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Il Consiglio d'Egitto

Di

Editore: Adelphi

4.1
(611)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 170 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese

Isbn-10: 8845906965 | Isbn-13: 9788845906961 | Data di pubblicazione:  | Edizione 11

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco, si trova a Palermo nel dicembre 1782, per via di una tempesta che ha fatto naufragare la sua nave sulle coste siciliane. È questo il caso che fa nascere, nella mente dell’abate Vella, maltese, e incaricato di mostrare all’ambasciatore le bellezze di Palermo, un disegno audacissimo: far passare il manoscritto arabo di una qualsiasi vita del profeta, conservato nell’isola, per uno sconvolgente testo politico, Il Consiglio d’Egitto, che permetterebbe l’abolizione di tutti i privilegi feudali e potrebbe perciò valere da scintilla per un complotto rivoluzionario. Così «dall’ansia di perdere certe gioie appena gustate, dall’innata avarizia, dall’oscuro disprezzo per i propri simili, prontamente cogliendo l’occasione che la sorte gli offriva, con grave ma lucido azzardo, Giuseppe Vella si fece protagonista della grande impostura». Pubblicato per la prima volta nel 1963, Il Consiglio d’Egitto è in certo modo l’archetipo, e il più celebrato, fra i romanzi-apologhi di Sciascia, dove lo sfondo storico della vicenda si anima fino a diventare una scena allegorica, che in questo caso accenna alla storia tutta della Sicilia.
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  • 4

    Uno dei più bei testi di Sciascia, dove si sommano alcuni dei temi a lui più cari: la materia siciliana, il secolo XVIII con lo sfondo della cultura francese, una grande impostura prima riuscita e poi fallita (accanto ai conati di una rivolta "giacobina"), la responsabilità individuale, la verità ...continua

    Uno dei più bei testi di Sciascia, dove si sommano alcuni dei temi a lui più cari: la materia siciliana, il secolo XVIII con lo sfondo della cultura francese, una grande impostura prima riuscita e poi fallita (accanto ai conati di una rivolta "giacobina"), la responsabilità individuale, la verità della storia... Quasi un capolavoro: benché mi sia piaciuto molto, non giungo al voto massimo per qualcosa che mi pare non del tutto risolto (direi soprattutto il rapporto tra voce del narratore e voci dei personaggi).

    ha scritto il 

  • 5

    Il romanzo ambientato nella Palermo tra il 1782 e il 1795 prende spunto da personaggi e avvenimento reali, come la truffa colossale ordita da un erudito, il maltese fra Giuseppe Vella, che inventò un codice arabo dove si narrava la storia sconosciuta della Sicilia saracena, accolto con favore e a ...continua

    Il romanzo ambientato nella Palermo tra il 1782 e il 1795 prende spunto da personaggi e avvenimento reali, come la truffa colossale ordita da un erudito, il maltese fra Giuseppe Vella, che inventò un codice arabo dove si narrava la storia sconosciuta della Sicilia saracena, accolto con favore e ammirazione da tutto il ceto colto (preti e nobili) tranne pochissime eccezioni. Il libro prende spunto da questo fatto per trattare proprio la menzogna, quella sistematica che regge e impasta di sè la società siciliana basata sul privilegio e le immunità baronali e ecclesiatiche, che investe e corrompe anche la cultura: "Questo è uno solo di quei fatti che servono a definire una società, un momento storico. In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se non fosse strumento in mano al potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia... Ebbene, io vi dico che l'avventura dell'abate Vella sarebbe stata impossibile... Dico di più: l'abate Vella non ha commesso nessun crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini... Di un crimine che in Sicilia si consuma da secoli...".
    Splendidi i dialoghi, spassosi, di cui sono protagonisti nobili ed ecclesiatici rapaci, avidi, ignoranti, arroganti, meschini, vili, bigotti, etc... L'irona finissima di Sciascia permea continuamente il romanzo di un umorismo che da leggerezza, ma anche amarezza alla lettura. Cinici quasi tutti i protagonisti (come non si può essere cinici se si vive nell'ipocrisia). Belle tutte le pagine, godibilisime; dolci e amarissime le ultime che accompagnano al patibolo l'avvocato e illumista Franceso Paolo Di Blasi (reo di complotto per sovvertire lo stato e instaurare la repubblica giacobina a Palermo) il quale, prima della decapitazione, saluta da lontano fra Giuseppe Vella carcerato che lo guarda dalle mura del cassero.
    Sciascia è qui, più che mai, un pessimista innamoratissimo dei filosofi dei Lumi, cosciente del fallimento del riformismo politico, sociale e culturale respinto e aborrito da un intera classe politica inetta, vile, egoista, bigotta, meschina.

    ha scritto il 

  • 4

    "Il Consiglio d'Egitto" rappresenta emblematicamente il sofisticato e meticoloso rapporto che Sciascia ha sempre istituito fra letteratura e storia: lo scrittore vi riprende ed anatomizza la vicenda di un clamoroso falso perpetrato nella Palermo illuministica dell'abate Vella, che realizza un ant ...continua

    "Il Consiglio d'Egitto" rappresenta emblematicamente il sofisticato e meticoloso rapporto che Sciascia ha sempre istituito fra letteratura e storia: lo scrittore vi riprende ed anatomizza la vicenda di un clamoroso falso perpetrato nella Palermo illuministica dell'abate Vella, che realizza un antico codice araboin cui si poteva leggere l'annullamento di tutti i privilegi feudali nell'isola.Nel pieno scandalo suscitato dalla comparsa del codice viene anche scoperta una congiura giacobina contro il potere monarchico; ne consegue una repressione della quale resta vittima la limpida figura dl giovane avvocato Francesco Paolo Di Blasi, che paga con la vita la lotta contro le usurpazioni dell'aristocrazia e segna il culmine di un'insanabile frattura tra la giustizia e il potere. Nella sua ricostruzione e ricognizione del «vero» storico, inevitabilmente Sciascia lascia che il suo tipico linguaggio, scarno ed essenziale, acquisti un sentore aulico, di «cronaca settecentesca». La verità appare in controluce: nella filigrana della prosa, così ricca di sottofondi storico-culturali, si possono leggere, "falsificate", rivissute e riscritte, citazioni di grandissimi autori.

    ha scritto il 

  • 3

    La Sicilia al tempo dei Borbone

    Lo spunto è una truffa ordita da un ombroso abate maltese, ma in realtà il romanzo ha connotati fortemente politici. Mentre in Europa alla fine del '700 sta diffondendosi inarrestabile il vento della rivoluzione francese, la Sicilia resta saldamente ancorata al suo sistema feudale, fondato sui pr ...continua

    Lo spunto è una truffa ordita da un ombroso abate maltese, ma in realtà il romanzo ha connotati fortemente politici. Mentre in Europa alla fine del '700 sta diffondendosi inarrestabile il vento della rivoluzione francese, la Sicilia resta saldamente ancorata al suo sistema feudale, fondato sui privilegi dei Baroni. Questi sono refrattari tanto all'invadenza dei vicerè quanto alle nuove idee democratiche, di cui cominciano ad avvertire, sia pur confusamente, il pericolo. Quando il pericolo comincia ad assumere sembianze umane il potere reagisce con inaudita e bestiale violenza, ripristinando i metodi dell'Inquisizione e cancellando fisicamente lo spettro della democrazia. La partita, per ora, resta tra monarchia ed aristocrazia.

    ha scritto il 

  • 2

    sigh...

    Grande delusione, purtroppo. Bella l'idea principale del libro, ma tranne rari momenti la storia non mi ha preso, e in più non sono riuscito a seguirne bene il contenuto. Peggio di così... sigh

    ha scritto il 

  • 4

    Non so perchè avevo finora considerato Leonardo Sciascia uno di questi soloni italiani insopportabili; era in effetti un pre-giudizio perchè di lui conoscevo solo il nome e poco più.
    Qusto consiglio d'Egitto è molto divertente nonostante il serissimo tema della Sicilia baronale, fatta eccez ...continua

    Non so perchè avevo finora considerato Leonardo Sciascia uno di questi soloni italiani insopportabili; era in effetti un pre-giudizio perchè di lui conoscevo solo il nome e poco più.
    Qusto consiglio d'Egitto è molto divertente nonostante il serissimo tema della Sicilia baronale, fatta eccezione per le parti riguardanti la tortura.
    Alla deriva settentrionale della lingua italiana per cui l'inudibile e scorretto "ci vediamo settimana prossima" diventa corretto perchè sempre più usato anche fuori dal settentrione, bisognerebbe opporre una deriva meridionale della lingua.

    ha scritto il 

  • 5

    Mas tù y ello juntamente en tierra en humo en polvo en sombra en nada

    Non ho ancora finito di leggerlo e già soffro di nostalgia, nonostante abbia tutta la libertà per ricominciarlo. Ma la libertà, quella senza limiti e confini, è un’illusione giovanile perché in realtà sottostà alle inesorabili leggi tempo, quello che ti rimane per dar fondo, o almeno tentarci, a ...continua

    Non ho ancora finito di leggerlo e già soffro di nostalgia, nonostante abbia tutta la libertà per ricominciarlo. Ma la libertà, quella senza limiti e confini, è un’illusione giovanile perché in realtà sottostà alle inesorabili leggi tempo, quello che ti rimane per dar fondo, o almeno tentarci, a tutto ciò che ancora hai da leggere.
    Non solo ho finito Consiglio d’Egitto, ma ho finito anche tutti e cinque libri di Sciascia che ho ordinato, che pensavo di aver letto e magari è vero, e che non riesco a trovare in casa nonostante il mio casalingo data base mi dica che sì, sono tra gli scaffali.
    Che mi rimarrà di questi Libri? E del Consiglio? In primis l’orgoglio e il rimpianto di essere siciliana, di appartenere a questo popolo strano, unico nel bene e nel male, forse più nel male che nel bene, ma che male mi vien da dire: “In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se non fosse uno strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia…ebbene, io vi dico che l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile…Dico di più: l’abate Vella non ha commesso un crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini…di un crimine che si consuma da secoli”.
    In queste parole c’è tutta la verità di Sciascia, di ciò che Sciascia pensa degli scrittori siciliani, i soli che rimarranno nel panorama della letteratura italiana quando il tempo ingiallirà le pagine anche le più luminose. Cresciamo a pane e finzione in questa terra, e chi ha un briciolo di talento può fare la sua fortuna.
    Il prete falsario Giuseppe Vella, veramente esistito - c’è sempre un ecclesiastico nei romanzi di Sciascia!-, rivendica il diritto di essere uno scrittore, di chi fa della finzione il veicolo della verità, piuttosto che ammantare la finzione di finte verità come gli storici sono soliti fare. E’ risaputo che la storia la scrivono i vincitori. “ Bisogna, dunque, convenire che se io non avessi fatto altro che indovinare o fantasticare, non si poteva indovinare più giusto, né fantasticare con più vigore, e che il creatore di così singolari opere sarebbe, mi permetto di dirlo, degno di ben altra fama che il traduttore modesto di due codici arabi…”. E questa maturazione avviene pari passo al cambiamento storico che investe anche questa terra decadente da sempre, e grazie all’altro protagonista del romanzo: Francesco Paolo Di Blasi, idealista e ingenuo giacobino. E di nuovo Voltaire, Diderot, Rousseau, Montaigne, maestri e idoli di Sciascia, gli illuministi le cui idee sono ancora la in attesa che qualcuno le “realizzi”, sospese sopra un cielo plumbeo che assiste immoto alla tragedia umana. “E la disperazione avrebbe accompagnato le sue ultime ore di vita [di F.P. Di Blasi] se soltanto avesse avuto il presentimento che in quell’avvenire che vedeva luminoso popoli interi si sarebbero votati a torturarne altri; che uomini pieni di cultura e di musica, esemplari nell’amore familiare e rispettosi degli animali, avrebbero distrutto milioni di altri esseri umani: con implacabile metodo, con efferata scienza della tortura”.
    E’ nella terza parte che Sciascia sembra abbandonare “la vena d’ironia che le persone che vigilano sui propri sentimenti mettono in ogni cosa ”, Il sentimento civile, incarnato da Di Blasi, non gli permette questo controllo. Non dobbiamo dimenticare che la squisita finzione di cui è capace il mio conterraneo non è mero compiacimento letterario, esercizio di stile, ma strumento di impegno “politico” vero, inconciliabile con il mestiere della politica di cui divenne incompreso fustigatore.

    ha scritto il 

  • 4

    Il mio...consiglio...è leggerlo e rileggerlo

    A lungo l'ho tenuto rinchiuso dentro una scatola in compagnia di inutili cianfrusaglie e per dispetto non ho voluto leggerlo. Tuttavia immaginavo che lo avrei apprezzato enormemente e così è stato!
    Rivelo con un misto di entusiasmo e dispiacere che ho strapazzato la mia piccola vecchia ediz ...continua

    A lungo l'ho tenuto rinchiuso dentro una scatola in compagnia di inutili cianfrusaglie e per dispetto non ho voluto leggerlo. Tuttavia immaginavo che lo avrei apprezzato enormemente e così è stato!
    Rivelo con un misto di entusiasmo e dispiacere che ho strapazzato la mia piccola vecchia edizione ancora in lire con un gran numero di "orecchie", per evidenziarne le tante pagine che ho trovato illuminanti.

    ha scritto il 

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