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I sommersi e i salvati

Di

Editore: Einaudi

4.4
(1887)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 197 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Giapponese , Spagnolo , Olandese , Polacco , Chi semplificata

Isbn-10: 8806186523 | Isbn-13: 9788806186524 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Tzvetan Todorov ; Postfazione: Walter Barberis

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Ouali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario e quali letecniche per annientare la personalità di un individuo? Ouali rapporti sicreano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la "zonagrigia" della collaborazione? Come si costruisce un mostro? Era possibilecapire dall'interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibileribellarsi? E ancora: come funziona la memoria di una esperienza estrema? Lerisposte dell'autore di Se questo è un uomo nel suo ultimo e per certi versipiù importante libro sui Lager nazisti. Un saggio per capire il Novecento ericostruire un'antropologia dell'uomo contemporaneo.
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  • 5

    “L’intera storia del Reich”, afferma Levi, “può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione della memoria, falsificazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima.” Dalla propaganda, allo sbarramento opposto al pluralismo delle informazioni, alle menzogne rac ...continua

    “L’intera storia del Reich”, afferma Levi, “può essere riletta come guerra contro la memoria, falsificazione della memoria, falsificazione della realtà, fino alla fuga definitiva dalla realtà medesima.” Dalla propaganda, allo sbarramento opposto al pluralismo delle informazioni, alle menzogne raccontate per celare l’orrore dei Lager, fino alle affermazioni dei responsabili durante i processi. Levi si sofferma su questi ultimi. Tutti gli oppressori che sono stati interrogati hanno dato sostanzialmente la stessa risposta: “l’ho fatto perché mi è stato comandato”. Non è credibile, afferma Levi. Si rendono conto di mentire? È probabile che mentissero anche a se stessi per sopportare meglio il peso di ciò che avevano fatto? È addirittura probabile che molti avessero sviluppato uno scudo per proteggersi dall’orrore che li circondava, in modo da riuscire a fare anche i lavori più sporchi. Sia chiaro: lui non si pone queste domande per una sorta di giustificazione per questi individui, che sono criminali, sono stati condannati, ed è stato giusto condannarli. Lui si pone queste domande per capire i motivi che hanno portato queste persone a compiere certe efferatezze.
    Per rispondere bisogna partire dalla considerazione che anche molte vittime diventarono persecutori a loro volta. Il mondo del Lager infatti era sì terribile, ma anche indecifrabile, non seguiva una retorica schematica secondo cui vittime e persecutori erano nettamente separati. Lo spazio che separava le vittime dai persecutori non era vuoto, ma costellato di figure che, afferma Levi, “è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.” Queste persone riuscivano a rendersi utili ai nazisti; ciò garantiva loro la sopravvivenza e dava loro anche potere sugli altri, che spesso era incontrastato, anzi venivano tanto più premiati quanto più erano violenti. Il potere incontrastato portava queste grigie figure ad un pervertimento somigliante a quello dei loro aguzzini. Tutti mostravano quella che Levi definisce sindrome del potere protratto e incontrastato: la visione distorta della realtà (tutti si scollavano progressivamente dalla morale comune), l’arroganza dogmatica, il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza. Un ordine infero, quel era il nazionalsocialismo”, scrive Levi, “esercita uno spaventoso potere di corruzione, da cui è difficile guardarsi”. Nasce la domanda: “come si comporterebbe ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità e in pari tempo allettato dalla seduzione del potere?” La risposta parte da un luogo più vicino a noi di quanto possiamo pensare, o possiamo sopportare: parte da un paragone (già accennato in Se questo è un uomo) fra la realtà del Lager e la nostra realtà quotidiana: “Anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno.”
    La vita nel Lager era “una guerra continua di tutti contro tutti”, era in gioco la sopravvivenza e si combatteva anche per un pezzo di pane, si imparava “a guardarci intorno ed a misurare gli uomini.” L’uomo semplice, abituato a non porsi domande, era al riparo dall’inutile tormento del chiedersi perché; inoltre, spesso possedeva un mestiere o una manualità che facilitavano il suo inserimento. Il credente sopportava generalmente meglio la prova del Lager, aveva un luogo in cui la giustizia avrebbe vinto. Vedeva il dolore come una punizione divina e in questo modo lo rendeva decifrabile “e perciò non sconfinava nella disperazione.” L’intellettuale si rendeva presto conto che “la cultura non era utile ad orientarsi né a capire”. Chi non voleva rinunciare alla logica e ai principi morali, finiva per rifiutare quella realtà logica e immorale, scivolando nella disperazione. Ma c’era anche chi riusciva a gettare via la cultura, semplificarsi, imbarbarirsi e sopravvivere. E poi c’era che finiva per accettare quella realtà ricordando che anche nelle grandi civiltà greca e romana erano avvenuti dei massacri orribili: “la perennità del progresso umano non era che un’ingenuità nata nel XIX secolo”. Davanti a quell’orrore si arrendeva giungendo all’amara constatazione che «così è sempre stato, così sarà sempre». Non si chiedeva più il perché di quella morte orribile e insensata, piuttosto ci si lasciava andare a domande “pratiche” su come sarebbe morto. “Io”, scrive Levi, “non ho quasi mai avuto tempo da dedicare alla morte; avevo ben altro a cui pensare, a trovare un po’ di pane, a scansare il lavoro massacrante, a rappezzarmi le scarpe, a rubare una scopa, a interpretare i segni e i visi intorno a me. Gli scopi di vita sono la difesa ottima contro la morte: non solo in Lager”.
    La storia della Shoah non finisce con il processo e la condanna dei colpevoli, c’è un altro interrogatorio da condurre, un processo da fare, più difficile e angoscioso perché il personaggio che deve essere interrogato è misterioso e non facile da comprendere: è quella parte di noi che non è colpevole, anzi si potrebbe dire che ci aiuta a sopravvivere nella vita di tutti i giorni, ma che sotto certe condizioni può condurci a compiere le più efferate crudeltà verso i nostri simili. Si tratta quindi di “processare” il genere umano, di confessare quella parte oscura che è in ognun di noi. È qualcosa verso cui non è facile prendersela, non si può imprigionare, ma si può impedire che sia volto al male. Questa è la grande lezione di Levi: dobbiamo imparare a riconoscere quegli atteggiamenti presenti nella nostra vita quotidiana dietro i quali si nasconde quella parte di noi che può renderci colpevoli, come è successo con i criminali nazisti: non erano persone eccezionali, in alcuni casi si sono addirittura rivelati banali. Non dobbiamo pensare quindi che un individuo capace di compiere certe efferatezze sia facilmente riconoscibile. I mostri esistono, e sono le circostanze che li generano. La Shoah non va considerata come un avvenimento eccezionale e irripetibile, ma va osservata e studiata scientificamente come un fenomeno estremo del comportamento umano che si verifica sotto certe condizioni, che vanno studiate, come ingredienti, da miscelare in laboratorio per osservarne la reazione chimica in ambiente protetto, al fine di comprendere quali sono gli elementi da non combinare per provocare un’esplosione di crudeltà e orrore come è successo durante la seconda guerra mondiale. “È avvenuto”, scrive Levi, “quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.

    ha scritto il 

  • 0

    Ogni tanto Levi va riletto, per rimettere le cose al posto giusto sulla grande catastrofe: in mezzo a tanta fiction qui si ritrova l'essenza delle cose, le domande di un vero intellettuale, le risposte di un grande scrittore, le verità di un testimone.

    ha scritto il 

  • 5

    Un autentico capolavoro di analisi sulla storia del male e del bene.

    L'ultimo libro di Primo Levi: un'analisi a tutte le domande che quest'uomo si è posto nella sua vita contro tutti i malvagi "perchè"? Che ha dovuto affrontare.
    Uno storico vero, mite e non di parte, umile, essenziale nel descrivere la catastrofe del nostro tempo, la Soah.
    Le sue rispo ...continua

    L'ultimo libro di Primo Levi: un'analisi a tutte le domande che quest'uomo si è posto nella sua vita contro tutti i malvagi "perchè"? Che ha dovuto affrontare.
    Uno storico vero, mite e non di parte, umile, essenziale nel descrivere la catastrofe del nostro tempo, la Soah.
    Le sue risposte, ancora così interessanti e attuali.
    Questo libro deve essere letto, insieme almeno ai suoi primi due libri, per non dimenticare mai.

    ha scritto il 

  • 4

    Bha, cosa posso dire di più di quello che è già stato detto/scritto sull'argomento?
    E' raccapricciante vedere fino a che punto l'essere umano, quello comunemente ritenuto "intelligente", si può spingere, in preda alla follia. Ok, Hitler era uno ed era più scemo di una merda, ma non è che tu ...continua

    Bha, cosa posso dire di più di quello che è già stato detto/scritto sull'argomento?
    E' raccapricciante vedere fino a che punto l'essere umano, quello comunemente ritenuto "intelligente", si può spingere, in preda alla follia. Ok, Hitler era uno ed era più scemo di una merda, ma non è che tutti i suoi seguaci fossero da meno.

    ha scritto il 

  • 4

    Un’analisi lucida e scevra di qualsiasi retorica dell’esperienza dei campi di concentramento. Molto interessante l’analisi delle relazioni interpersonali che si creavano all’interno dei campi e di quell’area grigia che esisteva all’interno dei campi dei collaboratori,


    Levi mette in eviden ...continua

    Un’analisi lucida e scevra di qualsiasi retorica dell’esperienza dei campi di concentramento. Molto interessante l’analisi delle relazioni interpersonali che si creavano all’interno dei campi e di quell’area grigia che esisteva all’interno dei campi dei collaboratori,

    Levi mette in evidenza che la nostra percezione di cosa furono i campi di concentramento nazisti è solo parziale perché i racconti che abbiamo ascoltato vengono quasi esclusivamente da sopravvissuti che riuscirono a ricavarsi delle nicchie di privilegio, anche a spese dei compagni, ed a sfuggire alle prove più dure.

    ha scritto il 

  • 0

    sofferente

    Libro bellissimo, che si pone interrogativi che sono ancora senza risposta, e alla fine si sfilaccia e si disunisce, in qualche modo mimando il percorso dell'annaspare della nostra mente che si perde a cercare il bandolo di una matassa non ancora sciolta: la prevaricazione elevata a scienza, lo s ...continua

    Libro bellissimo, che si pone interrogativi che sono ancora senza risposta, e alla fine si sfilaccia e si disunisce, in qualche modo mimando il percorso dell'annaspare della nostra mente che si perde a cercare il bandolo di una matassa non ancora sciolta: la prevaricazione elevata a scienza, lo sterminio elevato ad industria. Levi è come un lampadaro che tenta di illuminare una strada buia: fallisce, e lo sa, eppure non rinuncia a scrivere anche se in trasparenza si inrtavede già l'epilogo vero di questo libro e del suo percorso, una tromba delle scale.

    ha scritto il 

  • 5

    perché l'olocausto è potuto esistere? perché i prigionieri, in numero soverchiante, non si sono ribellati? perché hanno accettato tutto questo? tutte le risposte in un doloroso saggio di primo levi.

    ha scritto il 

  • 5

    Dalla nota biografica e fortuna critica

    Riporto parte dell'intervento di Giovanni Raboni in merito al libro.


    "Non si potrebbe dare peggior torto all'ultimo libro di Primo Levi che lodarlo d'ufficio in considerazione della gravità dei temi che affronta, dell'indiscutibile nobiltà delle idee che esprime e della quantità di soffere ...continua

    Riporto parte dell'intervento di Giovanni Raboni in merito al libro.

    "Non si potrebbe dare peggior torto all'ultimo libro di Primo Levi che lodarlo d'ufficio in considerazione della gravità dei temi che affronta, dell'indiscutibile nobiltà delle idee che esprime e della quantità di sofferenza -sofferenza personale, personalmente vissuta- depositata in esso. Tutte queste cose sono vere,naturalmente, ma non penso sia questo il punto. Non credo, voglio dire, che Levi abbia voluto scrivere un libro nobile o edificante [...] Levi non vuole il nostro consenso, ma il nostro disagio; vuole, appunto, "irritarci", noi lettori che non abbiamo commesso, ma nemmeno subito, violenze e soprusi come quelli che lui ha subiti, e che troppe volte abbiamo rinunciato a sapere di più, a capire, a rivoltarci. L'importanza e la tempestività del libro consistono invece nel riproporci la verità, la nuda, insuperabile oggettività dei fatti, e nell'innalzarle come una barricata contro le tentazioni dell'oblio o più ancora contro il fascino insinuante, forse incontrollabile, in ogni caso troppe volte incontrollato, del'<<interpretazione>>, e del pensiero che interpreta e non giudica. I sommersi e i salvati è, dalla prima all'ultima pagina, una sfida alle sottigliezze dell'intelligenza in nome di un solido, dolente senso comune; una sfida alle labirintiche delizie della complessità in nome di una memoria elementare, opaca, faticosa; una sfida alle meraviglie dell'irrazionale in nome di una razionalità rozzamente, eroicamente irriducibile"

    ha scritto il 

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