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I sommersi e i salvati

Di

Editore: Einaudi

4.4
(1911)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 197 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Giapponese , Spagnolo , Olandese , Polacco , Chi semplificata

Isbn-10: 8806186523 | Isbn-13: 9788806186524 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Tzvetan Todorov ; Postfazione: Walter Barberis

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Ouali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario e quali letecniche per annientare la personalità di un individuo? Ouali rapporti sicreano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la "zonagrigia" della collaborazione? Come si costruisce un mostro? Era possibilecapire dall'interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibileribellarsi? E ancora: come funziona la memoria di una esperienza estrema? Lerisposte dell'autore di Se questo è un uomo nel suo ultimo e per certi versipiù importante libro sui Lager nazisti. Un saggio per capire il Novecento ericostruire un'antropologia dell'uomo contemporaneo.
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  • 5

    Nicht sein kann, was nicht sein darf

    In una full immersion da studentessa dentro libri di testo e film dedicati all'Olocausto mi dibatto tra il tentativo di memorizzare centinaia di pagine di schematiche nozioni e l'ondata emotiva che l ...continua

    In una full immersion da studentessa dentro libri di testo e film dedicati all'Olocausto mi dibatto tra il tentativo di memorizzare centinaia di pagine di schematiche nozioni e l'ondata emotiva che l'argomento non può che suscitare; in tutto questo leggere, capire, documentarmi, "I sommersi e i salvati" ha proiettato su di me una luce particolare.
    Quanta dignità nelle parole di Levi, soprattutto nella richiesta ai lettori di sospendere il giudizio nel valutare fatti la cui atrocità è marchiata, letteralmente, sulla sua pelle e indelebilmente nell'anima: la richiesta di tenere conto delle circostanze assolutamente aliene e alienanti in cui certe azioni furono compiute (sul controverso argomento della cooperazione delle vittime) ma nello stesso tempo la ferma condanna e la volontà di non fare confusione tra oppressi e oppressori né alimentare una certa retorica che dice che in ognuno di noi c'è una vittima e un carnefice.

    Non mi intendo di inconscio e di profondo; non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no.

    Il tema della vergogna è quello più forte: è il tema dell'andata e ritorno dall'inferno, di chi ha rinunciato alla propria umanità, soffocando lo spirito e la capacità di sognare, concentrando tutta l'energia nell'oggi e nella volontà di vivere un giorno in più.
    Il salvato è colui che, sopravvissuto al campo di concentramento, abbandona la condizione di bestia e ritorna uomo e si trova alle prese con il rimorso dei propri "avrei potuto fare di più?", con la vergogna di essere stato manchevole in umanità e solidarietà (come poter dare conforto ad altri quando si era incapaci di alzare lo sguardo dal proprio corpo martoriato dal freddo, dalla fame, dalle percosse?), ma anche con la consapevolezza di non aver avuto la possibilità, quella data ai non ebrei liberi ed indifferenti, di volgere lo sguardo dall'orrore e di aver dovuto guardare in faccia la possibilità del male infinito che l'uomo, noi, io, tu, tutti noi siamo in grado di creare.
    I salvati sono i peggiori, dice Primo Levi, i migliori sono i sommersi, e sono morti tutti: e quando si torna alla vita non si avverte sollievo ma solo l'immenso dolore del mondo.
    La frase in tedesco del titolo è un verso di una poesia citata nel libro che esprime il concetto per cui "non possono esistere le cose di cui non è moralmente lecita l’esistenza". Forse è così che si lasciano accadere cose terribili: pensando che non verranno permesse, o che qualcuno se ne occuperà.
    Difficile guardarsi allo specchio con fierezza dopo una lettura del genere.

    Il «nemico» non doveva soltanto morire, ma morire nel tormento. In altre parole: prima di morire, la vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa

    ha scritto il 

  • 5

    "Veramente si è indotti a pensare che, nel Terzo Reich, la scelta migliore, la scelta imposta dall'alto, fosse quella che comportava la massima afflizione, il massimo spreco di di sofferenza fisica e ...continua

    "Veramente si è indotti a pensare che, nel Terzo Reich, la scelta migliore, la scelta imposta dall'alto, fosse quella che comportava la massima afflizione, il massimo spreco di di sofferenza fisica e morale. Il nemico non doveva soltanto morire, ma morire nel tormento".
    E' un dovere leggere e rileggere le parole lucide e pacate di Primo Levi, e prestare la massima attenzione al suo ammonimento: " è avvenuto, quindi può accadere di nuovo".

    ha scritto il 

  • 5

    Chissà quanta forza c’è voluta. Chissà quanta sofferenza è costata la stesura di questo saggio a Primo Levi.
    È un’analisi feroce, acuta, lucida, obiettiva. È un bisturi che lavora con precisione terri ...continua

    Chissà quanta forza c’è voluta. Chissà quanta sofferenza è costata la stesura di questo saggio a Primo Levi.
    È un’analisi feroce, acuta, lucida, obiettiva. È un bisturi che lavora con precisione terrificante. Lavora sugli aguzzini e sulle vittime. Lavora sulla “zona grigia” composta di oppressi fatti oppressori, lavora su chi sapeva e ha taciuto, su chi vedeva e s’è finto cieco. Lavora sul senso di colpa del “salvato” cui pesa come macigno la domanda “perché io e non un altro?”. Un’indagine che scava nel profondo del genere umano capace di “costruire una mole infinita di dolore”.
    Lettura drammatica, spessa, potente. Non si trovano le parole per dare una dimensione allo scritto di Levi.
    Quei “salvati” sono “sommersi scampati”. Per onorare i sommersi, per dare un senso al dolore dei salvati è nostro dovere ricordare, tramandare le loro testimonianze.
    È nostro dovere per loro, per noi e per chi sarà dopo di noi.
    Non possiamo e non dobbiamo dimenticare. Perché la vittoria del male avverrà il giorno in cui ciò che è stato sarà dimenticato.

    “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

    ha scritto il 

  • 5

    Il saggio di Primo Levi è un lucido documento altamente edificante; essenziale per la conoscenza di quel mondo complesso che fu il Lager, porto franco dell' orrore, ma anche dell' ambiguità di tante " ...continua

    Il saggio di Primo Levi è un lucido documento altamente edificante; essenziale per la conoscenza di quel mondo complesso che fu il Lager, porto franco dell' orrore, ma anche dell' ambiguità di tante "figure turpi e patetiche", da risultare complicato tracciare una linea di demarcazione netta tra "buoni" e "cattivi".
    E' un documento da leggere e rileggere spesso per mantenere desta la memoria senza trasformarla in una vuota liturgia.

    La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa: non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca ed al mantello invernale? No, non bastavano: occorreva un di più, un messaggio non verbale, affinché l' innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna.

    ha scritto il 

  • 5

    “L’intera storia del Reich”, afferma Levi, “può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione della memoria, falsificazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima ...continua

    “L’intera storia del Reich”, afferma Levi, “può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione della memoria, falsificazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima.” Dalla propaganda, allo sbarramento opposto al pluralismo delle informazioni, alle menzogne raccontate per celare l’orrore dei Lager, fino alle affermazioni dei responsabili durante i processi. Levi si sofferma su questi ultimi. Tutti gli oppressori che sono stati interrogati hanno dato sostanzialmente la stessa risposta: “l’ho fatto perché mi è stato comandato”. Non è credibile, afferma Levi. Si rendono conto di mentire? È probabile che mentissero anche a se stessi per sopportare meglio il peso di ciò che avevano fatto? È addirittura probabile che molti avessero sviluppato uno scudo per proteggersi dall’orrore che li circondava, in modo da riuscire a fare anche i lavori più sporchi. Sia chiaro: lui non si pone queste domande per una sorta di giustificazione per questi individui, che sono criminali, sono stati condannati, ed è stato giusto condannarli. Lui si pone queste domande per capire i motivi che hanno portato queste persone a compiere certe efferatezze.
    Per rispondere bisogna partire dalla considerazione che anche molte vittime diventarono persecutori a loro volta. Il mondo del Lager infatti era sì terribile, ma anche indecifrabile, non seguiva una retorica schematica secondo cui vittime e persecutori erano nettamente separati. Lo spazio che separava le vittime dai persecutori non era vuoto, ma costellato di figure che, afferma Levi, “è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.” Queste persone riuscivano a rendersi utili ai nazisti; ciò garantiva loro la sopravvivenza e dava loro anche potere sugli altri, che spesso era incontrastato, anzi venivano tanto più premiati quanto più erano violenti. Il potere incontrastato portava queste grigie figure ad un pervertimento somigliante a quello dei loro aguzzini. Tutti mostravano quella che Levi definisce sindrome del potere protratto e incontrastato: la visione distorta della realtà (tutti si scollavano progressivamente dalla morale comune), l’arroganza dogmatica, il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza. Un ordine infero, quel era il nazionalsocialismo”, scrive Levi, “esercita uno spaventoso potere di corruzione, da cui è difficile guardarsi”. Nasce la domanda: “come si comporterebbe ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità e in pari tempo allettato dalla seduzione del potere?” La risposta parte da un luogo più vicino a noi di quanto possiamo pensare, o possiamo sopportare: parte da un paragone (già accennato in Se questo è un uomo) fra la realtà del Lager e la nostra realtà quotidiana: “Anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno.”
    La vita nel Lager era “una guerra continua di tutti contro tutti”, era in gioco la sopravvivenza e si combatteva anche per un pezzo di pane, si imparava “a guardarci intorno ed a misurare gli uomini.” L’uomo semplice, abituato a non porsi domande, era al riparo dall’inutile tormento del chiedersi perché; inoltre, spesso possedeva un mestiere o una manualità che facilitavano il suo inserimento. Il credente sopportava generalmente meglio la prova del Lager, aveva un luogo in cui la giustizia avrebbe vinto. Vedeva il dolore come una punizione divina e in questo modo lo rendeva decifrabile “e perciò non sconfinava nella disperazione.” L’intellettuale si rendeva presto conto che “la cultura non era utile ad orientarsi né a capire”. Chi non voleva rinunciare alla logica e ai principi morali, finiva per rifiutare quella realtà logica e immorale, scivolando nella disperazione. Ma c’era anche chi riusciva a gettare via la cultura, semplificarsi, imbarbarirsi e sopravvivere. E poi c’era che finiva per accettare quella realtà ricordando che anche nelle grandi civiltà greca e romana erano avvenuti dei massacri orribili: “la perennità del progresso umano non era che un’ingenuità nata nel XIX secolo”. Davanti a quell’orrore si arrendeva giungendo all’amara constatazione che «così è sempre stato, così sarà sempre». Non si chiedeva più il perché di quella morte orribile e insensata, piuttosto ci si lasciava andare a domande “pratiche” su come sarebbe morto. “Io”, scrive Levi, “non ho quasi mai avuto tempo da dedicare alla morte; avevo ben altro a cui pensare, a trovare un po’ di pane, a scansare il lavoro massacrante, a rappezzarmi le scarpe, a rubare una scopa, a interpretare i segni e i visi intorno a me. Gli scopi di vita sono la difesa ottima contro la morte: non solo in Lager”.
    La storia della Shoah non finisce con il processo e la condanna dei colpevoli, c’è un altro interrogatorio da condurre, un processo da fare, più difficile e angoscioso perché il personaggio che deve essere interrogato è misterioso e non facile da comprendere: è quella parte di noi che non è colpevole, anzi si potrebbe dire che ci aiuta a sopravvivere nella vita di tutti i giorni, ma che sotto certe condizioni può condurci a compiere le più efferate crudeltà verso i nostri simili. Si tratta quindi di “processare” il genere umano, di confessare quella parte oscura che è in ognun di noi. È qualcosa verso cui non è facile prendersela, non si può imprigionare, ma si può impedire che sia volto al male. Questa è la grande lezione di Levi: dobbiamo imparare a riconoscere quegli atteggiamenti presenti nella nostra vita quotidiana dietro i quali si nasconde quella parte di noi che può renderci colpevoli, come è successo con i criminali nazisti: non erano persone eccezionali, in alcuni casi si sono addirittura rivelati banali. Non dobbiamo pensare quindi che un individuo capace di compiere certe efferatezze sia facilmente riconoscibile. I mostri esistono, e sono le circostanze che li generano. La Shoah non va considerata come un avvenimento eccezionale e irripetibile, ma va osservata e studiata scientificamente come un fenomeno estremo del comportamento umano che si verifica sotto certe condizioni, che vanno studiate, come ingredienti, da miscelare in laboratorio per osservarne la reazione chimica in ambiente protetto, al fine di comprendere quali sono gli elementi da non combinare per provocare un’esplosione di crudeltà e orrore come è successo durante la seconda guerra mondiale. “È avvenuto”, scrive Levi, “quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

    ha scritto il 

  • 0

    Ogni tanto Levi va riletto, per rimettere le cose al posto giusto sulla grande catastrofe: in mezzo a tanta fiction qui si ritrova l'essenza delle cose, le domande di un vero intellettuale, le rispost ...continua

    Ogni tanto Levi va riletto, per rimettere le cose al posto giusto sulla grande catastrofe: in mezzo a tanta fiction qui si ritrova l'essenza delle cose, le domande di un vero intellettuale, le risposte di un grande scrittore, le verità di un testimone.

    ha scritto il 

  • 5

    Un autentico capolavoro di analisi sulla storia del male e del bene.

    L'ultimo libro di Primo Levi: un'analisi a tutte le domande che quest'uomo si è posto nella sua vita contro tutti i malvagi "perchè"? Che ha dovuto affrontare.
    Uno storico vero, mite e non di parte, u ...continua

    L'ultimo libro di Primo Levi: un'analisi a tutte le domande che quest'uomo si è posto nella sua vita contro tutti i malvagi "perchè"? Che ha dovuto affrontare.
    Uno storico vero, mite e non di parte, umile, essenziale nel descrivere la catastrofe del nostro tempo, la Soah.
    Le sue risposte, ancora così interessanti e attuali.
    Questo libro deve essere letto, insieme almeno ai suoi primi due libri, per non dimenticare mai.

    ha scritto il 

  • 4

    Bha, cosa posso dire di più di quello che è già stato detto/scritto sull'argomento?
    E' raccapricciante vedere fino a che punto l'essere umano, quello comunemente ritenuto "intelligente", si può spinge ...continua

    Bha, cosa posso dire di più di quello che è già stato detto/scritto sull'argomento?
    E' raccapricciante vedere fino a che punto l'essere umano, quello comunemente ritenuto "intelligente", si può spingere, in preda alla follia. Ok, Hitler era uno ed era più scemo di una merda, ma non è che tutti i suoi seguaci fossero da meno.

    ha scritto il 

  • 4

    Un’analisi lucida e scevra di qualsiasi retorica dell’esperienza dei campi di concentramento. Molto interessante l’analisi delle relazioni interpersonali che si creavano all’interno dei campi e di que ...continua

    Un’analisi lucida e scevra di qualsiasi retorica dell’esperienza dei campi di concentramento. Molto interessante l’analisi delle relazioni interpersonali che si creavano all’interno dei campi e di quell’area grigia che esisteva all’interno dei campi dei collaboratori,

    Levi mette in evidenza che la nostra percezione di cosa furono i campi di concentramento nazisti è solo parziale perché i racconti che abbiamo ascoltato vengono quasi esclusivamente da sopravvissuti che riuscirono a ricavarsi delle nicchie di privilegio, anche a spese dei compagni, ed a sfuggire alle prove più dure.

    ha scritto il 

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