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I viceré

By Federico De Roberto

(58)

| Paperback | 9788811361442

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Book Description

Tutta la realtà siciliana della seconda metà dell'Ottocento viene illuminata dai riflettori puntati sulle vicende della famiglia Uzeda, seguite attraverso tre generazioni. Intorno ai suoi membri si disperdono e si raggruppano i questuanti, i liberali Continue

Tutta la realtà siciliana della seconda metà dell'Ottocento viene illuminata dai riflettori puntati sulle vicende della famiglia Uzeda, seguite attraverso tre generazioni. Intorno ai suoi membri si disperdono e si raggruppano i questuanti, i liberali, i benedettini di San Nicola, i lavapiatti, i piccoli affaristi, gli usurai, i codini, gli elettori del duca, i garibaldini, i prepotenti, i vili e poi i paesaggi, le campagne, i dintorni di Catania e di altre città più sfumate. De Roberto mette a nudo le lacerazioni della sua classe d'origine e dell'ingranaggio sociale, e conduce il suo atto d'accusa con spietata determinazione.

326 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    “No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa” (Consalvo Uzeda)

    Il romanzo è uno spaccato, molto articolato e solido, di storia siciliana del secondo ottocento filtrata attraverso le vicende di una famiglia dell’alta nobiltà borbonica.
    Dal punto di vista letterario si rivela un romanzo di puro impianto naturalist ...(continue)

    Il romanzo è uno spaccato, molto articolato e solido, di storia siciliana del secondo ottocento filtrata attraverso le vicende di una famiglia dell’alta nobiltà borbonica.
    Dal punto di vista letterario si rivela un romanzo di puro impianto naturalistico che non sfigura nei confronti delle opere delle più celebrate letterature europee, per l’ampiezza della concezione corale e per il respiro storico in grado di evocare con efficacia, anche oggi dopo 150 anni, lo spessore sociale e civile di una società alle prese con i rivolgimenti politici e militari del Risorgimento italiano.

    Su questo sfondo storico, l’autore pone in primo piano la stirpe degli Uzeda che sembra condannata dalla stessa sua natura di casta avida, arrogante, corrotta (nel corpo da legami consanguinei e nell’anima da una secolare abitudine all’abuso del potere), lacerata da infiniti e interminabili conflitti interni immancabilmente mirati all’appropriazione e all’accumulo di ricchezza e potere.

    Ma il percorso narrativo iniziato con la morte della vecchia onnipotente duchessa, la cui fine sembrava prefigurare la decadenza definitiva della famiglia, si conclude col trionfale comizio di Consalvo, ultimo discendente del casato, che, malgrado la sua storia e le sue idee, verrà eletto deputato (di sinistra…) dalla folla acclamante dimostrando di avere brillantemente appreso la sottile arte del trasformismo e, tanto per parafrasare l’opera che mostra i legami più evidenti con questo romanzo, del “gattopardismo”.

    E a sottolinearne l’abilità nell’assimilare le lezioni della storia (e della vita) De Roberto sembra giustapporre al trascinante discorso pubblico il monologo privato del “vero” Consalvo all’attonita zia dove, con perfetta lucidità e calcolato cinismo, egli sembra enucleare dall’analisi delle singole vicende la filosofia del potere degli Uzeda, o del potere tout court.

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    Ubik said on Jul 25, 2014 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    Lettura riparatrice

    Del romanzo di De Roberto avevo letto solo pagine antologiche. Adesso sono contenta di aver colmato una grave lacuna. La lettura è stata per me piacevole anche se a tratti pesante per la dovizia di particolari.Ho cercato anche di capire perchè questo ...(continue)

    Del romanzo di De Roberto avevo letto solo pagine antologiche. Adesso sono contenta di aver colmato una grave lacuna. La lettura è stata per me piacevole anche se a tratti pesante per la dovizia di particolari.Ho cercato anche di capire perchè questo autore ai suoi tempi non ha avuto successo. Si muoveva attorno a Verga e ai rappresentanti del Verismo e forse più degli altri ha messo in atto i canoni di questa corrente letteraria: il documento umano, l'impersonalità dello scrittore.Ecco, per me, questo gli ha impedito di raggiungere quella poesia che troviamo in alcune pagine del Verga.

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    Maria Impelluso said on Jul 25, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    "Ora che l'Italia è fatta, bisogna fare gli affari nostri"

    Gran libro. Interessante dal punto di vista storico e desolante se rapportato all'attualità. De Roberto attraverso le storie della famiglia Uzeda ci racconta un pezzo della storia che ha portato all'unità d'Italia. Gli Uzeda, aristocratica famiglia s ...(continue)

    Gran libro. Interessante dal punto di vista storico e desolante se rapportato all'attualità. De Roberto attraverso le storie della famiglia Uzeda ci racconta un pezzo della storia che ha portato all'unità d'Italia. Gli Uzeda, aristocratica famiglia siciliana, sono uniti solo dall'orgoglio di appartenere ad un'antica famiglia di Vicerè, ma per il resto sono meschini, avidi, gelosi gli uni con gli altri, egoisti e boriosi. La storia inizia con la morte di Teresa Uzeda di Francalanza, principessa dispotica e autoritaria. La lettura del suo testamento porta a galla rancori mai sopiti, rivalità e gelosie che la stessa principessa aveva a suo tempo innescato tra i propri figli e che adesso a distanza di anni coinvolgeranno anche nuore, generi e nipoti. Ognuno guarda a se stesso come vittima di un sopruso, nessuno si preoccupa dell'altro. E intanto la Storia fa il suo corso, l'Italia cambia, si unisce, ma gli Italiani restano sempre gli stessi......

    "No, la nostra razza non è degenerata. E' sempre la stessa."

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    Mari said on Jun 28, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Un altro classico italiano dimenticato (a torto: Croce pentiti!) e riscoperto grazie al Gattopardo prima, e alla miniserie poi. Un romanzo che mi ha impegnato un mese e mezzo (anche se non continuato). Un romanzo che, molto più degli altri romanzi ve ...(continue)

    Un altro classico italiano dimenticato (a torto: Croce pentiti!) e riscoperto grazie al Gattopardo prima, e alla miniserie poi. Un romanzo che mi ha impegnato un mese e mezzo (anche se non continuato). Un romanzo che, molto più degli altri romanzi veristi, trasmette il senso di disagio, di rabbia, di delusione postunitario. Federico De Roberto concepisce il romanzo come se fosse un Ciclo intero: è vero che esistono L’illusione - precedente- e L’imperio - successivo; ma nessuno dei due romanzi segue così tanti personaggi contemporaneamente. Ed essendo un Ciclo “compresso” è talmente denso di avvenimenti, di informazioni, di chiacchiere, oltre che di persone, capisco che possa risultate difficile ed ostico. Ma a questo serve l’albero genealogico di Wikipedia, no?

    La storia degli Uzeda comincia nel 1855 e finisce nel 1882 (anche se quella di Consalvo continuerà). Seguiamo le vicende della famiglia discendente dai Viceré spagnoli attraverso quelle che sono le tappe fondamentali dell’Unità d’Italia: lo sbarco dei Mille e la cacciata del Re Ferdinando II; la soppressione dei conventi e la breccia di Porta Pia; le elezioni a suffragio allargato. Tutte queste vicende storiche vissute attraverso le gesta dei personaggi, invischiati nella nuova vita politica italiana o nella Chiesa. Si vedono crollare certezze, ma chi non crolla mai sono proprio gli Uzeda: il loro potere, la loro volontà di sopraffazione è capace di adattarsi ai nuovi tempi e le nuove modalità (che, forse, non sono neanche tanto nuove). Alla fine dei conti, gli equilibri di potere sono sempre gli stessi: solo chi ha i mezzi per adattarsi riesce a sopravvivere e può continuare la vita di sempre.

    Il tema del potere è sicuramente quello più importante tra i tanti del libro: si può discutere dei preti e del loro comportamento; dell’ingiustizia del maggiorasco; dell’avidità; del decadimento fisico e morale (non a caso il libro si sarebbe dovuto intitolare Vecchia razza); sul ruolo dell’amore (un’illusione). A proposito dell’amore nei Viceré, mi torna in mente una frase, tratta da un testo critico: l’amore è “schernito, ribaltato, strozzato”. Non esiste amore: è solo ostinazione, ripicca, vendetta. Oppure, se c’è, viene stroncato sul nascere.
    Di questa famiglia malata e apparentemente decaduta (anche se non nella potenza) non si salva nessuno. Non c’è un personaggio positivo - i pochi che lo sono non appartengono infatti agli Uzeda e vengono disprezzati per questo. Consalvo, poi, si rivelerà essere il peggiore di tutti, perché lucido e freddo nella sua analisi del potere.

    I Viceré è un libro che non può mancare nel bagaglio del lettore italiano. E non vi preoccupate, non vi deprimerà come Verga (nonostante i due fossero amiconi). De Roberto è deluso, amareggiato; ma nello stesso tempo esprime questi suoi sentimenti in una storia che ancora oggi ha molto da dire - purtroppo.
    So che molti lo accosteranno al Gattopardo; io non l’ho ancora letto, ma credo sia giusto precisare che I Viceré è stato scritto cinquant’anni prima.
    Si potrebbe parlarne ore, giorni interi: se non mi credete leggetelo. Poi ne discutiamo.

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    Lucy said on Jun 27, 2014 | Add your feedback

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    Bel romanzo, non bisogna però scoraggiarsi all'inizio per via della moltitudine dei personaggi protagonisti e delle relative posizioni parentali.

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    Laicus said on Mar 22, 2014 | Add your feedback

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    Il primo gattopardo

    Quando la matriarca della nobile famiglia degli Uzeda, Viceré di Sicilia sin dai tempi dei re spagnoli, muore, le sue ultime volontà innescano una faida interna alla sua diretta discendenza e ai suoi collaterali. La caparbia e ottusa volontà di Giaco ...(continue)

    Quando la matriarca della nobile famiglia degli Uzeda, Viceré di Sicilia sin dai tempi dei re spagnoli, muore, le sue ultime volontà innescano una faida interna alla sua diretta discendenza e ai suoi collaterali. La caparbia e ottusa volontà di Giacomo di preservare i diritti di primogenitura e il titolo di principe porta allo scoperto non solo i rancori, ma anche le tare di una stirpe che da troppo tempo pratica l’endogamia: Chiara, nella sue isterica ricerca di una maternità negata, partorisce mostri; Lucrezia si inacidisce nell’odio per un marito sposato per pura ripicca; Ferdinando esprime la sua alienazione in bizzarri esperimenti agrari; Raimondo esercita le sue doti di seduttore seriale, marito infedele e padre senza amore. Nel frattempo il mondo intorno sta cambiando, o così sembra: la rivoluzione attraversa la Sicilia all’arrivo di Garibaldi, ai re spagnoli subentrano quelli piemontesi; ma gli Uzeda continuano a rappresentare la “razza padrona”.
    «Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo … La differenza è più di nome che di fatto»: così Consalvo, ultimo e rampante virgulto degli Uzeda ed eroe negativo del romanzo, autocrate vecchio stampo dal volto liberale e dalle smodate ambizioni, giustifica “gattopardescamente” il suo attivismo politico al capezzale della vecchia zia borbonica. E conclude, facendosi portavoce dell’autore e della sua amara visione del mondo, che è proprio sull’opportunismo e sulla mancanza di scrupoli che galleggiano i potenti, oggi come ieri e come sempre: «No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa».

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    Loredana Mancini said on Mar 4, 2014 | Add your feedback

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Margin notes of this book

Page 45 , 241 , 255 , 269 , 427 , 511 , 528 , 576 , 552 , 651