I sommersi e i salvati

Di

Editore: Einaudi

4.4
(2072)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 197 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Giapponese , Spagnolo , Olandese , Polacco , Chi semplificata

Isbn-10: 8806186523 | Isbn-13: 9788806186524 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Tzvetan Todorov ; Postfazione: Walter Barberis

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Ouali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario e quali letecniche per annientare la personalità di un individuo? Ouali rapporti sicreano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la "zonagrigia" della collaborazione? Come si costruisce un mostro? Era possibilecapire dall'interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibileribellarsi? E ancora: come funziona la memoria di una esperienza estrema? Lerisposte dell'autore di Se questo è un uomo nel suo ultimo e per certi versipiù importante libro sui Lager nazisti. Un saggio per capire il Novecento ericostruire un'antropologia dell'uomo contemporaneo.
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  • 5

    Meraviglioso

    Meraviglioso lo stile di scrittura essenziale, ma al contempo particolareggiato ed esauriente.
    Interessantissimo il procedere scientifico, seppur letterario, ordinato e preciso dell'esposizione dei f ...continua

    Meraviglioso lo stile di scrittura essenziale, ma al contempo particolareggiato ed esauriente.
    Interessantissimo il procedere scientifico, seppur letterario, ordinato e preciso dell'esposizione dei fatti e delle conclusioni a cui giunge l'autore per interpretarli e spiegarli, il tentativo di dare a tutto un senso.
    Sorprendente la lucidità e la capacità di non covare rancore per un intero popolo, ma di stabilire comunque per ognuno la giusta responsabilità.
    Bellissimo e illuminante il capitolo LA ZONA GRIGIA. Istruttivo il capitolo STEREOTIPI. Immenso quello intitolato LETTERE DI TEDESCHI. Splendida la prefazione di Todorov, sembra che mi abbia letto nel pensiero.
    ... ho già detto che è un libro meraviglioso?

    ha scritto il 

  • 5

    La dannazione degli offesi

    Chi diventava Kapo? Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo, coloro a cui la possibilità veniva offerta, e cioè gli individui in cui il comandante del Lager o i suoi delegati (che spesso ...continua

    Chi diventava Kapo? Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo, coloro a cui la possibilità veniva offerta, e cioè gli individui in cui il comandante del Lager o i suoi delegati (che spesso erano buoni psicologi) intravedevano la potenzialità del collaboratore: rei comuni tratti dalle carceri, a cui la carriera di aguzzini offriva un’eccellente alternativa alla detenzione; prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze, o comunque moralmente debilitati; più tardi, anche ebrei, che vedevano nella particola di autorità che veniva loro offerta l’unico modo di sfuggire alla “soluzione finale”. Ma molti, come accennato, aspiravano al potere spontaneamente: lo cercavano i sadici, certo non numerosi ma molto temuti, poiché per loro la posizione di privilegio coincideva con la possibilità di infliggere ai sottoposti sofferenza ed umiliazione. Lo cercavano i frustrati, ed anche questo è un lineamento che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all’autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro .

    L’aspirazione delle vittime al potere, al superamento della barriera che appunto, divideva il «noi» da «gli altri», determina la nascita di quella «zona grigia della “protekcja”» (il termine jiddish di origine italiana, che indicava appunto la schiera dei prigionieri “protetti, privilegiati”), dalle gradazioni innumerevoli, come si è visto. Ma Levi, nonostante riconosca un nesso proporzionale tra colpa e possibilità di scelta, ammonisce contro la tentazione di pronunciare giudizi troppo affrettati e sommari, sgombrando così il campo da possibili equivoci o commistioni che potessero assolvere, sia pure di un infinitesimo della sua colpa, la struttura tutta dello Stato totalitario facendola ricadere sugli oppressi:

    Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare. È un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso che cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva bene il Manzoni: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi”. La condizione di offeso non esclude la colpa, e spesso questa è obiettivamente grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura .
    https://costellazioniletterarie.wordpress.com/2017/01/24/ricordate-che-questo-e-stato-ricordate-che-questo-e/#more-3176

    ha scritto il 

  • 5

    L'ultimo giorno buono sulla terra

    Nel misterioso "Zohar", il Libro dello Splendore, c'è un brano in cui viene indicata la differenza frà bontà e clemenza. E mi è servito a capire meglio quanto possa essere bella questa parola: Cleme ...continua

    Nel misterioso "Zohar", il Libro dello Splendore, c'è un brano in cui viene indicata la differenza frà bontà e clemenza. E mi è servito a capire meglio quanto possa essere bella questa parola: Clemenza, che di solito associamo alla "clemenza del giudice" o a quella del Papa, svilendone il valore, il suo profondo significato.

    La bontà, ci spiega, punta verso l'alto, è compressa su se stessa e porta il maggior beneficio a chi compie il gesto, non a chi lo riceve. La clemenza invece. trascina verso il basso, abbraccia la malvagità, i peccati, e anche gli stermini nazisti.
    Si "sporca le mani nel fango" per comprendere, ancor più che per dare l'indulgenza, il perdono. Per questo è decisamente più complicato compiere un atto di clemenza che un atto di bontà, e non è attraverso il bene che ci si potrà riparare dal male e dai possibili nuovi orrori del futuro, bensì accettando l'orrore passato come un fenomeno germogliato dalla natura umana.
    Perché i nazisti non erano alieni venuti da un altro mondo, ma persone come noi. Perciò, il male non va combattuto a suon di bene, ma provando a giustificarlo (nel senso di comprenderne le motivazioni) e ad accettare che fa parte della nostra natura.

    In questa che è l'opera più significativa e toccante di Primo Levi, l'autore non è riuscito (come lui stesso ammette), a raccontare davvero l'orrore, ma ci ha comunicato il messaggio della possibile ripetibilità di quel che è avvenuto e il desiderio di comprendere perché tutto ciò è stato possibile. Perché i campi di concentramento, la violenza inutile e malvagia, sono continuate a esistere anche dopo la fine della seconda guerra mondiale. Anche quando è stato liberato l'ultimo campo di concentramento. Ha percorso una sua vita marginale, sotterranea, in forme di irrazionalismo connaturate al fondo più fragile dello spirito umano, tesa quindi a ricomparire in altre forme più o meno esplicite, soprattutto nelle epoche di grave turbamento e disordine sociale, come i tempi in cui stiamo vivendo adesso. Fanatismi, culti deliranti e riprese di credenze religiose distorte, cospirazionismi, con molte commistioni e contaminazioni così suggestive da coinvolgere anche le più alte (e quindi pericolose) sfere politiche. Una sorta di risveglio al contrario.

    Levi non si è salvato, e infatti si è tolto la vita pochi mesi dopo aver scritto questo libro. Non ha potuto raccontarci realmente cosa è successo, perché secondo lui, ed è vero, le prime vittime, coloro che potevano trasmetterci la testimonianza autentica del "male" sono quelle che non sono tornate indietro, o sono tornate mute.
    Voglio dare un'interpretazione diversa al suo suicidio, e credere che esso non sia la conseguenza di un senso di colpa per essere sopravvissuto, per non essere riuscito a convivere con quel grande dolore, ma per aver raggiunto la consapevolezza che quegli orrori non furono un fenomeno irripetibile, e a nulla sarebbe servita la sua seppur preziosa testimonianza.
    Come se io, quarantenne, volessi spiegare cosa è l'amore a una ragazza di diciotto anni. La mia esperienza dovrebbe essermi utile, ma in realtà non potrà esserlo, perché quando quella ragazza si innamorerà lo saprà molto meglio di me. La prima volta che pronuncerà la parola "ti amo", quel breve messaggio a cui tutta l'umanità si è affidata e che per me appare ormai una parola svuotata, a lei invece in quel momento sembrerà una parola appena inventata, ancora intatta, luminosa, unica. Quel giorno saprà dirmi lei cos'è l'amore molto più di quanto potrei raccontarle io.
    Allo stesso modo è l'orrore. Possiamo ascoltare e leggere le testimonianze delle vittime, e come nel caso delle opere di Levi, ne possiamo essere enormemente colpiti, ma se pensiamo che basti ciò per impedirci che accada di nuovo e crediamo di aver capito cosa davvero è accaduto e immedesimarci nel dolore dei sommersi, siamo davvero illusi. Lo sapremo solamente il giorno in cui ci rimpiomberemo dentro noi. Dopodiché molti sprofonderanno mentre altri penseranno di esssere salvi e proveranno a raccontarlo.
    Levi questo lo intuì a lungo, credo, e nel momento di maggior sconforto e lucidità si gettò dalla tromba delle scale.

    ha scritto il 

  • 4

    Una delle voci più prestigiose dell’Olocausto è senza dubbio Primo Levi. Il chimico di Torino, arrestato in montagna dai fascisti nel dicembre 1943, parcheggiato a Fossoli insieme a tanti altri innoce ...continua

    Una delle voci più prestigiose dell’Olocausto è senza dubbio Primo Levi. Il chimico di Torino, arrestato in montagna dai fascisti nel dicembre 1943, parcheggiato a Fossoli insieme a tanti altri innocenti e deportato a Monowitz, il terzo lager del complesso di Auschwitz nel 1944, ha dedicato il resto della sua vita dopo il ritorno dalla prigionìa a raccontare a studenti, giornalisti e persone comuni gli orrori dei campi di concentramento. Nessuna parola probabilmente è salutare per liberare totalmente il senso di oppressione e di annullamento che l’inferno dei lager e la macchina di sterminio nazista hanno inflitto all’essere umano, ma la memoria, parola chiave di tutta la vicenda, serve a non renderci colpevoli degli stessi crimini. E così, dopo aver dato alle stampe, non senza qualche titubanza durata una decina d’anni da parte delle case editrici dovuta a questa sorta di allergia nel ricordare, il fortunato “Se questo è un uomo” e aver raccontato il lungo viaggio di rientro con “La tregua”, Primo Levi nel 1986, un anno prima che la sua disperazione interiore avesse il sopravvento portandolo al suicidio, dà alla luce a mio avviso la sua più riuscita opera.”I sommersi e i salvati” non è più una minuziosa cronaca dei fatti come i precedenti due libri, ma l’analisi psicologica e antropologica dei comportamenti di chi stava affondando nella melma di Auschwitz. Levi scannerizza azioni e ne fa emergere i significati, dedica meno tempo agli aneddoti (pur inevitabilmente presenti in buona misura) e più tempo ai perchè. A rendere i criminali ancor più criminali vi era una specie di zona grigia, che è il tema centrale dell’intero scritto, quel limbo in cui gli avidi nazisti facenti da padroni avevano una sorta di supporto proveniente da un malcelato collaborazionismo. “E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi; la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante”. Si analizza così la figura dei Kapos, coloro che avevano posizioni di comando nel campo ma che non erano più miseri di altri prigionieri, e più duramente si descrivono le figure di coloro che erano a campo degli uffici amministrativi del campo, delle sezioni della Gestapo o dei presidenti di ghetto. In questa chiave si analizza la figura di Chaim Rumkowski, bizzarro ed eccentrico personaggio deriso anche dai nazisti stessi che era a capo del ghetto di Lodz, amante dell’autorità e zimbello ideale per i nazisti. Corrotto e abbagliato dal potere da dimenticare sè stesso e le condizioni in cui tutti versavano all’interno del ghetto. Ho trovato altresì sensazionale, ed è la parte che preferisco, il capitolo “L’intellettuale ad Auschwitz”. Secondo Levi egli è destinato a soccombere per primo: abituato alla logica e alla morale era troppo avvezzo a chiedersi i “perchè” delle cose del lager, pensiero che era meglio evitare, poichè di logica e di spiegazioni non ce n’erano. “Ho visto gente imbarbarirsi e sopravvivere” scrive Levi, che dona una chiave di lettura fantastica in questo senso. La cultura sì, poteva essere utile per brevi momenti, ma così come la famiglia era molto meglio gettarla in un oblìo perenne, per potersi meglio adattare a vivere come primitivi, stato in cui erano ritornati tutti i rinchiusi dei lager. L’autore teorizza anche la basilare risorsa della comunicazione: sapere la lingua tedesca poteva naturalmente fare la differenza, anche solo per comprendere i secchi e perentori comandi dei generali nazisti o capire come orientarsi tra le minime ancore di salvezza che quell’inferno poteva offrire. Così, il tedesco scarno e basilare che Levi studiava sui libri di chimica, diventa di importanza vitale per poter cercare di ribaltare una partita che lo vedeva nettamente sfavorito. “I compagni che non lo sapevano stavano annegando uno ad uno nel mare tempestoso del non-sapere”. Il libro poi prosegue articolandosi nello stereotipo della fuga, assai difficile da compiere in un sistema così rigido come quello dei lager, e si chiude con straordinarie testimonianze nella testimonianza: Levi rende pubbliche molte lettere di tedeschi che gli hanno scritto nel corso dei decenni dopo aver letto la sua verità in “Se questo è un uomo”. Consapevole e grato per tutte quelle parole, non esita però a condannare non solo i soldati tedeschi ma tutti i tedeschi stessi senza alcuna retorica, che “per calcolo miope, per pigrizia mentale, per stupidità, per orgoglio nazionale, hanno accettato le ‘belle parole’ del caporale Hitler”.

    ha scritto il 

  • 5

    Bukowski e Primo Levi (!)

    Faccio una cosa un po’ strana… una sola recensione per due libri totalmente diversi e che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro!

    È capitato per caso che leggessi “Post Office” di Bukowski conte ...continua

    Faccio una cosa un po’ strana… una sola recensione per due libri totalmente diversi e che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro!

    È capitato per caso che leggessi “Post Office” di Bukowski contemporaneamente a “I sommersi e i salvati” di Primo Levi. È superfluo rivelare come i due libri abbiano argomenti e stili totalmente differenti, ma non di meno mi è stato impossibile non “sovrapporli”, proprio per questa fatalità.
    “Post Office” tratta della vita dell’ormai mitico Henry Chinaski, alter-ego dell’autore, divisa tra donne, alcool, sigarette, corse dei cavalli e uno svogliato lavoro alle poste, nel quale accanto alla sciatteria e alla svogliatezza trova posto una strana forma non solo di simpatia ma anche di una sorta di assennatezza, filosofia di vita, critica della società: in ultima analisi di moralità, senso etico del protagonista. Il tutto in uno stile diretto, senza eufemismi, un po’ minimalista, umoristico, tipico del “realismo sporco”... anche se appunto… “realismo sporco” è una definizione “stretta” per Bukowski.
    “I sommersi e i salvati” è invece una lunga riflessione nella quale non mancano narrazioni dirette della vita nel Lager e su cosa questa significhi e abbia significato per l’uomo, la società e la storia. E lo stile è quello del più semplice, diretto, schietto, asciutto, esaustivo e autentico realismo (o neo-realismo).
    Eppure c’è qualcosa che, se non altro per il fatto di averli letti contemporaneamente, accomuna i due libri.
    Riporto una frase che descrive “Post Office”, presa da Wikipedia: “L'ufficio postale, trasparente metafora della società organizzata, si erge come un asettico Moloch a contrastare in modo arcigno e implacabile la libertà, al punto che l'unica possibilità di acquisirla definitivamente e goderla resta il licenziamento, dall'ufficio come dalla società. Ed è quello che Chinaski infine otterrà preparandosi a un gioioso futuro da dropout.”
    C’è un’abissale ed incolmabile distanza tra l’ufficio postale e il Lager, così come tra l’impiegato delle poste e il deportato, tra l’organizzazione interna delle poste descritta da Bukowski e l’organizzazione interna del Lager, tra il licenziamento dal posto alle poste e la fuga dal campo, tra “l’asettico Moloch” che può rappresentare l’ufficio postale e lo stesso “asettico Moloch” che è rappresentato dal Lager ed infine tra il futuro da “dropout” rappresentato dalla libertà del licenziato dalle poste e quello della libertà acquisita dal reduce o dal sopravvissuto. Eppure non credo che, rilevata la distanza tra i due, sia del tutto insensato vederci un parallelismo: lontani ma paralleli.
    Sono due analisi psicologiche di due società: l’una quella americana anni ‘60/’70 metaforicamente impersonata dall’ufficio postale, l’altra quella delle bassezze morali mai raggiunte nella storia mondiale del Lager. Ed è sorprendente rilevare come, ripeto… pur nella loro incolmabile distanza, appunto, questi meccanismi psicologici sociali (e con psicologia non intendo quella dell’eterno teatro dell’inconscio dove Amleto, Edipo ecc ecc recitano senza sosta la loro parte, o quella dei deliri sulla mamma o sul papà o la sorella o insomma –per dirla come direbbe Gilles Deleuze, dal quale riprendo questo concetto- dei “petite affaire privée” di cui si occupa in maniera ambigua la bassa psicologia affetta dalla morbosità di chi la pratica, ma la vera psicologia, cioè quella che si occupa del delirio come mondo intero, si delira sulla storia, sulla geografia, le tribù, il deserto i popoli, il clima, le razze, il delirio è geografico politico) ebbene… questi meccanismi psicologici dei due libri abbiano le stesse identiche radici umane!
    E tutto ciò fa risaltare come l’una situazione (quella della “normalità”, per esempio di un ufficio postale nel libro di Bukowski) possa essere terreno fertile (e lo è stato! Per esempio appunto nel caso delle radici del nazismo, che nascono da una situazione sociale definibile “normale”) per abissi di mostruosità come quelli descritti in “I sommersi e i salvati”.
    Ma a parte questo parallelo (certamente personale e dettato dal fatalismo delle due letture simultanee), Bukowski va letto perché fa ridere, è leggero, divertente, simpatico e soprattutto perché riesce ad essere tutto questo in una maniera veramente profonda ed autentica.
    Ed è scritto pure benissimo e la bellezza della sua scrittura è consolatoria.
    E Primo Levi va letto perché va letto.

    La stessa recensione anche per l’altro libro!

    ha scritto il 

  • 5

    Oggi come ieri

    Scritto nel 1986, a trent'anni di distanza "I sommersi e i salvati" è oltremodo attuale. Tratta temi scottanti e questioni mai risolte, sempre drammaticamente alla ribalta.
    Nella sua ultima opera Prim ...continua

    Scritto nel 1986, a trent'anni di distanza "I sommersi e i salvati" è oltremodo attuale. Tratta temi scottanti e questioni mai risolte, sempre drammaticamente alla ribalta.
    Nella sua ultima opera Primo Levi fa un'analisi lucida e disincantata di cause, effetti e conseguenze degli orrori del campo di concentramento. Non dà spazio alla retorica. Va ben oltre l'immediatezza dei fatti e rappresenta con lungimiranza anche le implicazioni che avrebbero avuto in seguito: un futuro che era già iniziato al momento della scrittura e che oggi vediamo concretizzarsi sotto i nostri occhi negli episodi di attualità.
    E' infatti un saggio che esamina anche l'origine delle dittature e dimostra come sia possibile che nel mondo si ripetano totalitarismi, genocidi e violazioni dei diritti umani.
    Al di là della grande Storia, però, sono stata colpita da come le dinamiche createsi nei lager possano replicarsi - certamente in modo meno intenso ma ugualmente intrise di cattiveria e perversione - anche nel nostro "piccolo mondo dorato".
    Nessuna comunità ne è esente, dalla scuola materna al posto di lavoro alla casa di riposo: ovunque emergono piccinerie morali, prevaricazioni e vessazioni nei confronti dei più deboli.
    Tuttavia Primo Levi non divide il mondo in vittime e carnefici, non condanna "tout court" e non assolve aprioristicamente: ci parla piuttosto della "zona grigia" che si annida in tutti noi chiamandoci direttamente in causa quali primi responsabili della genesi e del perpetrarsi del male, con le nostre acquiescenze, i nostri qualunquismi e le nostre fragilità. E di come questo male, originato nel nostro "privato", possa espandersi nel "pubblico" e coinvolgere interi popoli.
    "I sommersi e i salvati" è un atto di dolore laico che pone il lettore, privo di filtri, di fronte alla propria miseria esistenziale. E' un saggio imprescindibile per cercare di capire non solo il '900 e la storia, ma noi stessi.
    Siamo piccoli e fallaci. Ma non possiamo non sapere e non vedere. Dobbiamo educarci a capire prima che sia troppo tardi; ad avere il coraggio di non tirarci indietro; in particolare dobbiamo esercitarci a praticare la coerenza che lega il pensiero con l'azione.
    Non ho parlato di tutti gli argomenti affrontati nei vari capitoli, ma di quelli che hanno suscitato in me più emozioni e considerazioni. Sento però che è un libro da tenere sempre accanto: necessario a renderci consapevoli e a risvegliare la coscienza per sconfiggere indifferenze, egoismi, connivenze e insensibilità.

    ha scritto il 

  • 5

    Che dire? Lucida, onesta ma implacabile analisi del fenomeno Lager e del dopo, delle colpe chiare e di quelle indotte, delle violenze inaudite e gratuite, dello struggimento e dell’angoscia di chi è ...continua

    Che dire? Lucida, onesta ma implacabile analisi del fenomeno Lager e del dopo, delle colpe chiare e di quelle indotte, delle violenze inaudite e gratuite, dello struggimento e dell’angoscia di chi è sopravvissuto!. Le parole di Levi ti colpiscono come mazze, ti entrano dentro e si posizionano ben salde nella tua mente e nella tua coscienza. La sua analisi non è risolutiva né vuole esserlo. Ti lascia delle domande agghiaccianti, cui solo la tua coscienza tenta una risposta. Ma si può dare una risposta alla abiezione in cui cade l’essere uomo? Alla possibilità di regredire allo stadio primitivo della bestia , di perdere e far perdere l’identità di uomo ! e poi magari ritornare ad essere l’uomo colto e rispettabile di prima? Vittima? Carnefice? Ahimè di fronte alla Shoah anche l’uomo più inerme e buono non ne esce innocente e puro!!

    ha scritto il 

  • 4

    Meno coinvolgente di Se questo è un uomo, perchè più introspettivo e meno descrittivo. Ma anche questo un saggio illuminante per comprendere le dinamiche di quello che è stato il più grosso orrore del ...continua

    Meno coinvolgente di Se questo è un uomo, perchè più introspettivo e meno descrittivo. Ma anche questo un saggio illuminante per comprendere le dinamiche di quello che è stato il più grosso orrore della storia moderna.

    ha scritto il 

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