I viceré

Ediz. integrale

Di

Editore: Newton Compton

4.2
(1997)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 512 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8854119075 | Isbn-13: 9788854119079 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Sergio Campailla

Disponibile anche come: Cofanetto , Altri , Tascabile economico , eBook , Copertina rigida , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
Con "I Viceré" De Roberto raggiunge la pienezza e la forza espressiva del capolavoro. In questo romanzo storico, paragonabile per impianto e grandezza a "I Buddenbrook" di Thomas Mann, l'autore crea un equilibrio perfetto fra la rappresentazione del "decadimento fisico e morale d'una stirpe esausta" e le vicende dell'unificazione italiana. Il libro racconta la saga di una grande famiglia aristocratica siciliana di ascendenza spagnola, gli Uzeda. A partire dalla fatidica morte della capostipite, le vicende familiari si dipanano sullo sfondo di una Sicilia feudale e borbonica; e d'altra parte, la storia della Sicilia e dell'Italia entra, a poco a poco ma inarrestabile, nel recinto familiare.
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  • 4

    Avvincente intreccio in un quadro storico, sociale, politico dell'Italia nella seconda metà dell' 800. Per quel che riguarda i comportamenti socio/politici ho ritrovato parecchi punti comuni all'oggi. ...continua

    Avvincente intreccio in un quadro storico, sociale, politico dell'Italia nella seconda metà dell' 800. Per quel che riguarda i comportamenti socio/politici ho ritrovato parecchi punti comuni all'oggi. At the end of the day, citando l'autore, "No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa". Riletto: 14/05/17.

    ha scritto il 

  • 4

    Quarta rilettura

    Si tratta, in realtà, della mia quarta rilettura. La prima da adolescente, le seguenti con intervalli di circa dieci anni. Romanzo fondamentale per la ricostruzione narrativa delle dinamiche socio-pol ...continua

    Si tratta, in realtà, della mia quarta rilettura. La prima da adolescente, le seguenti con intervalli di circa dieci anni. Romanzo fondamentale per la ricostruzione narrativa delle dinamiche socio-politiche riguardanti il travagliato passaggio della Sicilia dai Borboni all'Unità di Italia, feroce analisi e disamina della brama di potere in tutte le sue sfaccettature, zoliano nell'ancoraggio del comportamento di tutti --- ma proprio tutti --- i personaggi all'idea dell'ereditarietà (i personaggi de I Vicerè sembrano parenti strettissimi dei personaggi del ciclo dei Rougon-Macquart di Zola...), I Vicerè si legge tutto d'un fiato. Romanzo corale, dalle tinte fosche e ivide, con passaggi che a tratti sembrano anticipare l'espressionismo. Trascinante ed avvincente. Lo si paragona spesso (anche troppo spesso, a mio parere) a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Ma, sempre a mio parere, le analogie che pure ci sono e sono tante sono evidenti sì, ma di superficie. La poetica, i temi di fondo, lo stile di scrittura di De Roberto e di Lampedusa sono completamente diversi.
    Se De Roberto mi fa pensare a Zola, Lampedusa mi fa pensare a Stendhal...Due scrittori da me molto amati, ma anche loro, diversissimi ed imparagonabili.

    ha scritto il 

  • 5

    Ogni volta che devo iniziare un libro scritto nell'Ottocento parto con il timore di trovarmi davanti qualcosa di pesante...e anche stavolta questo timore non si è avverato, per fortuna.

    Ho amato molt ...continua

    Ogni volta che devo iniziare un libro scritto nell'Ottocento parto con il timore di trovarmi davanti qualcosa di pesante...e anche stavolta questo timore non si è avverato, per fortuna.

    Ho amato molto I Viceré, romanzo quasi dimenticato del Sud, scritto a pochi anni dagli eventi politici descritti e degno rappresentante, insieme al Gattopardo di Tommasi di Lampedusa, di quell'Italia che non è cambiata molto nell'unità, ma che anzi si è vista imporre maggiori pesi. Tempo fa, appena scesa dall'aereo che mi aveva portata a Catania (luogo d'ambientazione del libro, tra l'altro), un impiegato dell'aeroporto quando io e mia madre gli dicemmo che eravamo appena arrivate dalla Sardegna ci fece la battuta: ''Se Garibaldi se ne stava a casa sua ci faceva un piacere''. Questo libro esplica alla perfezione quel sentimento, pur centosessant'anni prima, attraverso le vicende della famiglia Uzeda e quel suo modo di restare a galla tramite quello che poi è stato chiamato Trasformismo. Un romanzo illuminante e scritto bene, con descrizioni che personalmente non ho trovato ridondanti e che anzi, mi hanno fatto ben capire il clima dell'epoca e l'albero genealogico della famiglia, piuttosto intricato. Sono davvero felice di averlo letto.

    ha scritto il 

  • 4

    "Fatta l'Italia, adesso dobbiamo fare gli affari nostri..."

    Romanzo storico di Federico De Roberto ambientato a cavallo tra il Risorgimento e l'Unità d'Italia, I Viceré è un mirabile esempio del perché il Verismo non fosse semplicemente quella "cosa pallosa di ...continua

    Romanzo storico di Federico De Roberto ambientato a cavallo tra il Risorgimento e l'Unità d'Italia, I Viceré è un mirabile esempio del perché il Verismo non fosse semplicemente quella "cosa pallosa di Giovanni Verga" che ti costringevano a studiare a scuola. Romanzo a tratti spietato che narra, attraverso le vicende di una nobile famiglia catanese, quello che lo stesso autore siciliano descrive come "il decadimento fisico e morale d'una stirpe esausta."

    La casata degli Uzeda, principi di Francalanza e discendenti dei Viceré spagnoli, viene descritta in tutte le sue trame, i suoi vizi e le sue ossessioni per tre diverse generazioni, con una folla notevole di personaggi che viene letteralmente "sparata" in prima pagina generando una notevole confusione iniziale e una lettura che parte - almeno per me - lenta e faticosa.

    Il fastidio per la cacofonia di fatti e personaggi lascia poi il posto all'interesse della vicenda, che viene narrata in maniera "oggettiva" come vogliono le regole del verismo ma si cura di tratteggiare in modo adeguato psicologie distorte e degeneri - da vera razza decaduta. De Roberto non fa mancare il cinismo e qualche puntura d'ironia feroce qua e là, e in questo I Viceré ha qualche tratto in comune con un altro grande romanzo storico scritto e ambientato in tutt'altre latitudini della vecchia Europa (La fiera della Vanita di Thackeray).

    Alla fine, chiusa l'ultima pagina del libro, I Viceré spiega meglio di qualsiasi saggio molti dei motivi per cui l'Italia e la Sicilia sono ancora, a quasi 150 anni di distanza, un autentico calderone di inciviltà, miserie umane, prepotenze della politica autoreferenzione e diritti negati ai fessi che ancora credono a questa mitologica "nazione unita". Una nazione di avvoltoi che professa il bene comune ma continua a farsi rigorosamente i cazzi propri.

    ha scritto il 

  • 3

    Una saga familiare, un manuale di storia, un trattato di politica, oppure un pò di tutto questo? Romanzo incredibile, difficile e scoraggiante nelle prime pagine. Ero lì lì per abbandonarlo, troppi no ...continua

    Una saga familiare, un manuale di storia, un trattato di politica, oppure un pò di tutto questo? Romanzo incredibile, difficile e scoraggiante nelle prime pagine. Ero lì lì per abbandonarlo, troppi nomi e parentele da ricordare. Ho tenuto duro ed alla fine tutti quei nomi sono entrati anche nella mia testa dura. Ne è valsa la pena perchè è veramente un bel romanzo. Ci consente di vivere gli anni della formazione dell'unità d'Italia. Sentire cosa ne pensava la gente. Mi correggo, sentire cosa ne pensavano solo certe classi sociali. Penso che l'autore abbia volutamente escluso le persone "normali" dalla narrazione. Oppure lo ha fatto semplicemente perchè nel suo tempo era proprio così . . . contavano solo quelli che avevano un titolo nobiliare o che erano uomini di Chiesa. Questo dubbio mi rimane . . .

    ha scritto il 

  • 3

    Un grande affresco familiare, si parla di una nobile famiglia siciliana ma forse la storia potrebbe anche essere ambientata altrove, più che i luoghi infatti contano i caratteri.
    Una grande famiglia ( ...continua

    Un grande affresco familiare, si parla di una nobile famiglia siciliana ma forse la storia potrebbe anche essere ambientata altrove, più che i luoghi infatti contano i caratteri.
    Una grande famiglia (oggi si potrebbe usare anche il termine "allargata") dove però i buoni sentimenti vengono schiacciati sul nascere e su tutto deve prevalere il senso del dominio. Gli Uzeda infatti non possono mischiarsi alla plebe e se non possono comandare per volere divino, devono trovare il modo di farlo con il consenso (più o meno esplicito) del popolo.
    La storia copre un arco temporale ampio, certi comportamenti e situazioni magari si ripetono spesso, ciononostante emergono due personaggi in un certo senso secondari: la principessa Teresa, intenta a mantenere gli antichi fasti e le antiche usanze di famiglia pur nella nuova situazione politica e lo zio Don Blasco, che non resiste a stare chiuso in chiesa o nel convento ma deve sempre e comunque mettere becco su tutte le questioni di famiglia, un vero bastian contrario di professione.
    Alla fine della lettura rimane il gusto amaro per non aver trovato nessun personaggio positivo ma al tempo stesso il piacere di aver conosciuto dei personaggi negativi che si ama odiare.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante descrizione della nobile famiglia Uzeda, di origine spagnola e vivente a Catania, in Sicilia. Certo, un pò lunghetta (più di seicento pagine), e a tratti noiosissimo ma per chi ama gli i ...continua

    Interessante descrizione della nobile famiglia Uzeda, di origine spagnola e vivente a Catania, in Sicilia. Certo, un pò lunghetta (più di seicento pagine), e a tratti noiosissimo ma per chi ama gli intrighi nobil-familiari è meglio di Beautiful o Sentieri!!!

    ha scritto il 

  • 3

    Un buon libro, da affiancare agli studi storici

    A quanto pare, "Il Gattopardo" non è l'unico romanzo che narri della transizione dall'epoca dell'Italia divisa a quella unitaria e non è l'unica parodia discendente di una famiglia siciliana, che deve ...continua

    A quanto pare, "Il Gattopardo" non è l'unico romanzo che narri della transizione dall'epoca dell'Italia divisa a quella unitaria e non è l'unica parodia discendente di una famiglia siciliana, che deve fare i conti con la perdita progressiva dei propri privilegi.
    Quello che si evince, è che il principio del cambiar tutto per non cambiare nulla, sia caro anche quest'altro romanzo.
    La narrazione risulta un tantino noiosa a tratti, all'inizio si fa un po' fatica a stare dietro a tutti i personaggi, ma dopo un po' si riesce a stare dietro a tutti.
    Buona abilità del narratore, senza eccedere. Ben fatto il monologo finale di uno dei protagonisti, che riassume la capacità della nobiltà siciliana di conservare i propri privilegi adattandosi al nuovo che avanza, mettendosi al servizio del nuovo status quo introdotto dalla monarchia sabauda.

    ha scritto il 

  • 5

    Una splendida scoperta

    Abituati a considerare come unico capolavoro italiano del periodo "Il Gattopardo", vi dico che questo è ancora più bello e storicamente valido. Il libro è un capolavoro assoluto, non capisco proprio p ...continua

    Abituati a considerare come unico capolavoro italiano del periodo "Il Gattopardo", vi dico che questo è ancora più bello e storicamente valido. Il libro è un capolavoro assoluto, non capisco proprio perchè in Italia non sia stato apprezzato come merita (anche se ultimamente, complice uno sceneggiato televisivo, viene rivalutato). Il romanzo è scritto benissimo, in un italiano ottimo che ci fa inorgoglire della nostra bella lingua, è avvincente e fa riflettere molto sul nostro paese. Leggendo questo libro si capisce molto del perchè siamo arrivati ad essere messi così male come nazione. Da questo affresco storico si capiscono quali idee e motivazioni muovono le azioni della classe culturale e politica italiana, si capisce il perchè del nostro agire e pensare da levantino. direi che è un romanzo geniale

    ha scritto il 

  • 0

    Canto del cigno di De Roberto

    I Viceré? "Un'opera pesante, che non illumina l'intelletto come non fa mai battere il cuore."
    La causa.
    Federico De Roberto? La sua scomparsa, a poco più di sessantasei anni, passò per lungo tempo qua ...continua

    I Viceré? "Un'opera pesante, che non illumina l'intelletto come non fa mai battere il cuore."
    La causa.
    Federico De Roberto? La sua scomparsa, a poco più di sessantasei anni, passò per lungo tempo quasi inosservata nell'ambiente culturale nazionale.
    E quest'ultimo, automatico come gli interessi della cartella esattoriale, è l'immancabile effetto.
    Ora, mi domando e dico: come poteva essere diversamente se l'autore della stroncatura de I Viceré di De Roberto è addirittura quel Benedetto Croce per mezzo del quale, all'indomani dell'apparizione del suo saggio Perché non possiamo non dirci cristiani (1942), anche i mangiapreti più incalliti non riuscivano più a professarsi atei?
    Ebbene, pienamente d'accordo con Sciascia che giudica I Viceré di De Roberto, "dopo i Promessi Sposi, il più grande romanzo che conti la letteratura italiana", debbo registrare una clamorosa, forse l'unica, cantonata del Croce, proprio a proposito del suo giudizio sul capolavoro di Federico De Roberto.
    I Viceré, questa "manica di ladri" (Verga) blasonati, hanno catturato la mia attenzione a ritmo di cinquanta e più pagine a notte, facendomeli maledire a ogni piè sospinto e, nello stesso tempo, stanando in me una ridda di passioni che mi hanno tenuto attaccato a loro come l'ubriaco alla bottiglia.
    Nelle tre generazioni della famiglia catanese degli Uzeda di Francalanza che l'opera di De Roberto fa scorrere sotto i nostri occhi, non esiste un personaggio principale; e, cosa ancora più spiazzante, non c'è un solo protagonista che abbia le stimmate della positività.
    Nel romanzo di De Roberto il "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" de Il Gattopardo, trova la sua prima e più perniciosa, perché meglio e diffusamente radicata nelle maglie parentali, declinazione. D'altronde, la frase che riassume la filosofia di Consalvo, esponente dell'ultima generazione della stirpe avida, pazza e paranoica dei viceré, è che "la storia è una monotona ripetizione: gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi." E anche quando proprio Consalvo, che pure è stato allattato con il latte rancido del più bieco ossequio alle vestigia reazionarie, per riuscire ad essere eletto deputato, abbraccia il credo democratico, lo fa sempre nella convinzione che il solo titolo di viceré, quasi per volontà divina, è sufficiente al trionfo anche negli ambienti che dovrebbero essere più refrattari alla sua seduzione.
    Nella famiglia degli Uzeda di Francalanza non esiste la coerenza tra idee o la fedeltà alle persone. Ed è proprio per questo motivo che, da una parte, lo zio Blasco, monaco gaudente di San Nicola, dopo averne detto di peste e corna contro Garibaldi, Mazzini e il nuovo Stato "che chiude i conventi", poi non solo compra il Cavaliere, l'appezzamento di terra dove sorgeva il monastero, ma investe anche nei titoli dello stesso Stato fino a un minuto prima esecrato; così come, dall'altra parte, lo zio duca d'Oragua prima si serve di Benedetto Giulente, suo nipote acquisito, per scalare le vette del potere politico, poi preferisce dare il suo appoggio al nipote Consalvo.
    Non vi è alcun dubbio, ancora una volta d'accordo con Leonardo Sciascia, che I Viceré "sia il prodotto di una delusione, se non addirittura di una disperazione storica" che ha nell'ironia il filo conduttore; in quell'ironia cioè, che non può che nascere dal confronto e dalla contraddizione tra gli ideali che sembravano dover ammantare l'Italia appena unificata, la loro effettuale attuazione e, ciò che è ancor più disperante, tra la loro ormai conclamata inattuabilità.
    Al termine della lettura dell'opera di De Roberto, finisci con l'odiarne tutti i protagonisti; col condannarne le loro intemperanze, la loro debolezza, la loro ottusa aristocraticità. Eppure, un attimo prima di voltare l'ultima pagina, un momento prima di abbandonarti al sonno dell'ennesima giornata di lavoro, non puoi non pensare che i viceré ti mancheranno; e che ti mancheranno tremendamente proprio non appena ti sfiora il pensiero del mondo di fuori che ti aspetterà l'indomani e che, miracolo della grande letteratura, è rimasto pressoché lo stesso, sia pure con forme, e parliamo solo di esteriorità, diverse.
    "Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici, e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede".
    Più attuale di così!

    ha scritto il 

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