I signori Golovlev

Di

Editore: Frassinelli

4.2
(146)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 382 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8876843221 | Isbn-13: 9788876843228 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: B. Osimo

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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  • 4

    chiacchere, icone e cetriolini

    Autore: russo (1826-1889). Romanzo 1880.

    L’infinita campagna russa ed una famiglia. Una di quelle medio-piccole di una medio-piccola nobiltà. Qualche villaggio di proprietà, alcuni piccolissimi, qualc ...continua

    Autore: russo (1826-1889). Romanzo 1880.

    L’infinita campagna russa ed una famiglia. Una di quelle medio-piccole di una medio-piccola nobiltà. Qualche villaggio di proprietà, alcuni piccolissimi, qualche migliaio di anime.
    Una famiglia: i Golovlev.
    L’entrata di Arina Petrovna porta la ricchezza: decisa, avveduta, avida di nuove proprietà, di polso sicuro e cuore inesistente. Una razdora russa, incapace di amore.
    La figlia è morta, lasciando una piccola proprietà e due bambine.
    Un figlio, Porfirij, chiamato dai fratelli o Giuda o il Vampiro, è funzionario dell’amministrazione zarista e ha due figli, Volodia e Petia.
    Un altro, Stepan-Tontolone, è a Mosca pieno di debiti; Pavel, nel suo villaggetto sta morendo.

    Non è un racconto il cui scopo è racchiudere messaggi sociali o politici; è la storia di varie debolezze che concorrono tutte alla distruzione della famiglia.
    I personaggi sono scavati nella melma dell’inettitudine a vivere, nell’ozio e nell’alcool.
    Non è la Storia, ma le persone, ciò che interessa all’autore.
    Anche l’odio tra fratelli non raggiunge l’abisso, solo il fondo di una o varie bottiglie.

    Giuda sopravvive ai fratelli, ai propri figli suicidi o ladri, alla irriducibile madre, alla fuga delle orfanelle verso l’autodistruzione su palcoscenici di periferia.
    Erede di tutto, attaccato anche alla misera scatola del tè della vecchia, con una serva pagata a sacchi di farina che divide con lui il letto, a volte, logorroico fatigator di cervelli, sempre in preghiera non tanto per fede in Dio quanto per paura del demonio, rimane Porfirij, Giuda, il Vampiro.
    Si libera del figlio della serva che, svegliatasi dal suo torpore, si vendica: non lo fa più parlare. Anzi sarà lei la macchinetta fabbrica parole, che insinuerà veleno nella mente di Giuda.

    Avrà la sua agnizione Giuda: se abbiamo pensato fosse il solo ad aver ereditato la forza di Arina, abbiamo sbagliato, lui compreso. Non è nulla, non è mai stato nulla, non c’è più nessuno. Se ne sono andati tutti.

    Una madre come Arina la ebbe anche Scedrin: uscì da anni di cure psichiatriche anche grazie alla stesura di questo libro, anche se non guarì mai del tutto.

    Per lui fu critica dotta, per me curiosità: Nabokov nella la sua breve lista (4, sui quali concordo) dei grandi scrittori russi lasciò fuori Dostoevskij e Scedrin.

    Ultima cosa: un sentito ringraziamento al traduttore Bruno Osimo che, di fronte alla presenza di nomi diversi per uno stesso personaggio (in russo ogni nome esprime l’atteggiamento di un terzo) ha mantenuto, ad esempio, la variante Porfirij.

    06.05.2017

    ha scritto il 

  • 5

    Tutti d'accordo: si tratta di un capolavoro della letteratura russa dell'Ottocento. Sin dalle primissime pagine si capisce che è un libro eccezionale e l'inarrivabile perfezione dei russi insieme alla ...continua

    Tutti d'accordo: si tratta di un capolavoro della letteratura russa dell'Ottocento. Sin dalle primissime pagine si capisce che è un libro eccezionale e l'inarrivabile perfezione dei russi insieme alla superba traduzione di Lo Gatto fanno di quest'opera una perla poco conosciuta e per questo ancora più sbalorditiva. E se non vi ho ancora convinto non saprei cos'altro aggiungere. Leggete questo meraviglioso contemporaneo di Dostoevskij!

    ha scritto il 

  • 4

    Leggendo mi sono imbattuta diverse volte in personaggi viscidi e dall’animo meschino, ma mai nessuno mi aveva fatto sentire il bisogno di ficcarmi sotto la doccia e strofinarmi con la pietra pomice co ...continua

    Leggendo mi sono imbattuta diverse volte in personaggi viscidi e dall’animo meschino, ma mai nessuno mi aveva fatto sentire il bisogno di ficcarmi sotto la doccia e strofinarmi con la pietra pomice come l’untuoso Porfirij “Juduška” Golovlev.
    Non che gli altri personaggi si salvino: tutta la famiglia è composta da persone grette, avide, o incapaci, invidiose e piene di rancori reciproci… ma Porfirij è nauseante. È l’incarnazione di un’ipocrisia ignorante e fine a sé stessa, perché con l’ipocrisia si tenta spesso di stringere legami convenienti, mentre quella di Juduska è soltanto distruttiva e gli crea il vuoto intorno. È un finto bigotto che spende ore in preghiere e riverenze davanti alle sue icone, che si riempie la bocca di lunghi ed estenuanti discorsi sulla morale e sulla carità, ma che nei fatti si comporta all’opposto di come dovrebbe un uomo pio quale egli si definisce, arrivando a negare aiuto persino ai propri figli;
    il suo amato Gesù Cristo lo avrebbe definito ‘sepolcro imbiancato’ (e gli avrebbe sputato in faccia).
    È un uomo che si perde in fantasiosi calcoli su quanto potrebbe guadagnare, su quanto potrebbe rendergli questo e quello se avvenisse questo e quell’altro, ma che poi dinanzi ai fatti della vita reale trema, si nasconde, fugge le responsabilità.
    Ma tutta la famiglia Golovlev è maledetta: il patriarca Vladimir, gli altri figli: l’inetto Stepka e il cupo Pavel, le nipoti orfane Annin’ka e Ljubin’ka, e anche gli infelici figli di Porfirij.
    E la causa di tanto astio e disfacimento mi pare avere origine nella madre, Arina Petrovna: dura, avara, incapace di affetto, che per i figli ha avuto solo insulti e recriminazioni, distruggendo fin dall’inizio la possibilità di essere una vera famiglia.

    Ho da poco letto anche ‘Anime Morte’; in entrambi i romanzi è presente una netta critica alla società russa, alle sue disparità sociali, all’ipocrisia diffusa. Ma se in Gogol c’è una certa levità, c’è l’ironia, qui abbiamo invece un ritratto familiare (e sociale) cupo e amaro, privo di speranza e di qualsiasi figura positiva.
    Romanzo spietato ma bello, e Saltykov-Ščedrin ha tutta la mia solidarietà: per il personaggio di Arina si ispirò alla propria madre, che detestò per tutta la vita (e per contrasto finì con lo sposare una specie di oca spendacciona che ovviamente, dopo poco tempo, si ritrovò a non sopportare più – fine angolo del pettegolezzo).

    ha scritto il 

  • 4

    In divenire

    L'edizione su kindle che ho preso è quella tradotta nel 1918, quindi c'è una scelta di vocaboli che mi lascia parecchio stranita, ma già si capisce nettamente che è grandissima letteratura russa.
    Ne h ...continua

    L'edizione su kindle che ho preso è quella tradotta nel 1918, quindi c'è una scelta di vocaboli che mi lascia parecchio stranita, ma già si capisce nettamente che è grandissima letteratura russa.
    Ne ho letto circa un terzo e ne sono entusiasta(cupo, traboccante piccinerìe perfide, livido, amorale, magnifico, l'istituzione "famiglia" ne esce bellamente fracassata, a giusta ragione :) )
    Comunque ricomprerò una edizione meno antidiluviana(cartacea)

    ----- Confermo a fine lettura che è un robustissimo tomo di ottima letteratura russa nel più classico e pure un po' iconografico senso del termine, le mie uniche riserve sono attribuibili alla traduzione faticosa e alquanto artificiosa; qua e là la trama si sfarina un poco( alcuni tratti caratteriali o vicende vengono tralasciate-mica si capisce se volutamente o meno) e il finale è pure un po' strattonato via, ma è decisamente meritevole di lettura

    ha scritto il 

  • 5

    Cominciamo a leggere "I signori Golovlëv" sapendo che si tratta di un capolavoro, e sapendo che Saltykov-Scedrin era considerato il primo romanziere russo del 1800, dietro naturalmente gli adorati Dos ...continua

    Cominciamo a leggere "I signori Golovlëv" sapendo che si tratta di un capolavoro, e sapendo che Saltykov-Scedrin era considerato il primo romanziere russo del 1800, dietro naturalmente gli adorati Dostoevskij e Tolstoj. Eppure, appena iniziamo a entrare nella narrazione, siamo sorpresi dal pensiero che subito ci formiamo: "Ma questo è un capolavoro!".
    Verso la fine, leggiamo le ultime trenta pagine al galoppo, presentendo l'inevitabile conclusione catartica. Dopo l'ultima pagina, siamo presi dal desiderio di rileggere subito le ultime trenta pagine, questa volta al trotto.
    La grandiosità della scrittura è tanto maggiore in quanto riesce ad avvincere il lettore mettendo in scena solo personaggi antipatici se non francamente odiosi (i soprannomi che si danno l'un l'altro nella famiglia sono "babbeo", "piccolo giuda", "idiota"...). Non c'è l'eroe, l'espediente così semplice per accarezzare il lettore nel verso del pelo; ci sono solo antieroi, e l'autore ci accarezza contropelo, e comunque ci piace molto.

    ha scritto il 

  • 5

    Il bellissimo romanzo della bruttezza umana o, citando, “Le rilucenti pance delle cimici”.

    Io e la donna che mi ha sposato abbiamo comprato un gioco di carte da tavolo. Si chiama “Gloom”, è di Keith Baker, c’è scritto sulla scatola di latta, ce l’ha venduto un ragazzo trentenne conciato com ...continua

    Io e la donna che mi ha sposato abbiamo comprato un gioco di carte da tavolo. Si chiama “Gloom”, è di Keith Baker, c’è scritto sulla scatola di latta, ce l’ha venduto un ragazzo trentenne conciato come Galadriel, la Regina degli Elfi di Tolkien nella versione cinematografica di Peter Jackson, con in più il pizzetto decolorato. Il senso del gioco è: vince chi riesce a far ottenere il più basso punteggio di autostima ai suoi personaggi grotteschi, prima di ucciderli, divertendosi di tortura in tortura, stando attenti alle contromosse dell’avversario che portrebbe giocare carte d’amore o di fortuna sui tuoi personaggi e, orrore!, fargli andare l’autostima persino in positivo. L’atmosfera del romanzo di Scedrìn all’incirca è questa, con il valore aggiunto di essere uno spietato capolavoro russo.

    Una conversazione:
    “Di questi tempi si sono sviluppate tante di queste teorie, ce ne vorrebbero di meno! Credono alle scienze, ma in Dio non ci credono. Anche i contadini, anche quelli si danno arie da scienziati!”
    “Sì, padre, avete ragione. Vogliono tanto fare gli scienziati. Per esempio io miei contadini di Naglovka: non hanno niente da mangiare, e l’altro giorno hanno fatto una petizione per far aprire una scuola… che sapientoni!”

    La famiglia Golovlëv trotta meritatamente verso la propria distruzione: da una madre ottusa e avara e un marito gozzoviglione quali figli e quali nipoti ci si poteva aspettare? Scedrìn racconta la fiera delle meschinità di una famiglia di possidenti russi del tutto impreparati all’inesorabile vendetta del tempo, che non lascia scampo a chi si adagia nell’illusione diabolica dell’eternità di uno stato di fatto, specie se lo stato di fatto in questione riguarda un privilegio ovvero la legittimazione di un sopruso.

    Sebbene ci sia spazio per raccontare il fallimento esistenziale di tutti – dalla serva dalla schiena larga al figlio cadetto disonorato e suicida, dal fratello catatonico alla nipote diventata carne da teatrino osceno di provincia, fino a tutta una sequela di puntatine al brefotrofio – un ruolo di primo piano è assegnato al Vampiro, al Giuda, Porfiri il figlio sopravvissuto, il corrotto, il logorroico, il perfetto ipocrita russo: “Non bisogna pensare che Giuda fosse ipocrita nel senso, per esempio, di Tartufo o di qualsiasi francese borghese contemporaneo, che a parole si dà da fare per minare i principi sociali. Pur essendo ipocrita, era un ipocrita alla vera maniera russa, ossia semplicemente un uomo privo di qualsiasi limite morale e che non conosce altra verità oltre a quella che si esprime nei più elementari luoghi comuni.”

    Scedrìn raccoglie e sistema narrativamente meditazioni e conversazioni e aneddoti delle piccineria dell’animo umano, descrive l’orrore come si descrive l’interno di una stanza malgovernata. C’è del morboso nel piacere che si prova seguendo l’annientamento di questi ignoranti per forza di cose anche emotivi, annientamento che non è mai l‘avvio di una redenzione o di un cambiamento: il male ottuso dei Golovlëv, la ciarla impunita di chi non ha bisogno di altre ragioni al di là della prepotenza di classe di cui si sente investita, non nasce e non si arresta nella sola Russa, contamina ogni tempo, pronta a vampirizzare chiunque qui e ora, con modi lenti e garbati, con parole vuote e insopportabili, con l’orribile calma che ha saputo mantenere Scedrìn rivelandone i rancori e le accidie.

    ha scritto il 

  • 4

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/03/08/i-signori-golovlev-michail-e-saltykov-scedrin/

    “Nella sua immaginazione balenava una serie infinita di giorni senza aurora, che sarebbero tramontati in u ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/03/08/i-signori-golovlev-michail-e-saltykov-scedrin/

    “Nella sua immaginazione balenava una serie infinita di giorni senza aurora, che sarebbero tramontati in un abisso grigio, e, involontariamente, chiudeva gli occhi. Da quel momento in poi sarebbe stato a tu per tu con la maligna vecchia, o forse, non maligna ma solo irrigidita nell’apatia del suo dispotismo. Quella vecchia lo avrebbe divorato non con la sofferenza, ma con l’oblio. Non ci sarebbe stato nessuno con cui scambiare una parola, non un luogo dove fuggire; dappertutto soltanto lei, autoritaria, irrigidita, sprezzante. Il pensiero di questo inevitabile futuro, lo riempì fino a tal punto di angoscia che si fermò vicino a un albero e per qualche momento vi batté contro la testa. Tutta la vita piena di smorfie, di oziosità, di buffonerie gli si illuminava all’improvviso davanti alla mente. Andava adesso a Golovlëvo, sapendo che cosa lo aspettava e nondimeno andava, non poteva non andare. Non c’era per lui altra strada. L’ultimo degli uomini avrebbe potuto sempre far qualcosa per se stesso, sarebbe stato capace di procacciarsi il pane - lui solo non riusciva a niente. Questo pensiero per la prima volta si svegliò in lui. Anche prima gli era accaduto di pensare al futuro e di rappresentarsi prospettive di vario genere, ma erano sempre state prospettive di gratuita abbondanza e non mai prospettive di lavoro. Ed ecco che lo aspettava il compenso di quel fumo nel quale era affondato il suo passato senza lasciar traccia. Compenso amaro che si esprimeva nelle terribili parole: .”
    (Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, “I signori Golovlëv”, ed. Quodlibet)

    Sarebbe una cattiveria, da parte mia, ricordarmi che quando Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin scriveva “I signori Golovlëv”, ovvero tra il 1875 e il 1880, un altro russo, Fëdor Dostoevskij, aveva già scritto “Memorie dal sottosuolo”, “Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni” (etc., etc.) e che, a “compimento” della sua immensa opera, stava scrivendo “I fratelli Karamazov”. Tornando un gradino più giù, eccomi al cospetto di una gradevole sorpresa, eccomi immerso nella saga familiare dei Golovlëv, alle prese con le aridità, le invidie, l’avidità, i rancori e le questioni ereditarie che, nell’arco di tre generazioni, portano allo sfacelo una ricca famiglia, a cavallo del 1861, anno dell’abolizione della servitù della gleba in Russia.
    All’inizio del romanzo, la famiglia è comandata da Arina Petrovna, inflessibile, minacciosa, austera, affarista, la quale, grazie a queste qualità, riesce comunque ad assicurare ricchezza economica e possedimenti innanzitutto a sé stessa e, di riflesso, al decadente e ubriacone marito Vladimir, nonché ai suoi quattro figli: Stefan il Babbeo, buffone alla pari del padre; Anna, che scappa con lo sposo alla ricerca di fortune improbabili; Pavel, il minore, apatico, cupo; e infine Porfirij, soprannominato “Sanguisuga” e Iuduska (da Giuda), simpatici nomignoli che c’introducono colui che, alla lunga, resterà superstite ed eroe negativo della storia, fino a scontrarsi con Anninka e Ljubinka, orfane della madre Anna, nipoti di Iuduska e protagoniste anch’esse di una decadenza senza freni.
    Saltykov-Ščedrin non risparmia alcun personaggio, tutti sono attaccati al denaro in maniera morbosa, sia per sopravvivere o per ubriacarsi poco importa, quel che conta è l’attaccamento privo di scrupoli. Anche i personaggi secondari non sono da meno dei componenti la famiglia, e la sorta di tutti non può che essere l’abbrutimento fisico e spirituale, la fuga nell’alcolismo o in voli pindarici della mente. Un romanzo certo on consolatorio, con poca “luce” ma che, nel suo sviluppo, a parte qualche passaggio, non annoia mai.
    Certo, Dostoevskij... (ma no, questo non devo scriverlo, e invece l’ho scritto).
    Consigliato.

    “Fu necessario piegarsi. La volgarità ha una forza enorme; sorprende sempre un uomo non preparato, e, mentre egli si guarda attorno stupito, lo avvinghia in un attimo e lo avvolge nelle sue spire. A chiunque è capitato, passando vicino alla cloaca, di turarsi il naso e di cercare di non respirare; proprio un simile sforzo deve fare su se stesso l’uomo che entri in un ambiente impregnato di chiacchiere vuote e di volgarità. Deve attenuare in sé la vista, l’udito, l’olfatto e il gusto, deve vincere ogni sensibilità e irrigidirsi. Solo allora i miasmi della volgarità non lo soffocheranno.”

    ha scritto il 

  • 5

    un grande scrittore, ma dimenticato...

    Dunque, nell'Ottocento russo, c'era un altro immenso scrittore: Saltikov-Ščedrin.
    Un romanzo spietato nel raffigurare la natura umana nei suoi odi, nella sua cupidigia, nelle sottili angherie praticat ...continua

    Dunque, nell'Ottocento russo, c'era un altro immenso scrittore: Saltikov-Ščedrin.
    Un romanzo spietato nel raffigurare la natura umana nei suoi odi, nella sua cupidigia, nelle sottili angherie praticate.
    Un libro stilisticamente perfetto, tradotto con cura da Ettore Lo Gatto.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Povera patria .. Povera Russia

    Una Famiglia in decadenza, una delle molte tarate famiglie della piccola nobiltà il cui declino è stato descritto nel corso dell'800 da Gogol a Goncarov fino a Cechov, in cui, per un capriccio della s ...continua

    Una Famiglia in decadenza, una delle molte tarate famiglie della piccola nobiltà il cui declino è stato descritto nel corso dell'800 da Gogol a Goncarov fino a Cechov, in cui, per un capriccio della sorte entra un "gene" esterno che tutto rivluzione e trasforma (almeno apparentemente ); una "Mercantessa" come la madre dell'autore che arrichisce di anime e verste la proprietà, peggio di uno Scrooge dickensiano in terra russa, ma i cui figli (e nipoti) riprenderanno l'inesorabile declino fino all'esttinzione, della famiglia però, non della proprietà... Quella Golovlevo che, come un Maestrom inghiotte inesorabilmente chiunque Vi Entri....

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    L'opera in questione mi ricorda, per certi versi, "Una famiglia decaduta" di Leskov: in entrambi i casi, si parla, seppur in modo diverso, si intende, del crollo esteriore e psicologico di una famigli ...continua

    L'opera in questione mi ricorda, per certi versi, "Una famiglia decaduta" di Leskov: in entrambi i casi, si parla, seppur in modo diverso, si intende, del crollo esteriore e psicologico di una famiglia, in entrambi i casi, "maledetta".
    Juduska, con la sua ipocrisia "cristiana", ha martirizzato non solo i propri familiari e domestici, ma anche i lettori.
    Ultime cento pagine degne di nota, davvero.

    ha scritto il 

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