Il Pendolo di Foucault

Di

Editore: Bompiani

4.0
(7225)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: eBook | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Tedesco , Svedese , Olandese , Polacco , Catalano , Ungherese , Portoghese , Lettone , Sloveno , Ceco , Greco

Isbn-10: 8858701690 | Isbn-13: 9788858701690 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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  • 3

    Il libro non é brutto... ha dei momenti wow e tanti momenti yawn...
    Me lo aspettavo. Per me Eco é cosí.
    Invece di decollare da pagina 100 bisogna attendere pagina 300.

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavoro

    Questo è il più bel romanzo di Umberto Eco, nonché uno dei romanzi più belli della letteratura del Novecento. Riassumere la trama sarebbe impossible, oltre che stupido. Ovviamente - qualora ce ne foss ...continua

    Questo è il più bel romanzo di Umberto Eco, nonché uno dei romanzi più belli della letteratura del Novecento. Riassumere la trama sarebbe impossible, oltre che stupido. Ovviamente - qualora ce ne fosse bisogno - aggiungo che, per quanto bello e intelligente possa essere, "Il Pendolo di Foucault" non è per tutti: se riuscite a resistere per le prime cinquanta pagine, magari finite per amarlo e a rileggerlo più volte, come il sottoscritto; se no, andate a leggervi Dan Brown sotto l'ombrellone.

    Ciò detto, vorrei aggiungere la mia opinione personale sul parallelismo, particolarmente discusso da certi Italiani, fra Eco e il post-modernismo americano, al punto da arrivare a affermare, a volte, che "Il Pendolo di Foucault" non sarebbe altro che un astuto riciclaggio in salsa nostrana dei romanzi di Thomas Pynchon, i quali, infatti non erano ancora stati tradotti in Italiano negli anni in cui Umberto Eco affrontava la stesura del suo secondo romanzo. Parlare delle somiglianze tematiche e stilistiche fra "Il Pendolo di Foucault" e romanzi come "V." e "L'Arcobaleno della Gravità" (capolavoro assoluto), lo trovo azzeccato e interessante. Non penso, però, che "Il Pendolo di Foucault" sia il remake italiota dei romanzi di Thomas Pynchon, per almeno due motivi.
    Primo: se tutti i romanzi che affrontano i temi della paranoia, del complotto e della reinterpretazione della Storia, fossero "copie" degli "originali" di Pynchon, allora che dovremmo dire dei romanzi di Don De Lillo, Martin Amis e David Foster Wallace? Altro che Umberto Eco! Eppure, io non me la sentirei di definire "Infinite Jest" come una semplice variazione sul modello Pynchonesco (sebbene, sia chiaro, io preferisca Pynchon a Wallace).
    Secondo: perché Umberto Eco affronta sì i temi della paranoia (eccetera), ma lo fa attraverso un punto di vista così particolare e soggettivo (il protagonista sembra la versione "sfigata" dell'autore stesso), con un' erudizione talmente vasta e con una "italianità" deliziosamente sfacciata, che nonostante il suo "Pendolo di Foucault" risulti simile all' "Arcobaleno della Gravità", alla fine lo si apprezza di più nei momenti in cui è più dissimile dai romanzi di Pynchon. Il quale avrà pure avuto il grande merito di avere "re-inventato" il postmodernismo (così come Eco ha avuto il grande merito di riuscire a "crearlo" in Italia - ricordiamoci che questo romanzo l'ha pubblicato trent'anni fa, e è tutt'oggi un romanzo molto più "avanti" di tutta la più recente robetta editoriale), però le ultime cento pagine del "Pendolo di Foucault" Pynchon non le avrebbe potute scrivere

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    "Io dico che esiste una società segreta con ramificazioni in tutto il mondo, che complotta per diffondere la voce che esiste un complotto universale."

    Crescendo alcuni cercano di imparare, tra questi c'è chi poi insegna ciò che si è imparato, pochissimi possono imparare cose nuove, cercandole e scovandole: la maggioranza del sapere è Tradizione o Ac ...continua

    Crescendo alcuni cercano di imparare, tra questi c'è chi poi insegna ciò che si è imparato, pochissimi possono imparare cose nuove, cercandole e scovandole: la maggioranza del sapere è Tradizione o Accademia. Puoi indirizzare le tue capacità dove vuoi, entro le cose per le quali sei un minimo portato.

    Una cosa però è obbligatorio saperla: come sai che ciò che sai è vero?
    Se per il discente è un sano interesse egoistico, per il docente diventa addirittura la sua legittimazione. Falso profeta, non c'è insulto peggiore. Il Pendolo è una colossale metafora del Sapere, per fissare il quale bisogna prima trovare un criterio di verità. Per la scienza fu arduo ma alla fine lo si trovò: la falsificabilità. Una cosa è vera finché non si prova che è falsa. Però nonostante sia fuori dalla scienza ciò che non si può provare se sia vero o falso, non è che per questo cessi di esistere: noi siamo scienziati per una piccolissima parte del nostro tempo, occorre qualcos'altro oppure brancoleremmo nel buio per quasi tutta la nostra vita impiegata nelle altre faccende.

    Un criterio di verità dev'essere fisso, ed ecco la perfezione della metafora col Pendolo di Foucault:

    "insieme ruotavamo sotto il Pendolo che in realtà non cambiava mai la direzione del proprio piano, perché lassù, da dove esso pendeva, e lungo l'infinito prolungamento ideale del filo, in alto verso le più lontane galassie, stava, immobile per l'eternità, il Punto Fermo. La terra ruotava ma il luogo ove il filo era ancorato era l'unico punto fisso dell'universo."

    Salvo che la soluzione è ancora debole perché il punto fisso, il centro dell'universo cui attorno tutto ruota, lui rimanendo immobile, si dimostra che può essere ovunque (l'Universo infatti, secondo il teorema di Dante-Einstein-Borges, è un'ipersfera, ha cioè infiniti centri, e l'universo culturale non è dissimile).

    Bene il punto fisso l'abbiamo trovato, ma qual è il privilegiato? È un enigma mica da ridere, la ricerca del quale può far sorgere

    - sicumera pericolosa: "Ora penso invece che il mondo sia un enigma benigno, che la nostra follia rende terribile perché pretende di interpretarlo secondo la propria verità"

    - o scoramento: "Ma allora, se l'essere è così vuoto e fragile da sostenersi solo sull'illusione di coloro che cercano il suo segreto, davvero - come diceva Amparo la sera nella tenda, dopo la sua sconfitta - allora non c'è redenzione, siamo tutti degli schiavi, dateci un padrone, ce lo meritiamo..."

    perché: "L’umanità non sopporta il pensiero che il mondo sia nato per caso, per sbaglio, solo perché quattro atomi scriteriati si sono tamponati sull’autostrada bagnata. E allora occorre trovare un complotto cosmico, Dio, gli angeli o i diavoli. La sinarchia svolge la stessa funzione su dimensioni più ridotte" (il cervello umano infatti, evolutosi per cacciare il cinghiale o raccogliere bacche, è naturalmente finalistico. Ci vogliono anni di duro addestramento e inflessibile disciplina per non applicare il finalismo dov'è inappropriato: in quei i problemi che il cacciatore raccoglitore non dovette affrontare)

    - o lamento sterile: "Eppure - non mi prenderà mica sul serio, vero Casaubon? No, posso stare tranquillo, siamo gente che non prende sul serio... Eppure, dicevo, la sensazione è che uno nella vita ha attaccato il Pendolo da tante parti, e non ha mai funzionato, e là, al Conservatoire, funziona così bene... E se nell'universo ci fossero punti privilegiati? Qui sul soffitto di questa stanza? No, non ci crederebbe nessuno. Ci vuole atmosfera. Non so, forse stiamo sempre cercando il punto giusto, forse è vicino a noi, ma non lo riconosciamo, e per riconoscerlo bisognerebbe crederci..."

    - o cinismo sofista-nichilista "Credo non ci sia più differenza, a un certo punto, tra abituarsi a fingere di credere e abituarsi a credere.

    Ma nei secoli un altro criterio soccorrevole lo si è trovato: se i punti fissi sono infiniti, invece di cercare il privilegiato, cerchiamo relazioni plausibili tra i punti che sono fissi – ognuno per la propria disciplina – "Il criterio era rigoroso, e credo sia lo stesso seguito dai servizi segreti: non ci sono informazioni migliori delle altre, il potere sta nello schedarle tutte, e poi cercare le connessioni. Le connessioni ci sono sempre, basta volerle trovare."
    Se si parla di servizi segreti si chiama dossieraggio, ma nella cultura ha il nome di Enciclopedia: l'ipertesto relazionale.

    È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo. Nel mezzo ci sono

    - Illusi: "è un filone d'oro. Io mi son reso conto che quelli mangiano di tutto, purché sia ermetico, come diceva lei, purché dica il contrario di quel che han trovato sui libri di scuola. E credo che sia anche un dovere culturale: non sono un benefattore per vocazione, ma in questi tempi così bui offrire a qualcuno una fede, uno spiraglio sul sovrannaturale..."

    - Cialtroni sincretistici: "…mi ha detto che lei viene dal Brasile e ha assistito a dei riti satanici di quei selvaggi di laggiù... Va bene, poi mi dirà esattamente che cosa erano, ma fa lo stesso. Il Brasile è qui, signori. Sono entrato l'altro giorno in prima persona in quella libreria, come si chiama, fa lo stesso, era una libreria che sei o sette anni fa vendeva dei testi anarchici, rivoluzionari, tupamari, terroristi, dirò di più, marxisti.... Ebbene? Come si è riciclata? Con le cose di cui parlava Bramanti. È vero, oggi siamo in un'epoca di confusione e se andate in una libreria cattolica, che una volta c'era solo il catechismo, adesso vi trovate anche la rivalutazione di Lutero, ma almeno non venderebbero un libro in cui si dice che la religione è tutta una truffa. Invece in queste librerie che dico io si vende l'autore che ci crede e quello che ne dice corna, purché tocchino un argomento come dire..."

    - Tronfi ignoranti: "forse gli autori universitari non li ha mai incontrati, ma li ha letti, e li ha letti come se fossero uguali a lui. Quella è gente che qualsiasi cosa gli diciate pensano che si riferisca al loro problema, come la storia del gatto che i due coniugi litigavano per il divorzio e lui pensava che discutessero sulle frattaglie per la sua colazione."

    - Falliti totali: "Ma se vuole un'interpretazione più terra terra, è come la storiella del balbuziente che dice che non l'hanno assunto come annunciatore alla radio perché non è iscritto al partito. Bisogna sempre attribuire a qualcuno i propri fallimenti, le dittature trovano sempre un nemico esterno per unire i propri seguaci. Come diceva quel tale, per ogni problema complesso c'è una soluzione semplice, ed è sbagliata."

    - Vicoli ciechi: "Il dottor Wagner - un austriaco che da anni professava a Parigi, da cui la pronuncia "Wagnère" per chi voleva millantarne la consuetudine - da circa dieci anni veniva invitato regolarmente a Milano da due gruppi rivoluzionari dell'immediato post-sessantotto. Se lo disputavano, e naturalmente ciascun gruppo dava una versione radicalmente alternativa del suo pensiero. Come e perché quest'uomo famoso avesse accettato di farsi sponsorizzare dagli extraparlamentari non ho mai capito. Le teorie di Wagner non avevano colore, per così dire, e lui se voleva poteva essere invitato dalle università, dalle cliniche, dalle accademie. Credo che avesse accettato l'invito di costoro perché era sostanzialmente un epicureo, e pretendeva rimborsi spese principeschi. I privati potevano mettere insieme più soldi delle istituzioni, e per il dottor Wagner questo significava viaggio in prima classe, albergo di lusso, più le parcelle per conferenze e seminari, calcolate secondo il suo tariffario di terapeuta.
    Perché poi i due gruppi trovassero una fonte di ispirazione ideologica nelle teorie di Wagner era un'altra storia. Ma in quegli anni la psicoanalisi di Wagner appariva abbastanza decostruttiva, diagonale, libidinale, non cartesiana, da suggerire spunti teorici all'attività rivoluzionaria.
    Risultava complicato farla digerire agli operai, e forse per questo i due gruppi, a un certo punto, furono costretti a scegliere tra gli operai e Wagner, e scelsero Wagner. Fu elaborata l'idea che il nuovo soggetto rivoluzionario non fosse il proletario ma il deviante. "Invece di far deviare i proletari meglio proletarizzare i devianti, ed è più facile, dati i prezzi del dottor Wagner," mi disse un giorno Belbo.
    Quella dei wagneriani fu la rivoluzione più costosa della storia."

    Insomma è dura, ma come provano gli ultimi 7500 di storia a fatica si va avanti: ma c'è un nemico ancora più subdolo. Il costruttore di Enciclopedie alternative, non c'è modo di sfuggirgli. Il semplice fatto che tentiamo di costruirne una, libera le forze necessarie per costruirne altre col materiale di scarto, enciclopedie inferiori. E se pure ne facessimo una completamente farlocca, con solo una valenza favolistica, le forze si scatenerebbero lo stesso: la natura aborre il vuoto. Per cui se una voce di Enciclopedia è dossieraggio, allora un'intera Enciclopedia è un complotto, sia se buona: "Un complotto, se complotto dev'essere, è segreto. Ci dev'essere un segreto conoscendo il quale noi non saremmo più frustrati, perché o sarebbe il segreto che ci porta alla salvezza o il conoscere il segreto si identificherebbe con la salvezza. Esiste un segreto così luminoso? Certo, a patto di non conoscerlo mai. Svelato, non potrebbe che deluderci." sia se pessima.

    Il libro è la storia di quella pessima. Tre persone affascinate dal Falso, ne creano un'Enciclopedia. Tra Cabala, Templari, Ermetismo, Politica, Amore e Sesso, Editoria e Storia, vengono presi sul serio, il falso viene creduto vero "Se temi un complotto organizzalo, così tutti quelli che potrebbero aderirvi cadono sotto il tuo controllo." e si passa all'azione sfrenata.

    Da questi ultimi due impasse come se ne esce?

    a) Col riduzionismo più sfrenato, tipo il Rasoio di Occam: "perché su entrambi i lati dell'Atlantico si trovano piramidi?" "Perché è più facile costruire piramidi che sfere. Perché il vento produce le dune a forma di piramidi e non di Partenone."
    "Odio lo spirito dell'Illuminismo,"
    disse Diotallevi.
    b) Il rasoio di Eva: "Pim," mi aveva detto Lia, "ho visto le tue schede, perché le debbo riordinare io. Qualsiasi cosa i tuoi diabolici scoprano è già qui, guarda bene," e si batteva la pancia, i fianchi, le cosce e la fronte. Seduta così, le gambe larghe che tendevano la gonna, frontalmente, sembrava una balia solida e florida - lei così esile e flessuosa - perché una saggezza pacata la illuminava di autorità matriarcale.
    (Peccato non allegare tutte le pagine della grandiosa arringa di Lia, l'unico genio del Pendolo di Foucault è una donna, femminile seppur granitica, è una delle poche spieghe palesi del libro ma dura pagine. Le altre donne sono meno cospicue, Amparo, se la racconta alla grande e Lorenza Pellegrini l'Allumeuse per Nerd, ma sempre essenziali: sono le donne qui - giustamente - che sparigliano i giochi.)
    c) Un'ipotesi di studio, ma meritevole "È possibile che la realtà non solo superi la finzione, ma la preceda, ovvero corra in anticipo a riparare i danni che la finzione creerà?"
    d) Accettando che mentre si fa ordine si generi una parte di caos, e limitandosi: che oltre un certo punto l'azione genera sempre più caos di quanto lo riduca.
    e) La volontà: non c'è una macchina o un dio o una cultura che ci salveranno in sé, occorre agire.

    Ah, se vi sembra aver trovato riferimenti o addirittura anticipazioni alla storia, alla religione, alla politica (segnatamente gli anni '70 ma se penso al deviante, agli uno vale uno, al cazzipropri, ai tutto tranne quello che si è imparato a scuola... è puro contemporaneo), alla filosofia e ad altri accidenti umani non sono in genere esplicitamente voluti.

    È che questo problema millenario ed i suoi tentativi di soluzione, non sono altro che la storia della cultura, che innerva molto, seppur come ben sa Lia, non tutto.

    ha scritto il 

  • 2

    AUTOCOMPIACIMENTI o l'Arte del Dar Sfoggio

    Siamo negli anni '70, a Milano, negli uffici della casa editrice Garamond.
    Siamo in compagnia di tre bizzarri figuri spocchiosetti e intellettuali che disquisiscono su quanto poco siano intellettuali, ...continua

    Siamo negli anni '70, a Milano, negli uffici della casa editrice Garamond.
    Siamo in compagnia di tre bizzarri figuri spocchiosetti e intellettuali che disquisiscono su quanto poco siano intellettuali, cosa che li rende ancor più spocchiosetti: Casaubon che è l'io narrante, Diotallevi e Jacopo Belbo.
    La Garamond si sta aprendo alle pubblicazioni esoteriche e proprio dalle considerazioni ironiche o seriamente preoccupate dei tre, prende respiro una delle linee guida del romanzo.
    I nostri tre intellettualotti si lanciano in un gioco, un po' per noia e un po' per esercizio di stile, a cui danno nome Il Piano: reinterpretare gli ultimi sei secoli di storia umana nell'ottica di complotti e macchinazioni che sarebbero iniziati con le Crociate e il destino dei Cavalieri Templari.
    Inizialmente il gioco è un passatempo gradevole (per Eco e per i suoi personaggi... per noi lettori un po' meno), poi le teorie del complotto diventano sempre più claustrofobiche, vicine, pericolose. Tutto diventa spiegabile... pare acquisire un inquietante senso. E si arriva verso scenari da thriller meritevolissimo.
    E mentre la storia prende respiro, da lei si dipanano altri fili che ci avvicinano un po' a quei tre figuri, ché li rendono meno astratti e saccenti e più umani e fallibili, coi loro amori terreni, le loro malattie, i loro ricordi d'infanzia. I fallimenti, i sorrisi, le lacrime, gli studi... le loro strade comuni.
    Ci si allontana dalle assurde congetture complottistiche e ci si avvicina alla realtà della vita umana. E a tratti commuove.
    Fa da scenario, un'Italia in mutamento perenne, immobile al centro degli eventi che la attraversano quasi di striscio... ché Eco sceglie di non approfondire ma solo di sussurrarcelo quasi per caso quello che sta succedendo.
    A me Eco non piace. La spocchia - cazzo, la spocchia. L'autocompiacimento di essere (stato) uno che "ne sa abbestia".
    Hai studiato, ti sei fatto il culo... nessuno lo mette in dubbio.
    Però non è che in tutti i tuoi libri devi dar prova di essere un pezzo da novanta!
    Sarà che io stimo molto di più chi vola un po' più basso. Chi conosce la sacra arte del provarsi senza sfoggio. Senza scadere nel presuntuoso.
    Partivo mooolto prevenuta.
    Inaspettatamente, l'incipit mi ha attratta tantissimo... Però, bastano poche pagine, e tocca smollare il colpo. Non posso più.
    E ci perde un sacco, ché per due terzi la lettura del libro si fa pesante e poco scorrevole. Ripetitiva. Accademica. Senza respiro. E annoia tantissimo. Fa venire il mal di testa. Perdere il filo.
    Io non ce la faccio a dare un voto alto a un libro per la stima che posso nutrire per l'autore. Questo libro, capolavoro sotto millemila aspetti, da me si becca solo DUE STELLETTE su cinque, equivalenti a MEDIOCRITA' E DELUSIONI.

    ha scritto il 

  • 4

    Critica al cospirazionismo

    È un grande romanzo, intelligente, ironico, raffinato, pieno zeppo di citazioni colte sugli argomenti più disparati. Tuttavia è un libro complesso, rivolto a un pubblico colto, un saggio in forma di r ...continua

    È un grande romanzo, intelligente, ironico, raffinato, pieno zeppo di citazioni colte sugli argomenti più disparati. Tuttavia è un libro complesso, rivolto a un pubblico colto, un saggio in forma di romanzo sul complottismo, sulle idee irrazionali, sulla ricerca del mistero. La parte peggiore è quella in cui si spiega "il piano", la visione del mondo cospirazionista che collega ogni evento storico a una macchinazione dei Templari. Nella costruzione di questo, l'autore è l'unico che si diverte (saranno un 150-200 pagine noiose). Le migliori: i dialoghi tra la razionale Lia e il protagonista che si sta perdendo per i meandri dell'irrazionalità, la divertente presentazione del mondo degli APS (autori a proprie spese), il drammatico finale.

    ha scritto il 

  • 2

    AUTOCOMPIACIMENTI o l'Arte del Dar Sfoggio

    Siamo negli anni '70, a Milano, negli uffici della casa editrice Garamond.
    Siamo in compagnia di tre bizzarri figuri spocchiosetti e intellettuali che disquisiscono su quanto poco siano intellettuali, ...continua

    Siamo negli anni '70, a Milano, negli uffici della casa editrice Garamond.
    Siamo in compagnia di tre bizzarri figuri spocchiosetti e intellettuali che disquisiscono su quanto poco siano intellettuali, cosa che li rende ancor più spocchiosetti: Casaubon che è l'io narrante, Diotallevi e Jacopo Belbo.

    La Garamond si sta aprendo alle pubblicazioni esoteriche e proprio dalle considerazioni ironiche o seriamente preoccupate dei tre, prende respiro una delle linee guida del romanzo.
    I nostri tre intellettualotti si lanciano in un gioco, un po' per noia e un po' per esercizio di stile, a cui danno nome Il Piano: reinterpretare gli ultimi sei secoli di storia umana nell'ottica di complotti e macchinazioni che sarebbero iniziati con le Crociate e il destino dei Cavalieri Templari.

    Inizialmente il gioco è un passatempo gradevole (per Eco e per i suoi personaggi... per noi lettori un po' meno), poi le teorie del complotto diventano sempre più claustrofobiche, vicine, pericolose. Tutto diventa spiegabile... pare acquisire un inquietante senso. E si arriva verso scenari da thriller meritevolissimo.

    E mentre la storia prende respiro, da lei si dipanano altri fili che ci avvicinano un po' a quei tre figuri, ché li rendono meno astratti e saccenti e più umani e fallibili, coi loro amori terreni, le loro malattie, i loro ricordi d'infanzia. I fallimenti, i sorrisi, le lacrime, gli studi... le loro strade comuni.
    Ci si allontana dalle assurde congetture complottistiche e ci si avvicina alla realtà della vita umana. E a tratti commuove.

    Fa da scenario, un'Italia in mutamento perenne, immobile al centro degli eventi che la attraversano quasi di striscio... ché Eco sceglie di non approfondire ma solo di sussurrarcelo quasi per caso quello che sta succedendo.

    A me Eco non piace. La spocchia - cazzo, la spocchia. L'autocompiacimento di essere (stato) uno che "ne sa abbestia".
    Hai studiato, ti sei fatto il culo... nessuno lo mette in dubbio.
    Però non è che in tutti i tuoi libri devi dar prova di essere un pezzo da novanta!
    Sarà che io stimo molto di più chi vola un po' più basso. Chi conosce la sacra arte del provarsi senza sfoggio. Senza scadere nel presuntuoso.
    Partivo mooolto prevenuta.

    Inaspettatamente, l'incipit mi ha attratta tantissimo... Però, bastano poche pagine, e tocca smollare il colpo. Non posso più.
    E ci perde un sacco, ché per due terzi la lettura del libro si fa pesante e poco scorrevole. Ripetitiva. Accademica. Senza respiro. E annoia tantissimo. Fa venire il mal di testa. Perdere il filo.

    Io non ce la faccio a dare un voto alto a un libro per la stima che posso nutrire per l'autore. Questo libro, capolavoro sotto millemila aspetti, da me si becca solo DUE STELLETTE su cinque, equivalenti a MEDIOCRITA' E DELUSIONI.

    ha scritto il 

  • 4

    Anche in questo caso mi trovo a parlare di un libro letto un'eternità di anni fa e che ricordo, ma per sommi capi. Di nuovo - ma questo è un po' l'effetto che mi fanno tutti i romanzi di Eco che ho le ...continua

    Anche in questo caso mi trovo a parlare di un libro letto un'eternità di anni fa e che ricordo, ma per sommi capi. Di nuovo - ma questo è un po' l'effetto che mi fanno tutti i romanzi di Eco che ho letto - la cosa che ricordo più vividamente è il percorso di "espiazione" che la lettura comporta: la pesantezza dello stile rende molto difficile, all'inizio, la calata nell'azione. Eppure - e anche questa è una costante di Eco - a un certo punto succede la magia e ci si ritrova catturati dalla trama. Si può trovare discutibile questo meccanismo quasi suicida. Ai tempi, ricordo di averlo giustificato in ottica un po' settaria: se uno non è disposto a pagare il prezzo della lettura, non merita di godersi poi i frutti di quella stessa lettura. Oggi - forse mi sarò impigrita - la vedo un po' diversamente. In ogni caso, la storia vale la fatica che si fa a leggerla. E personalmente trovo tutto l'escursus sulla storia dei Templari un gioiello che, da solo, varrebbe l'acquisto del libro.

    ha scritto il 

  • 0

    Non male, ma prescindibile

    Letto su consiglio del grande Gianroberto Casaleggio, mi struggo nell'affermare che non ho trovato appagante la lettura.
    Purtroppo non ho modo di dire né a lui né a Umberto Eco quanto ho trovato pesan ...continua

    Letto su consiglio del grande Gianroberto Casaleggio, mi struggo nell'affermare che non ho trovato appagante la lettura.
    Purtroppo non ho modo di dire né a lui né a Umberto Eco quanto ho trovato pesante questo romanzo, sudando sette camiciole per giungere, stremato, alla conclusione.

    Però, capisco perché a Gianroberto sia piaciuto così tanto: forse perché, a lui, i templari non sono mai andati a genio.

    Consigliato comunque a chi ha amato il celebre - e molto più riuscito - "La pasta al Bohr" di Aldemiro Masonelli.

    ha scritto il 

  • 4

    'La risposta chiave del sapere è no. C'è qualcosa di vero ed è che non solo la parola magica non c'è ma neppure la sappiamo. Ma chi sappia ammetterlo può sapere qualcosa'. [683]

    Mi sono sempre chiesta ...continua

    'La risposta chiave del sapere è no. C'è qualcosa di vero ed è che non solo la parola magica non c'è ma neppure la sappiamo. Ma chi sappia ammetterlo può sapere qualcosa'. [683]

    Mi sono sempre chiesta perché Eco non abbia vinto il Nobel per la Letteratura, alla fine credo che il motivo è che molti non lo abbiano compreso. Leggendo i suoi saggi sono stata affascinata dalla sua spiegazione di come, nei suoi romanzi, spesso 'faccia l'occhiolino' al lettore: cosparge i suoi testi di riferimenti e allusioni consapevole che, se uno è fortunato, ne comprenderà almeno il 60%.

    La sua cultura mi sconvolge, come nel Pendolo, passa dalla letteratura, alla storia, all'ermeneutica, alla fisica, alla matematica, nello stesso capitolo, paragrafo, rigo.
    Chiudendo questo libro lo ringrazio, mi ha insegnato molto con un racconto e mi domando quanti occhiolini non abbia colto.
    Ecco perché i libri di Eco possono e devono essere letti più volte nella vita, non perché siano difficili, ma perché ogni volta è come leggerli una seconda volta.

    Saluto Belbo e Causabon, Diotallevi e Agliè che mi hanno fatto seguire il loro piano e chi sa se, come loro, conoscendolo anche io ormai non sia in pericolo...

    Perché basta guarda esaminare ciò che sta accadendo per capire che 'bisogna sempre attribuire a qualcuno i propri fallimenti, le dittature trovano sempre un nemico esterno per unire i propri seguaci' [352]

    ha scritto il 

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