sue speranze su una menzogna metafisica … menzogna che avrebbe restituito all’uomo la felicità che la conoscenza gli aveva seccato in germoglio dentro al cuore… Saremo come dèi. Regaleremo agli uomini miracoli stupendi, divine menzogne, faremo loro dono della convinzione di un futuro così straordinario che tutte le promesse dei sacerdoti impallidiranno davanti alla realtà del prodigio apocrifo. E allora saranno felici… Capite, cretini?
    Sette disperati uniti in una setta e ciascuno con un sogno diverso, ognuno separato dall’altro da un immaginario cerchio tracciato ai propri piedi che non può sovrapporsi nemmeno parzialmente né intrecciarsi al cerchio dell’altro, si toccano in un solo punto che coincide all’”Essere” per mezzo di un delitto, cosa che finalmente giustifica il mio frequente pensare a Dostoevskij durante la lettura. Ed è un collegamento inevitabile quello a Dostoevskij, non solo per una parte del tema, ma anche per le atmosfere, le notti, i sogni, l’angustia di queste pagine. Ma è anomalo pensare al russo, quando Arlt è argentino come solo Sabato, Cortázar, Marechal (però il suo Adán Buenosayres non sono riuscita a leggerlo…) possono esserlo, e come anche Onetti, anche se uruguagio, sa esserlo con tutte le sue realtà oniriche. Sono puri argentini senza identità, la storia argentina li ha resi così, lo sono in ugual modo sia i colonizzati che i colonizzatori ormai diventati semplici emigranti (e dire che, essendo I sette Pazzi datato 1929, mancano ancora i rifugiati e scappati dalla Spagna di Francisco Franco), commisti senza equilibrio e logica come quel Rio de la Plata sul quale si affaccia Buenos Aires, né mare né fiume, né dolce né salato, che non sa se gli riesce meglio dar una mano ad affondare o a galleggiare.
    Particolare il fatto che fulcro sentimentale e consapevole del romanzo sia non l’amore immaturo di Erdosain per sua moglie, ma il sentire di una donna, Hipólita la Zoppa, moglie del “pazzo” Ergueta, con il suo malinconico e struggente resoconto di desideri e aspirazioni di una vita intera che la portano in un batter d’ali a voler approfittare della situazione per realizzare i propri sogni (cosa svelata da una nota a piè di pagina del commentatore), come d’altronde avevan provato a far tutti finora.
    Mi rileggo, il tutto è misero, confusionario come un sogno. Arlt, invece, il suo schema ce l’ha, e ben definito, tanto che la stesura de I sette pazzi è predisposta per fare da introduzione ad un secondo romanzo, I Lanciafiamme e con i due scritti raggiunge l’obiettivo di realizzare una acuta analisi e denuncia sociale e politica della sua Argentina.
    Consigliato agli appassionati del genere.

    ha scritto il