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I temi di Fritz Kocher

By Robert Walser

(107)

| Others | 9788845903618

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Book Description

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    Non c’è niente da fare, Robert Walser era un poeta. Possedeva nel suo intimo la capacità di dare alle cose, così come lui le descriveva, anche a quelle più inanimate, un’anima. Leggendolo, inevitabilmente, ci si abbandona alle sue parole, se ne viene ...(continue)

    Non c’è niente da fare, Robert Walser era un poeta. Possedeva nel suo intimo la capacità di dare alle cose, così come lui le descriveva, anche a quelle più inanimate, un’anima. Leggendolo, inevitabilmente, ci si abbandona alle sue parole, se ne viene cullati e accarezzati, suscita un senso di pace e la voglia di essere in pace. C’è in Walser un distacco partecipato, un osservare e insieme un amare le cose, il mondo, gli altri, come se questo fosse per lui una necessità, un bisogno profondo, prima che un dovere, una convenzione, un obbligo. Anzi mai Walser ci parla di doveri, convenzioni, obblighi. È un incedere il suo rivolto verso l’autentico e lo spontaneo, verso la creazione e la vita, verso l’arte e la poesia: “L’uomo è una creatura piena di sensibilità. Ha solo due gambe, ma ha un cuore nel quale si compiace di stare un esercito di pensieri e di sensazioni…L’uomo a volte scrive poesie, e in questa altissima e nobilissima situazione lo si definisce un poeta. Se fossimo tutti come dovremmo essere, e precisamente come Dio ci ordina di essere, saremmo infinitamente felici…Un uomo di cuore non è soltanto l’uomo migliore ma anche il più intelligente, perché ha qualcosa che nessuna intelligenza per quanto industriosa gli può dare.”
    Stride persino, nel caso di Walser, farne un’analisi, darne un inquadramento, è come volere analizzare, inquadrare un bambino mentre gioca.
    “I temi di Fritz Kocher”, scritti nel 1903, sono una delle prime manifestazioni letterarie di Walser e contengono, come una sorta di distillato, i prodromi della sua poetica.
    Nella prima parte, che contiene i “temi” veri e propri, Walser riporta una serie di brevi composizioni scolastiche sugli argomenti più svariati che immagina essere state scritte da un giovane alunno, Fritz Kocher: “un alunno della seconda A”, ahimè deceduto e la cui madre, se pur afflitta dalla morte del figlio, gli consegna a patto di lasciarle fedelmente così come il ragazzo le aveva scritte.
    Questo escamotage consente a Walser di esprimersi con tutta la naturalezza possibile, giacchè è la naturalezza di Fritz Kocher quella che sta parlando.
    Solo per citare alcuni di questi temi che, in totale, sono 20 si va dall’uomo all’autunno, dall’amicizia alla povertà, dalla scuola alla cortesia, dalla natura alla patria, dal Natale alla musica. In ognuno di essi Walser dà come delle pennellate lievi e veloci che lasciano un segno morbido ma indelebile, profondo ma gentile. C’è sempre nelle sue parole un che di accorato su ciò che è bene e giusto e su ciò che dovrebbe esserlo e non lo è, come per esempio, a proposito delle recriminazioni che Fritz Kocher fa contro la povertà e i poveri che sottendono un senso di partecipe amarezza su quanto la povertà faccia male sia a chi è povero sia a chi non lo è, perché incattivisce entrambi.
    Ma anche l’abilità di Walser di dare il senso di come il pensiero di un ragazzo possa avere in sé cose buone ma anche stolte, così come egli premette nell’introduzione: “Un ragazzo può parlare in modo molto saggio e molto stolto quasi nello stesso momento: così i suoi temi”, riuscendo, in tal modo, a tener conto, magistralmente, anche di questo tipo di sfumature: fra libertà e regole, gioco e norme, svagatezza e diligenza, irruenza e buona educazione, in un oscillare continuo fra questi poli.
    Ma questo oscillare è tipicamente walseriano, perché in Walser il traboccare della vita, il suo dilatarsi come in un sogno, il suo distendersi come in un gioco si misura sempre col fatto che “ <<bisogna controllarsi, bisogna essere freddi di fronte al freddo>>” ( “Nelle regioni inferiori: Robert Walser” in Claudio Magris - L’anello di Clarisse – Einaudi –1999 – p.174)
    E, come osserva sempre Claudio Magris: “La poesia di Walser è come l’imbrunire di una domenica, quando una sommessa, inesprimibile felicità, che la vita un attimo prima sembrava promettere, si ritrae d’improvviso in una vuota malinconia, in un tacito scivolare del tempo” (“Nelle regioni inferiori: Robert Walser” cit. p.173)
    E quale migliore testimonianza di ciò è questo brano, tratto dal “tema” La natura, dove Walser immaginando che Fritz Kocher è con il fratello in montagna e che insieme si sono incamminati su, per un sentiero, scrive: “Camminando sognavamo. In cima sedemmo su una panchina e ci godemmo il panorama. Un panorama così è quel che c’è al mondo di più splendido e di più ampio. Lo sguardo si spinge in basso e negli spazi più lontani, per indugiare poi, a tratti, nelle più prossime vicinanze. Si guardano tranquillamente i campi, i prati e i dorsi dei monti distesi ai propri piedi: come senza vita o come nel sonno. Nebbie si insinuano in strette e larghe vallate, i boschi sognano, i tetti delle città luccicano indistinti, è tutto un sogno leggero, piacevole, vasto e silenzioso. Ora ti sembra come un mare ondoso, ora come un delicato giocattolo, poi ancora come qualcosa di infinitamente limpido, che si è fatto limpido all’improvviso. Non trovo le parole. Parlavamo poco, entrambi occupati con le nostre sensazioni. Né l’uno né l’altro voleva rompere il bel silenzio domenicale del monte.”
    Ma poco più oltre, a conclusione del tema, sopraggiunge, con un tocco appena accennato, l’inesorabile, ma anche ironico, disincanto: “Ancora aleggia intorno a me il ricordo della passeggiata quella domenica mattina, di quel bianco, trasognato panorama azzurrino della panchina, … ora suona la campana”.
    Dopo questi temi Walser dedica la seconda parte alla descrizione di tre ritratti che hanno per oggetto: Un commesso; Un pittore; Il bosco.
    Procedendo a ritroso Il bosco lo si può definire come un’ode che Walser rivolge alla maestosità e all’intimità insita nel bosco, alla sua poetica bellezza, alla sua sensibilità perché: “ Il bosco sente, una sensibilità sottile e profonda abita in lui”, ma è un’ode anche alla misteriosa e magica pace che dal bosco promana: “Cosa è che rende bello il bosco? Nessuno sa dirlo davvero: Tutti dicono: qui è bello, mi piace, mi fa dimenticare molti affanni, non ho nessun desiderio di sapere da cosa dipende la bellezza della cosa bella, su cosa si fonda la dolcezza di una cosa tanto dolce! – Il bosco risveglia nell’uomo solo il sentimento non la ragione,…I boschi nei quali si è camminato lasciano nel cuore un indicibile sentimento di sublime e di sacro, e questo sentimento comanda di tacere. <<Era bello nel bosco?>>. <<Oh si,>> si dice <<era bello>>, ma questo è tutto.”
    Perché, in fondo, il suo segreto, ci dice Walser è che il bosco è un luogo di ristoro dell’anima: “Le persone che soffrono amano andare nel bosco. E’ come se soffra e taccia insieme con loro, come se sappia benissimo soffrire ed essere calmo e fiero nel dolore. Chi soffre ama accostarsi a ciò che, nel fiero e libero atteggiamento del dolore, lo circonda. In ogni caso, dal bosco apprende la calma, e poi la trasferisce alla sua sofferenza”.
    Un pittore è invece un ritratto alla cui ispirazione ha, probabilmente, contribuito la figura del fratello Karl, che era appunto pittore e che tra l’altro illustrò il testo con dei piccoli quadretti a china, il cui tono si amalgama perfettamente con i testi, restituendone la leggerezza e l’evocatività.
    In questo ritratto Walser immagina di essersi ritrovato tra le mani le pagine del diario di un pittore e di avere deciso di riportarle più per i contenuti umani che per le dissertazioni sull’arte che pure in esse vi sono contenute. Ne emerge un’immagine dell’artista estraneo alla fama e al successo come fine in sé del suo lavoro; immerso e attratto nell’esperienza della creazione come unica e vera forma di appagamento e di senso del suo essere artista.
    “Il mio dipingere non ha più nulla a che fare con la smania e la nostalgia di fama e di riconoscimenti. Vivo senza preoccupazioni, non devo aver paura del domani; a che potrebbero servirmi i riconoscimenti? Che io dipinga per migliaia di persone oppure per una sola, non reca pregiudizio alla cosa stessa. Dipingere rimane dipingere, che lo si faccia per molti occhi oppure per un unico occhio è davvero indifferente. Io dipingo soprattutto per i miei occhi”
    Quello che è e che dovrebbe essere il vero senso dell’arte e dell’essere artisti.
    Ma in quella villa dove il pittore vive e dipinge ospite della contessa proprietaria della villa che come un moderno mecenate lo tiene lì presso di sé per ammirare la sua arte e il suo processo creativo, si consuma anche un grande amore tra il pittore e la contessa che, lì per lì, prende il sopravvento su tutto: “Io la amo, questo è più che venerare. Lei deve volermi un bene immenso. Me lo fa sentire con tutta la forza tumultuosa di un cuore che per tanto tempo ha trattenuto il proprio sentimento” Ma l’arte, il bisogno di libertà insito nella necessità dell’artista, riprenderà inesorabile, poco dopo, il sopravvento e spezzerà l’incanto dell’amore.
    Prima come piacevole e subitaneo senso di potere sulla volontà dell’altro, a difesa della propria individualità: “L’amore rende crudeli, stranamente crudeli. Per l’amore perfino il dolore più atroce è ancora un piacere che deve essere goduto…Come mi rende felice regnare nella volontà di questa donna, sapere che lei ha infranto la sua alta volontà per amore della mia!”
    Poi come ineluttabile senso di fuga e di ritrovata ricerca di sé nel mondo: “Devo andarmene! Non riesco a sopportare l’amore, sono destinato a una vita più selvaggia, più fredda. A lungo andare non mi attira sapermi amato…Mi piacerebbe terribilmente essere convinto che non è l’arte che mi fa andare via di qui, ma, se mi metto la mano sul cuore, credo proprio che sia lei. Si, io l’amo più della contessa, è così”.
    Ma anche qua siamo di fronte ad alcuni dei grandi temi walseriani. Uno è quello della “vita che può salvarsi solo nell’inafferrabilità e di cui così parla una delle prose brevi: <<La vita era mite e selvaggia insieme, e odorava, ahimè, così indicibilmente di felicità, e a un tratto ecco che la buona e innocente felicità d’amore giaceva in terra, fatta a pezzi>>” (“Nelle regioni inferiori: Robert Walser” cit. p.166)
    Un altro è quello dell’errare, del vagabondare come condizione ineliminabile, in cui si consuma la scoperta delle cose e lo sguardo sul mondo e che si oppone allo “stare”: “L’eroe di Walser è… un transfuga, un nomade che erra fra i boschi e le città del mondo oppure nelle stanze di una casa enigmatica e dominatrice” (“Nelle regioni inferiori: Robert Walser” cit. p.167)
    Ma la cosa forse più bella in assoluto contenuta ne “I temi di Fritz Kocher” è il ritratto de Il commesso, in cui Walser affronta l’anonima figura del commesso, di cui rivendica il diritto di parlarne, quasi a compensare il fatto che “il commesso non è mai stato oggetto di un esame attento da parte di chi scrive…Forse è troppo banale, troppo innocente, troppo poco pallido e deperito….per servire come materia ai signori scrittori. A me invece per l’appunto serve”.
    Specificato che per commesso Walser intende “un uomo fra i diciotto e i ventiquattro anni” e che il traduttore ci segnala in nota che Walser “usa il termine commesso nel significato di <<impiegato subalterno>>”, il ritratto inizia con l’evidenziare l’umanità, la misura, persino la sensibilità della figura del commesso che, misconosciuto e trascurato, viene riabilitato da Walser proprio come un simbolo. Il simbolo di coloro che vengono tenuti in disparte e che si tengono in disparte, che non appaiono, che non sono al centro dell’attenzione, che esistono senza dirlo, che hanno dalla loro solo la loro dignità. Una brava persona che proprio per questo non interessa, di cui è facile prendersi gioco. E, proprio per questo suo basso profilo, non gli sono riconosciuti né qualità né sentimenti.
    Una figura necessaria per la società, che essa usa ma non considera.
    Vi è, in tutto ciò, la consapevolezza, tutta walseriana, che dietro l’anonimato dei non protagonisti, dei sommersi, come sono per Walser i commessi, si nascondono angosce e dolori, intelligenze e competenze, rabbie e istanze di ribellione, piccole vanità e bisogni d’amore come per chiunque altro, con la differenza che costoro li praticano e li vivono in silenzio e con decoro, senza farsene vanto: "Nella sua anima trovano posto, non meno che nell'anima degli altri uomini, i più svariati sentimenti.”
    Insomma, una voce, quella di Walser che invoca il rispetto come valore: ”A me, almeno, fa molto più piacere apprezzare e ammirare il mondo e le persone che non disprezzarli e schernirli”, tanto più per coloro che soggiacciono ad una cosa così angusta e modesta come fare il commesso: “Un commesso…al vederlo si direbbe consegnato al suo destino”

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    Raf said on Jun 18, 2012 | 3 feedbacks

  • 5 people find this helpful

    esordio fulminante

    Per essere un'opera prima c'è da rimanere davvero colpiti. Dietro l'apparente semplicità del linguaggio si scopre in nuce tutto il Walser delle opere maggiori. L'ironia graffiante, ma anche l'umana comprensione, che scaturiscono dalle storie dedicate ...(continue)

    Per essere un'opera prima c'è da rimanere davvero colpiti. Dietro l'apparente semplicità del linguaggio si scopre in nuce tutto il Walser delle opere maggiori. L'ironia graffiante, ma anche l'umana comprensione, che scaturiscono dalle storie dedicate alla figura de "Il Commesso" fanno l'effetto di una scrittura quasi surreale (leggere il Sogno del commesso per credere). Insomma una scoperta che consiglio a molti di fare.

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    Gabriele L. said on Feb 15, 2009 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Questo primo, piccolo libro di Robert Walser, illustrato dalle deliziose vignette del fratello Karl, viene pubblicato a cento anni dalla nascita del grande scrittore svizzero. Sono pagine che hanno traversato il secolo (erano apparse nel 1903) senza ...(continue)

    Questo primo, piccolo libro di Robert Walser, illustrato dalle deliziose vignette del fratello Karl, viene pubblicato a cento anni dalla nascita del grande scrittore svizzero. Sono pagine che hanno traversato il secolo (erano apparse nel 1903) senza nulla perdere della loro freschezza. Nella prima parte, con tocco leggero e svagato – da ‘temi in classe’ di un alunno rispettoso e diligente, dietro cui affiora l’ombra di un essere selvatico e imprendibile – esse ci danno un esempio, subito perfetto, di quella che rimarrà l’arte suprema e più praticata da Walser: l’arte della ‘piccola prosa’, brevi racconti, fantasie, schizzi, dove solo Kafka gli sta a pari.

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    willer_mieilibri said on Apr 19, 2008 | Add your feedback

Book Details

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  • Others 152 Pages
  • ISBN-10: 8845903613
  • ISBN-13: 9788845903618
  • Publisher: Adelphi
  • Publish date: 1978-01-01
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